spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

domenica 2 marzo 2014

IL PD E' UN PARTITO O UNA CASERMA?

Governo Renzi: cari malpancisti, scendete dal treno Pd



Cari malpancisti del Pd, da brava crocerossina devo abbandonare al loro destino i casi disperati (tipo Letta), somministrare Maalox ai meno gravi, e concentrarmi sulle vie di mezzo, quelli a rischio ulcera. Tre su tutti: Pippo CivatiStefano Fassina e Miguel Gotor. Accomunati da percorsi di studio di tutto rispetto (filosofia, economia e storia), dal fresco ingresso in Parlamento e dall’avversione verso Renzi. Dovete sapere che la bile (malcelata) fa parecchi danni. Non dico di tornare ai vostri studi, maperché almeno non tornate alle vostre idee?
Lei, Civati, a dispetto dell’anagrafe, è stato il primo rottamato di Renzi. Partì con lui dalla Stazione Leopolda nel 2010, ma è sceso alla prima fermata. Ha poi preso altri treni, rimanendo però, per protesta, sempre sulla scaletta: non ha votato la fiducia a Letta ma ha votato il resto, ha promesso di “vendicare” Prodi ma non ha mai fatto i nomi dei 101 che l’hanno impallinato, dopodiché è stato ri-rottamato alle primarie da segretario e, ora che Renzi è arrivato con l’alta velocità a Palazzo Chigi, gli dice “Matteo sbagli, ma ti voto”. Non vorrei che a forza di stare mezzo dentro e mezzo fuori si surgelasse o, peggio, si spettinasse il ciuffo.
A lei, Fassina, ho già scritto quando si dimise da viceministro proprio in polemica con Renzi. Ora – ma come fa? – gli vota la fiducia, però “non in bianco” e non senza puntare il dito scandalizzato contro il conflitto d’interessi della ministra Guidi. Strano, mi pareva di ricordare che lei fosse al governo con il re degli interessi Berlusconi.
Stessa critica alla Guidi mossa da lei, caro Gotor, che aggiunge che il governo nasce sotto “la manina di Berlusconi”, che il discorso di Renzi ha “pochi contenuti”, “tutti titoli”, e il sindaco d’Italia è “come De Mita”. Dopo questa gragnuola eccola, tutto d’un pezzo, votare la fiducia. Naturalmente per “disciplina di partito”. Ma è un partito o una caserma?
C’è licenza di uccidere un premier ma non di votare liberamente (e poi sono altri gli antidemocratici …)? Perché vi ostinate a starci dentro? Speranza di inciampi renziani per tornare in auge, banale interesse poltronistico o masochismo? Guardate il centrodestra: hanno un partito per ogni leader, sono alla maggioranza e all’opposizione, dicono tutto e il contrario di tutto, così possono conquistare tutti gli elettori possibili. Tanto poi alle elezioni saranno uniti. Voi invece avete una pletora di leader (di vario cabotaggio) nello stesso partito, siete centripeti invece che centrifughi: una galassia interna che gira, gira, le fa girare a voi e pure ai vostri elettori, che non sanno più se siete di destra, di centro o di sinistra.
Perché non scendete finalmente dal treno lanciato verso non si sa dove? (Mica vorrete pure voi “Cambiargli verso” come Renzi, no?). Incontrereste molti delusi sulla vostra strada, evitereste accuse di opportunismo e ci guadagnereste in credibilità, coerenza e dignità. Vi sembra poco? Un cordiale saluto.
fonte: ilfattoquotidiano.it

LA GRANDE BELLEZZA, UNA VISIONE FELLINIANA DI SORRENTINO DI UNA DECADENTE E CORROTTA CAPITALE

Oscar 2014, attesa per La Grande Bellezza. A Roma allestiti anche maxischermi

Il premio manca all'Italia da La vita è bella di Benigni (1999). Ci si augura brindare nella capitale e a Los Angeles fioccano gli scongiuri della triade Sorrentino, Toni Servillo e Nicola Giuliano (produttore). La quota che i bookmakers riservano alla vittoria della pellicola del regista napoletano è 1,20 con l'opera danese Il sospetto seconda a 4,00

La grande bellezza
Ovvio, gli Academy Awards non si esauriscono nel Best Foreign Language Film: frenesia, pronostici, cabala prendono di mira soprattutto la categoria principe, quella del miglior film. Secondo i bookie, non c’è storia: il dramma di Steve McQueen 12 anni schiavo è bancato a 1,20 (a fare il tifo è anche Obama), mentre il thriller spaziale Gravity (4,50) si gioca l’argento con il truffaldino American Hustle (15,00). Fermi a 100 Captain Phillips, Her, Philomena e Nebraska, messi male sono pure The Wolf of Wall Street(35,00) e Dallas Buyers Club (40,00). Questo per la serie “Scommettiamo che…”, ma i matematici sono di diverso avviso: incrociando premi, candidature, punteggi critici e dati storici, lo studioso di Harvard Ben Zauzmer dà a Gravity il 48% di chance, contro il 17 di Hustle e il 15 dello Schiavo. Attenzione, il suo sistema ci becca: 75% di previsioni a bersaglio nel 2012, 81 l’anno scorso.
E gli attori? L’ombra della pedofilia su Woody Allen non inficia la sua Blue JasmineCate Blanchett è data per sicura trionfatrice tra le protagoniste, alla faccia della Signora Oscar Meryl Streep (3 statuette e 15 nomination in carriera) e Dame Judi Dench. Tra i maschietti, dicono i bookie, il deperito Matthew McConaughey di Dallas Buyers Club stacca l’avido Lupo DiCaprio con 1,12 contro 4,75: “vinca il migliore” , una volta tanto, non spariglia. Eppure, tra i talents c’è chi ha già vinto, almeno in cassaforte: sommando cachet (20 milioni) e percentuale sugli incassi sala, homevideo e altri sfruttamenti, l’astronauta Sandra Bullock porterà a casa per Gravity 70 milioni di dollari. Tra le protagoniste, Sandra non ha chance, ma vuoi mettere: la statuetta costa solo 295 dollari…
Quanto ai Directors, a Little Italy di NY scatta il brindisi preventivo: mai nessuno come Marty. Con la nomination per la regia di The Wolf of Wall Street, Scorsese diventa il regista vivente con maggior numero di candidature (8) in questa categoria, lasciandosi alle spalle gli “avversari” Allen e Spielberg entrambi con 7 nom. Al suo attivo, però, Martin gode di una sola vittoria, ottenuta nel 2006 per The Departed su un totale di 12 candidature raccolte in carriera anche in altre categorie. Purtroppo per il “lupo” di New York, i bookmaker lo cassano a questo giro, privilegiandogli il 52enne messicano Alfonso Cuaròn che – alla sua prima candidatura da regista, ma alla sesta in carriera – “gravita” in odore di Oscar. Sfavoriti dunque anche gli altri contendenti: Alexander Payne (Nebraska), Steve McQueen e anche il prolifico David O’Russell(American Hustle). Questi non solo è alla sua terza nomination per la regia, ma vanta la curiosità diesservistatocandidatoindueedizioni consecutive: quest’anno e lo scorso per Il lato positivo. Statuette? Manco l’ombra.
Per fortuna non di soli premi, business, aneddoti e statistiche. La Notte degli Oscar sopravvive anche e soprattutto in quanto mito di un Sogno collettivo. Come quello del continente Africa che superando l’“Obama trend” si impone quest’anno di due candidati: dalla Somalia Brakhab Abdi concorre da attore non protagonista per Captain Phillips e dall’Egitto la regista Jehane Noujaim si propone per il documentarioThe Square. Mai come negli ultimi anni assistiamo a una Hollywood che “spiazza”, annusando riconoscimenti nei territori del pericolo, della censura, della clandestinità. Abdi è un 28enne di Mogadiscio che dal 1999 si trova in Usa da esule politico, sfuggendo al conflitto somalo: di professione fa il commesso. Noujaim ha studiato a Harvard, ma è tornata a Il Cairo per girare il film reputato in Egitto “testimonianza di un popolo” e che le autorità locali hanno vietato nelle sale.
Celebrare gli Oscar è anche questo: sollecitare futuri possibili come ricordare memorie indelebili. In questo senso sarà difficile non prevedere domani notte una standing ovation quando il momento In Memoriam evocherà il nome di Philip Seymour Hoffman, triplice candidato e una volta vincitore. Scavando nelle curiosità, emerge che nel 2006 l’attore recentemente scomparso vinse da protagonista (Truman Capote – A sangue freddo) candidandosi insieme – tra gli altri – a Heath Ledger in corsa per Brokeback Mountain. Nel 2009 si ritrovarono ancora nominati insieme come non protagonisti: questa volta la spuntò Ledger come magnifico Joker de Il cavaliere oscuro. Ma l’attore australiano non ritirò mai il suo Oscar, un’overdose se l’era già portato via. Heath & Philip, due destini comuni per un Sogno spezzato. 
Da Il Fatto Quotidiano del 1° marzo 2014

sabato 1 marzo 2014

SONDAGGI, LE PURGHE PENALIZZANO I 5 STELLE

Espulsione dissidenti: perché la crisi nel M5S è una buona notizia




Io sono un sostenitore della gerarchia. Ho lavorato per 40 anni in una Procura della Repubblica e molti problemi arrivavano dalla resistenza dei Sostituti ad accettare gli ordini dei capi, soprattutto in tema di organizzazione ma, talvolta, anche di gestione delle indagini. Siamo autonomi e indipendenti – dicevano – lo ha stabilito la Costituzione; che in buona sostanza voleva dire: facciamo quello che ci pare.
Anche io ho ragionato così per un 25 anni, tutto il tempo in cui sono stato Sostituto Procuratore. Quando sono diventato Procuratore Capo ho capito che era una stupidaggine: nessuna struttura, pubblica o privata, può funzionare senza un’organizzazione che disciplini tempi e metodi di lavoro; e il ruolo del capo consiste, anche, nell’evitare che chi vi lavora faccia cose sbagliate. Se non vi sta bene – questo dicevo ai miei Sostituti – cercatevi un’altra Procura. Poi, può anche succedere che il Capo sia un venduto o un incapace e allora lo denunciate e rendete un servizio alla collettività. Non mi hanno mai denunciato e nemmeno se ne sono andati, ma la guerra hanno continuato a farla; io ho resistito e c’è stata pace armata.
Racconto tutto questo per spiegare perché – secondo me – Grillo ha ragione. Il partito è suo; ma proprio suo, niente di democratico come elezioni, segreterie, probiviri, comitati di presidenza etc. Non a caso tutti li chiamano grillini: è una realtà percepita da tutti; senza Grillo il M5S non esisterebbe. Lui ha un suo programma; io non capisco quale sia e sospetto che non lo capiscano nemmeno i grillini, ma comunque i suoi parlamentari stanno lì per fare quello che gli dice il Capo. E chi non è d’accordo, fuori. Se ne vadano o, visto che lo posso fare (a differenza di un Procuratore della Repubblica), vi caccio. È vero, Grillo dice che non è lui a cacciarli, è la Rete. Ma siccome la Rete è un gregge senza testa dove non contano argomenti, cultura, professionalità ma (come in Tv) demagogia e presunzione, è ovvio che i 20.000 che hanno urlato che i dissidenti dovevano essere cacciati non hanno espresso un’opinione ma un’adesione fideistica alla volontà del Capo.
C’è poco da scandalizzarsi, comunque: la “disciplina di partito” è regola comune in politica; perché tutti sanno benissimo che ci possono essere forti contrasti interni ma, alla fine, la lotta con gli altri partiti impone un fronte comune. In caso contrario si perde e – in breve tempo – si sparisce.
Detto questo l’espulsione è – a mio parere – un fatto molto positivo. A essa ha fatto seguito il malessere di altri dissidenti che – pare – sfocerà in dimissioni. Se questo malessere si estenderà; se aumenteranno di numero i parlamentari M5S dotati di cultura e preparazione professionale e dunque intolleranti di un populismo che può solo sostituire alla corruzione della precedente classe politica l’impreparazione e la superficialità dei nuovi arrivati; se si costituirà un nuovo soggetto politico caratterizzato dall’unica caratteristica positiva del partito fondato da Grillo, la lotta al malaffare e al conflitto di interessi della politica; se questo nuovo soggetto politico avrà anche le qualità che nel M5S sono drammaticamente assenti: responsabilità, realismo, cultura politica e istituzionale; se tutto questo davvero succederà; avremo finalmente un’alternativa.
Il Fatto Quotidiano, 28 febbraio 2014

F. PENATI, SOLO UN PROBLEMA DI COERENZA

Tangenti Sesto, Cassazione conferma la prescrizione per Filippo Penati

All’ex numero uno della Provincia di Milano era stato imputato un presunto giro di mazzette legate alla riqualificazione delle ex aree industriali Falck e Marelli, tangenti incassate - in base all’accusa - all’epoca in cui era il sindaco di Sesto San Giovanni in cambio della concessione di permessi edilizi sui terreni



E’ caduta la coltre della prescrizione sulle accuse più pesanti nei confronti di Filippo Penati mosse in uno dei filoni dell’inchiesta sulle tangenti del cosiddetto “Sistema Sesto“. Il non luogo a procedere per prescrizione nei confronti dell’esponente del Pd è diventato definitivo con il sigillo della Cassazione, nonostante lo stesso Penati avesse presentato ricorso – al fine di essere giudicato nel processo – contro lasentenza del 22 maggio scorso del tribunale dei Monza, che lo proscioglieva. All’ex numero uno della Provincia di Milano era stato imputato un presunto giro di mazzette legate alla riqualificazione delle ex aree industriali Falck e Marelli, tangenti incassate – in base all’accusa – all’epoca in cui era il sindaco di Sesto San Giovanni in cambio della concessione di permessi edilizi sui terreni.
L’intervenuta modifica legislativa della legge anti corruzione aveva accorciato i termini di prescrizione per il reato di concussione e il tribunale in mancanza di un atto formale di rinuncia da parte dell’imputato, aveva dichiarato l’estinzione del reato. Una decisione quella di Monza con la quale hanno concordato gli “ermellini”. La sesta sezione penale della Cassazione, presieduta oggi da Tito Garribba, ha ritenuto “inammissibile” il ricorso. “Celebrare il processo mi avrebbe consentito di difendermi e dimostrare la mia innocenza. Contro di me ci sono solo menzogne, ed io non intendo fermarmi”, ha subito commentato Penati.
Rimane il fatto, come ha sottolineato nella sua requisitoria il sostituto procuratore generale Giuseppe Volpe, che la richiesta di rinunciare alla prescrizione non era stata formulata nell’udienza di Monza: “Anche nel momento clou, quando si doveva dichiarare cosa manifestare al tribunale, la difesa non ha espresso la sua decisione”, quindi – ha aggiunto – “la sentenza è stata resa correttamente” ai sensi dell’articolo 129 del codice di procedura penale (obbligo della immediata declaratoria di determinate cause di non punibilità). La decisione di rinunciare alla prescrizione era infatti stata annunciata pubblicamente dall’esponete Pd in fase di indagini preliminari, ma non era mai stata formalizzata.
Per questo, anche se pochi minuti dopo la sentenza di Monza Penati aveva già anticipato la sua volontà di presentare ricorso alla Suprema Corte (“la prescrizione è stata chiesta dai pm e non da me”, aveva tra l’altro detto), non erano mancate le critiche. “Non rinuncio comunque a dimostrare la mia totale estraneità ai fatti che mi sono stati contestati. Ho dato incarico ai miei legali di promuovere in sede civile tutte le iniziative giudiziarie atte a ristabilire la verità dei fatti, a tutela della mia onorabilità e citerò i miei accusatori per diffamazione”, annuncia ora.
fonte: ilfattoquotidiano.it

RENZIE LA PIU' AMATA DALLE ITALIANE

Matteo Renzi? Più che Tony Blair ricorda la Thatcher

L'ex rottamatore ha sempre detto di voler emulare il leader laburista. Ma il paragone tra l'Inghilterra del '97 e l'Italia di oggi non regge. Mentre dalla Lady di Ferro il neopremier avrebbe molti insegnamenti da trarre. Dall'individuare obbiettivi precisi al non cambiare mai rotta. L'analisi dell'ex direttore dell'Economist
di Bill Emmott





Per essere uno che dichiara di voler emulare il britannico Tony Blair, Matteo Renzi ha esordito in modo strano nella politica nazionale. Quando lo intervistai per il documentario “Girlfriend in a Coma”, citò Blair che saggiamente disse di amare le tradizioni del partito laburista tranne quella di perdere sempre le elezioni. Ma oggi, con il suo improvviso putsch contro Enrico Letta, Renzi ha spaccato il suo stesso PD.

Come ho scritto sull’Espresso nel dicembre dell’anno scorso, una delle strategie decisive di Blair era la pazienza: prima di vincere le elezioni generali del 1997 impiegò tre anni per conquistare il pieno controllo del suo partito. Il presidente Renzi non è un uomo paziente.

Che cosa dovremmo pensare dunque del giovane, ambizioso, impaziente leader italiano? Più di ogni altra cosa, dovremmo giudicarlo da quello che il suo governo riuscirà a ottenere concretamente, e di conseguenza dovremo attendere. I sogni e le parole ispiranti sul radicalismo e la rinascita sono positivi e necessari, ma senza azioni decisive non conteranno niente.

Il paragone con Tony Blair è stato esagerato. Sì, aveva senso cercare ispirazione e rivolgere lo sguardo a un altro paese europeo nel quale un leader giovane e brillante ascendeva a capo di un grande partito di sinistra e lo cambiava radicalmente. Ma le realtà in Gran Bretagna nel 1997 e in Italia oggi sono troppo diverse per poter instaurare un paragone che regga.

Tanto per cominciare, quando Blair vinse le sue prime elezioni nel 1997 la Gran Bretagna non era in crisi economica: viveva, anzi, il suo quarto anno di crescita economica abbastanza forte. Per di più, Blair arrivò al governo dopo un’elezione generale nella quale conquistò un’ampia maggioranza parlamentare, e dopo circa 18 anni di governo del partito conservatore di destra. Quella circostanza fece sì che molti burocrati e perfino molti importanti esponenti del mondo degli affari sostenessero l’idea di un primo ministro moderato di centro sinistra. Per il momento, un appoggio politico così Renzi può solo sognarselo.

No, se la Gran Bretagna, il mio paese, deve prestarsi a fornire un paragone per l’ascesa di Renzi, ne possiamo individuare uno più consono risalendo al 1979, quando la Gran Bretagna era davvero in crisi economica. Mi riferisco all’arrivo quell’anno a Downing Street di Margaret Thatcher. Con ciò non intendo dire che Renzi assomiglia a Thatcher in termini ideologici, ma che un parallelo può essere instaurato con la situazione politica e il modo col quale Renzi dovrà affrontarla.

Quando Thatcher arrivò al governo – potendo contare in modo sicuro su una chiara per quanto non forte maggioranza parlamentare — , si presentò come un’outsider radicale, più di quanto in seguito avrebbe fatto lo stesso Blair. Oggi è difficile ricordarlo, ma anche lei affermò di avere sogni da realizzare, e nel giorno della sua vittoria citò San Francesco d’Assisi. Il punto, però, è questo: al pari di Renzi, la prima rivoluzionaria primo ministro donna britannica aveva contro buona parte del suo stesso partito e buona parte dei burocrati più importanti, e da più parti si pronosticò un suo fallimento.

Nel corso del suo primo mandato come primo ministro, Thatcher dovette lottare principalmente in due modi: per definire la sua stessa strategia, elaborare e mettere a punto che cosa voleva effettivamente ottenere, e per mantenere il controllo del suo stesso governo, dato che molti che ne facevano parte davano priorità alle proprie agende e idee e non alle sue.

Quali sono dunque gli insegnamenti che Matteo Renzi può trarre da Margaret Thatcher? In primo luogo che dovrà individuare e promulgare alcune riforme cruciali che definiscano concretamente i suoi obiettivi, invece di affannarsi a cercare di varare un mucchio di provvedimenti minori. In secondo luogo che dovrà fare ciò che fece Thatcher quando affermò in modo inequivocabile che non avrebbe mai cambiato rotta né ceduto sotto le pressioni dei suoi avversari.

Tutti i britannici che all’inizio degli anni Ottanta erano già adulti ricorderanno di sicuro uno dei discorsi che Thatcher fece alla conferenza del suo partito, in particolare quando dichiarò: “The lady’s not for turning” (la signora non si volta indietro), intendendo che non avrebbe mai invertito la sua rotta. Che amassero o meno le sue politiche, i britannici all’improvviso seppero di avere un primo ministro che avrebbe fatto proprio quello che diceva.

Il presidente Renzi dovrà fare proprio questo: individuare alcune priorità chiare e straordinarie che l’opinione pubblica è in grado di comprendere, e che dimostrino che egli farà quel che dice, e non tornare sui propri passi né cercare compromessi.

In realtà, oltre a ciò, c’è anche una cosa che può apprendere da Tony Blair e che riprendo dal mio articolo di dicembre: Renzi dovrebbe fare una riforma che aiuti apertamente i lavoratori più poveri, come fece Blair quando introdusse per la prima volta il salario minimo. Se intende conquistare appoggi per il suo Jobs Act, Renzi dovrà dimostrare che ci tiene davvero.

http://espresso.repubblica.it/palazzo/2014/02/27/news/matteo-renzi-piu-che-tony-blair-ricorda-la-tatcher-1.155143

SALE LA TENSIONE IN UCRAINA E CRIMEA, LA RUSSIA POTREBBE INTERVENIRE E OBAMA MINACCIA RIPERCURSIONI.: IN ALLERTA LE CANCELLERIE EUROPEE

Ucraina, russi “invadono” la Crimea. Turcinov a Putin: “Aggressione”. Obama: “Conseguenze”

"Mi rivolgo personalmente al presidente Putin - ha detto il numero uno ucraino ad interim in un messaggio alla televisione - per chiedergli di fermare immediatamente la sua aggressione non dissimulata e di ritirare i suoi militari in Crimea. Secondo il presidente ad interim, si tratta di una provocazione di Mosca: "Si provoca il conflitto e poi si annette il territorio". Sale la tensione nonostante i primi accenni di dialogo diplomatico. Il presidente degli Usa: "Siamo molto preoccupati, sarebbe una grave ingerenza"




Sale la tensione in Crimea. L’Ucraina denuncia la violazione dello spazio aereo da parte dei aerei militari hanno e l’invasione da parte di 2mila paracadutisti russi. Il ministero degli Esteri di Kiev ha trasmesso a Mosca un comunicato con cui si invitano le autorità a “far rientrare immediatamente le truppe e i loro veicoli (in Crimea) alle loro basi”. All’aeroporto militare di Gvardiiski,vicino alla capitale della Crimea, Sinferopoli, secondo il rappresentante permanente del presidente ucraino in Crimea, Serghiei Kunitsin, sono atterrati13 aerei militari russi ognuno con a bordo 150 paracadutisti per un totale di 2.000 soldati
Il presidente ucraino ad interim, Aleksandr Turcinov, ha chiesto al leader russo Vladimir Putin di far cessare la “aggressione non dissimulata. Mi rivolgo personalmente al presidente Putin – ha detto Turcinov in un messaggio alla televisione – per chiedergli di fermare immediatamente la sua aggressione non dissimulata e di ritirare i suoi militari in Crimea. Secondo il presidente ad interim, si tratta di una provocazione di Mosca: “Si provoca il conflitto e poi si annette il territorio”, ha detto. Turcinov ha anche affermato che “l’esercito ucraino non sta rispondendo” alle provocazioni.
“Il popolo ucraino deve avere l’opportunità di determinare il proprio il futuro, devono cessare le violenze”. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama parla della preoccupazione dell’Occidente rispetto ai movimenti militari russi che gli Stati Uniti “vedono”. “Ho parlato con il presidente Putin e le autorità ucraine. Siamo molto preoccupati per i movimenti militari – prosegue il numero uno della Casa Bianca sottolineando i legami culturali ed economici della Russia con l’Ucraina -. Ogni violazione della sovranità ucraina sarebbe destabilizzante e non è nell’interesse dell’Ucraina, dell’Unione Europea e della Russia. La situazione è fluida; abbiamo contatti continui con le autorità russe. Sarebbe una grave ingerenza, una violazione degli impegni russi”. Obama parla anche di “conseguenze per queste azioni” contro il popolo ucraino “che ci ha ricordato che gli esseri umani hanno il diritto di determinare il proprio futuro”.  L’intervento viene definito da Obama “potenzialmente pericoloso”.
In Crimea soffiano pericolosi venti di guerra, malgrado c’erano stati nella giornata di venerdì primi accenni didialogo diplomatico fra Russia e Occidente.. Uomini armati presidiano da venerdì mattina due importanti aeroporti della penisola russofona ucraina: quello della capitale Simferopoli e quello di Belbek, a 20 chilometri da Sebastopoli, dove è di stanza la flotta russa del Mar Nero. Il Foreign Office invita ad evitare qualsiasi viaggio verso la penisola di Crimea e consiglia ai britannici che si trovano sul posto di lasciare la zona. 
Non era ben chiaro se gli autori di questi blitz – sulle cui mimetiche non c’è alcun segno distintivo – fossero paramilitari filorussi o delle truppe regolari di Mosca. La flotta del Mar Nero ha escluso il coinvolgimento di propri militari nell’occupazione dell’aeroporto di Belbek, ma i media locali hanno continuato per tutti il giorno a riportare notizie di movimenti di soldati russi e di sconfinamenti russi dello spazio aereo ucraino. Già venerdì mattina il ministro dell’Interno ucraino, Arsen Avakov, aveva del resto accusato Mosca di “invasione armata”.
La tensione nella russofona Crimea è altissima, e sembra sempre più evidente che le autorità ucrainenon hanno la situazione sotto controllo. Per esaminare, e si spera risolvere, la crisi in atto, è stato convocato il Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Ma sul terreno i moniti e i tentativi di rassicurazione della diplomazia non hanno trovato per ora ossigeno. Dopo una serie di telefonate con il premier britannico David Cameron, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente Ue, Herman Van Rompuy, è stato comunque lo stesso presidente Vladimir Putin, rompendo giorni di gelido silenzio, a invitare alla calma per evitare “un’ulteriore escalation della violenza”. Ma poi sul suolo di Crimea sono arrivati uomini e mezzi di Mosca.

fonte: ilfattoquotidiano.it

IL GOVERNO RENZI; PREGIUDICATI E INDADAGATI, I MIGLIORI RAPPRESENTANTI PER LE LARGHE INTESE AFFARISTICHE

Governo Renzi, 44 viceministri e sottosegretari. Giustizia, nomi graditi a B.

L'elenco completo del "sottogoverno" di Matteo Renzi. Con Orlando in via Arenula vanno Andrea Costa (Ncd), relatore di leggi ad personam come il lodo Alfano, e Cosimo Ferri, favorevole a una riforma bipartsan con il Cavaliere. Nella lista anche due indagati per i rimborsi ai gruppi regionali: Barracciu e Del Basso De Caro (Pd). Alle Infrastrutture Gentile, che bloccò la pubblicazione di un giornale calabrese che riportava notizie sgradite sul figlio




Ritardi, discussioni e vertici notturni. Poi finalmente i nomi dell’esecutivo firmato Matteo Renzi. Il Consiglio dei ministri ha approvato la nomina di 44 tra sottosegretari e viceministri. Ma quello che resta è una squadra che sembra lontana dal vento di rottamazione che ha portato il sindaco di Firenze a scalare gerarchie e ruoli politici. Nell’elenco appaiono alcuni indagati per inchieste sui rimborsi dei gruppi consiliari nelle loro rispettive regioni: la renziana di ferro Francesca Barracciu, uscita dalla porta delle elezioni regionali in Sardegna e rientrata dalla finestra del sottosegretariato alla cultura e Umberto Del Basso de Caro, anche lui indagato per i rimborsi del consiglio regionale in Campania. Tutti sono del Pd. Nel procedimento “Rimborsopoli” lucana, in fase di udienza preliminare, c’è anche il nome di Vito De Filippo,neo sottosegretario alla Salute. In passato è uscito indenne da almeno due indagini l’ex saggio Filippo Bubbico, confermato al Viminale, ma indagato per abuso d’ufficio in un altro procedimento. Nomi che affossano la rottamazione targata Matteo Renzi. Senza dimenticare, alle Infrastrutture, Antonio Gentile(Ncd), responsabile di aver bloccato la pubblicazione del numero di L’Ora della Calabria reo di contenere al suo interno una notizia scomoda sul figlio.
In più c’è il regalo a Silvio Berlusconi. L’incontro al Nazareno e le pacche sulle spalle durante le consultazioni non hanno regalato solo un accordo sulla legge elettorale, ma anche il ritorno dei berlusconiani alla Giustizia. C’è il sottosegretario Cosimo Ferri (tecnico confermato), magistrato prodigio più volte ritrovato in diverse intercettazioni telefoniche da P3 a Agcom-Annozero (senza mai essere indagato) e commissario della Figc che scelse le dimissioni dopo Calciopoli. Ma anche il viceministro Enrico Costa, pasdaran di Berlusconi (ora fedelissimo di Alfano) già primo firmatario nel 2012 di un emendamento che prevedeva la drastica limitazione della divulgazione delle intercettazioni. E’ colui che propose la rivisitazione al ribasso dei termini di prescrizione e fu relatore del lodo Alfano. Di lui si ricorda anche il volta faccia sulla legge Severino, prima entusiasta e poi sbottò: “E’ una legge contro Berlusconi” (leggi la scheda di Costa e Ferri).
Alle Telecomunicazioni, l’altro settore da sempre nel cuore del Cavaliere, va come viceministro Antonello Giacomelli (AreaDem). Cosa che dovrebbe risolvere il possibile conflitto del ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, in buoni rapporti con Berlusconi. Lascia il ministero delle Infrastrutture e Trasporti Erasmo D’Angelis, dove era stato nominato sottosegretario da Enrico Letta. A quanto si apprende da fonti ministeriali, a D’Angelis è stato affidato il ruolo di capo segreteria di Matteo Renzi a palazzo Chigi.
Nelle altre posizioni chiave, da segnalare il liberal Pd Morando come viceministro dell’Economia, mentre la new entry Ivan Scalfarotto è sottosegretario alle riforme. Alla presidenza del Consiglio vanno il renziano Luca Lotti e Marco Minniti, anche lui Pd, a cui è stata confermata la delega ai servizi segreti. Per il Viminale era in corsa il collega di partito Emanuele Fiano, che dopo la bocciatura non nasconde la propria amarezza e su Facebook scrive: “Impossibile delle volte continuare a credere nel proprio lavoro”.
Nessun incarico per il sindaco di Bari Michele Emiliano, che però scrive su Twitter: “Bella chiacchierata telefonica con Matteo che mi ha chiesto di fare capolista a Sud per le elezioni europee. Ho risposto: obbedisco. Con gioia”.
L’incontro è cominciato con un’ora di ritardo forse a causa di un vertice tra il Presidente del Consiglio e Angelino Alfano, anche se gli interessati hanno smentito sia mai avvenuto. All’ordine del giorno dell’incontro, c’erano anche un decreto e un ddl che recepiscono le norme del Salva Roma bis (approvato) e 16 decreti legislativi che attuano alcune direttive Ue. Per tre volte il consiglio dei ministri è stato rinviato. Prima da martedì a mercoledì (dopo la visita di Renzi a Treviso) e poi a giovedì, e infine a venerdì mattina. Chi ha deciso subito di tirarsi fuori dalle dispute di spartizione posti è il deputato della minoranza Pd Giuseppe Civati che su Facebook ha scritto: “Prima che escano le liste con le nomine dei sottosegretari, ci teniamo a precisare che abbiamo scelto di non partecipare al solito walzer delle correnti e non abbiamo avuto alcun contatto con il Governo”. 
I viceministri e i sottosegretari di Renzi, la lista completa
Viceministri
-Esteri: Lapo Pistelli (Pd);
-Economia: Enrico Morando (Pd) e Luigi Casero (Ncd);
-Infrastrutture: Riccardo Nencini (Psi);
-Interno: Filippo Bubbico (Pd);
-Giustizia: Enrico Costa (Ncd);
-Politiche agricole: Andrea Olivero;
-Sviluppo economico: Carlo Calenda e Claudio De Vincenti.
Sottosegretari
- Presidenza del Consiglio: Luca Lotti (Pd); Marco Minniti (Pd); Sandro Gozi;
- Interno: Giampiero Bocci (Pd), Domenico Manzione (tecnico);
-Istruzione: Angela D’Onghia (Popolari per l’Italia); Gabriele Toccafondi: Roberto Reggi (Pd).
-Lavoro: Teresa Bellanova (Pd), Franca Biondelli (Pd), Luigi Bobba (Pd) e Massimo Cassano (Ncd).
-Esteri: Mario Giro (Popolari per l’Italia) e Della Vedova (Ncd);
-Difesa: il generale Domenico Rossi (Popolari per l’Italia); Gioacchino Alfano (Ncd)
-Economia: conferma per Pier Paolo Baretta, al quale si aggiungono Giovanni Legnini (Pd) e Enrico Zanetti (Sc).
-Giustizia: Cosimo Ferri (tecnico);
-Affari regionali: Gianclaudio Bressa (Pd).
-Riforme e rapporti con il Parlamento: Ivan Scalfarotto (Pd), Maria Teresa Amici, Luciano Pizzetti;
-Ambiente: Silvia Velo (Pd), Barbara Degani (Ncd);
-Funzione pubblica: Angelo Rughetti (Pd);
-Politiche agricole: Giuseppe Castiglione (Ncd);
-Pubblica amministrazione e semplificazione : Angelo Rughetti (Pd);
-Infrastrutture: Antonio Gentile e Umberto Del Basso de Caro;
-Cultura: Francesca Barracciu (Pd), Ilaria Borletti Buitoni;
-Sviluppo economico: Simona Vicari; Antonello Giacomelli.
-Salute: Vito De Filippo.