PERCHE’ IL
MOVIMENTO 5 STELLE DI BEPPE GRILLO DOVREBBE SOSTENERE LA MODERN MONEY THEORY
MMT
Premessa:
Dopo il primo turno delle elezioni amministrative, il Movimento 5 Stelle fondato da Beppe Grillo è diventato il primo partito italiano, un risultato clamoroso che stravolge tutti gli equilibri consolidati che si erano creati all’interno del monolitico assetto dei partiti tradizionali. I partiti principali del regime attuale (PD, PDL, Terzo Polo) dovranno per forza di cose avviare un dialogo con il Movimento 5 Stelle, se vorranno avere una qualche speranza di governare. Tuttavia anche la galassia di piccoli movimenti e partiti che si muovono al di fuori del parlamento dovrà guardare al Movimento 5 Stelle come ad un punto di riferimento essenziale, sperando che un giorno possa diventare un collettore di tutte le istanze di cambiamento che si agitano dal basso e vengono costantemente ignorate dai partiti maggiori (motivo questo che alla lunga ne decreterà la lenta ma inesorabile scomparsa).
Discussione:
Chiunque intenda
avere in futuro una certa risonanza a livello nazionale dovrà nel bene e
nel male fare i conti con Beppe Grillo e tentare di tirarlo per la giacchetta
per portarlo dalla sua parte, qualunque sia il tema sul tavolo delle
discussioni. Sappiamo già che da qualche mese a questa parte una delle più
urgenti questioni che per ovvie ragioni scalda il dibattito interno e
l’opinione pubblica (soprattutto sui canali nonmainstream e non asserviti al
potere dominante) è la possibilità di sopravvivenza
dell’eurozona e della moneta unica, visto che con la
perdurante crisi finanziaria sono affiorate miseramente tutte le debolezze
e i limiti di un’unione monetaria europea che è internamente e intrinsecamente
squilibrata da tutti i punti di vista: economico, finanziario, amministrativo,
politico, sociale, culturale. Non mi dilungo sui motivi che avrebbero dovuto
impedire l’introduzione di una moneta unica in Europa, dato che questa regione
non è un’area valutaria ottimale,
ma mi piacerebbe mettere a fuoco le ragioni per cui il Movimento 5 Stelle
continua a tergiversare nella fase del tentennamento ed evita di sostenere con
maggiore convinzione le tesi che riguardano un’eventuale uscita
dell’Italia dall’euro e il ritorno alla sovranità monetaria, più che mai viva
nel paese nonostante le reticenze e il silenzio dei canali ufficiali di
informazione.
La propaganda di regime (non c’è altro modo di definirla visto che con diverse
sfumature e obiettivi tutta la stampa e le televisioni nazionali insistono
sulla linea del pensiero unico neoliberista, dando poco o nessun risalto agli
altri modelli
macroeconomici che potrebbero avere successo in questo preciso periodo storico, primo fra
tutti quello keynesiano) si sta impegnando per mostrare agli italiani i costi collegati ad una possibile
uscita dell’Italia dall’euro, presentandola spesso come un’eventualità tanto
remota quanto assurda, impraticabile e distruttiva nei fatti. Nessuno degli
opinionisti prezzolati ricorda però agli stessi italiani i costi che tutta la cittadinanza ha
dovuto e deve ancora sopportare per continuare a stare in un’unione monetaria
sbagliata,
cominciando con l’aumento degli interessi sul debito pubblico per finire con il
collasso della competitività e del tessuto produttivo nazionale. Ancora meno
sono quei giornalisti o accademici di vario grado che sottolineano i benefici
che una nazione come l’Italia, che a parte le massicce importazioni di petrolio
risulta ancora abbastanza autosufficiente in tutti gli altri settori economici, potrebbe recuperare in fretta con
il ritorno alla sovranità monetaria, la ridefinizione di una politica economica
di ampio respiro e il rilancio delle esportazioni sostenute dai normali cicli
di svalutazione della moneta.
Tuttavia, malgrado il suo originario carattere di
rottura, il Movimento 5 Stelle mostra ancora parecchia timidezza riguardo a
questi temi e il sospetto che la sua roboante apparizione nel panorama politico
italiano sia stata manovrata ad arte da dietro le quinte per canalizzare il dissenso e assopire
la protesta, comincia a
farsi ogni giorno sempre più concreto. Perché il Movimento 5 Stelle, in nome
della sua naturale vocazione anti-sistema, non ha ancora preso una posizione
definitiva contro lo strumento monetario, l’euro, su cui si basa la strategia
di dominio finanziario e di repressione delle masse lavoratrici dell’attuale
sistema? Possibile che con tutti i centri studi, i convegni, i comizi, le
riunioni, le ammirevoli competenze reclutate, gli attivisti del Movimento 5
Stelle non abbiano ancora capito che i politici sono soltanto la punta
dell’iceberg, mentre la vera causa del disastro italiano risiede
nell’inarrestabile cessione di sovranità politica, economica, monetaria
iniziata a partire dal 1979, con l’ingresso dello SME? Sono ciechi, sono sordi, sono
stupidi o cosa altro? Essendo degli abituali frequentatori della rete, i ragazzi avranno sicuramente
letto le decine e
le migliaia di pagine di denuncia, più o meno circostanziate, in cui viene sviscerato l’attuale ferale connubio fra
finanza, politica e informazione che sta alla base del disegno eversivo e
antidemocratico dell’eurozona. Eppure, nonostante ciò, nulla si muove nel
quartier generale del Movimento 5 Stelle. Piste ciclabili, energie rinnovabili,
attacchi alla casta, Rigor Montis, Tremorti, PDL e PDmenoelle, ma sull’euro
poco o nulla.
Certo, l’argomento è spinoso e complesso, ma in tutti
gli altri paesi europei sono nati movimenti analoghi a quello di Grillo se non
maggiori per seguito e diffusione, che sull’euro e l’eurozona hanno le idee
molto più chiare. Mentre
Grillo sembra o fa finta di non capire quali siano gli effetti nefasti
sull’economia di un paese derivanti dall’adozione di una moneta sbagliata a tasso di cambio
fisso, dalla mancanza di una banca centrale, dallacircolazione libera dei
capitali privati e dell’assenza di sostegni finanziari pubblici per compensare gli squilibri
macroeconomici che si sono puntualmente creati all’interno dell’area euro.
Eppure, ripeto, non dovrebbe essere difficile comprendere che adottando una moneta unica privatizzata dalla BCE, lo stato non potrà più agire sulla svalutazione esterna della moneta per recuperare
competitività con l’estero, ma sarà costretto a premere l’acceleratore sulla svalutazione interna dei salari per rendere più
abbordabili i prezzi dei prodotti nazionali.
Non credo che gli ingegneri, gli economisti, gli
umanisti, gli studenti, i semplici attivisti del Movimento 5 Stelle non siano
in grado di capire questo semplice passaggio. La Casaleggio Associati, la società che cura il marketing e
la strategia politica del Movimento 5 Stelle, dovrebbe avere già messo in conto
che la reiterata reticenza sulla questione monetaria e sulle cause profonde
dell’attuale crisi finanziaria (che non si può curare con qualche leggina sulle
transazioni finanziarie, sui derivati o sulle operazioni allo scoperto) creerà
alla lunga disaffezione da parte dell’elettorato consolidato (il quale non è
immune dalla catastrofe incombente) e diffidenza dei curiosi che intendono
avvicinarsi alle ragioni del movimento. Il risultato più prevedibile è che
continuando su questa strada il Movimento 5 Stelle finirà per diventare funzionale e parte integrante del sistema a cui tutti bene o male
vorremmo dare una spallata. La petulante tiritera sul fatto che noi siamo lo stato, lo stato ci appartiene, ipolitici sono nostri
dipendenti dovrebbe essere estesa anche alla moneta, che per ovvia deduzione deve
essere dello stato e dei cittadini, per dare un senso a tutti i bei discorsi
sui beni comuni e conferire concreta razionalità, fattibilità e stabilità al
disastrato scenario economico e politico nazionale che giustamente si vuole
riformare. Senza questa necessaria premessa, ogni denuncia è destinata a cadere nel
vuoto. A
rimbombare nel nulla, perchè se il cittadino ha l'acqua pubblica ma non ha più
i soldi per pagare le tasse, allora prima o dopo, anche lo stato non potrà più
riparare gli acquedotti e sarà costretto a privatizzare. Prospettiva abbastanza
verosimile, a cui si può porre rimedio solamente ridando alla stato la capacità
di creare e di spendere la sua moneta.
Preso atto di questo semplice e lineare sillogismo, è
molto probabile che se nel prossimi giorni (non più mesi o anni, perchè il
cronometro della storia è già partito da un pezzo) il Movimento 5 Stelle
comincerà a prendere di petto con maggiore determinazione tutti gli argomenti
che riguardano l’uscita dall’euro e il ritorno alla sovranità monetaria, potrà recuperare un’altra bella
fetta di consenso fra gli indecisi (compreso il sottoscritto) ed evitare di
ballonzolare nel limbo dell’inconcludenza, della superficialità e
dell’approssimazione, che è il
male che ha decretato e decreterà la fine della classe dirigente attuale. E’
chiaro che ricominciare a gestire la propria moneta di stato comporta una maggiore responsabilizzazione a
tutti livelli dell’amministrazione pubblica, perché le delicate questioni che riguardano la corretta misura e la giusta quantità
di moneta da emettere e da utilizzare nelle varie alternative di spesa pubblica, richiedono precisione chirurgica e
competenza professionale di primissimo ordine.
Ma questa è la sfida più importante e decisiva che
deve affrontare ogni nascente forza politica che intende avere in prospettiva
un ruolo di
guida del paese,
rinunciando alla deprecabile strafottenza di delegare ad altri la gestione degli affari
interni e usando poi questo comodo alibi per nascondere la propria incapacità di governare
efficacemente la nazione (il cosiddetto “vincolo” esterno dell’Unione Europea, tramite
il quale i partititi istituzionali hanno traferito alla schizofrenia della finanza e dei
mercati,
magistralmente foraggiati dalla banca centrale BCE, ciò che un tempo era una prerogativa imprescindibile dei
governi nazionali, lasciando
infine al parlamento l’unico insignificante compito di ratificare direttive
imposte da Bruxelles e far quadrare i conti).
Ma per capire i motivi per cui il Movimento 5 Stelle
dovrebbe appoggiare incondizionatamente scuole di pensiero economiche come la Modern Money Theory MMT e altre correnti affini di stampo keynesiano, che sostengono un maggiore intervento dello stato in economia per stabilizzare i flussi finanziari
altrimenti incastrati nelle logiche speculative di breve periodo degli
investitori finanziari, partiamo innanzitutto dai limiti e dairischi che sono connessi con l’impostazione
pubblica della creazione e della gestione della moneta, analizzando un articolo
pubblicato sul blog Voci dall’Estero in cui l’economista Sergio Cesaratto muove delle critiche costruttive
alla scuola americana sul versante dell’instabilità di cambio della moneta e
del regime degli interessi che potrebbero sorgere in una nazione organizzata
secondo il modello MMT. Vediamo e commentiamo alcuni stralci
dell’articolo.
“L'assenza di una vera banca centrale Europea che garantisca la liquidità dei debiti sovrani Europei ha aggravato la crisi (anche
se non ne è stata la causa), portando a una salita vertiginosa degli spreads
sovrani. Come conseguenza del comportamento carente della BCE, secondo De
Grauwe (2011: 8-10), il debito pubblico della periferia è passato da un basso
ad un elevato livello di rischio, trasformando, a suo dire, una crisi di
liquidità in una crisi di solvibilità. Questo non è del tutto corretto, poiché
sin dall'inizio i problemi della periferia Europea sono apparsi come problemi
di solvibilità, non solo di liquidità, e in effetti sono emersi quando la
liquidità era abbondante e gli spreads sovrani ancora bassi. Secondo Wray e i
suoi compagni MMT questa abbondanza ha solo ritardato il redde rationem
(la resa dei conti…) della carente costituzione monetaria
dell'Eurozona (EZ), visto che essi attribuiscono una rilevanza quasi esclusiva,
nella spiegazione della crisi finanziaria Europea, allarinuncia ad una banca
centrale nazionale sovrana.
In breve, Wray sostiene che, fintanto che un paese
mantiene una moneta sovrana, cioè mantiene il privilegio di effettuare i pagamenti
mediante l'emissione della propria moneta e non promette di riscattare il
debito a un qualsiasi tasso di cambio fisso, o peggio, in valuta estera, allora non può andare in default, e la nazionalità dei titolari del
debito è irrilevante:
"La variabile importante per loro [Reinhart e
Rogoff 2009] è chi detiene il debito sovrano - se creditori interni o esteri - e
il potere relativo di questi elettorati si suppone che sia un fattore
importante nella decisione del governo di dichiarare default (...). Ciò sarebbe
anche legato al fatto che il paese sia un importatore o unesportatore netto. Noi crediamo che sia più utile
classificare il debito pubblico in base alla valuta in cui è denominato, e in base al regime di cambio adottato. ... noi crediamo che il "debito
sovrano" emesso da un paese che abbia adottato un tasso di cambio fluttuante, in valuta non convertibile (nessuna promessa di convertire in
oro o in una valuta estera a cui sia ancorato il cambio), non corra il rischio di insolvenza. E questa la chiamiamo moneta sovrana, emessa da un governo sovrano. Un
governo sovrano serve il suo debito – che sia detenuto da stranieri o
all'interno del paese – e lo fa esattamente in questo modo: accreditando i conti bancari. ... [È infatti] irrilevante per le
questioni di solvibilità e dei tassi di interesse se ci sono acquirenti per i
titoli di Stato e se le obbligazioni sono di proprietà di cittadini nazionali o
di stranieri "(Nersisyan e Wray 2010: 12-14)..
Benché sia certamente corretto sostenere che quando un tasso di cambio fisso porta ad un deficit delle partite correnti (CA) un paese è esposto ad "arresti improvvisi" nei flussi di capitali, e il tasso di interesse più elevato necessario ad evitare la fuga dei capitali e a mantenere la parità potrà peggiorare gli squilibri interni ed esteri, Wray sembra avere una visione diversa: per lui gli squilibri delle partite correnti sono irrilevanti:
"Un paese può mantenere un deficit delle partite correnti fino a quando il resto del mondo è disposto ad accumulare i suoi certificati
di debito. Il surplus nel conto finanziario del
paese "bilancia" il deficit delle partite correnti .... Possiamo anche vedere il
disavanzo delle partite correnti come la risultante del desiderio del resto del
mondo di accumulare risparmio netto sotto forma di crediti nei confronti del
paese ".
Cioè, ogni paese con una valuta pienamente sovrana e
nessuna promessa di convertibilità ad un tasso di cambio prefissato può
confidare su un credito estero illimitato. Ma per la maggior parte dei paesi,
la mancanza di una promessa di convertibilità ad un tasso di cambio dato
rappresenta proprio il caso in cui non sarà possibile ottenere credito estero
(a buon mercato). Infatti, è proprio con la promessa di una convertibilità
alla-pari che ipaesi periferici sono in grado di finanziare a basso costo i loro
disavanzi delle partite correnti. Questo, naturalmente, crea spesso problemi
futuri, ma certamente un tasso di cambio fluttuante scoraggerebbe i prestiti
esteri a buon mercato. Si può anche dire che una politica del tasso di cambio
competitivo (reale) è proprio ciò di cui i paesi periferici hanno bisogno,
posizione largamente condivisa dagli economisti dello sviluppo al giorno
d'oggi, non da ultimo perché non favorisce una crescita fittizia guidata dai
prestiti esteri.”
Come abbiamo detto più volte e come sottolineato dallo
stesso Cesaratto, la possibilità di avere persistenti deficit delle partite
correnti con l’estero (sia denominato in valuta nazionale che in valuta estera) è uno dei maggiori limiti delle monete sovrane, che alla lunga potrebbe portare ad instabilità di cambio e ad un’eccessiva svalutazione della
moneta stessa, con la
quale non sarebbe più possibile o lo sarebbe a prezzi elevatissimi importare
prodotti dall’estero. Tuttavia il fine principale di una partecipazione più attiva dello
stato in economiadovrebbe
essere proprio quello di incentivare tutto ciò che si può produrre in casa, limitando le importazioni ai
prodotti e alle materie prime che in patria non è possibile o conveniente
produrre o estrarre. Come abbiamo visto con le esperienze del recente passato,
come il dirigismo francese del dopoguerra,
lo stato non solo dovrebbe monitorare costantemente la bilancia commerciale con
l’estero ma dovrebbe avere un’agenzia operante sul territorio capace di
analizzare con precisione quali sono le principali abitudini di domanda e di
consumo di prodotti esteri dei propri cittadini e indirizzare con finanziamenti
e agevolazioni mirate lo sviluppo di professionalità capaci di produrre entro i
propri confini quel tipo di beni e servizi. Quale dovrebbe essere altrimenti lo
scopo della presenza ingombrante dello stato nell’economia?
E’ ovvio che fare questi discorsi in un periodo in cui
vige il dogma del neoliberismo sfrenato, della globalizzazione selvaggia
degli scambi di capitali e merci e la regola divina (dimostratasi inefficace e
catastrofica nella realtà) di demandare tutto (ma proprio tutto, compresi i
diritti umani) alle decisioni insindacabili dei mercati riducendo lo stato a
semplice intermediario passivo di carattere burocratico e amministrativo, possa
risultareun’eresia bella e buona, capace di scatenare l’ira di tutti i
propagandisti di regime allineati al pensiero unico. Ma è bene sottolineare che
l’impronta dirigista dello stato sovrano in economia non dovrebbe essere intesa
nell’ottica di aprire guerre commerciali con l’estero o di ripristinare
politiche protezionistiche o barriere doganali, quanto nella pretesa legittima di razionalizzare
gli scambi in modo da minimizzare al massimo i flussi superflui di beni e
servizi. Cosa a cui
dovrebbero mostrarsi molto sensibili tutti gli attivisti del Movimento 5
Stelle, dato che lo stesso Beppe Grillo ha denunciato più volte con il solito
sarcasmo l’assurdità di trasportare una bottiglia d’acqua minerale dalla
Francia all’Italia o viceversa dall’Italia alla Francia, quando questi paesi
potrebbero tranquillamente dissetarsi bevendo la propria acqua, con minori
consumi di carburante ed emissioni inquinanti nell’ambiente. Fra l’altro nello
stesso programma del Movimento 5 Stelle sono riportati i seguenti due punti:
ü Impedire lo
smantellamento delle industrie alimentari e manifatturiere con un prevalente
mercato interno
ü Favorire le produzioni locali
Come abbiamo già evidenziato in un precedente articolo, Beppe
Grillo dovrebbe specificare innanzitutto a quale entità spetterebbe il compito di prendersi
cura e portare avanti questi progetti. Lo stato? Il libero mercato? La
politica? I comuni cittadini tramite il passaparola? E’ chiaro che senza un’impostazione
dirigista e assistenzialista nessuna produzione locale potrebbe alla lunga
competere con analoghe produzioni estere, senza prevedere progressive riduzioni
di salario dei lavoratori per tenere il passo con i prezzi artificialmente
bassi di paesi dove i lavoratori vengono brutalmente sfruttati fino allo
schiavismo legalizzato. Senza il pieno controllo della politica economica e
monetaria, che consente allo stato di non avere vincoli sulla spesa pubblica
per potere finanziare le proprie aziende nazionali e consentire un abbattimento
della pressione fiscale, è chiaro che tutto il sistema della piccola e media
azienda è destinato a sparire o ad essere inglobato dai grandi gruppi
multinazionali. Quindi lo stato dovrebbe avere un ruolo centrale nella
strategia economica del Movimento 5 Stelle, o almeno così pare.
Fra l’altro non sono ancora chiari quali fondi vorrebbe utilizzare Grillo per finanziare
le industrie alimentari e manifatturiere locali, senza rimettere in discussione
l’anomalo modo in cui gli stati dell’eurozona sono costretti a recuperare a
debito capitali nei mercati finanziari internazionali: vuole continuare ad indebitarsi
collocando titoli di stato? Vuole aumentare le tasse per limare i risparmi degli
italiani? Anche qui la soluzione più logica e immediata del ritorno alla sovranità
monetaria e ad una maggiore autonomia di spesa dello stato dovrebbe essere la
strada preferenziale da percorrere per tutti i sostenitori del Movimento 5
Stelle, che altrimenti rimarrebbero incastrati negli stessi errori che hanno
portato all’attuale distruzione del tessuto produttivo italiano, causati
principalmente dalla cessione della sovranità monetaria alla BCE e
dall’impossibilità di ricorrere alla svalutazione naturale della moneta per
fronteggiare crisi di competitività con l’estero.
Quindi fra il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo e la
teoria economica MMT fino ad adesso abbiamo trovato molti più punti di contatto che di
scontro. Se
entriamo nello specifico del caso italiano, sappiamo che la bilancia commerciale che misura gli scambi di beni e
servizi con l’estero è pressoché in pareggio (a febbraio il passivo era di soli
1113 milioni di euro, guarda grafico sotto, dove vengono confrontate le bilance
commerciali di Italia e Spagna), mentre il saldo negativo delle nostre partite
correnti è dovuto principalmente all’aumento degli interessi sul capitale e dei
profitti che dobbiamo corrispondere agli investitori stranieri. Il debito estero quindi serve in
primo luogo a coprire passività finanziarie pubbliche (i titoli di stato) e
private che l’Italia ha contratto in questi ultimi anni con le controparti
straniere, mentre nulla è dovuto per finanziare eventuali squilibri della
bilancia commerciale. Da questo punto di vista siamo in una botte di ferro e
anche qui, il definitivo ritorno alla sovranità monetaria e il pieno controllo
del regime di interessi applicato sui titoli di stato, accompagnato da una
necessaria rinegoziazione del debito pregresso, dovrebbero essere le soluzioni
più convincenti per risolvere gran parte dei nostri guai.
Nel giro di pochi anni potremmo riportare il saldo
complessivo delle partite correnti (bilancia commerciale più i redditi da
capitale e da lavoro) in pareggio, perché i maggiori costi per interessi sui
titoli di stato pagati per fronteggiare un eventuale aumento dell’inflazione
(non certo ed automatico, perché non c’è nessuna correlazione diretta fra
svalutazione ed inflazione) verrebbero compensati dal miglioramento previsto
delle esportazioni collegate all’iniziale svalutazione della moneta, in un circolo virtuoso che finirebbe poi
per ridurre sia l’inflazione che la svalutazione. Il problema giustamente
evidenziato da Cesaratto, qui da noi in Italia, non dovrebbe quindi
manifestarsi, fermo restando il fatto però che il problema esiste e rappresenta
una minaccia costante per tutti quei paesi sovrani che presentano deficit
persistenti nelle partite correnti con l’estero e un tasso di indebitamento
estero crescente.
Malgrado Wray non abbia mai detto che un governo
sovrano ha un credito estero illimitato (ha posto invece un limite nella
possibilità di coprire il debito estero con il debito pubblico fino a quando il
mondo è disposto a detenere titoli di credito nazionali: un’evidenza logica più
che una congettura), il pericolo non è soltanto il debito estero denominato in valuta
straniera di cui lo stato non avrà mai alcun controllo e potrà rimarginare soltanto
alzando i tassi di interessi per assicurare l’arrivo di nuovi capitali
stranieri e la copertura del debito cumulato, senza risolvere alla radice l’origine
del problema. Ma risulta problematica anche quella parte di debito estero denominato in valuta
nazionale che per quanto sempre rimborsabile (basta un semplice clic di un computer
della banca centrale) alla lunga potrebbe portare ad un’eccessiva svalutazione della moneta sovrana, dato che gli
investitori potrebbero un giorno rinunciare al rinnovo dei titoli di debito
nazionale in loro possesso e richiedere il rimborso immediato, portando poi al
cambio l’importo di moneta ricevuta e degradandone in breve tempo il valore sul
mercato dei cambi valutari.
A questo punto bisognerebbe immaginare due scenari possibili: 1) la svalutazione migliora le esportazioniriequilibrando le partite correnti
prima in deficit ed apprezzando nuovamente la moneta 2) la svalutazione non migliora le esportazioni perché non esiste più domanda dei
prodotti nazionali all’estero o la capacità produttiva della nazione è a regime
(piena occupazione, completo sfruttamento dell’innovazione tecnologica
disponibile). In questa seconda ipotesi i problemi del paese cha adotta una
moneta sovrana in regime di cambio flessibile comincerebbero a diventare seri,
perché le importazioni potrebbero avvenire a prezzi sempre più alti fino ad
arrivare al limite in cui non si troverà più nessuno disposto a vendere i suoi
prodotti prezzati in valuta nazionale senza la garanzia di un cambio fisso con una moneta
straniera più stabile. Questo è
un rischio che esiste ed è concreto soprattutto per i paesi emergenti e in via di sviluppo, mentre risulta molto minore per i
paesi più sviluppati (come l’Italia) che possono ancora contare su un‘ampia capacità produttiva non sfruttata e su una notevole diversificazione della
propria offerta di beni e servizi, da piazzare all’estero.
Ma questo è anche il nodo principale di tutta la
questione, che dovrebbe essere compreso appieno da tutti coloro che invocano
con eccessiva superficialità il ritorno alla sovranità monetaria come soluzione ad
ogni male e problema del mondo. Non è proprio così e non sarà mai così, perchè la moneta non è un fine ma un mezzo
di scambio e come qualunque strumento, la sua efficacia dipende
dall’utilizzo. In altre parole, la moneta non può mai sostituirsi da sola alle
inefficienze di un’economia o alla mancanza cronica di materie prime: se un
paese è povero di risorse umane e materiali, non potrà mai arricchirsi
stampando moneta. Nessuno stato gode di credito illimitato da parte del resto
del mondo (tranne gli Stati Uniti che stanno però cominciando a pagare oggi
questo loro eccesso di presunzione) e non si può vivere all’infinito al di
sopra delle proprie possibilità puntando sulle caleidoscopiche magie del debito
o sulle capacità taumaturgiche della moneta. Da che mondo e mondo, le cose
funzionano diversamente e il brusco risveglio seguito alla crisi finanziaria ci
ha finalmente costretto a riaprire gli occhi su questa realtà.
Tuttavia un paese guidato da una classe dirigente illuminata potrà utilizzare la sua moneta
sovrana, stampata dal nulla senza necessità di indebitarsi con nessuno, per
ridurre e rendere meno gravi e dispendiose le inefficienze strutturali di una
nazione, sfruttando in modo completo, sostenibile e razionale tutte le risorse
messe a disposizione dal territorio e dalla propria forza lavoro. E ritorniamo
così al Movimento 5 Stelle, i cui giovani attivisti si presentano spesso agli
elettori come i pionieri di una nuova classe dirigente illuminata in Italia.
Questi ragazzi spesso molto qualificati e titolati si sentono davvero così
illuminati da prendersi in mano la gestione di una moneta sovrana? Si sentono
davvero così razionali e capaci da ristrutturare un’economia fatta a pezzi
dall’irrazionalità e incompetenza dalla precedente classe dirigente? Si sentono
davvero così responsabili da colmare il vuoto di responsabilità lasciato dai
loro inqualificabili predecessori?
Se i ragazzi non si sentono pronti per affrontare
queste importanti e decisive sfide per l’Italia, è meglio che continuino a
coltivarsi bene la loro nicchia di architetti di piste ciclabili e ingegneri di
celle fotovoltaiche, perché il loro contributo al riscatto di questo paese sarà
sempre limitato, parziale e provvisorio, dato che oggi il problema principale dell’Italia da
cui dipende la sorte di noi tutti è la questione monetaria, l’euro, laraccapricciante costruzione
dell’eurozona da cui presto o tardi, in mancanza di stravolgimenti epocali nei trattati
di funzionamento dell’Unione Europea, tutti i paesi saranno costretti ad
uscire. Quindi un giorno o l’altro, volente o nolente, il Movimento 5 Stelle
dovrà pronunciarsi con nettezza su tali questioni e decidere quale sarà il suo collocamento ideale nello scacchiere: la sovranità monetaria e un
approccio economico di tipo MMT, che comporta un aggravio di responsabilità e
applicazione, oppure la riproposizione di un altro pastrocchio monetario simile
a quello attuale, che sicuramente nel breve periodo consentirà una maggiore
spensieratezza spostando in avanti il momento della verità, ma con cui
bisognerà prima o dopo fare i conti, raccogliendo i cocci dell’ennesimo
fallimento e ripercorrendo le tappe del disastro che ci hanno portato fino a
qui.
Se non credono ai moniti di tutti i principali
economisti mondiali che da sempre giudicano l’eurozona come un progetto
impossibile e irrealizzabile e ricordano la vecchia ma inossidabile regola di “una
nazione, una moneta”, gli attivisti del Movimento 5 Stelle dovrebbero
chiedersi continuamente e consultarsi insieme sui modi in cui intendono trovare
copertura finanziaria ai loro investimenti e ambiziosi progetti: nell’eurozona
ne esistono essenzialmente tre, “indebitarsi con i mercati”, “tassare
ad oltranza i propri cittadini”, “inseguire la crescita economica
tramite l’aumento delle esportazioni”, nel resto del mondo invece ne esiste
anche un altro, “stampare moneta” per fini utili, sociali, di interesse
collettivo e per rilanciare contemporaneamente sia la domanda e l’offerta interna
che un equilibrato e proficuo scambio commerciale con l’estero. Da che parte stanno i grillini? Stanno dalla parte della
presidentessa dell’Argentina Cristina Kirchner oppure della cancelliera tedesca Angela Merkel? Credono che la ricchezza di un
paese debba principalmente fondarsi sulla domanda e la produzione interna o
sostengono pure loro le furibonde guerre commerciali fra gli stati per
accaparrarsi fette di mercato internazionale?
Il momento della verità si sta avvicinando a grandi passi, basta anche solo
ascoltare e leggere fra le righe un qualsiasi giornale di regime per capirlo, e
rimanere ancora a ballonzolare allegramente nel baratro crogiolandosi con le
acrobazie verbali, i motti di spirito e i divertenti attacchi alla casta di
Beppe Grillo, non aiuterà di certo ad aumentare la credibilità e la serietà del movimento agli occhi degli indecisi, dei disaffezionati e degli astenutidalla politica. A meno che i ragazzi
non vogliano un giorno invecchiare ritrovandosi nella stessa sgradevole posizione
di Prodi, D’Alema, Veltroni, Bersani e di tutti gli europeisti italiani, la cui
unica strada rimasta per giustificare tutti i loro precedenti errori di
valutazione, la leggerezza e la malafede, è quella di perseverare ostinatamente
nei loro errori. La strategia di arricchirsi senza fare nulla, lasciando che siano altri, i
banchieri, le commissioni europee varie, il bundestag, a prendere le più
importanti scelte di politica sociale, economica, monetaria e gravando soltanto
sulle spalle dei lavoratori il privilegio di avere una ricchezza denominata in
moneta forte, non poteva portare troppo lontano ed è stata inevitabilmente
scoperta e messa a nudo. Il Movimento 5 Stelle vuole percorrere la stessa
strada?
Sottolineando ancora una volta come il programma di razionalizzazione degli
scambi commerciali internazionali e i progetti di difesa del tessuto produttivo nazionale del Movimento 5 Stelle coincidono
punto per punto con tutte le proposte delle innumerevoli correnti economiche
distanti dal pensiero unico neoliberista e della Modern Money Theory MMT in
particolare, il cui unico obiettivo comune è quello di riportare l’economia al suo naturale ruolo di
strumento razionale al servizio dell’uomo, rinnovo la speranza di vedere un giorno il Movimento
5 Stelle percorrere questa stessa strada, facendosi promotore e centro
unificante di un vero, rivoluzionario modo di intendere la politica,
l’economia, la scienza, e le infinite connessioni che esistono fra queste
discipline.
Concludo riportando la parte finale dell’interessante
articolo di Cesaratto, dove viene magistralmente spiegato come un deficit delle
partite correnti può essere coperto con il debito pubblico e la moneta fiat
soltanto quando la moneta nazionale ha il privilegio di essere una valuta di riserva internazionale, come il dollaro, e non corre il rischio di
svalutarsi per un eccesso di cambio, riassumendo poi tutti i necessari ma ormai
quasi impraticabili cambiamenti istituzionali che deve affrontare l’eurozona se
non vuole sprofondare nell’abisso, nell’anarchia e nella polverizzazione di
tutti gli attuali accordi e trattati di unione coatta e insostenibile.
“Wray (2001) altrove ammette che il
dettaglio insignificante che ogni Stato “può incorrere in deficit di bilancio
che contribuiscono ad alimentare deficit di partite correnti senza
preoccuparsi dell’insolvenza dei conti nazionali o dei conti pubblici” si
applica, infatti, solamente agli Stati Uniti: “Esattamente perché il resto del
mondo vuole Dollari. Ma di certo questo non può essere
vero per ogni paese. Attualmente il Dollaro statunitense è la valuta di
riserva a livello internazionale – il che fa degli Stati Uniti un
paese speciale. … le due ragioni principali per le quali gli Stati Uniti
possono realizzare persistenti deficit di partite correnti sono: a)
praticamente tutto il suo debito detenuto all’estero è in Dollari; e b) la domanda estera di asset denominati
in Dollari è elevata – per una serie di ragioni.” Il principale motivo sembra essere che gli
Stati Uniti emettono la principale valuta di riserva e tu emetti una passività
(per così dire, è fiat money) pienamente accettata a livello internazionale
anche senza la promessa di convertirla in qualcos’altro. Dunque, ciò che dice
Wray, “con una moneta sovrana debito pubblico e deficit di partite
correnti non sono un problema”, si applica solo agli Stati Uniti.
Con i tassi di cambio fissi, non è tanto la promessa
di riscattare il debito a un tasso di cambio fisso o in valuta estera che crea
problemi. Non sarebbe un problema per i paesi in surplus di partite correnti,
per esempio. Il problema è che i tassi di cambio fissi portano i paesi della
periferia a deficit delle partite correnti, alla paura della
svalutazione, di tassi d’interessi insostenibili, di “improvvisi
arresti dei flussi di capitali” ecc. Si tenga presente che gli
squilibri europei inizialmente sono cresciuti con una BCE che seguiva una
politica di bassi tassi d’interesse, che assieme alla liberalizzazione
finanziaria e alla fine del rischio di svalutazione, hanno portato alle bolle
nella periferia e infine agli squilibri. Questo non significa che il ruolo di una Banca Centrale Sovrana (BCS) non sia rilevante: esattamente
l’opposto. Nell’ultimo periodo la BCE avrebbe dovuto e potuto agire per evitare
l’aumento dello spread sui titoli, ma non avrebbe potuto evitare la serie
precedente di eventi.
Si potrebbe aggiungere che con la corretta
impostazione da un punto di vista istituzionale, l’Eurozona potrebbe essere un
perfetto paese in stile USA-MMT. Con il pieno sostegno della BCE gli squilibri
finanziari infra-europei sarebbero perfettamente sostenibili per una regione
che ha i conti con l’estero in pareggio e che, quel che più conta,
emette una valuta internazionale. Il cambiamento istituzionale necessario
all’Eurozona per diventare simile agli Stati Uniti include il
trasferimento ad un governo federale (per evitare una situazione di moral hazard) di una
parte cospicua di debito pubblico assieme a molte funzioni del bilancio statale, mentre gli Stati nazionali
funzionerebbero come gli Stati Americani.
La politica monetaria dovrebbe cooperare con la politica di bilancio per perseguire politiche di piena occupazione e, in subordine, di stabilità dei prezzi. I trasferimenti federali da zone dinamiche verso zone in
difficoltà dovrebbero aumentare notevolmente mentre uno standard minimo nei diritti di
welfare dovrebbe essere riconosciuto universalmente a tutti i cittadini Europei.
Dovrebbero essere incentivati gli investimenti diretti infra-eurozona e la mobilità del lavoro. In realtà i patti fiscali furono
già introdotti nei trattati di Maastricht (1992) e Amsterdam (1997), nei quali
la periferia Europea si è impegnata nella disciplina di bilancio in
cambio della credibilità tedesca in tema di inflazione e di bassi tassi
d’interesse. Come l’esperienza successiva ha dimostrato, i problemi non sono stati prodotti da
indisciplina fiscale. Parte dei
problemi deriva sicuramente da una finanza deregolamentata. A livello Europeo e nazionale, le
risorse finanziarie dovrebbero pertanto essere nuovamente
regolamentate per sostenere gli investimenti pubblici, sociali e
ambientali piuttosto che bolle immobiliari o consumi eccessivi. Banche
d’investimento pubbliche o semi-pubbliche dovrebbero essere utilizzate a
entrambi i livelli per questo scopo. Sia come sia, nel momento in cui
scrivo, questo progetto sembra ancora troppo azzardato per l’Europa reale,
un gruppo di Stati indipendenti. In mancanza di una
completa unificazione istituzionale, anche una politica monetaria e di
bilancio attiva a livello Europeo, in particolare nei paesi in surplus, andrebbe
ovviamente nella direzione di una soluzione.”

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