spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

martedì 6 agosto 2013

USCITA DALL'EURO

USCITA DALL’EURO, I PIANI SONO GIA’ PRONTI E I BANCHIERI COMINCIANO AD AVERE PAURA.





Mario Draghi

Partiamo subito da un concetto: la speculazione finanziaria vive di parole non di fatti. Ieri il governatore della BCE Mario Draghi intervenendo a Londra al Global Investment Conference ha ribadito che “l’euro è irreversibile e la BCE è pronta a fare di tutto per salvare la moneta unica. Non è possibile immaginare che un paese esca dall’eurozona.” E poi ha aggiunto che  “negli ultimi sei mesi l’area euro ha mostrato dei progressi straordinari. L’eurozona è più forte di quanto non le venga riconosciuto”. Pochi minuti dopo lo spread fra i titoli di stato italiani e i bund tedeschi comincia a scendere rapidamente al di sotto dei 500 punti base. Gli speculatori non vanno in vacanza e prefigurando un breve periodo di apprezzamento dei titoli hanno ricominciato a comprare, attendendo di vendere di nuovo quando lo spread riprenderà puntualmente a salire. Perché che lo spread ricomincerà a crescere dopo qualche giorno o al massimo settimana di euforia, pompata dall’effetto annuncio, ormai è abbastanza prevedibile. Esattamente al contrario di quello che va farneticando Monti e tutta la sua schiera di cortigiani, mentre il precedente rialzo lento e progressivo dello spread indicava una razionale allocazione delle risorse da parte degli investitori istituzionali e internazionali per sfuggire alla trappola mortale dell’euro, una discesa così repentina è sintomo invece di un intervento massiccio della speculazione, che vive appunto di fiammate e folate improvvise di entusiasmo. Pura e semplice speculazione, nient'altro. A meno che i banchieri di Francoforte non abbiano davvero intenzione di fare seguire i fatti alle parole: per esempio riprendendo a comprare titoli di stato europei sul mercato secondario, dopo avere bruscamente interrotto il programma temporaneo di acquisto SMP (Securities Markets Programme) a febbraio scorso.


Oppure altra ipotesi, molto più plausibile, la BCE comincerà ad anticipare i soldi (creati dal nulla, ricordiamolo sempre) per comprare titoli di stato non per suo conto ma come intermediario del Meccanismo Europeo di Stabilità, in attesa che la Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe si pronunci il prossimo 12 settembre sulla modifica dell’articolo 136 del Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea (quello che rende legittimi i meccanismi finanziari di salvataggio di altri paesi in caso di grave crisi economica) e quindi indirettamente anche sul MES. E’ evidente che i banchieri comincino ad avere seriamente paura per la frantumazione del loro giocattolo preferito e stiano cercando di raggiungere un compromesso per prendere ancora tempo ed evitare l’esplosione immediata dell’eurozona. I banchieri tedeschi, Bundesbank in testa, non lasceranno mai che la BCE diventi una normale banca centrale, la quale come risaputo e avviene in qualsiasi altra nazione normale del mondo può acquistare illimitatamente titoli di stato tramite operazioni di mercato aperto, sostenendo quindi i deficit pubblici dei governi e allentando gli attacchi speculativi, che cercano di fare profitti facili puntando sull’estrema volatilità (sia verso l’alto che verso il basso) degli spread e dei rendimenti. Mentre gli stessi banchieri tedeschi sono molto più favorevoli al MES (che è una loro invenzione, anche se ingannevolmente Mario Monti si è attribuito la paternità di questa ennesima truffa, cambiandogli nome e chiamandola “scudo antispread”) e il motivo è abbastanza semplice: non pagano loro, ma i cittadini europei tramite le rispettive quote di partecipazione al MES e soprattutto trattandosi di bruciare soldi già circolanti, non viene immessa nuova liquidità sui mercati e la Germania è al riparo dallo spauracchio inflazione.   
      


I “progressi straordinari” degli ultimi sei mesi a cui si riferiva Draghi riguardano appunto questa maggiore capacità di coordinamento fra banchieri per portare avanti programmi come il Fiscal Compact o il MES, che tutelino meglio gli interessi delle banche e facciano ricadere tutto il peso della crisi finanziaria sulle casse degli stati, sul portafoglio dei contribuenti e sul benessere complessivo dei cittadini: paradossalmente un problema finanziario che è stato creato dall’eccesso di attività creditizia e speculativa fuori controllo delle banche deve essere risolto penalizzando chi magari non ha mai chiesto un prestito o comprato un titolo spazzatura,  che suo malgrado vedrà abbassare il suo tenore di vita con aumenti indiscriminati delle tasse, tagli alla spesa pubblica, peggioramento delle condizioni lavorative e svendita del patrimonio statale. Purtroppo queste sono le stranezze della civiltà moderna, che trasforma i ladri in uomini virtuosi e gli innocenti in colpevoli. Oltre a questa forzatura logica da far passare e bere a tutti i costi all'opinione pubblica non ci sono altre alternative per i banchieri, perché ogni altro metodo che coinvolga direttamente anche la BCE e la modifica del suo assurdo statuto farebbe crollare di colpo il loro piano trentennale di espropriazione della ricchezza dal basso verso l’alto: se la BCE potesse davvero cominciare a “stampare” soldi per aiutare gli stati, questi ultimi almeno per il momento non sarebbero più costretti a tassare e a svendere i gioielli di famiglia, e quindi addio al sogno degli oligarchi di estrazione di valore reale dalla società tramite i loro stratagemmi finanziari.


A questo punto, se proprio i banchieri dovessero cominciare a cedere qualcosa nei confronti di una maggiore apertura democratica e redistributiva a danno del piano totalitario, reputerebbero molto più conveniente far saltare in aria tutto il progetto eurozona e riorganizzare le truppe per riprendere un nuovo percorso criminale, partendo dai rispettivi confini nazionali. Bisogna comprenderli questi “banchieri” (termine come ho spesso già detto molto allargato che include funzionari, dirigenti, lobbisti, politici, tecnocrati di varia razza e livello): lavorano alacremente da trent’anni a questo piano diabolico di furto generalizzato chiamato eurozona, e vederlo distorto adesso in una delle sue parti essenziali (la privatizzazione della banca centrale e quindi della moneta) a causa di una quisquiglia insignificante come una crisi finanziaria globale, sarebbe per loro uno smacco intollerabile. Molto meglio distruggere tutto, che continuare a gestire un mostro giuridico che non è più una loro diretta emanazione. E non si può intendere altrimenti questo cieco accanimento a perseguire politiche restrittive di rigore e austerità che a conti fatti non faranno che accelerare i processi di implosione dell’intera eurozona. 


Questi “progressi straordinari” di cui parlano i banchieri e che tanto eccitano gli speculatori non cambiano infatti di una virgola, anzi peggiorano, la situazione “reale” dei paesi ingabbiati in questa trappola: recessione, riduzione della produzione, congelamento del credito e degli investimenti, calo della domanda, disoccupazione, crollo dei redditi, tensioni sociali, rischi concreti di fallimenti a catena, fuga degli investitori istituzionali, presenza dei soli speculatori finanziari o operatori occasionali che come avvoltoi sono gli ultimi rimasti a svolazzare sopra la carcassa (ditemi voi come si può lavorare ad una seria programmazione economica o prevedere una qualsiasi forma di ripresa basandosi soltanto sugli investimenti speculativi!). La Grecia continua nella sua marcia macabra verso il default definitivo, la Spagna è sull’orlo del baratro, le stime sull’Italia continuano a fornire un quadro sempre più allarmante (riduzione del PIL di oltre -2%, aumento del rapporto debito pubblico/PIL al 123%, impennata della disoccupazione al 10%, e pensare che avevamo dei tecnici al governo, dei professionisti dell’economia: ma fare un ripasso di algebra no?).


Per uno strano corto circuito della mente umana, il piano autolesionista e feroce dei banchieri basato sulla cosiddetta “austerità espansiva” (un ossimoro che non ha mai trovato conferma nella storia, come il ghiaccio bollente), a parte la copertura della stampa collusa di regime, funziona senza particolari intoppi anche per un altro motivo: è troppo palese, evidente, pacchiano e la gente, dal basso della sua innocenza e ingenuità, non può credere che i banchieri siano così sfacciati e magari è ancora indotta a pensare che dietro i suoi inutili e insensati sacrifici ci sia davvero qualche misteriosa e abilissima manovra di cui solo dei tecnici dalla elevatissima esperienza e competenza internazionale possono essere a conoscenza e che prima o dopo queste privazioni porteranno ad una ripresa dei commerci, dei redditi, dei consumi, del progresso, della civiltà. Non è così, l’austerità espansiva non esiste e non esisterà mai nella terra, è una stupidaggine inventata di sana pianta che serve a coprire un crimine, un furto smaccato e autorizzato da chi sa realmente come stanno le cose. Ma come faranno concretamente i banchieri a continuare indisturbati a rubare ad una vittima già esangue e stramazzata al suolo? Senza quella benedetta “crescita economica” che non arriva e secondo le fideistiche profezie dei fanatici del rigore e del cilicio dovrebbe scendere direttamente dal cielo, in che modo i banchieri pretendono che gli stati o i privati riescano a ripagare i loro debiti illegittimi e usurai? Accecati dalla loro ingordigia folle e criminale, è possibile che ormai i banchieri abbiano perso talmente tanto il lume della ragione da non capire che in questo modo si incammineranno dritti sparati verso la loro stessa distruzione?


E' possibile. E sebbene non sapremo mai la risposta esatta a questa domanda, una cosa possiamo dire con certezza: i banchieri hanno paura di loro stessi, della loro stessa follia, sono diffidenti per natura nei confronti dei loro stessi simili (un ladro non si fida mai di un altro ladro) e stanno già preparando da tempo dei piani di fuga concordati o caotici dall’eurozona, da utilizzare nei casi di emergenza. In verità nei ministeri di mezza Europa e nei consigli direttivi di quasi tutte le più importanti banche mondiali sono stati già elaborati da almeno un anno documenti e relazioni molto ben dettagliate che analizzano tutti gli scenari possibili di uscita dall’euro di alcuni o di tutti i paesi membri e fanno accuratissimi bilanci costi-benefici per valutare gli effetti di ognuna di queste alternative. La prima nazione in ordine di tempo a creare delle commissioni di studio dedicate ad approfondire tutti gli aspetti di un’eventuale uscita dall’euro e ritorno al marco è stata la Germania, per ovvie ragioni di dimensioni e di perdite totali da contabilizzare. Inutile ripetere che oggi come oggi la Germania continuerà a perdere sia che rimane o che esce dall’euro, perché è la nazione che in passato ha ottenuto maggiori vantaggi e accumulato maggiori esposizioni nei confronti dei paesi indebitati della periferia. Per i tedeschi bisogna solo capire quale sia la scelta più indolore fra le due onerose opzioni e in caso di uscita anticipata dall’euro stabilire quale sia il momento migliore per tagliare la corda e minimizzare le perdite.


Secondo quanto riportato sul quotidiano di regime La Stampa, riprendendo uno studio della banca svizzera UBS, da un giornalista più che mai preoccupato che finisca il sogno europeista e totalitario dei suoi mecenati banchieri: “Per un paese forte come la Germania, scrive UBS, con l’uscita dalla moneta unica si verificherebbe un apprezzamento del neo-marco del 40%. Le aziende tedesche che commerciano con il resto dell’eurozona e che fossero indebitate con le banche tedesche, rischierebbero fallimenti a catena; gli stessi istituti di credito subirebbero perdite gigantesche. Tutti gli assets ancora in euro si svaluterebbero, costringendole a ricapitalizzare, probabilmente anche a carico dello Stato. E la forza del neo-marco farebbe crollare l’export del 20% (quasi il 40% delle esportazioni tedesche sono verso il resto dell’eurozona). Provocando anche reazioni scontate come dazi alla frontiera e protezionismi, negli altri paesi. Morale: il primo shock dell’uscita dalla moneta unica costerebbe 6-8.000 euro all’anno a ogni tedesco. In seguito, 3.500-4.500 euro. 


Certo, i calcoli più probabili dei “secessionisti” tedeschi sono altri, probabilmente. Meglio uno shock ora che l’infinita agonia dei salvataggi europei. E l’economista Charles Wyplosz ci ha ricordato di recente che gli eventuali aiuti a Spagna e a Italia potrebbero richiedere uno sforzo da 1.300 miliardi. Che si sommano a quelli già sottoscritti a Irlanda, Grecia e Portogallo. Ma per fortuna i “cinque saggi” della Merkel ci hanno ricordato pochi giorni fa che la rottura incontrollata dell’euro farebbe tremare la Germania anche per altri motivi. La sua esposizione verso i 16 partner europei è di 3.330 miliardi di euro - il Pil tedesco ammonta a 2.400 miliardi circa, per dire. E ben 1.500 di questi crediti sono detenuti da imprese e famiglie. Che evaporerebbero, nel caso della fine dell’euro. E con essi, l’economia tedesca con il suo super-neo-marco.”


Non ci sarebbe più nulla da aggiungere. Che i banchieri abbiano paura si capisce anche dai toni allarmistici e terroristici con cui i loro menestrelli della carta stampata cercano di spaventare la gente, in questo caso i tedeschi italianizzati e gli italiani germanizzati. E’ chiaro che la Germania, ovvero le sue aziende, le banche e i cittadini tedeschi perderebbero molto in termini commerciali e finanziari con l’uscita dall’euro, ma non viene mai menzionato il vantaggio che avrebbe lo stato tedesco con il ritorno ad una piena sovranità monetaria, che è lo strumento capace da solo di coprire qualsiasi debito, sia pubblico che privato: i giornalisti della propaganda finanziata dalle banche hanno l’attenuante di non conoscere nulla del sistema monetario moderno e quindi le ansie che trasmettono ai loro lettori sono in qualche modo giustificate. Il giorno in cui il primo giornalista di regime comincerà a spiegare alla gente che i soldi, così come i debiti che sono un loro parente stretto ma meno nobile, non crescono dalla terra e non scendono dal cielo, ma vengono creati giornalmente dal nulla dai banchieri pigiando semplicemente i tasti di un computer, allora potremo essere certi che una nuova era sarà già alle porte: da quel giorno in poi si potrà infatti cominciare a ragionare serenamente se sia opportuno delegare questo compito delicatissimo ad una banca centrale privata che supporti soltanto le banche private (eurozona), con il pretesto di mantenere una stabilità dei prezzi su cui non ha e non avrà mai alcun controllo, o sia più logico ridare questo potere storicamente sovrano agli stati democratici che lo utilizzino come è giusto che sia per programmare in un’ottica di lungo periodo (non soltanto con la visione corta degli speculatori) gli investimenti tramite un corretto bilanciamento di manovre di politica monetaria e politica fiscale, che sono i due pilastri su cui si regge una vera e credibile strategia di politica economica.



Tuttavia siccome quel giorno è ancora lontano, ritorniamo con i piedi per terra e discutiamo seriamente dei piani che possono essere attuati con il minore dispendio possibile di tempo e di risorse per avvicinare quantomeno il momento del primo decisivo riscatto della democrazia dalla finanza. Leggendo infatti fra le righe le parole del segretario del partito politico più europeista e corrotto d’Italia, il PD di Pierluigi Bersani, si capisce che sebbene con molta riluttanza anche in Italia qualcuno (sicuramente dalle parti di Palazzo Koch, sede della Banca d’Italia) ha iniziato a buttare giù il primo abbozzo del famigerato piano B, per un’uscita anticipata o forzata dell’Italia dall’euro. Dopo il faccia a faccia con il primo ministro fantoccio Mario Monti, Bersani ha detto: “Abbiamo riflettuto assieme su una situazione generale molto molto preoccupante. C’è l’esigenza di dare seguito alle decisioni del vertice europeo e la necessità di uno stato di allerta da parte di tutte le istituzioni”. Tradotto per i non piddini (purtroppo loro sognano ancora gli Stati Uniti d’Europa e quindi meglio non svegliarli) significa: “Se la Germania non consentirà alla BCE di ammorbidire un po’ le condizioni soffocanti in cui l’Italia si trova costretta a rifinanziare sui mercati il suo enorme debito pubblico, tutte le istituzioni, in particolare Banca d’Italia, sono autorizzate a studiare programmi di uscita controllata o caotica dall’euro”.


Siccome non abbiamo ancora la capacità di entrare nella mente dei funzionari della Banca d’Italia e detto francamente non abbiamo neppure la certezza che lì dentro sia possibile trovare qualche idea degna di questo nome, vediamo insieme cosa dovrebbe fare un paese normale, dotato di apparati parlamentari e democratici normali, per uscire da una follia come la prigionia totalitarista dell’eurozona, voluta a suo tempo dagli apparati collusi, deviati e antidemocratici dello stato. Come guida utilizzeremo il breve saggio scritto dall’economista Sergio Levrero e pubblicato sull’e-book gratuito Oltre l’Austerità, che in modo sintetico, brillante e comprensibile a tutti spiega cosa accade o dovrebbe accadere quando uno stato decide di abbandonare una moneta straniera (l’euro), di ritornare ad una propria moneta nazionale (la lira) e di sganciarsi contemporaneamente da un regime di tassi fissi in favore del tasso fluttuante. I passi fondamentali da seguire sono questi:


a) il governo decreta che il pagamento delle tasse e le transazioni in tutti gli esercizi commerciali avvengano nella nuova valuta, e paga salari, stipendi, ed imprese nella nuova valuta;


b) nell’attesa di stampare moneta nella nuova valuta, il governo permette l’uso dell’euro per un periodo limitato di tempo  – stampando però su tutti i biglietti messi in circolazione dal sistema bancario il nome della nuova valuta per indicare che il suo valore facciale è quello della nuova valuta. Per minimizzare i rischi di scarsità di liquidità, prima ancora della stampa definitiva della nuova valuta con tutti gli accorgimenti antifrode richiesti, il governo decide anche di stampare ed immettere nel sistema economico un numero limitato di biglietti denominati in euro-lire (o euro-dracme, se si trattasse della Grecia), concedendo poi, nel  momento in cui sarà pronta la valuta stampata con gli accorgimenti antifrode, un periodo definito di tempo per la conversione delle diverse valute in circolazione nella nuova valuta. Nello stesso arco di tempo si  risolvono i problemi logistici derivanti da macchine per biglietti, posteggi etc. funzionanti ancora in euro;


c) tutte le riserve del sistema bancario nazionale presso la Banca centrale vengono congelate e ridenominate nella nuova valuta con un cambio di 1 a 1. Vengono al tempo stesso convertiti al medesimo tasso di cambio tutti i prestiti concessi dalla Banca Centrale Europea al sistema bancario sotto l’azione ad esempio dell’Emergency Liquidity Assistance, e vengono convertiti nella nuova valuta tutti i depositi in euro dei residenti del paese presso banche nazionali. I depositi di non residenti rimangono invece denominati in euro, considerata ora una valuta straniera, ma si bloccano per un certo periodo tutti i trasferimenti di attività dei residenti nazionali in loro nuovi conti denominati in euro o in conti di non residenti;


d) tutti i debiti tra residenti del paese vengono ridenominati nella nuova valuta, e per legge si fissa che tutti gli interessi, oneri, ipoteche sui debiti esistenti siano pagati nella nuova valuta al tasso di cambio con l’euro di 1 a 1 del momento di ridenominazione del debito


e) per evitare ondate di panico, corse agli sportelli  ed una svalutazione troppo accentuata della nuova valuta, tutti i conti di risparmio presso le banche nazionali vengono temporaneamente congelati, e gli sportelli aperti per periodi limitati di tempo, mentre una parte consistente del sistema bancario nazionale a rischio di fallimento viene nazionalizzato;


f) il capitale di proprietà della Banca Centrale nazionale presso la Banca Centrale Europea e le riserve sotto qualsiasi forma (oro, valute estere etc.) depositate presso la BCE vengono ritirati o ‘comprati’ dalle altre Banche centrali a saldo di qualsiasi debito accumulato (ad esempio attraverso il sistema Target2) dalla Banca Centrale nazionale verso le altre Banche centrali che formano il Sistema delle Banche centrali europee. Il rimanente debito denominato in euro dovrà essere ricontrattato, e saldato in varie forme, ad esempio attraverso la cessione di titoli pubblici denominati nella nuova valuta;


g) si introducono controlli sui movimenti di capitale per evitare perdite notevoli nel valore della moneta. Tali restrizioni potranno essere favorite dalla nazionalizzazione del sistema bancario e seguire alcune recenti indicazioni del Fondo Monetario Internazionale al riguardo o l’esempio di paesi come il Brasile che hanno già introdotto tali controlli. Inoltre, per evitare il collocamento all’estero dei guadagni ottenuti dalle esportazioni, si prevede che esse siano pagate all’interno presso il sistema bancario nazionale;


h) si riforma lo statuto della Banca Centrale nazionale, permettendo ad essa l’acquisto di titoli statali sui mercati primari e anche il finanziamento diretto dello Stato, dato il rischio di una crescente difficoltà di finanziare il debito pubblico tramite il ricorso ai mercati internazionali (per l’Italia significherebbe la fine dello sciagurato divorzio fra Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro del 1981).


L’uscita dall’euro, soprattutto se organizzata per tempo e concordata con gli altri paesi membri dell’eurozona, sarebbe quindi un percorso abbastanza gestibile senza eccessivi traumi e comporterebbe principalmente due vantaggi. Il primo sarebbe appunto il recupero della propria sovranità monetaria (pieno controllo dei tassi di interessi e libera emissione della moneta senza più alcuna dipendenza dai mercati finanziari), con la possibilità di coordinare le politiche fiscali e monetarie in senso espansivo a differenza di quanto accade oggi con l’attuale assetto istituzionale europeo che lasciando gli stati a secco di soldi crea un continuo avvitamento recessivo e alla lunga condurrà alla deflazione (che al contrario di ciò che pensano i fustigatori dell'inflazione quale male assoluto del mondo, non è una bella cosa, soprattutto per le aziende che devono sostenere costi di produzione sempre crescenti con margini di ricavo sempre più bassi: fra l’altro quale pazzo imprenditore si metterebbe ad investire oggi, chiedendo magari un prestito ad una banca e pagando interessi ancora alti, sapendo che domani i prezzi di vendita dei suoi prodotti sarebbero inferiori a quelli attuali?). Il secondo deriverebbe dalla possibilità di agire, tramite il deprezzamento del cambio, per un recupero di competitività, aumento delle esportazioni e riduzione dei disavanzi commerciali della bilancia dei pagamenti con l’estero.


Sulla questione della svalutazione attesa della nuova lira rispetto al marco o all’euro-marco (nel caso la Germania decidesse di creare una nuova unione monetaria con i paesi del nord, Olanda, Finlandia, Belgio, Austria) il discorso ormai è abbastanza chiaro: tecnicamente la lira dovrebbe svalutarsi rispetto al marco di circa il 20%, ovvero la somma dei differenziali di inflazione registrati anno per anno fra Italia e Germania. In pratica siccome dal 1999, anno dell’aggancio rigido dei tassi cambio dei paesi membri dell’eurozona, ad oggi  i prezzi in Italia sono cresciuti complessivamente del 20% rispetto a quelli tedeschi, il cambio flessibile tenderebbe a riequilibrare spontaneamente i prezzi al periodo precedente all’aggancio rigido, annullando gli effetti dei successivi differenziali di inflazione. Le stesse stime dell’OCSE riferite agli ultimi dieci anni parlano di sottovalutazione dell’euro tedesco rispetto all’euro italiano non superiore al 20%-25%. Per avere un’idea del nuovo rapporto di cambio che si instaurerebbe fra la nuova lira e il dollaro, il cui valore attualmente oscilla intorno ai 1,20 dollari per un euro-marco, con la svalutazione del 20% rispetto all’euro-marco, la nuova lira verrebbe scambiata quasi alla pari 1 a 1 con il dollaro. Quindi nessuna catastrofe, strage degli innocenti, mattanza dei tonni italioti come teorizzano i profeti (ben pagati e oleati dai banchieri) dell’apocalisse.


Per quanto riguarda invece la situazione della bilancia dei pagamenti con l’estero, sappiamo già che l’Italia, malgrado il tessuto produttivo sia stato massacrato e dilaniato in questi ultimi venti anni, ha ancora un invidiabile saldo commerciale quasi in pareggio (le esportazioni di beni e servizi eguagliano le importazioni, vedi grafico sotto), quindi ciò significa che non sarebbero necessarie altre manovre aggiuntive per sostenere il tasso di cambio da parte della banca centrale, bruciando riserve di valuta estera. Fra l’altro è improbabile che si verifichino attacchi speculativi pianificati alla nuova lira o ai titoli pubblici e privati denominati con la nuova valuta, perché essendo il 40% di questi titoli collocati all’estero, nessun investitore straniero di una certa importanza avrebbe interesse a speculare su un'ulteriore svalutazione della lira registrando perdite nei suoi stessi assets. Ricordiamo inoltre che il maggior peso delle importazioni è rappresentato dal petrolio e dai prodotti agro-alimentari: ora se per limitare la dipendenza dal petrolio si potrebbe riprendere il cammino bruscamente interrotto di incentivazione delle energie rinnovabili, sui prodotti agricoli invece abbiamo solo da recuperare il terreno perduto (in tutti i sensi) dopo il flagello subito dalle assurde direttive e limitazioni europee che hanno penalizzato oltre ogni misura tollerabile il nostro settore agro-alimentare. Non è inverosimile prevedere che con una politica mirata di incentivi all’agricoltura e all’industria della trasformazione, l’Italia nel giro di pochi anni non solo possa raggiungere l’autosufficienza alimentare ma riguadagnare il posto che le spetta di diritto di esportatore netto di prodotti agro-alimentari. Il tasso di cambio inizialmente svalutato aiuterebbe a rendere meno convenienti le importazioni dall’estero, incentivare le produzioni locali e rilanciare le esportazioni, favorendo così un rapido recupero del saldo positivo nella bilancia commerciale.





Con il pieno controllo della banca centrale e della politica monetaria, si potrebbero infine indirizzare le strategie della Banca d’Italia verso tassi di interessi bassi che farebbero scendere progressivamente il peso dei rendimenti sul debito estero, che attualmente è un fattore che incide in modo molto negativo sui nostri deficit delle partite correnti: noi siamo in passivo con l’estero non perché esportiamo poco o importiamo troppo, ma perché paghiamo troppi interessi sul debito estero, sia sui titoli pubblici che privati in possesso degli investitori stranieri. Ovviamente per un certo periodo, sarebbe necessario non solo un controllo stringente sui movimenti dei capitali per impedire eccesive oscillazioni del tasso di cambio, ma anche un monitoraggio efficace degli scambi commerciali con l'estero per sostenere maggiormente la ripresa del nostro settore produttivo interno, con opportune barriere protezionistiche, sussidi alle nostre imprese, dazi doganali. L’uscita dall’eurozona comporterebbe quindi automaticamente una contemporanea e magari solo temporanea uscita dal mercato unico europeo, dato che da Maastricht in poi il vincolo principale da rispettare per tutti i paesi membri era quello della libera circolazione delle merci e dei capitali. Questa possibilità di uscita dal mercato unico è prevista dal famoso articolo 50 del Trattato sull’Unione Europea (meglio noto come Trattato di Lisbona): “Il Consiglio, deliberando secondo una procedura legislativa speciale, all'unanimità e previa consultazione del Parlamento europeo, può adottare misure che comportino un regresso del diritto dell'Unione per quanto riguarda la liberalizzazione dei movimenti di capitali diretti in paesi terzi o provenienti da essi.”


Quindi i trattati europei, con l’aggiornamento avvenuto a partire dal 1° dicembre 2009, specificano che è possibile in via eccezionale un recesso dall’Unione Europea, anche se non menzionano mai l’eventualità di un’uscita dalla moneta unica. Tuttavia è chiaro che le due cose vanno assolutamente di pari passo e nel caso di ostruzionismi vari da parte delle istituzioni europee, i paesi membri intenzionati ad uscire dall’eurozona potrebbero appellarsi alla convenzione di Vienna del 1969 sui trattati internazionali, dato che per esempio la BCE dopo l’inizio della crisi nel 2008 non ha più rispettato gli accordi e non ha assolto alla sua funzione di strumento di convergenza dei tassi di interessi con cui si finanziano i vari paesi europei (anzi, come purtroppo abbiamo appurato, i tassi di interesse sono letteralmente esplosi, se confrontiamo il 22% della Grecia, il 7% della Spagna, il 6% dell’Italia contro l’1,5% della Germania, guarda grafico sotto), come esplicitamente riportato sui Trattati di Funzionamento dell’Unione Europea. In questo caso uscendo contemporaneamente sia dall’eurozona che dall’Unione Europea, l’Italia potrebbe agire ad ampio raggio sul controllo dei movimenti dei capitali (la cui liberalizzazione sfrenata è stata senza ombra di dubbio la causa principale della crisi finanziaria globale) e le sue operazioni di stabilizzazione del cambio sarebbero molto efficaci dato che la nuova lira avrebbe inizialmente pochi scambi al di fuori dell’Italia, come avviene per esempio con altre monete molto più quotate e scambiate a livello internazionale come il dollaro e il franco svizzero, i cui rispettivi tassi di cambio vengono decisi principalmente fuori dai confini degli Stati Uniti e della Svizzera.




Uscire dall’euro quindi si può, uscire si deve. E malgrado sia necessario mettere in conto alcuni anni di instabilità e sacrifici, è chiaro che l’uscita dall’euro appare oggi l’unica strada percorribile dall’Italia per venire fuori dall’agonia a cui siamo costretti dall’insensatezza e dalla spregiudicatezza dei banchieri europei, il cui giogo, le cui direttive, le cui misure sanzionatorie diventeranno alla fine insostenibili per il nostro paese. Se pure uno studio della banca americana Merril Lynch dice che in base a quattro parametri (possibilità di uscita ordinata, effetti sulla crescita economica, effetti sui tassi di interesse, effetti sul bilancio economico pubblico e privato del paese) Italia e Irlanda sarebbero i paesi che beneficerebbero di più da un’eventuale uscita dall’euro, si vede che questa tesi non viene sostenuta soltanto da quattro economisti eterodossi isolati italiani o dai soliti complottisti della domenica. Le ragioni per credere che il ritorno alla lira per l’Italia sia molto fondato a livello tecnico e non abbia alcun legame con i risvolti nazionalistici o nostalgici di cui tanto si blatera senza sapere nulla del funzionamento dei meccanismi monetari, dovrebbero far riflettere chi è ancora in grado di farlo; mentre i motivi per continuare a rimanere inermi e assistere impassibili alla distruzione e allo smantellamento dell’economia nazionale sono invece da ricercare nelle intenzioni non tanto nascoste dei banchieri europei, compresi quelli italiani: annullare con il passare del tempo gli effetti di questi benefici e rendere talmente misero il settore industriale e produttivo nazionale da costringere poi l’Italia a non poter avere più altre alternative, oltre alla permanenza coatta nella zona euro. Schiavizzarci insomma e metterci una catena al collo così spessa da farci dimenticare persino la voglia di essere liberi.  





Ma a questo punto il piddino di turno potrebbe meccanicamente obiettare che la banca americana Merril Lynch lavora al servizio della potenza imperialista degli Stati Uniti che punta a distruggere l’euro perché ritenuto un acerrimo rivale al ruolo di moneta di riserva internazionale: ammesso e non concesso che sia così (andate fuori Europa e vedete da soli quale credibilità abbia l’euro oppure ascoltate bene le lamentele della Federal Reserve che teme l’effetto negativo sulle esportazioni americane di una svalutazione eccessiva dell’euro rispetto al dollaro, per capire quanto sia vantaggioso per gli Stati Uniti avere una moneta inerte e artificialmente forte come l’euro), siete davvero convinti che la prossima colonizzazione tedesca sia migliore, più illuminata e meno opprimente di un nuovo protettorato americano? E se l’Italia invece, uscendo dall’euro e ostacolando qualsiasi altro tentativo di ingerenza straniera, provasse, almeno provasse, per la prima volta nella sua storia a camminare sulle proprie gambe, come fanno Islanda, Norvegia, Svezia, Argentina e tutti i paesi ancora liberi e democratici del mondo? Siete davvero certi che una tale prospettiva sia impossibile e che per vivere gli italiani abbiano per forza bisogno del vincolo esterno o del podestà straniero? Domande scottanti a cui il piddino di passaggio risponderebbe sicuramente con il solito slogan “Più Europa! Più Europa! Più Europa!”, trascurando forse il fatto che oggi è l’Europa stessa (quella vera, quella dei popoli, quella delle democrazie), che per liberarsi dalla tirannia finanziaria franco-prussiana da cui è stata barbaramente soggiogata, avrebbe invece bisogno di invocare “Più Italia! Più Italia! Più Italia!”.

fonte http://tempesta-perfetta.blogspot.it/2012/07/uscita-dalleuro-i-piani-sono-gia-pronti.html