spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

giovedì 22 maggio 2014

AMICI SI NASCE NON SI DIVENTA

Governo, Renzi: “Casaleggio e Grillo ministri? No, servono persone serie”

Il presidente del Consiglio attacca i due cofondatori commentando l'intervista al Fatto Quotidiano. Polemica dei deputati del Partito democratico Gelli e Magorno: "Spartirsi le poltrone, ecco quello che vogliono"





“Per ora i ministri li scelgo io, e non ci sono né Grillo né Casaleggio. Abbiamo bisogno di persone serie”. Il presidente del Consiglio chiude così il cerchio di polemiche sulle parole del cofondatore del Movimento 5 stelle in un’intervista al Fatto Quotidiano, dove non ha escluso la possibilità di guidare un dicastero se a chiederlo fosse la base. ”Casaleggio mi inquieta”, ha commentato Matteo Renzi a “Otto e mezzo”, “ha detto che tutto ciò che è virale diventa vero…è il tipico gioco della vecchia politica. Annuncia che vuole fare il ministro, poi smentisce, poi dice che è stato frainteso”. Se Grillo e Casaleggio dicono di avere già in tasca la vittoria e l’elenco dei ministri di un esecutivo grillino, Renzi non si scompone e replica che in gioco non c’è il governo del Paese, dal momento che il premier può mandarlo a casa solo il Parlamento italiano, che non cambierà.
Il leader del Pd, insomma, non ci pensa proprio a dimettersi se il M5s dovesse riaffermarsi come primo partito. E non, dice, per attaccamento alla “seggiola”: “Vado a casa domani mattina se il Parlamento mi impedisce di fare le riforme”. Si mostra ottimista, Renzi: “Questa volta ce la possiamo fare. I dati delle ultime ore sono straordinariamente incoraggianti, i sondaggi ottimi”. Il leader Pd si sbilancia fino a prevedere che il M5S prenderà meno che alle politiche, mentre il suo partito di più. Ma di fronte all’arrembaggio di Grillo con i suoi “insulti, gli urli, i vaffa”, il suo invito è a combattere voto su voto e riuscire a far passare il messaggio tra i cittadini che li “inganna” chi scommette tutto “sulla rabbia”. Perché c’è invece bisogno di “risposte”.
A far discutere nella lunga giornata di campagna elettorale sono state le parole del leader M5S nell’intervista al vice direttore del Fatto Quotidiano: “Io ministro?”, ha detto, “dipende dal Movimento. Ma perché no? Dovendo scegliere, opterei per l’innovazione. Grillo? Bisognerebbe chiedere a lui, ma lo vedrei bene“. Dopo la pubblicazione, i due hanno specificato sul blog: “Né il sottoscritto né Beppe Grillo si candidano come ministri come riportato nei titoli di alcuni giornali di oggi. Le persone iscritte al Movimento 5 stelle decideranno la squadra di governo attraverso la Rete, quando e se verrà dato l’incarico di formare un governo al M5S”.
Parole che hanno scatenato l’attacco dei deputati Pd Federico Gelli ed Ernesto Magorno: “Complimenti a Marco Travaglio per aver svelate le vere mire di Grillo e Casaleggio. Il tardivo e imbarazzato tentativo di smentire dai parte dei fondatori del Movimento 5 stelle conferma la professionalità del vice direttore del ‘Fatto quotidiano’, che non ha avuto remore nel pubblicare una notizia scomoda per il partito di Grillo. Le parole che Casaleggio dice nell’intervista al giornalista sono chiare, il guru aspira alla poltrona di ministro dell’Innovazione, c’è poco da smentire. A meno che Casaleggio non voglia accusare Travaglio di aver riportato i virgolettati in maniera non fedele. Grillo e Casaleggio hanno sempre detto che non ambivano alle poltrone, invece pensano già alla spartizione dei ministeri”.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/21/governo-renzi-casaleggio-e-grillo-ministri-no-servono-persone-serie/994540/

LE POLITICHE DELL'ACQUAZZONE.

Elezioni europee 2014, a Firenze la sfida finale tra Renzi e Grillo

Il 23 maggio comizio conclusivo del premier in piazza della Signoria (con annesse polemiche), il leader M5S mercoledì. La mail dei dirigenti democratici ai circoli della provincia: "Garantire la partecipazione, obiettivo 8mila partecipanti"







Una battaglia a colpi di comizi, sul filo del voto. Trova il suo crocevia a Firenze la disputa elettorale fraRenzi e Grillo. La città del premier, ormai ex sindaco, si prepara ad ospitare in tre giorni i due leader. In testa le europee, con la sfida lanciata dal comico genovese al Partito Democratico, ma anche le amministrative. Perché qui Renzi ha già governato: e se c’è chi vuol rivendicare i risultati raggiunti, dall’altra parte del campo si punta a denunciare le contraddizioni di una politica considerata tutt’altro che nuova.
Si parte mercoledì 21, con l’arrivo di Beppe Grillo nella “tana del lupo”. Piazza Santissima Annunziata si annuncia stracolma – con l’arrivo di attivisti e simpatizzanti da tutta la regione – in una giornata che nel pomeriggio prevede anche una tappa livornese. Sul palco fiorentino, oltre a Grillo, ci saranno Alessandro Di Battista, il più in vista dei parlamentari a cinque stelle, e Alfonso Bonafede, deputato fiorentino di adozione, oltre alla candidata a sindaco Miriam Amato. La scelta di puntare su Firenze non è casuale: non solo la città di Renzi, ma anche il simbolo dell’assalto alle roccaforti rosse. Da queste parti i democratici iniziano a temere che, in alcuni comuni con oltre 15mila abitanti, potranno dover accettare il ballottaggio, proprio contro i grillini. Un’impresa che il centrodestra quasi mai è riuscito a compiere nelle “Stalingrado” della Toscana.
Renzi, dal canto suo, non ha nascosto le carte: venerdì 23 chiuderà la campagna elettorale del Pd nella città che gli ha garantito il trampolino di lancio verso Palazzo Chigi. Per l’occasione (e per tutta l’ultima settimana di campagna) l’amministrazione, dopo la richiesta formulata dal Partito democratico, ha appositamente riaperto nientemeno che piazza Signoria alle manifestazioni elettorali, inclusa fino a ieri in una lista di luoghi storici inaccessibili alla propaganda. Una decisione che ha mandato su tutte le furie le altre forze politiche. Molti candidati a sindaco hanno chiesto a loro volta la piazza, scontrandosi contro un netto rifiuto: “Il Pd è stato il primo a richiederla”, la motivazione addotta.
Così la piazza sarà non solo teatro del comizio finale di Renzi, ma anche inaccessibile ai banchini delle altre forze. Le autorità locali, infatti, hanno preferito evitare sovrapposizioni, proprio per scongiurare situazioni conflittuali. Una scelta che potrebbe sfociare venerdì in proteste o dimostrazioni. L’unico presidio autorizzato sarà quello della lista Galli, l’ex portiere che cinque anni fa sfidò proprio Renzi candidandosi a sindaco: oggi appoggia il candidato sindaco del centrodestra Marco Stella. Avevano chiesto un gazebo, gli verrà concesso un banchino. E in una posizione molto defilata. Ma loro non si scoraggiano e vanno avanti nella loro campagna che definiscono di “Davide contro Golia”.
I democratici, insomma, sembrano molto determinati a fare di piazza Signoria il teatro della persuasione finale pro-Renzi. Tant’è che è molto intenso il tam tam che richiama alla mobilitazione da tutta la Toscana per fare il pienone. Nei giorni scorsi il Pd aveva addirittura inviato una mail per chiedere ai segretari dei circoli di tutta la provincia fiorentina di garantire un determinato numero di partecipanti, per arrivare ad almeno 8.000 persone. Una scelta che ha creato malcontento in qualche paese, specie fra i pochi rimasti scettici su Renzi. Ma alla fine il “senso di responsabilità” prevarrà: difficile prevedere che ci sarà una diserzione fra i militanti.
E’ comunque palpabile la tensione e l’attenzione a non sbagliare: Renzi chiuderà la campagna a Firenze, città che rappresenta il suo modello. Ma la scelta va vista anche in chiave locale, a sostegno del candidato sindaco Nardella – fedelissimo legato a doppio filo a Renzi – sotto assedio non solo dall’ondata grillina, ma anche dalla candidata civica Cristina Scaletti (che punta a raccogliere i delusi, soprattutto del Pd) e da quello della sinistra Tommaso Grassi, oltre che dal centrodestra. E non è un caso che in aiuto al candidato democratico, negli ultimi giorni della campagna, sia arrivato il gotha renziano, a partire dal Ministro Maria Elena Boschi. Perché se l’operazione Nardella dovesse fallire nei piani del premier si creerebbe un’importante crepa.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/21/elezioni-europee-2014-a-firenze-la-sfida-dei-comizi-renzi-grillo/992580/

venerdì 16 maggio 2014

GOOGLE RICORDA LA RICERCATRICE DI CRISTO

AGNESI, Maria Gaetana
Enciclopedia Italiana (1929)
di Ettore Carruccio







AGNESI, Maria Gaetana nacque a Milano il 16 maggio 1718, morì il 9 gennaio 1799. Matematica, è autrice d'un trattato d'analisi algebrica e infinitesimale. In un primo tempo la sua vita è particolarmente legata alle frequenti accademie domestiche che si tenevano nella casa paterna. Così a nove anni, recitava un discorso latino da lei tradotto dall'italiano del suo maestro "nel quale si dimostra che gli studî delle arti liberali non sono in verun modo discordanti con il sesso femminile". Più tardi, dalle discussioni che si svolgevano in quello stesso ambiente, nasceva il suo libro Propositiones philosophicae (Milano 1738): vi si trattava di logica, di ontologia, di pneumatologia (scienza degli spiriti), meccanica dei gravi, dei fluidi, dei corpi elastici, dei corpi celesti; v'erano notizie sulle meteore, sulle terre, sui mari, sui fossili, sui metalli, le piante, gli animali, ed altre cose ancora. Già dal 1737 l'A. aveva cominciato a studiare matematica. e il suo maestro più insigne fu il padre Ramiro Rampinelli di Brescia, olivetano.
L'opera per la quale si ricorda l'A. è quella che ha per titolo: Instituzioni analitiche ad uso della gioventù italiana. Si comprenderà lo scopo di questo lavoro, quando si pensi che, al tempo della sua pubblicazione, i fibri che correvano per le mani degli studiosi non erano più al corrente con i progressi dell'analisi, dovuti in gran parte a numerose memorie comparse negli Acta eruditorum di Lipsia, nelle Memorie dell'Accademia di Parigi, ecc. Ora l'opera dell'Agnesi tiene conto di tali progressi. Essa si divide in due tomi. Nel primo, che tratta "dell'analisi delle quantità finite" insieme con varie curve classiche, viene studiata la versiera, cubica razionale con un punto doppio a distanza infinita. Questa curva, che abitualmente si attribuisce all'A., era già nota a G. Grandi fin dal 1703, Che le diede il nome di versiera nel 1718. Nel secondo tomo viene svolto il calcolo infinitesimale: calcolo differenziale e integrale, "metodo inverso delle tangenti" o risoluzione di particolari classi d'equazioni differenziali. Le Instituzioni, pregevoli per ordine e chiarezza, vennero tradotte in francese e in inglese, e studiate come le migliori del loro genere finché, a loro volta, vennero sostituite dalle opere di Eulero.
Le Instituzioni analitiche dell'Agnesi furono stampate nella casa di lei nel 1748. Qualche mese prima della pubblicazione del suo lavoro ella era stata aggregata all'Accademia delle Scienze di Bologna. Il papa Benedetto XIV ricevette una copia delle Instituzioni e rispose congratulandosi e inviando doni. Con un breve, le venne offerta la cattedra di matematica all'università di Bologna. Così nacque la leggenda secondo la quale ella insegnò veramente in quella città, mentre invece non volle mai accettare la cattedra, malgrado le sollecitazioni degli accademici bolognesi. Ma pubblicato il suo libro, ella seguì quella che era sempre stata la sua inclinazione; e specialmente dopo la morte del padre avvenuta nel 1752, si dedicò per intero alla religione e alle opere di carità: curava gl'infermi nella sua casa dove aveva istituito un ospedale. E mentre il suo nome era ancora ricordato tra gli scienziati per i suoi lavori matematici, ella li aveva lasciati da tempo, come risulta da un fatto particolare. Nel 1762 le furono inviate, dall'Accademia di Torino, delle dissertazioni intorno al calcolo, perché le esaminasse; v'erano alcuni articoli del Lagrange e tra questi l'esposizione del metodo che poi costituì il calcolo delle variazioni. Ella rispose che "le serie occupazioni sue l'impossibilitavano a ricevere questi contrassegni non meritati dell'altrui stima". L'arcivescovo di Milano nel 1771 la chiamò come visitatrice a direttrice d'un ricovero per i vecchi e le vecchie prive d'assistenza. Infine durante gli ultimi quindici anni della sua vita rimase tra le vecchie del Luogo pio Trivulzio, dove morì nell'inverno del 1799.

mercoledì 14 maggio 2014

Arresto Genovese, salta il voto alla Camera M5s chiede la seduta fiume. No di Pd e Pdl

Caso Genovese, salta il voto alla Camera. M5S: “Seduta fiume”. No di Pd e Pdl

Possibile rinvio a dopo le elezioni europee del 25 maggio prossimo per la richiesta di arresto del deputato democratico accusato di associazione a delinquere, riciclaggio, peculato e truffa dalla procura di Messina. Il motivo formale è stata la corsia preferenziale per il decreto lavoro che comunque è slittato al giorno successivo. Grillo: "Non fate scappare il potenziale latitante". Il capogruppo Speranza: "Prima gli interessi del Paese"






L’arresto di Francantonio Genovese può aspettare. Prima meglio far passare le elezioni europee del 25 maggio. La Camera respinge tutte le richieste del Movimento cinque stelle: prima quella di far saltare tutti gli ordini del giorno per arrivare subito al voto sulla richiesta di arresto del deputato Pd; poi, quella di andare avanti con una seduta-fiume per arrivare comunque al voto sul renziano, sui cui pendono leaccuse di associazione a delinquere, riciclaggio, peculato e truffa formulate dalla procura di Messina. Così, la Camera rinvia a domani il voto finale sul decreto lavoro facendo slittare di conseguenza anche quello sulla sorte di Genovese. Insorgono i Cinque stelle: “Vogliono salvarlo”. Anche Lorenzo Dellai, capogruppo di Scelta civica, propone di rinviare tutto a domani. Di fronte all’impasse, il presidente della Camera, Laura Boldrini, si rimette ai gruppi parlamentari per decidere quando tenere il voto finale e l’Aula risponde rinviando l’esame a domani pomeriggio con 107 voti di differenza. Il 7 maggio scorso la Giunta delle autorizzazioni della Camera aveva autorizzato la richiesta di arresto per il deputato con una maggioranza formata da Pd, M5S e Sel: 12 i voti favorevoli, 5 quelli contrari all’arresto.
Grillo in un video sul suo blog: “Non lasciatelo scappare” - “Attenzione! C’è un potenziale latitante che si aggira per l’Italia. Si chiama Francantonio Genovese. Non lasciatelo fuggire“. Così Beppe Grillo ha postato nel pomeriggio un video sul suo blog ironizzando sul Genovese. “Lanciamo un appello alle forze di polizia, tenetelo d’occhio – aggiunge – Genovese “è un deputato del Pd, e da due mesi la magistratura chiede il suo arresto. Il suo partito gli ha già dato due mesi per inquinare le prove e per reiterare il reato e ora vuole rinviare il voto sul suo arresto a dopo le elezioni europee”, afferma ancora Grillo che ricorda: “Il Movimento 5 Stelle ha chiesto di votare subito, di non perdere altro tempo, per non essere costretti, poi, ad andare a ricercarlo. Magari in Libano. Anche lui. La maggioranza ha detto ‘no’. Quest’uomo, secondo le accuse, ha sottratto fondi pubblici per almeno 6 milioni di euro. Non lasciamolo fuggire”.
Perché il voto su Genovese  è slittato - In Aula la precedenza è stata data al voto sul decreto lavoro. Essendo in scadenza il 27 maggio, andava votato subito visto che la prossima settimana è previsto uno stop dei lavori parlamentari per gli ultimi giorni di campagna elettorale in vista delle europee del 25 maggio. Di fatto, però, il voto sul dl lavoro è slittato lo stesso. La richiesta di seduta fiume, oltre la mezzanotte avanzata dal M5s è stata bocciata dall’aula della Camera e la discussione sul dl Poletti non continuerà prima di domattina alle 9.30 quando con il voto degli ordini del giorno rimanenti, le dichiarazioni di voto e il voto finale, si arriverà a votare intorno alle 12.30. A seguire ci sarà una conferenza dei capigruppo che deciderà se proseguire con il voto di autorizzazione che riguarda Francantonio Genovese o esaminare il dl Lupi sulla casa.
Sel: “Macché ostruzionismo, il decreto lavoro va modificato” – Alle accuse di “ostruzionismo”mosse dal M5S, il gruppo di Sinistra ecologia e libertà ha risposto opponendo il concetto di “responsabilità”: “Da mesi, prima alla Camera poi al Senato e ora di nuovo alla Camera, stiamo conducendo una battaglia per modificare in meglio il decreto Poletti – ha spiegato la vicepresidente dei deputati di Sel Titti Di Salvo - Una battaglia per i lavoratori, i precari e i disoccupati”. Insomma, non è possibile, sostiene Sel, far passare un testo sul lavoro pieno di lacune solo per arrivare all’arresto di Genovese. Mentre il primo, infatti, ha una scadenza fissata tra 5 giorni, l’arresto può essere calendarizzato in qualsiasi altro momento. “Il Movimento 5 stelle attacca a noi perché stiamo conducendo una battagliaalla luce del sole solo perché il tintinnare di manette è più importante dei lavoratori, dei precari e dei disoccupati di questo Paese”. Di fatto però anche il voto sul decreto lavoro è slittato a domani.
‘Allarme garantisti’ nel Pd – Il voto della Camera a meno di due settimane dal voto europeo ha messo il Pd in grande difficoltà. Per un motivo principalmente: perché, si è detto in Transatlantico, comunque vada per Genovese, i Cinque stelle avranno da quel voto vantaggi per la campagna elettorale. Tanti se verrà arrestato; ancor di più se nella votazione segreta l’Aula negasse l’autorizzazione. Una possibilità che spaventa il Pd non così convinto di avere i voti necessari per l’arresto visto che, al suo interno, sarebbe corposa la presenza di “garantisti” sì disposti a votare un’autorizzazione a procedere, ma non l’arresto in sé e per sé creando un “caso Alfonso Papa anche nel Pd. Eletto alla Camera con il Pdl e coinvolto nello scandalo P4, Papa si fece 101 giorni di carcere, anche se il tribunale del Riesame successivamente dichiarò illegittimo quell’arresto. Papa fu il primo deputato ad andare in carcere dopo 25 anni: prima di lui bisogna risalire al caso di Massimo Abbatangelo, del Msi. 
Genovese, ex sindaco di Messina e campione delle preferenze (con 19.590 voti fu il più votato d’Italia alle primarie parlamentari del Partito democratico), è il primo parlamentare di questa legislatura, la XVII, per il quale è stato chiesto l’arresto. La procura messinese indaga su di lui dal giugno 2013 per truffa e peculato nell’ambito un’inchiesta sui finanziamenti alla formazione professionale, inchiesta che ha portato all’arresto tra gli altri della moglie Chiara Schirò.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/14/caso-genovese-possibile-rinvio-voto-camera-a-dopo-europee-scontro-pd-m5s/985233/

martedì 13 maggio 2014

LEGAMBIENTE PRESENTA UN DOCUMENTO SUL CONSUMO DEL SUONO E LA CEMENTIFICAZIONE SELVAGGIA

Legambiente: tante, brutte e vuote. Dossier sulle case italiane e la cementificazione

L'associazione ambientalista presenta lo studio sul consumo di suolo. La crisi non ferma il mattone: 720 chilometri quadrati cementificati negli ultimi tre anni. Con qualità scarsa e senza risolvere il problema abitativo

Legambiente: tante, brutte e vuote. Dossier sulle case italiane e la cementificazione
Il filo conduttore del ragionamento dell’associazione ambientalista è chiaro: si continua a costruire mentre il numero di persone senza casa rimane alto. Stando al dossier di Legambiente il tasso di consumo di suolo negli anni ’50 era pari al 2,9%, mentre oggi è al 7,3% l’anno, con una crescita giornaliera di 0,7 chilometri quadrati, 255 chilometri quadrati all’anno, una volta e mezzo il Comune di Milano. L’Italia, in confronto agli altri paesi europei, spicca in negativo in una posizione nettamente peggiore di Regno UnitoFrancia, decisamente lontano dai livelli della Spagna e vicina ai dati della Germania, che però conta una popolazione decisamente superiore. Lo stivale risulta, crisi o non crisi, tra i maggiori produttori e consumatori di cemento in Europa, con una media di oltre 432 chili pro capire di cemento per ogni cittadino a fronte di una media europea di 314. Questo in parte, fa notare Legambiente, è dovuto anche al fatto che continua a essere impossibile realizzare progetti ambiziosi di riqualificazione di aree degradate o dismesse, perché più facile ed economico costruire palazzi in aree agricole. E quindi si continua a costruire.
Dei 22mila chilometri quadrati urbanizzati in Italia, il 30% è occupato da edifici e capannoni. Sono circa 5,4 milioni le abitazioni realizzate negli ultimi 20 anni in Italia, a cui si aggiungono quasi 750mila costruzioni abusive. La curva di crescita delle costruzioni ha visto il suo picco nel 2005 e ora sta mostrando una progressiva flessione. In questi anni sono infatti crollate le compravendite ed è cresciuto l’invenduto, che se nel 2010 si “fermava” a 40mila abitazioni e nel 2013 è arrivato al numero record di 120mila.
Nonostante la valanga di costruzioni, tuttavia, denuncia Legambiente, rimane alto e quasi inspiegabile il disagio abitativo. Per quanto riguarda gli sfratti si tratta di un vero allarme: 67mila nel 2012 rispetto ai 52mila del 2008. Oltre 311.000 negli ultimi cinque anni. “Si è continuato a costruire senza soluzione di continuità migliaia di abitazioni – si legge nel dossier – che con una dinamica di prezzi che prescinde totalmente dai costi di costruzione hanno permesso di far guadagnare moltissimo proprio da una fame di case che non trova risposta”. Il motivo di tanto cemento “inutile”, secondo Legambiente, è da ricercare nella certezza del guadagno, “perché come tutti gli studi confermano – si legge – mettendo a confronto il periodo 1999-2009 investire sul mattone è risultato molto più vantaggioso che farlo in borsa”. 
Ma il binomio cemento-casa nasconde un’altra faccia ancora: quella della bassa qualità degli immobili. “Non esistono controlli e sanzioni rispetto ai consumi delle abitazioni – scrive Legambiente – e quindi si condannano le famiglie a spendere migliaia di euro per case fredde d’inverno e calde d’estate. Malgrado dibattiti e impegni, ancora non è in vigore il libretto del fabbricato e non si hanno informazioni nemmeno per edifici in zone a rischio sismico e idrogeologico, o controlli mirati relativi ai materiali e alle tecniche di costruzione utilizzate”.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/13/legambiente-tante-brutte-e-vuote-dossier-sulle-case-italiane-e-la-cementificazione/984063/

IL GOVERNO CHIEDE LA FIDUCIA SUL DECRETO LAVORO

Dl lavoro, Governo pone questione di fiducia a Montecitorio

Il testo torna alla Camera dopo le discussioni a Palazzo Madama tra le polemiche. Il Movimento 5 stelle aveva chiesto il rinvio in commissione, ma la proposta è stata bocciata dall'assemblea. Critiche anche da Lega Nord e Fratelli d'Italia

Dl lavoro, Governo pone questione di fiducia a Montecitorio
Il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, ha posto in aula alla Camera la questione di fiducia sul decreto lavoro nel testo uscito dalla commissione, identico a quello approvato al Senato. È la terza questione di fiducia che il governo pone sul decreto Poletti, già duramente contestato in Parlamento nei giorni scorsi. Al Senato i rappresentanti 5 stelle si erano incatenati tra loro per chiedere una modifica del provvedimento senza però ottenere risultati. Il testo è in terza lettura a Montecitorio, ed è stato modificato sia alla Camera in prima lettura che al Senato in seconda. Ora la capigruppo di Montecitorio deciderà il calendario di domani per il voto di fiducia e il via libera definitivo al testo. Contro la fiducia ha protestatoMassimiliano Fedriga della Lega. “Questa maggioranza per stare in piedi ha bisogno di porre la fiducia”, ha detto il deputato del Carroccio lamentando che “per l’ennesima volta viene maltrattato il Parlamento”. Dello stesso tono la protesta di Fi e M5S con Simone Baldelli e Walter Rizzetto.
La fiducia è stata posta sul testo arrivato dal Senato e non ulteriormente modificato in terza lettura. Poco prima dell’intervento del ministro Boschi in Aula, il Movimento 5 stelle aveva chiesto il rinvio del testo in commissione. La richiesta però è stata bocciata a maggioranza dall’Assemblea con 74 voti di differenza. “Il testo – ha detto chiudendo la discussione generale il sottosegretario al Lavoro, Massimo Cassano – non è stato stravolto. Il primo obiettivo che il governo si pone è consentire alle imprese una maggiore agilità nei rapporti di lavoro e nelle assunzioni. Il principale intento è far sì che le imprese colgano al meglio le opportunità che iniziano a intravvedersi e per questo si è pensato di intervenire sul contratto a termine”. “Nel complesso – ha aggiunto – ritengo che le modifiche fatte al Senato garantiscano una maggiore semplificazione per le assunzioni“.
Chi continua a difendere il testo è il ministro del lavoro Giuliano Poletti: “Le commissioni di Camera e Senato hanno fatto un buon lavoro. Il decreto arriva alla conversione sostanzialmente nei termini che il governo aveva presentato e noi siamo convinti sia una buona soluzione perché ci consente di dire agli imprenditori ‘potete assumere senza preoccupazione, tranquillamente, perché adesso avete uno strumento che che non vi pone i problemi di interpretazione che che avevate prima. Crediamo che in questo momento sia la giusta risposta ai problemi che abbiamo“.  E ha poi aggiunto: “Ai lavoratori diciamo che è meglio avere la possibilità di stare 36 mesi in un posto di lavoro piuttosto che avere 6 ragazzi che cambiano il loro lavoro ogni 6 mesi perché l’imprenditore preoccupato di dover formalizzare una causale e preferisce interrompere il contratto per averne un altro. Non mi sembra che questo renda le cose peggiori di prima, anzi io direi che sostanzialmente le migliori”.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/12/dl-lavoro-governo-pone-questione-di-fiducia-a-montecitorio/982705/

LA LUNGA E TRAVAGLIATA ODISSEA DI ALITALIA

Alitalia-Etihad, per Palazzo Chigi è quasi fatta ma la strada è ancora lunga


Lo scoglio più grosso, quello del debito, che con il nodo occupazionale rappresenta l’ostacolo maggiore nella trattativa Alitalia-Etihad, secondo il governo sembra avviato a soluzione. Tanto che dopo il vertice a Palazzo Chigi di lunedì, secondo fonti di governo, si sarebbe molto vicini a un’accordo con le banche
Per questo, è l’orientamento che è stato fatto trapelare, ora è necessario non lasciare cadere l’opzione offerta dalla compagnia di Abu Dhabi e chiudere la trattativa. Possibilmente rispondendo alla società emiratina già questa settimana nonostante l’incombere delle elezioni europee.
Questi, in sintesi, i temi dell’incontro che l’ad di Alitalia Gabriele Del Torchio, il presidente Roberto Colaninno e i soci bancari, grande assente l’ad di Unicredit Federico Ghizzoni che da Milano ha però confermato le indiscrezioni di stampa delle ultime settimane, hanno avuto a palazzo Chigi con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Graziano Delrio e, in collegamento telefonico con il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi. Qui i rappresentanti del governo hanno invitato i vertici di Alitalia ad “andare avanti con la trattativa e chiudere con Etihad”, perché è “una grande opportunità“. Nei prossimi giorni, ha spiegato Palazzo Chigi al temine dell’incontro, “ci saranno nuovi importanti contatti tra le due compagnie”. Governo, vertici e banche creditrici hanno esaminato i differenti aspetti del negoziato e delle richieste avanzate dalla società emiratina, alla luce “delle positive indicazioni espresse da parte degli azionisti e delle banche”.
Tra i punti ancora irrisolti ci sarebbe il meccanismo di garanzia per i sacrifici che vengono chiesti agli istituti creditori. Poi saranno convocati i sindacati, per trovare una soluzione all’altro passaggio delicato delll’ennesimo salvataggio della compagnia: quello degli esuberi. Sul fronte del debito, Etihad avrebbe chiesto di rinegoziare un minimo di 400 milioni (ma potrebbero arrivare a 565 milioni se si aggiunge la nuova finanza versata ad inizio anno), attraverso la cancellazione o la conversione in titoli. Per andare incontro ulteriormente alle richieste di Etihad, che vorrebbe garanzie sulle pendenze passate della compagnia aerea italiana, Alitalia ha anche messo a punto la proposta di costituire una nuova società ad hoc, dove far confluire business e attività e dove far entrare il partner emiratino con una quota del 49%, con un investimento di circa 560 milioni.
Debiti e contenziosi pregressi, insieme agli esuberi, resterebbero invece nella vecchia Alitalia che politici e banche non vogliono chiamare bad company nonostante le vistose somiglianza. Ma non è detto, secondo alcune fonti, che tutti i debiti restino in capo alla holding. “Siamo un paese industriale e a vocazione turistica: il trasporto aereo è fondamentale: non disperderlo e non regalarlo a zero euro a chi ha scommesso sul fallimento”, ha detto Lupi, senza precisare di chi parlasse: è tuttavia probabile che il riferimento fosse al rischio, nel caso andasse in fumo l’ipotesi Etihad, di un ritorno sulla scena di Air France-Klm, a quel punto per mettere le mani su una compagnia pressoché in saldo. Altre novità in chiave Etihad sono attese poi dal prossimo consiglio dei ministri, che col Piano nazionale degli aeroportipotrebbe approvare anche una norma sulla liberalizzazione di Linate.
Infine gli esuberi (Etihad ne avrebbe chiesto 1.500-2.500), la cui trattativa però è rimandata ad una fase immediatamente successiva: “Certamente saranno convocati anche i sindacati, appena avremo la risposta da parte delle due società”, ha spiegato oggi Lupi, precisando che “il governo dovrà vedere il piano industriale, se l’accordo ci sarà, su quello si ragionerà con i sindacati”. Per salvaguardare l’occupazione potrebbe anche essere messo a punto un decreto ad hoc del ministero del Lavoro, mentre l’azienda potrebbe replicare quanto fatto nel 2008 chiedendo a via Veneto la formula 4 anni di cassa integrazione più tre anni di mobilità. Per arrivare alla transazione vera e propria tra le due compagnie, tuttavia, manca ancora del tempo. Una volta inviata la lettera di risposta di Alitalia, la road map prevedrebbe infatti, prima di tutto la redazione di una lettera d’intenti non vincolante da sottoporre e far sottoscrivere alle parti. Su questa base, poi, andrà preparato e sottoscritto il contratto che sarà vincolante solo se verranno rispettate delle condizioni, tra cui il via libera della Commissione Ue (che però è in scadenza, il che potrebbe allungare i tempi): solo allora potrà avvenire la transazione.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/12/alitalia-etihad-per-palazzo-chigi-e-quasi-fatta-ma-la-strada-e-ancora-lunga/982997/

IL WEB E IL CONTROLLO ALLA LIBERTA' DI ACCESSO.

Internet non sarà più uguale per tutti. A rischio la neutralità della rete

Le grandi aziende come Disney e Netflix vogliono comprare corsie preferenziali per vendere contenuti agli utenti. E gli altri dovranno mettersi in coda

Internet non sarà più uguale per tutti. A rischio la neutralità della rete
Siamo abituati a pensare a Internet come uno strumento per accedere a tutto quello che ci interessa. Oltre ai social network, alle applicazioni per comunicare o per vedere video e film, la Rete è la forma principale di fruizione di innumerevoli contenuti, soprattutto di tipo informativo e culturale.
La libertà di accedere è stata fin dall’inizio la caratteristica di Internet, ne ha consentito lo sviluppo fino a farla diventare il principale sistema di relazioni economiche e umane del pianeta. Un fenomeno che ha modificato profondamente la nostra società e che è fondato sul principio della net neutrality, la neutralità della rete. In base a esso, quando navighiamo in Rete tutti i provider di Internet, cioè quelli che ci forniscono la connessione, devono consentirci l’accesso ai contenuti che richiediamo in maniera egualitaria e alla stessa velocità, senza alcun filtro o discriminazione. Un principio fondamentale non solo per lo sviluppo di Internet, ma anche per la libertà di ciascuno di noi, posto che attraverso la Rete sempre più si realizzano forme di partecipazione democratica e opportunità di informazione. Così fino a oggi è stato, però le cose potrebbero presto cambiare.
Gli operatori di telecomunicazioni che forniscono le reti su cui siamo connessi sono sempre più impegnati a chiedere una radicale revisione delle regole della net neutrality. Sostengono che la non discriminazione dei contenuti ha finito per favorire i grandi top player, come Google, che utilizzano il libero accesso a Internet per ricavare molti soldi e occupare la gran parte della capacità trasmissiva, senza peraltro riconoscere ritorni economici anche a chi, come loro, ha sborsato soldi per la realizzazione e il funzionamento delle stesse reti. Una questione ancora più scottante nel momento in cui le aziende di telecomunicazioni devono compiere un ulteriore sforzo di investimento per realizzare reti di nuova generazione, quelle in fibra ottica a grande capacità di banda.
Il Parlamento europeo resiste alle lobby - Contro la net neutrality sono scese in campo anche alcune forze politiche, per lo più di destra, che in America e in Europa chiedono a gran voce una riforma delle tregole di funzionamento di Internet, a partire dalla neutralità e dal copyright. Il potere politico teme infatti sempre più l’effetto critico dell’uso della Rete e ne chiede a gran voce una più rigida regolazione. Per tutte queste ragioni negli ultimi mesi si aperta una grande discussione, le cui tracce sono quasi del tutto assenti in Italia, che ha visto coinvolti in particolare l’Unione europea e le autorità Usa.
Agli inizi di aprile il Parlamento europeo ha approvato un emendamento al prossimo progetto di regolamento europeo sulle telecomunicazioni che salvaguarda la net neutrality e che molti hanno definito storico, a iniziare dagli attivisti sulle libertà della Rete. Al contrario, molte compagnie di telecomunicazioni europee hanno protestato, parlando di un ulteriore regalo agli over the top d’oltreoceano. Punti di vista radicalmente diversi che verrano sciolti dal Consiglio dei ministri europeo che deciderà dopo le elezioni del prossimo 25 maggio.Per il momento le forze del centrosinistra, in alleanza con i liberali, hanno portato a casa il risultato, però non è detto che i rappresentati dei governi la pensino allo stesso modo.
Negli Stati Uniti l’Fcc, cioè la Commissione federale delle comunicazioni, intende invece proporre nuove regole che consentiranno ai fornitori di servizi Internet di offrire una corsia più veloce attraverso la quale inviare video e altri contenuti a quei consumatori disposti a pagare di più. Le norme proposte sono una completa inversione di tendenza per la stessa Fcc sulla neutralità della Rete. La precedente normativa era molto più favorevole, anche se in parte è stata annullata da una Corte del Distretto di Columbia. Le nuove regole, se approvate, permetteranno a una società di reti come Comcast o Verizon di negoziare con ciascuna società di contenuti, come Netflix, Amazon, Disney o Google, applicando importi diversi per assicurare un servizio prioritario. Questo potrebbe aumentare i costi per le imprese di contenuti, che quindi avrebbero un incentivo a trasferirli ai consumatori come parte dei loro prezzi di sottoscrizione.
Il tradimento di Obama - I sostenitori della neutralità della Rete temono d’altra parte che il nuovo quadro finirà per potenziare le grandi società e penalizzare le start-up, che potrebbero essere la Twitter oFacebook del futuro. Le nuove proposte, elaborate dalla Fcc americana, saranno discusse nei prossimi giorni. Intanto i Democratici e vari gruppi per i diritti civili promettono battaglia. Forti polemiche sono in corso nel Congresso dove molti non vedono di buon occhio il tentativo di consentire l’approvazione di regole per Internet a due velocità e con diverse opportunità di accesso, soprattutto dopo il grande scandalo delle intercettazioni di massa dell’Nsa. Molti sono anche delusi dal presidente Barack Obama che in campagna elettorale si era invece dichiarato un forte sostenitore della neutralità della Rete. Durante un forum in Iowa aveva spiegato: “Le lobby che chiedono che i server dai quali riceviamo informazioni debbano filtrare i contenuti e addebitare tariffe diverse vogliono distruggere una delle cose migliori di Internet, la sua incredibile uguaglianza”.
da Il Fatto Quotidiano del 7 maggio 2014