Nel 1963 la filosofa e scrittrice tedesca Hannah Arendtscrisse un libro e coniò un'espressione che descrive bene uno degli aspetti
più ambigui e perversi del male: la sua banalità. Spesso chi fa del male
non ha nemmeno la capacità di pensare e riflettere, la facoltà di distinguere
tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, un metro di giudizio affidabile per
valutare le proprie azioni e ponderare le implicazioni morali e conseguenze
pratiche del proprio operato. Nello specifico, la Arendt rimase impressionata
dalla superficialità e dall’indifferenza con cui il criminale nazista Eichmann
presenziò al processo che lo avrebbe portato alla condanna a morte per
impiccagione: si trattava di un omuncolo normale, mediocre, né demoniaco né
mostruoso, che per tutta la vita non aveva fatto altro che eseguire ordini e
istruzioni che venivano dall’alto senza mai eccepire o chiedersi intimamente
qualcosa sulla loro giustezza, moralità, razionalità. In una visione totalmente burocratica e alienante della vita, Eichmann eseguiva ed
applicava incondizionatamente delle regole, pensando di essere un cittadino
modello, un uomo onesto che rispettava le leggi e l’autorità costituita.
Disquisire sulla bontà delle leggi e sull’assennatezza dei propri superiori era
qualcosa che esulava dai propri compiti e principi, perché per Eichmann la cieca obbedienza e la fedeltà erano gli unici valori che riecheggiavano all’interno della sua misera
coscienza.
Con le dovute proporzioni, possiamo dire
che da questo punto di vista tutti coloro che oggi stanno condannando alla miseria, alla disperazione, all’emarginazione
milioni di persone in Europa, dagli altolocati tecnocrati di Bruxelles
fino all’ultimo scribacchino di un qualsiasi giornale di regime, non sono tanto
diversi dai gerarchi nazisti che massacrarono milioni di ebrei nei campi di
concentramento. Sono “banali” e stupidi allo stesso modo: o perché non
conoscono le conseguenze delle proprie azioni o perché non hanno la capacità di
ragionare su possibili alternative alle proprie regole e leggi evidentemente
sbagliate. E’ indubbio che in mezzo a questa massa indistinta di idioti e
mediocri ci sia qualcuno più furbo e più in malafede rispetto agli altri, che
volontariamente persegue il male per tutelare il bene di una minoranza, ma
diventa sempre più difficile e complicato distinguerlo e isolarlo dal resto
della sgangherata e gioiosa armata di
imbecillità collettiva. Il caso della trasmissione di domenica scorsa di Report, intitolata “Gli
Austeri”, è esemplare in questo senso: per tutta la durata del programma si
è insistito a sottolineare gli effetti nefasti dell’austerità e la maggiore ragionevolezza delle politiche espansive della spesa pubblica
in periodo di recessione, eppure con la stessa miopia e cecità di automi
decerebrati si è ripetuto che in Europa non si possono attuare né programmi di
infrastrutture e investimenti pubblici né manovre monetarie di alleggerimento
quantitativo a causa del vincolo del pareggio di bilancio e dellaperdita della sovranità monetaria. Facendo però velatamente
intendere che senza violare le regole e i vincoli previsti dai trattati
europei esiste un geniale metodo intermedio per conciliare le politiche espansive con il mantenimento del pareggio di
bilancio e della moneta unica privata chiamata euro. In altre parole si è
trattato di un clamoroso e sfacciato spot della cosiddetta “austerità
espansiva”, ovvero di una meschina mistificazione
accademica che lo stesso Fondo Monetario
Internazionale si è affrettato tempo fa a bocciare tecnicamente e a
discreditare a livello politico e sociale.

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