spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

venerdì 28 febbraio 2014

M5S puniti per bagarre alla Camera A Di Battista 23 giorni per lo scontro con Speranza

Scontri alla Camera: sospesi 22 grillini
Per Dambruoso stop di 15 giorni




(AGI) - Roma, 27 feb. - Quindici giorni di sospensione per Stefano Dambruoso (per aver colpito al volto una deputata), 25 per Alessandro Di Battista e per altri cinque deputati del Movimento 5 stelle per 'cumulo di condanne'. Dodici per Silvia Benedetti, anche lei di M5s, colpevole di aver dato un morso a un assistente parlamentare durante i disordini scoppiati alla Camera il 29 gennaio. L'Ufficio di Presidenza, dopo una riunione durata piu' di 3 ore, ha emesso le sanzioni per i fatti avvenuti a Montecitorio alla fine del mese scorso, in Aula, dopo la votazione del decreto Imu-Bankitalia, e nelle commissioni Affari costituzionali e Giustizia. In tutto sono una trentina i deputati che a partire dal 10 marzo prossimo non potranno partecipare ai lavori della Camera. Per la bagarre nell'Aula i deputati sospesi sono in tutto 24: 22 del Movimento 5 stelle (a loro e' stato imposto uno stop di 10 giorni), uno di Scelta Civica (Stefano Dambruoso, che restera' fuori dalla Camera per 15 giorni) e uno di FdI (Fabio Rampelli, anche a lui 10 giorni di stop). I grillini sospesi sono Alberti, Artini, Baroni, Battelli, Benedetti, Carinelli, Cecconi, Cominardi, Crippa, Della Valle, De Rosa, Ferraresi, Gallo, Liuzzi, Lupo, Mantero, Parentela, Pesco, Romano, Valente, Vignaroli, Villarosa. Sono invece nove i deputati (tutti del Movimento 5 stelle) sospesi per 15 giorni per gli incidenti avvenuti nelle commissioni Affari costituzionali e Giustizia. Per gli scontri nella I commissione sono stati sospesi Alberti, Castelli, De Lorenzis, Della Valle, Di Battista, Mantero, Sorial e Valente.
  Per i disordini alla commissione Giustizia l'unico sospeso e' invece Vittorio Ferraresi. Il deputato pentastellato De Rosa dovra' inoltre scontare 3 giorni di sospensione per gli insulti a sfondo sessuale rivolti ad alcune colleghe. A Montecitorio non era mai successo. Le sanzioni scatteranno dopo la votazione della riforma della legge elettorale e saranno applicate in tre tranche diverse. Il primo gruppo di deputati sara' sospeso dal 10 marzo, il secondo dal 31 marzo e il terzo dal 13 aprile. La decisione e' stata presa per evitare che le sanzioni incidano in modo sensibile sulla rappresentatività del Gruppo M5s.
  Protagonisti dei disordini nell'Aula e nelle Commissioni della Camera. Sono cinque i deputati del Movimento 5 stelle che dovranno scontare 25 giorni di sospensione per 'cumulo di condanne': 10 giorni per la bagarre nell'emiciclo piu' 15 giorni per gli scontri nelle aulette delle comissioni. Sono Alberti, Della Valle, Ferraresi, Mantero e Valente. A questi si aggiunge Alessandro Di Battista (sempre M5s) condannato a 25 giorni per il blocco dei lavori della I commissione (15 giorni) e per aver impedito a Roberto Speranza di fare una dichiarazione in sala stampa, 10 giorni. (AGI) .

http://www.agi.it/politica/notizie/201402272045-pol-rt10281-scontri_alla_camera_dambruoso_sospeso_15_giorni_di_battista_25

ANTIMAFIA L'organismo guidato da Rosy Bindi organizza "eventi", da Pif alla fiction su don Diana.

Antimafia, la Commissione parlamentare diventa show: libri e film in Aula

Ci sono voluti sette mesi per farlo nascere, e da anni è accusato di immobilismo. Ora l'organismo guidato da Rosy Bindi organizza un calendario di "eventi", dal film di Pif alla fiction Rai su don Diana. E invita Fiandaca, il giurista che minimizza la trattativa. Giarrusso (M5s): "E' una commissione d'inchiesta, occupiamoci dei problemi"




Presentazioni di libri, documentari e dibattiti dedicati a mafia, ‘ndrangheta e camorra. Anche laCommissione antimafia apre le porte a iniziative “per promuovere la cultura della legalità” e “per riflettere su nodi problematici della nostra storia recente”. Ci sarà il regista Pif, i giornalisti Lirio Abbate e Arcangelo Badolato. Chiude il giurista Giovanni Fiandaca che presenterà il contestato saggio che definisce “legittima la trattativa Stato-mafia”. Fanno sapere dall’Ufficio di Presidenza che “quasi sicuramente ci sarà il contraddittorio”, anche se il Movimento 5 stelle ha già annunciato che si opporrà in tutti i modi all’invito. “Non abbiamo il tempo per occuparci di tutti i problemi”, attacca il senatore M5s Mario Giarrusso, “e poi diamo spazio a queste iniziative? Noi rilanciamo e chiediamo l’istituzione di una sottocommissione dedicata alla trattativa, così da poter lavorare meglio e più velocemente”. Polemiche a margine, ma ormai è tutto pronto per il lancio ufficiale degli eventi. L’organo parlamentare nato per indagare le relazioni tra mafia e politica, e accusata negli ultimi anni di immobilismo, per il mese di marzo organizzerà una rassegna di incontri e iniziative di natura politica e culturale aperte a tutti. L’idea è della presidente Rosy Bindi: per la prima volta, in occasione del 22 marzo, la Giornata della memoria e dell’impegno dedicata da Libera alle vittime della mafia, la Commissione troverà spazio e tempo (oltre alle sedute ufficiali) per approfondimenti extra. 
La decima Commissione antimafia si è insediata il 22 ottobre scorso. Per sette mesi il governo delle larghe intese si era dimenticato di istituirla, nonostante le richiesti insistenti di molte delle parti. Tanto che era dovuta partire una petizione di cittadini e associazioni, poi firmata anche da personaggi politici. Non c’era l’accordo tra le parti e anche il risultato è stato più contestato del previsto. La scelta della Bindi spaccò il fronte Pd-Pdl (quando ancora Berlusconi era nella maggioranza e Forza Italia non esisteva) : i parlamentari del Popolo della libertà disertarono l’incontro denunciando il fatto che non si fosse trovato un accordo sul nome condiviso per la presidenza. Mai prima del 2013, si aveva dovuto aspettare così tanto. Solo nella settima legislatura, tra il ’76 e il ’79, il Parlamento non aveva riconfermato la commissione speciale. L’organo, composto da 25 senatori e 25 deputati, ha una funzione d’inchiesta e per questo può acquisire prove e documentazioni e sentire testimoni in apposite audizioni. Inoltre, delegazioni della Commissioni si spostano sul territorio per vedere “nel concreto le problematiche legate alla presenza mafiosa”. E poi si occupa di informazione e iniziative sulla mafia organizzate “per esempio nelle scuole”. 
Nata in ritardo sotto il governo Letta, ora la Commissione cerca di recuperare tempo e organizza la rassegna di incontri. Nessun dubbio sul valore degli ospiti. Si comincia il 5 marzo con la proiezione del film di Pif: “La mafia uccide solo d’estate” alla presenza dell’autore, del giornalista Attilio Bolzoni e della Presidente Rosy Bindi. Si parlerà di ‘ndrangheta e femminicidio con Lirio Abbate e Arcangelo Badolati; per commemorare i vent’anni dalla morte di don Giuseppe Diana ci sarà invece la proiezione in anteprima della fiction Rai dedicata al prete antimafia. E si chiude con Giovanni Fiandaca giurista autore del doppio saggio (insieme a Salvatore Lupo) che definisce “legittima” la trattativa Stato-mafia. “Quasi sicuramente sarà presente anche un contraddittorio”, fanno sapere dalla Commissione, “l’intento è solo quello di creareun dibattito sulle idee” (il programma sarà chiuso il 28 febbraio).
Ma non tutti ci stanno. “Un invito inaccettabile, ci opporremo in tutti i modi”, denuncia il senatore Giarrusso, “La Bindi vuole fare il processo al processo e organizzare un evento assolutamente anomalo. Il procedimento sulla trattativa è ancora in corso, quindi ci sembra totalmente fuori luogo organizzare un incontro simile”. Fiandaca è giurista e insieme allo storico Salvatore Lupo ha scritto un doppio saggio all’interno del quale compare una tesi definita, nella presentazione dell’edizione Laterza, “sorprendente“. Ovvero, si dice che “l’impianto accusatorio del pool di magistrati di Palermo”, come si legge, “non regge, i comportamenti di cui all’accusa non sono reato e Cosa Nostra non è stata salvata”. Il saggio, secondo gli autori, intende dare, “uno sguardo nuovo su un processo ricco di ambiguità, di coni d’ombra, di nodi tecnici da sciogliere, nel quale si fondono e si confondono tre piani: giudiziario, storico-politico, etico”. Un’anticipazione è stata pubblicata il Corriere della Sera e subito ha scatenato numerose polemiche. Al centro, l’idea è che il processo non abbia fondamento e che parlare di “patto occulto” tra Stato e mafia sia scorretto. E che anzi, certi gesti e decisioni siano stati presi per “necessità”, ovvero per “fermare le stragi eccezionali di quegli anni”. Al momento della presentazione dell’iniziativa, l’ufficio di presidenza non ha posto obiezioni. Di diversa opinione il senatore Giarrusso: “Tutto questo, il contenuto e le tesi di quel libro bastano a farci dire che quella persona non può venire a parlarci di un processo che è in corso. Figuriamoci, non abbiamo tempo per parlare in modo approfondito della questione e dovremmo sprecare  del tempo per il processo al processo”.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/26/antimafia-la-commissione-parlamentare-diventa-show-libri-e-film-in-aula/892603/

Marino: «Salva-Roma o domenica fermo la città»

Renzi, domani il 'Salva Roma'
"Ma da Marino toni inaccettabili"


20:42 27 FEB 2014







(AGI) - Roma, 27 feb. - Il vuoto lasciato dal ritiro del Salva Roma sara' colmato domani in Consiglio dei ministri attraverso un decreto sugli Enti locali. Ad annunciarlo e' stato il premier Matteo Renzi, in direzione Pd, rispondendo pero' a tono al primo cittadino della capitale, Ignazio Marino, che aveva minacciato di bloccare la citta: "Dobbiamo anche noi abituarci ad avere un linguaggio diverso. Le preoccupazioni che ha esposto il sindaco Marino sono comprensibili, i toni che ha usato no". Marino aveva lanciato qualche ora prima una provocazione choc: "Da domenica blocco la citta', le persone dovranno attrezzarsi perche' Roma si ferma". Parole in reazione al ritiro, ieri, da parte dell'esecutivo del decreto Salva Roma che doveva destinare fondi importanti alla capitale. In serata la questione e' comunque rientrata, il sindaco si e' detto "molto soddisfatto" delle parole scambiate oggi con Renzi e del lavoro "svolto con grande serieta' che in queste ore verra' completato". Marino ha detto di aver parlato anche con il sottosegretario Delrio e con altri ministri, "credo si stia lavorando nella direzione auspicata da tutti, ovvero che Roma abbia le risorse per svolgere il suo ruolo di capitale d'Italia". I tecnici del Campidoglio - ha riferito il sindaco - si sono recati ancora una volta a palazzo Chigi per completare la revisione del testo che il presidente del Consiglio domani portera' in Cdm - ha aggiunto Marino augurandosi che "ci siano quei contenuti che possano permettere di scrivere al piu' presto il bilancio della citta', perche' voglio che Roma torni ad essere una citta' normale dove i bilanci non si scrivono con un anno di ritardo, ma di anticipo". Anzi, per Marino il decreto in arrivo "non si deve chiamare Salva Roma ma 'Onora Roma'". La reazione del primo cittadino era stata netta: "Il governo mi deve dare gli strumenti legislativi per poter risanare la citta' una volta per tutte, restituendo quei soldi che sono dei nostri cittadini". Per poi aggiungere: "Non ha senso chiedermi se me ne vado o no, se questi soldi non dovessero essere ridati: io sono arrabbiato e lo sono anche i romani. Dovrebbero inseguire la politica con i forconi. E' giunto il momento dei fatti. Io voglio governare responsabilmente Roma, dopo che per 50 anni sono stati dissipati dei denari. Io il mese prossimo non posso non pagare gli stipendi a migliaia di dipendenti comunali, non posso vendere Acea...". Parole cui e' seguita una telefonata di Renzi a Marino. E alle voci di una forte irritazione del premier per le sue parole, Marino ha replicato dicendo che "lui e il sottosegretario Delrio, che sono stati sindaci, hanno capito molto bene le ragioni della mia lamentela". Per poi spiegare "Io non sono il mago Zurli' e non posso cambiare la citta' in cinque mesi. Posso farlo, pero', in cinque anni". Nella vicenda e' intervenuto anche l'ex primo cittadino Gianni Alemanno, secondo cui invece "un sindaco ha il dovere di cercare di risolvere i problemi e non certo dare ultimatum che ricadono inevitabilmente sulla vita dei cittadini, unici eroi di questa citta'. Roma rischia di entrare in una paralisi e in un dissesto finanziario senza precedenti. E' veramente tempo che l'amministrazione Marino e il governo Renzi la smettano con questi vergognosi scaricabarili e si assumano le proprie responsabilita' di membri del partito di maggioranza relativa.
  Altrimenti e' meglio che il sindaco Marino si dimetta e ci mandi a votare il piu' presto possibile". (AGI) .
 

giovedì 27 febbraio 2014

GUIDO BRERA; L’ILLUSIONE NEO LIBERISTA

I giovani devono essere il nuovo Terzo Stato contro la tirannia della finanza. Parola del “Diavolo” Guido Brera

27 - 02 - 2014Edoardo Petti
I giovani devono essere il nuovo Terzo Stato contro la tirannia della finanza. Parola del “Diavolo” Guido Brera
Il partner dei fondi Kairos svela il lato più oscuro della crisi che ha messo in crisi le certezze dell'Occidente. E sfida il tabù del debito pubblico, presentando in un liceo il suo libro edito da Rizzoli “I Diavoli. La finanza raccontata dalla sua scatola nera”
“Nella sala operativa di un investitore finanziario c’è il riflesso del mondo, nelle luci e nei suoi lati oscuri. Ma il mondo esterno è ignaro dei riflessi che quella sala operativa potrà avere sulla vita di milioni di persone”. È uno dei passaggi cruciali del libro “I Diavoli. La finanza raccontata dalla sua scatola nera”, romanzo edito da Rizzoli e scritto da Guido Brera, fondatore e amministratore della società di gestione patrimoniale Kairos Partners e della ONLUS Oliver Twist, impegnata nel fronte del disagio giovanile.
Brera possiede anche nei tratti somatici la brillantezza e l’intraprendenza dell’operatore attivo nel mercato dei capitali di rischio. Eppure, raramente nel mondo della Borsa e delle attività finanziarie l’opinione pubblica ha avuto l’opportunità di ascoltare critiche così radicali allo strapotere dei circuiti internazionali di denaro e all’ideologia neo-liberista che ne ha costituito l’architrave culturale.
LE RAGIONI DEL LIBRO
Nella forma di un lungo racconto, l’autore ha voluto mettere a nudo la lucida spietatezza dei comportamenti delle élite economiche che a suo giudizio esercitano sugli Stati e sui popoli l’unico vero potere nel nostro tempo. Lo fa svolgendo un’analisi dei riflessi della crisi bancaria del 2007 sulle fragilità del debito sovrano dei Paesi europei, tra cui l’Italia. Un fenomeno che, spiega Brera, mette a repentaglio la sopravvivenza dell’Occidente così come l’abbiamo conosciuto. Perché in gioco è l’idea stessa di benessere, progresso, emancipazione, eguaglianza delle opportunità, dignità del lavoro, che hanno rappresentato il vanto della nostra cultura.
L’ILLUSIONE NEO LIBERISTA
È a rischio, in altre parole, il futuro e la speranza del vasto ceto medio trascinato nello spettro dell’impoverimento. Per tale ragione Brera ha scelto di rivolgersi a una platea di studenti, presentando il volume nel Liceo scientifico “Federigo Enriques” di Ostia in un’iniziativa organizzata dall’insegnante di italiano e latino Lucia Guglielmi. E per lo stesso motivo si richiama a una frase pronunciata dall’economista Jean Paul Fitoussi, critico dell’austerità per gli effetti negativi su sviluppo e lavoro: “Alle nuove generazioni dovremo chiedere scusa per scelte assunte negli anni precedenti”. Scelte che per l’investitore finanziario hanno una matrice ben precisa: la filosofia neo-liberista anglo-americana, che pone l’accento sull’individuo ma in realtà lo imprigiona nell’illusione di scegliere con gli strumenti creditizi sostitutivi dello Stato.
ALL’ASTA DI BOT COME A UNA DISCOTECA
Il risultato è un indebitamento privato crescente, e il rinchiudersi dei cittadini nelle proprie enclavecon la perdita della condivisione del bello e delle ricchezze comuni. La pagina forse più emblematica di una simile deriva è la sua descrizione delle aste dei titoli di Stato successive all’esplosione della crisi: “Grazie a sottili metodi di persuasione psicologica, esse assomigliano a una discoteca dall’apparenza sfavillante che alimenta notevoli aspettative ma in realtà copre un vuoto e uno squallore desolanti”.
I MOTIVI DELLA TEMPESTA IN ATTO
La tempesta che stiamo vivendo, rimarca Brera, è ben più grave delle bolle speculative a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Bolle che riguardavano le nuove tecnologie informatiche, mettendo in moto enormi investimenti su aziende private che possono fallire. Cinque anni fa, invece, la febbre speculativa ha coinvolto il debito sovrano degli Stati. Per cui la finanza, grazie al salvataggio obbligatorio delle banche da parte dei governi, ha egemonizzato l’economia reale, il lavoro, ogni aspetto della vita. Nella nostra esistenza tutto, anche gli affetti e i legami familiari, viene valutato in termini di costi e benefici.
IL VALORE BENEFICO DEL DEBITO PUBBLICO
Ma poi, rileva l’autore sfidando i parametri di bilancio predominanti nell’Unione Europea, è così disastroso un elevato debito pubblico? La sua valutazione è controcorrente: “L’enorme passivo nei conti dello Stato italiano fino al 2008 ha promosso crescita e redistribuzione della ricchezza. Fatta eccezione per la corruzione e clientelismo nell’utilizzo delle risorse ad opera del ceto politico, è stato il motore per allargare l’accesso dei cittadini ai servizi universali e creare della classe media”. A partire dal 2008, precisa Brera, esso si è trasformato in strumento per comprimere le retribuzioni e impoverire quelle fasce sociali, a vantaggio di un’élite finanziaria privilegiata, come negli Usa in cui 49 milioni di cittadini vivono grazie ai buoni pasto dell’assistenza governativa.
LA RIVOLUZIONE NECESSARIA DELLE NUOVE GENERAZIONI
Ai suoi occhi nulla è avvenuto per caso. Tutto ciò, spiega, è il frutto deliberato dell’iniziativa concepita da un establishment che con il corredo culturale neo-liberista tende a ridurre a sudditi interi popoli. Perché una “fabbrica” di persone indebitate, di partite Iva prive di garanzie, di individui facilmente ricattabili, non scenderanno mai in piazza a manifestare la loro rabbia. E non costituiranno mai il nucleo del Terzo Stato consapevole della propria forza, dignità e potenzialità politica, protagonista di ogni autentica rivoluzione. Per invertire la rotta egli ritiene necessario tornare alla finanza dell’età umanistica, nell’accezione etica originaria di orientare le risorse per premiare progetti e idee.
COME POTRA’ RIPRENDERE IL VERO SOGNO AMERICANO
È così che potrà riprendere corpo il “sogno americano” dell’emancipazione economico-sociale di chi non ha, dell’ascensore sociale diffuso e alla portata di tutti. Non il far soldi fine a se stesso, il produrre denaro con denaro. E soltanto così, afferma Brera, potremo ricucire la frattura generazionale tra giovani e anziani, tenendo intatto il tessuto civile alla base dello Stato. Il che vuol dire lavorare oggi per contribuire alle pensioni di chi ha smesso la propria attività e per costruire la mia previdenza.
EURO: NEMICO O OPPORTUNITA’?
Tuttavia l’Italia è inserita in un’architettura europea di economie differenti ancorate da oltre 10 anni al cambio fisso della valuta unica. Costruzione monetaria che ad oggi ha favorito oltre ogni limite le esportazioni della Germania libera dall’obbligo di rivalutare il marco. Basta pertantosuperare i vincoli del Fiscal Compact, promuovere lo sforamento del 3 per cento nel rapporto tra deficit e PIL, conferire alla BCE il ruolo di prestatore di ultima istanza a garanzia dei debiti sovraniper la rinascita produttiva? O è più che mai urgente recuperare la sovranità monetaria, magari percorrendo la strada dell’euro a due velocità prospettata da Beppe Grillo?
Brera respinge le tesi più radicali, preferendo approfittare dell’adesione all’Unione economico-monetaria per cambiare l’Italia con riforme serie ed effettive, dalla pubblica amministrazione a un lavoro in grado di promuovere una produzione di qualità. Risanando i conti e realizzando investimenti mirati. Gli interventi strutturali a lungo invocati e mai portati a compimento. Vero banco di prova per l’esecutivo di Matteo Renzi.
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FEDERICO PIZZAROTTI CHIEDE CHIAREZZA SULL'ESPULSIONE INGIUSTIFICATA DEI PARLAMENTARI PENTASTELLATI

M5s, Pizzarotti: “Non ho capito il motivo delle espulsioni dei senatori dissidenti”

Il primo cittadino del Movimento 5 stelle a Parma ha scritto un post su Facebook per commentare la decisione del gruppo di cacciare i quattro eletti critici (Luis Alberto Orellana, Francesco Campanella, Fabrizio Bocchino e Lorenzo Battista): "Amaro in bocca. Spaccature indeboliscono"

Federico Pizzarotti
Il giorno dopo la votazione della Rete, il primo cittadino commenta le vicende di Roma, dicendosi amareggiato per quanto accaduto in un lungo messaggio affidato ai social network. “Ieri è stata una giornata che mi ha lasciato con l’amaro in bocca, e sapendo che i problemi degli italiani sono altri, perdere tempo in spaccature e dissidi interni ci indebolisce e delude tante persone che ci sono vicine” scrive Pizzarotti su Facebook, specificando di avere atteso il termine delle votazioni per dare un giudizio sulle espulsioni.
Il primo cittadino si interroga soprattutto sulle ragioni che hanno portato gli iscritti al Movimento a votare per l’uscita dei parlamentari. Pizzarotti chiede chiarezza ai colleghi romani: “Lo dico con estrema buona fede ai nostri deputati e senatori – continua – Dateci elementi sulle colpe dei quattro senatori espulsi; convincetemi su quest’azione così forte e che non concede appello, perché io non l’ho capita. Non ho capito che cosa è stato commesso, e se ciò che è stato commesso riguarda la violazione precisa del vostro regolamento”.
Il sindaco di Parma dice anche di avere osservato l’operato degli espulsi e di non essere riuscito a trovare elementi validi per una scelta così drastica: “Ho verificato le restituzioni – spiega – e sono allineate con quelle degli altri senatori. Ho controllato l’attività di questi senatori su OpenParlamento, e oltre ad essere superiore alla maggioranza dei rappresentanti degli altri partiti, sono in linea con l’attività dei nostri altri rappresentanti”. Poi Pizzarotti punta il dito anche contro le presunte mozioni di sfiducia arrivate dalle varie province di appartenenza: “E’ stata citata la sfiducia dei territori, ma senza documentare quali sono state le modalità delle deliberazioni, le motivazioni e i votanti”.
Parole che fanno emergere una posizione del tutto contraria a quella che è stata la decisione della base del Movimento, ma anche di Beppe Grillo, che per primo aveva proposto alla Rete di votare per l’espulsione dei quattro senatori dopo le critiche ricevute dai “ribelli”. A Parma Pizzarotti non è il solo a pensarla in questo modo: diversi consiglieri Cinque stelle nelle ultime ore hanno espresso perplessità e contrarietà rispetto alla cacciata di Orellana, Bocchino, Battista e Campanella, a partire dal capogruppo in consiglio comunale Marco Bosi. E molti sono stati i consiglieri parmigiani che hanno ammesso di avere votato contro l’espulsione.
Parma dunque non si allinea alla maggioranza del Movimento, collocandosi tra le fila di quanti, tra i Cinque stelle, non hanno digerito i conflitti delle ultime ore, che secondo il sindaco non fanno altro che indebolire il M5s. “Sono convinto – conclude Pizzarotti – che il confronto sia molto più funzionale dello scontro. Quando ci si sposta dai contenuti a favore dei giudizi, si indebolisce una delle caratteristiche che ci ha sempre contraddistinto”.
Il terremoto nel Movimento fondato da Grillo e Casaleggio però, è appena alla prima scossa. Tra le defezioni degli eletti in seguito all’espulsione dei quattro dissidenti, c’è anche quella targata Emilia Romagna di Maria Mussini, senatrice reggiana da sempre molto attiva e con un grande seguito sul territorio, che sin dall’inizio aveva preso le difese dei suoi colleghi. La sua non è una voce fuori dal coro nella regione in cui il Movimento ha attecchito ed è cresciuto, anticipando l’ascesa dei Cinque stelle a livello nazionale. Da Parma a Bologna, passando per Modena e Ferrara, in tanti nelle ultime ore hanno espresso perplessità per un atteggiamento di chiusura che ha di fatto spaccato la base. Se a Roma nel partito anti-espulsione si contano i parlamentari bolognesi Elisa Bulgarelli e Paolo Bernini, anche nel capoluogo di regione c’è chi apertamente non ha accettato di buon grado l’aut aut sulla permanenza dei senatori nel Movimento. “Il punto non è se i senatori abbiano ragione o no – scrive Bernini – Ciò che rimarrà nell’immaginario collettivo sarà solo l’espulsione e questo sarà difficile da spiegare alle persone che incontriamo ai banchetti e per strada”.
Stessa presa di posizione hanno manifestato diversi esponenti locali come Silvia Patini, consigliera M5S al Savena, che ha espresso solidarietà ai quattro, o come Andrea Cabassi, presidente del primo Meetup bolognese, che senza mezzi termini ha ammesso che “questa volta è stato superato il limite. Grillo e Casaleggio non comandano con il blog, tocca ai cittadini”. Da Ferrara dice la sua anche il primo degli espulsi del Movimento, Valentino Tavolazzi, che su Facebook condivide il post di Pizzarotti e scrive: “Casaleggio espelle quattro senatori che lo avevano tagliato fuori dalla loro comunicazione”. Ora che il fronte degli esclusi si sta allargando anche oltre l’Emilia Romagna, è proprio dalla storica regione Cinque stelle che rischia di propagarsi il dissenso verso Grillo e Casaleggio. Agli espulsi in Parlamento ha già teso la mano Pippo Civati, parlando di un nuovo centrosinistra che potrebbe riunire fuoriusciti dal Pd e dal Movimento. Del resto, Civati ha da sempre cercato di mantenere un dialogo con i Cinque stelle, soprattutto in Emilia, come dimostra il fatto che proprio venerdì incontrerà a Milano il sindaco di Parma Pizzarotti. L’occasione sarà la presentazione del libro “Il primo cittadino” scritto da Pizzarotti e all’evento sarà presente anche il sindaco Giuliano Pisapia. Potrebbe essere un primo passo per avvicinare l’idea di possibili future alleanze.


GRILLO: SIAMO UN PO' MENO, MA PIU' COESI

M5s, sei lettere di dimissioni presentate a Grasso. Due deputati al gruppo misto

Il senatore espulso conferma le sue dimissioni. Lasciano spontaneamente il Movimento altri cinque senatori: Romani, Bignami, Casaletto, Mussini, Bencini. Alla Camera passano al gruppo misto Ivan Catalano e Alessio Tacconi. Nella notte è stato hackerato il profilo Twitter di Casaleggio


Il giorno dopo la cacciata dei quattro senatori dissidenti, il Movimento 5 stelle continua a perdere pezzi. Sono sei le lettere di dimissioni sul tavolo del presidente del Senato Pietro Grasso. Tra gli espulsi, al momento, figura solo la lettera di Luis Alberto Orellana. A formalizzare il passo indietro anche i senatoriMaria Mussini, Monica Casaletto, Maurizio Romani, Alessandra Bencini e Laura Bignami. A Montecitorio invece passano al gruppo misto Ivan Catalano e Alessio Tacconi. Francesco Campanella, uno dei quattro cacciati, ha invece fatto sapere che non si dimetterà: “I miei motivi per essere in Parlamento restano validi”. Mentre c’è già chi pensa a nuove maggioranze (soprattutto al Senato), i parlamentari garantiscono che non hanno intenzione di scendere a patti con altri politici ma torneranno a casa. Almeno una parte di loro. Il primo scoglio sarà l’approvazione delle dimissioni da parte dell’Aula. Gli ex colleghi M5s hanno annunciato che voteranno “sì”, ma come prassi alla prima votazione (a scrutinio segreto) il Parlamento respinge la richiesta.
Il malumore all’interno del gruppo resta (alle 16 i senatori si incontrano per una riunione di riflessione), ma i più fedeli sono convinti della loro decisione. “Finalmente, zavorra che va via, persone che da questo momento diventeranno parassiti, dovrebbero dimettersi, non cambiare gruppo”. Sono le parole scritte e sottoscritte da un gruppo di otto deputati M5s in un messaggio pubblicato su Facebook: tra di loro, Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Chi si sente “a disagio”, dicono, “colga il momento, segua l’esempio di questi individui”. Nel frattempo, il leader a 5 Stelle ha fatto sapere che qualcuno nella notte ha hackerato il profilo Twitter di Casaleggio, mentre sul blog oggi si può votare per scegliere la soglia di sbarramento al sistema di voto (sesto sondaggio sulla legge elettorale).
Luis Alberto Orellana è il primo a parlare all’indomani dell’espulsione decisa dagli iscritti del Movimento Cinque Stelle. “Confermo che lascerò il seggio – dice quello che un anno fa fu il candidato alla presidenza del Senato dei Cinque Stelle – Torno a fare il mio lavoro dopo questo anno di aspettativa”. Orellana a SkyTg24 parla di “processo sommario”, di “stupidaggini” dette da Beppe Grillo nel video, di “scelte politiche calate dall’alto” come quella della messa in stato di accusa al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano “che poi si è visto come si è sciolta come neve al sole”. Al Corriere della Sera e alla Stampa parla invece Lorenzo Battista, un altro senatore espulso, che denuncia di essere stato “oggetto di accuse spregevoli e denigratorie”. “Non abbiamo mai violato nessun regolamento – aggiunge – e non abbiamo mai votato la fiducia a nessun governo. Ma se anche avessimo detto una stupidaggine – si domanda Battista – è possibile essere espulsi per il reato di stupidaggine?”. 
Il rischio ora è soprattutto che prosegua lo smottamento dai gruppi parlamentari, anche se Grillo ha già detto che gliene frega il giusto (“Siamo un po’ meno, ma più coesi”). Polemiche alla Camera: Alessio Tacconi che ha comunicato al capogruppo Federico D’Incà di voler lasciare il gruppo, chiedendo di smentire sue presunte irregolarità nella restituzione dello stipendio, altrimenti sarà vero “che anche il M5S usa la macchina del fango contro chi esprime opinioni sgradite”. Il riferimento è all’intervento di ieri del vicepresidente della Camera Luigi Di Maio che si domandava: “Sarà che oggi il nostro capogruppo D’Incà gli aveva chiesto conto dei 7000 euro di ‘varie’ non rendicontati e mai restituiti al fondo per le Pmi?”. “Ti pregherei di procedere a una smentita – scrive Tacconi a D’Incà – visto che si tratta di un vergognoso insieme di inesattezze e falsità. Io e te non abbiamo avuto ieri modo di parlarci né tantomeno ho mai ricevuto da te una richiesta di restituzione di qualsivoglia somma di denaro indebitamente trattenuta. Come sai ho sempre rendicontato e restituito quanto dovuto, tanto che mai alcuna procedura di infrazione è partita a mio carico per questa né per altre ragioni”. “In assenza di tale precisa presa di posizione da parte tua – conclude Tacconi nella mail inviata al suo capogruppo – dovrò concludere (e questa volta con assoluta certezza) che anche il Movimento 5 Stelle fa uso della cosiddetta ‘macchina del fango’ contro chi esprime opinioni o attua scelte sgradite allo stesso Movimento”.
Intanto gli espulsi insistono. “Sostanzialmente il motivo per cui ci hanno espulso è il fatto di aver criticato Grillo” ha detto Francesco Campanella ad Agorà, su Rai Tre. E resta il giudizio su cosa sia – o su cosa sia diventato – il Movimento Cinque Stelle per il senatore: “Non c’è più il sogno di un movimento di pari, perché ormai è diventato chiarissimo chi comanda e chi in qualche modo ‘obbedisce’, senza, con questa definizione, voler fare un torto ai miei colleghi rimasti nel movimento. La minuteria, quello che non interessa a Grillo e Casaleggio, e cioè emendamenti e disegni di legge che non toccano la politica del movimento, la lasciano a noi. Ma quando si tratta di assumere scelte importanti come la proposta di impeachment per il presidente della Repubblica o di valutare la situazione politica nel complesso, si presentano Grillo e Casaleggio che decidono senza prima consultare senatori e deputati”. Certo, non se ne sono accorti da un giorno a un altro: “Le prime avvisaglie di un approccio strano si sono avute alla votazione del presidente del Senato”. Alcuni senatori M5s (soprattutto della “pattuglia” siciliana) votarono Piero Grasso in dissenso dalle indicazioni del gruppo che avevano indicato – dirlo oggi è un paradosso – proprio Luis Alberto Orellana. “In quella fase abbiamo avuto problemi – continua Campanella – ma in quel caso la discussione fu con alcuni colleghi che avevano un approccio di tipo ideologico. La consapevolezza di qual era il nostro ruolo all’interno del Parlamento si è andata concretizzando nel tempo: ovviamente, uno in prima battuta non ci crede, poi inizia ad averne sempre più consapevolezza e ad un certo punto i conti con la realtà li devi pur fare”. 
La questione che si apre è subito quella di una eventuale e finora presunta collaborazione dei fuoriusciti del Movimento Cinque Stelle con i gruppi di centrosinistra, in modo da poter cambiare maggioranza come spiega anche Pippo Civati. Battista si schermisce: “Con Civati – chiarisce al Corriere – non ho mai parlato, fatemelo conoscere almeno”. Esclude la possibilità Nicola Latorre (ex dalemiano diventato renziano): “Quello che sta accadendo nelMovimento 5 Stelle è molto grave perché nei confronti di senatori che non hanno fatto nulla contro il loro gruppo viene applicato il reato di lesa maestà per Grillo. Tuttavia parlare di nuova maggioranza non ha senso perché il governo ha un suo programma e una sua coalizione per realizzare le sfide che si è preposto”. C’è però chi insiste nell’impegno per trovare un dialogo con i Cinque Stelle: “Li considero interlocutori politici – dice Roberto Giachetti, vicepresidente della Camera – anche se stanno all’opposizione”. Ed esclude di essere un “tramite” tra Pd e Cinque Stelle; in merito al suo rapporto con i deputati M5S sottolinea: “credo che loro apprezzino che mai una volta ho cercato di fare scouting. Mi è capitato di difenderli come di attaccarli – continua Giachetti – ma non ho mai l’atteggiamento del professore con gli scolari che hanno un po’ tutti”. Alla domanda se esistano temi di dialogo tra Pd e M5S risponde che “in linea teorica ci sono” ma avverte come possano venire ostacolati da quello che Giachetti definisce un “bullismo parlamentare”. “Non è una questione di temi – insiste l’ onorevole pd – ma di metodo”. Il deputato sottolinea infine di essere stato colpito dalla decisione di Di Maio di pubblicare i messaggi scritti scambiati con Renzi: “Mi pare – sottolinea il vicepresidente della Camera Pd – una cosa triste, segno di grande diffidenza”.
fonte: ilfattoquotidiano.it   post del 27 febbraio 2014

GRILLO NE RESTERA' UNO SOLO?...

M5S: ne resterà solo uno!

Ora espellere i 13.485 infami che hanno votato in favore della Banda dei Quattro








Cacciati i 4 senatori rei di aver criticato il Caro Leader Kim-Il-Grillo, la domanda che gira sulla rete è: ma cosa intendeva precisamente il Presidente Eterno quando urlava “Ne resterà solo uno“?
Perché a fronte dell’epurazione per il gravissimo reato di critica contro il Piccolo Padre, sembra che il gruppo M5S stia andando in queste ore a un semi-scioglimento come nemmeno i ghiacci del Polo Nord. Comunque: sursum corda! Ci sono aspetti positivi di questo tracollo.
Anzitutto, il blog del Caro Leader ha visto un’impennata considerevole di accessi e commenti scritti. Più traffico, più denaro incassato dagli sponsor, quindi benissimo così. E poi, come ha proclamato il Sommo di Genova: “Saremo in meno, ma saremo più uniti!“. Oh quelle intelligence! Ha ragione! E spero vivamente che siano previste misure severissime e autodafè virtuali per quei 13.485 scagnozzi, quinte colonne infami, che si sono infiltrati fra i bravi fedeli iscritti certificati e hanno espresso voto in favore della Banda dei Quattro Senatori Espulsi. L’unico dubbio (oh, si fa per dire) che si pone Beppe Cesare Augusto è nel nuovo referendum per l’espulsione in blocco, pubblichiamo 13.485 foto segnaletiche dei traditori, o ci mettiamo un’unica immagine? Magari quella di Smeagol del Signore degli Anelli, che è icona giustamente neutrale.
Scherzi a parte, all’indomani dell’incontro fra Renzi e Grillo, il titolo del mio ultimo post era stato “Grazie, Beppe“. In esso ringraziavo Grillo per la macroscopica dimostrazione di prevaricazione e autoritarismo nei confronti della maggioranza assoluta degli iscritti, che avevano votato perché il M5S partecipasse alle consultazioni.
Naturalmente si partecipa a delle consultazioni, come dice la parola e come ha fatto notare anche l’ottimo collega Enzo Di Frenna, per ascoltare, dissentire, trovare o non trovare accordi, controproporre: insomma, ragazzi, per consultarsi. Invece sappiamo cosa ha fatto Grillo. È mancato solo il reciproco vaffanculo, tipico delle consultazioni governative col Presidente del Consiglio incaricato.
Sono rimasto inorridito da quell’atteggiamento di Kim-Il-Grillo. In pochi minuti è riuscito a farmi capire quanto profonda è divenuta la deriva demagogico-populista-autoritaria del M5S, un movimento nel quale avevo erroneamente sperato al fine di dare una svolta al mio Paese.
E qui va fatto il mio autodafè: all’indomani delle elezioni politiche, avevo perfino suggerito di eleggere Beppe Grillo al Quirinale. Pensate che stronzo. Era certo una provocazione (non credevo che Grillo fosse davvero adatto a quel ruolo) ma era un’idea per coinvolgere il vero vincitore delle elezioni all’interno delle istituzioni e fargli determinare una fetta del futuro di noi tutti. Mi sbagliavo. Perché il Grillo di oggi è molto ma molto peggio del Grillo di allora. 
Avevo scritto diverse volte riguardo all’ipotesi di un accordo limitato e preciso con il Pd, un accordo che consentisse al Pd e a noi tutti, di evitarci questa innaturale alleanza fra il centrosinistra e il centrodestra, in favore di un accordo puntuale fra trenta-quarantenni eletti nel M5S e nel Pd. Sognavo un patto fra giovani uomini e donne della mia generazione, che  mettesse al centro il cambiamento tanto promesso. È stato impossibile. Grillo e diversi deputati M5S hanno continuato a fare affermazioni false (la peggiore di tutte: “Il Pd ha regalato 7,5 miliardi di euro alle banche”, quando tutti i parlamentari sanno, o dovrebbero sapere, che si è trattato di una scrittura contabile, e per chi voglia approfondire consiglio questo articolo pubblicato da Il Post, molto chiaro).
Una volta assistito a quel comportamento del Caro Leader, ho smesso di difendere il M5S. Trovo vomitevole quel senso di superiorità che hanno moltissimi degli accoliti di Kim-Il-Grillo nei confronti di chiunque non condivida il loro verbo. Un verbo che è spesso frutto di ignoranza crassa, di becerume, di non conoscenza, di ripetizione a pappagallo di fandonie, di incomprensioni dettate da una lettura disattenta e superficiale di cose trovate in rete.
Nessun dubbio mai. La convinzione infantile che il mondo si divida in due: i buoni contro i cattivi.E ovviamente tutti i buoni sono solo nel M5S e tutti i cattivi sono solo negli altri partiti, accomunati in questa idea imbecille e qualunquista che siano tutti uguali. Una filosofia politica che in confronto i film con Bud Spencer e Terence Hill sono la École Normale di Parigi. Nessun bisogno di verificare un’informazione, nemmeno per sbaglio. Tutto ciò che viene dal blog del Presidente Eterno e dintorni è indiscutibilmente giusto. Ma chi pensate di essere? Micaela Biancofiore?
pubblicato da  ilfattoquotidiano.it

PIPPO CIVATI ANALIZZA LA SITUAZIONE ALL'INTERO DEI GRUPPI PD, SI POTREBBE FARE UN ESECUTIVO DI CENTROSINISTRA.

Governo Renzi, Civati: “Ora può nascere una nuova maggioranza”

Il deputato del Pd: "Ci sono i numeri per avanzare la richiesta di un esecutivo di centrosinistra, ma il Pd sceglie di fare un esecutivo di centrodestra. Il partito non vuole vedere, fa il finto tonto pur di stare con Alfano. Se però in direzione si fosse opposto anche Cuperlo... Si accorge solo adesso che quell'operazione è stata una ferita?"




MALPANCISTI
«Matteo, stai sbagliando»
I tormenti del Pd
Pippo Civati è un rompiballe professionista. A volte eccede con la sua vitalità. “Pensi quale nebbia avvolgerebbe il Pd se anche io tacessi sulle consorterie, le piccole ambizioni personali, le fregature e gli errori che il mio partito fa”.
Ha detto no a Renzi in direzione, però sì al voto di fiducia e poi è sembrato ricredersi ancora. Siamo a un surplus di riflessione.Ho parlato contro solo io nel luogo deputato, il partito, e ho fatto il mio dovere. Sono stato mandato in minoranza e non mi era concesso da parlamentare del Pd negare la fiducia. Ho poi spiegato quel che si muove a sinistra del Pd, e che il partito non vuole vedere. Fa il finto tonto pur di stare con Alfano.
È notizia di oggi: la compagine che si allontana da Grillo insieme ai suoi e a Sel potrebbe formare un gruppo parlamentare autonomo.
La questione centrale è un’altra: ci sono i numeri per avanzare la richiesta di un governo di centrosinistra, ma il Pd sceglie di fare un esecutivo di centrodestra. Troveremo il modo opportuno per organizzarci
.
Se fa il gruppo autonomo è fuori dal Pd.
Ma no! Dobbiamo solo trovare il modo che questa risorsa politica, questo serbatoio sia linfa vitale per la sinistra e interlocutore prezioso per il Partito democratico. Magari si può pensare a una rete, a una colleganza diversa. Quel che non si deve fare è tacere questa grande opportunità.
Ha votato Renzi piangendo.
Cos’altro dovevo fare? Se però in direzione si fosse opposto anche Cuperlo, invece di spingerlo a Palazzo Chigi, credo che Renzi non avrebbe tolto di mezzo Letta. Noto che Gianni ora parla di una ferita aperta. Se ne accorge solo adesso?
Cosa gli è successo, secondo lei?
Si sono incartati, si sono auto ingabbiati . Chi lo ha fatto per ignavia, chi pensando al seggio, chi per ambizione, ritenendo che mandando Renzi a Palazzo Chigi avrebbe trovato un partito disabitato, chi invece ha pensato a una poltrona da ministro nel nuovo esecutivo. Faccia la somma di questi atteggiamenti e metta poi che dalla trincea nella quale Letta era riparato riceveva consigli da amici poco sinceri che invece di aiutarlo lo avrebbero condotto sulla strada dell’immobilismo, del suicidio. Aggiunga infine che negli ultimi mesi Letta è andato nel pallone e vede che si ritrova coi conti.
Quanti traditori.
L’incredibile è che Renzi si piglia il governo coi voti di Bersani ma coopta le truppe di Franceschini.
Frankenstein, l’ha definito.
L’ho chiamato così per sfotterlo. Ma certo il suo è stato un protagonismo opaco. In politica il ravvedimento è comunque pratica comune e conosciuta. Devo dirle che neanche i dalemiani (non tutti) mi sembrano determinati alla lotta, quindi comprende che gli spazi di manovra per il nuovo premier sono ampi.
Durerà?
Penso fino al prossimo anno. Le elezioni sono nelle cose, il suo programma adesso è piuttosto taciuto. Capisco che non voglia impegnarsi troppo su un singolo tema, sennò finisce come con l’Italicum: a giorni alterni diviene legge dello Stato o tema da approfondire, testo pronto per l’uso o disciplina al di là da venire. Si tiene cauto.
Le ha persino nominato ministro una dirigente della sua area.
Solo allo scopo di sfregiarmi. Ritenendomi residuale, ha voluto procurare un dissidio interno, mettermi in difficoltà. Anche questa è politica.
Vada a confortare i grillini fuoriusciti.
Ci avessero pensato prima!
Da Il Fatto Quotidiano del 27 febbraio 2014