spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

domenica 26 ottobre 2014

VITTORIO FELTRI: UNA EDULCORATA PROTESTA RIVOLTA AI FALCHI DELLA COMMISSIONE EUROPEA

Feltri: nazisti Ue, buttateci fuori così poi ridiamo noi


Scritto il 24/10/14




La lettera minatoria che il presidente della Commissione Europea, Barroso, ha inviato a Palazzo Chigi è la dimostrazione plastica che Bruxelles considera l’Italia una scolaretta negligente e, pertanto, ritiene lecito tirarle le orecchie e prenderla a bacchettate con disinvoltura. Può darsi che in assoluto noi meritiamo simile trattamento, perché da anni giuriamo di stare in riga e invece, passando da Berlusconi a Monti e da Enrico Letta a Renzi, non abbiamo fatto altro che sbandare, come certificano i dati economici degli ultimi tre anni, andati via via peggiorando rispetto a quelli registrati in epoca di centrodestra. Ammesso e non concesso che siamo asini, non si capisce comunque perché l’Ue si arroghi il diritto di darci la pagella secondo pregiudizi, e non giudizi, che prescindono dalla conoscenza dei fatti. In altri termini, più crudi, se la Germania e i suoi camerieri scodinzolanti non apprezzano la politica romana sono liberi sì di criticarci e, al limite, di buttarci fuori dal club burocratico in cui guazzano, ma non di recapitarci una missiva dai toni ultimativi, sgradevoli, maleducati e arroganti, degni del Quarto Reich, anzi del Terzo.
Essi ci hanno invitato perentoriamente a rispondere entro 24 ore al loro diktat in cui si dice che la nostra manovra (legge di stabilità) fa praticamente ribrezzo ed è quindi necessario correggerla, altrimenti… Altrimenti che? Cosa fate, ci cacciate? Vittorio FeltriProvateci, fessacchiotti. Senza Italia nel mucchio selvaggio di 28 paesi, in cerca di una unione fittizia, salterebbe per aria non solo la Ue, ma anche la moneta unica difesa con spocchia dagli affamatori del popolo, cioè banchieri, finanzieri e loro utili idioti, tra cui economisti da talk show. Ecco perché ci auguriamo che Matteo Renzi (costretti ad affidarci a lui, già siamo nelle sue mani, oddio in che mani siamo), attingendo una tantum all’aulico linguaggio di Beppe Grillo, e rivolgendosi a Barroso e complici, pronunci il classico vaffanculo. Quando ci vuole, ci vuole.
Non ci vengano a dire lorsignori di Berlino e Bruxelles che se disubbidiamo agli ordini saremo commissariati, come se il nostro paese fosse una colonia dei tognini. Manderanno in trasferta a Roma i commissari? Li accoglieremo nel migliore albergo. Va bene l’Excelsior di via Veneto? Ok. Qui rimpinzeremo gli ospiti di spaghetti all’amatriciana e di pizza e, l’indomani, li caricheremo sulle auto blu invendute rispedendoli a casa, oltre frontiera. Ce la siamo sempre cavata da soli nei momenti più tragici, compresi due dopoguerra mondiali e una tentata rivoluzione dei brigatisti rossi (indimenticabili quanto portentosi Ciampi e Prodicoglioni), vi pare che ci possano far tremare le ginocchia quattro contabili avvezzi a misurare la lunghezza degli zucchini e a disporre la distruzione delle arance siciliane? Andate all’inferno.
Noi con la politica dei piccoli passi (da gambero) ci eravamo guadagnati una buona posizione, poi siete arrivati voi menagramo con l’euro fasullo e coniato non per aiutare il popolo europeo, che non esiste (esistono tanti popoli europei privi di un denominatore comune), e ci siamo lasciati infinocchiare, affascinati dall’idea di appartenere a una élite che avesse in tasca le stesse banconote. Prodi e Ciampi, nel predisporci a essere presi in giro, ci misero del loro, ma sorvoliamo per rispetto della terza età (cui mi avvicino). Constato che Renzi non usa le buone maniere ma preferisce la pressa delle rottamazioni rapide. Lo preghiamo vivamente di non intimidirsi davanti a un portoghese (vocabolo che da noi ha un significato giustamente sinistro) e di apprestarsi piuttosto a mandarlo a quel paese, il suo, dove troverà altri portoghesi più malleabili di noi. Chiaro il concetto? Barroso e RenziCaro presidente Renzi, lei che ha fatto fuori le cariatidi del Pd in pochi mesi, non faticherà a far secco anche questo intruso, Barroso, un nome che evoca quello di un calciatore, anzi di vari calciatori, tutti modesti.
Ci aspettiamo da lei un atteggiamento dignitoso, un atto di coraggio che riaffermi la nostra sovranità nazionale a costo di sfidare il Quarto Reich che, senza di noi, farebbe la fine del Terzo, sul serio. Un’ultima osservazione prima di chiudere. L’Ue si è risentita perché Padoan, ministro dell’economia, ha pubblicato la lettera minatoria sul sito del proprio ministero. Ma da quando in qua gli atti ufficiali in democrazia rimangono segreti? Ha fatto benissimo Padoan a divulgarla. Chi lancia il sasso e nasconde la mano è un vile; chi ambisce perfino a nascondere il sasso è un pistola. P.S.: Presidente Renzi, le rammento che nel 2011 Berlusconi ricevette una lettera dalla Ue e, non avendola rispedita al mittente con un circostanziato vaffa, fu sfanculato. Politico avvisato, mezzo salvato.
(Vittorio Feltri, “Buttateci fuori che poi ridiamo noi”, da “Il Giornale” del 24 ottobre 2014).

FINALMENTE I DIRITTI SUL LAVORO SONO SCOMPARSI, ADESSO POSSIAMO SOLO CELEBRARE IL FUNERALE.

Morto il lavoro, c’è solo la paura: nessuno è al sicuro.



Scritto il 26/10/14


Era uno dei principali obiettivi sin dall’inizio, e ci sono arrivati. Forse un po’ in ritardo rispetto ai tempi che si erano prefissati, ma ci sono arrivati.
Chi ha capito il progetto dell’Unione Europea sa che le riforme del mercato del lavoro rappresentano lo strumento per ampliare la massa dei precari disposti a tutto e che, seppure con salari bassi e privi di risparmi, saranno costretti a comprare quei servizi essenziali (sanità, acqua, educazione) che nel frattempo verranno privatizzati. Noi tutti lo abbiamo capito da tempo, forse ora anche il sindacato? In realtà anche il sindacato lo aveva capito da tempo, solo che ora gli è impossibile girare la testa dall’altra parte. In diversi lavori la Mmt ha spiegato perché la linea di intervento “per superare la crisi bisogna lavorare sul lato dell’offerta” è sbagliata, perché il presupposto “per crescere, uno Stato deve avere i conti a posto” è in realtà una superstizione e perché il modello export-oriented a cui tende l’Ue è folle.
Schulz, Renzi, Camusso e Bersani









Le riforme del mercato del lavoro hanno un impatto negativo sulla dinamica occupazionale ma anche un effetto disastroso da un punto di vista psicologico sul sentimento del lavoro di chi continuerà a lavorare. Chi come me viene dalle scienze sociali sta assistendo a uno stravolgimento tale che potremmo anche chiamarlo la cancellazione del sentimento e della cultura del lavoro. È come una malattia e si manifesta tramite una serie di sintomi. La destabilizzazione: il continuo dibattito sul mercato del lavoro serve a veicolare il messaggio “nessuno si senta più al sicuro”; in questo senso l’abolizione dell’articolo 18 è simbolico per l’Ue, nel senso che è il simbolo giusto tramite cui mandare questo messaggio. La fine dei valori del lavoro: cioè quel valore personale che una lavoratore cerca nel lavoro e che è alla base della sua soddisfazione (sentirsi utile oppure fare carriera o lavorare in un bell’ambiente). La cultura dell’austerità cancella la scelta e il desiderio nel lavoro: «E’ già tanto se lo hai, un lavoro», ti viene detto, «non puoi pretendere che sia il lavoro che vorresti».
Per chi si ostina ad avere questo desiderio (meglio definito come “pretesa”) è prevista la fustigazione; per chi non ha più questa pretesa è prevista la frustrazione. La morte bianca dell’utilità del lavoro: è stato ucciso l’orgoglio del fare un lavoro utile che proviene anche dal fatto che gli altri lo riconoscano come un lavoro utile (produzione, insegnamento, il lavoro delle forze dell’ordine) che poi era l’essenza del “mestiere”. Ma per lo Stato, sotto scacco dei mercati finanziari, garantire un lavoro non è più una priorità, figurarsi se si pone il problema di far fare cose utili alla collettività, tanto il Pil è dato anche dalle attività illecite. Con la riforma degli ammortizzatori sociali, quei lavoratori in cassa integrazione prima orgogliosi di aver fatto il Pil della nazione saranno costretti ad accettare il primo lavoro utile proposto dalle agenzie di collocamento, cioè il primo che ti viene offerto, pena la fine del sussidio.
Camusso e Monti











Vedere oggi questo discorso di Roosevelt che parla del diritto delle persone ad avere un lavoro utile è come assistere a un documentario sul pianeta Marte. In un contesto in cui aumentano le famiglie povere, difendere il diritto a esprimersi tramite il lavoro, per le proprie capacità e aspirazioni, è etichettato dalla “cultura della scarsità” come un’assurda pretesa. Ma, a ben guardare, così si sta demolendo un altro pezzo della civiltà europea, quella della cultura del lavoro. L’austerità si porta dietro l’azzeramento della soggettività al lavoro, cioè quel mondo di sentimenti e di relazioni che rendevano il lavoro una parte importante della vita delle persone (le relazioni con gli altri, le aspettative, le gratificazioni e delusioni). Vale solo quanto sei disposto a fare un lavoro per un costo minore degli altri, a prescindere da quello che sei. E allora, scienziati sociali, psicologi del lavoro, sociologi, e così via: è o non è anche nostra la battaglia contro l’austerità?
(Deanna Pala, “Senza lavoro sei disperato, ma non pensare che con un lavoro sarai tanto allegro”, da “Rete Mmt” del 22 settembre 2014).

http://www.libreidee.org/2014/10/morto-il-lavoro-ce-solo-la-paura-nessuno-e-al-sicuro/


CARLO LOTTIERI: SE RINUNCIASSIMO ALL'ITALIA

Paese a pezzi, mai unito: e se rinunciassimo all’Italia?


Scritto il 25/10/14


Quindici anni fa, in una fase storica che vedeva il paese ormai impantanato in logiche politiche incapaci di affrontarne i problemi strutturali dell’economia e della società, ne “L’asino di Buridano” (ora ripubblicato dall’editore Guerini) Gianfranco Miglio immaginò una sua via d’uscita, essenzialmente basata su una struttura confederale e macro-regionale. L’Italia doveva lasciarsi alle spalle lo Stato nazionale e unitario di costruzione ottocentesca, affidarsi a logiche pattizie più coerenti con una società d’ispirazione democratica e liberale, ridefinirsi attorno ad aree omogenee per storia e struttura produttiva. Quindici anni sono pochi e sono tanti al tempo stesso. Se l’essenza della riflessione migliana resta valida, qualcosa merita indubbiamente di essere rivisto, aggiornato, ripensato. Non è in nessun modo realistica, in particolare, l’idea di una “via italiana” (o romana) alla soluzione dei problemi che affliggono il paese.
ragazza nella valigia










Innamorato della dimensione anche tecnica e ingegneristica dei dispositivi costituzionali, Miglio ancora 15 anni fa pensava che non fosse da escludere l’ipotesi di una classe politica italiana disposta a suicidarsi nella sua dimensione nazionale per riscoprire una propria vocazione locale. Questa illusione ora non è più ammissibile e non vi sarà mai una riforma delle istituzioni, a Roma, che ponga fine a quel potere romano che vede politici settentrionali e meridionali cooperare con tanta passione. In secondo luogo, non è realistico prevedere un’Italia che tenga vivi tenui legami confederali, così come non era realistico immaginare che la Lituania o la Georgia potessero stare in una confederazione che avesse al centro la Russia. Se l’Italia perderà la configurazione prefettizia acquisita nel diciannovesimo secolo, al suo posto vi saranno piccole realtà tra loro assai slegate: non mancheranno certo accordi e alleanze (per giunta entro un condiviso quadro europeo), ma difficilmente vi sarà una struttura comune intesa in senso classico.
Certo è impossibile sapere se l’Italia saprà ammettere il fallimento della sua unificazione o invece continuerà a illudersi che sia riformabile anche l’irriformabile. Ma se un giorno l’unità verrà messa in discussione, come giustamente Miglio invitava a fare, quella che ne conseguirà sarà una soluzione di tipo catalano. Qualche segnale va emergendo. A Trieste, ad esempio, c’è un movimento assai attivo che usa argomenti di diritto internazionale (legati all’amministrazione Onu delle zona A e B, create all’indomani del 1945) per rivendicare il diritto ad amministrarsi da sé: dando vita a un Lussemburgo di taglio adriatico e mitteleuropeo. Nel Tirolo meridionale, inoltre, va riemergendo la voglia di ricollegarsi a Innsbruck ed essere sempre più europei Gianfranco Miglioe sempre meno italiani. E spinte centrifughe sono visibili anche in Sardegna, in Lombardia e in altre parti del paese. Ma la potenziale Catalogna d’Italia è il Veneto.
Miglio immaginava una soluzione confederata basata essenzialmente su tre grandi aree: Nord, Centro e Sud. Le premesse di un anti-Risorgimento vincente, invece, giungono da realtà più piccole e – ciò che è molto importante – dotate di una propria struttura istituzionale. Il Nord di Miglio, come la Padania vagheggiata dai leghisti, non ha confini e non ha un Parlamento. Non così è il Veneto, che dispone di un presidente, di un palazzo del governo e di una sua assemblea rappresentativa. E che nei mesi scorsi ha approvato una legge regionale che istituisce un referendum consultivo sull’indipendenza, che l’attuale esecutivo si è subito preoccupato di impugnare dinanzi alla Corte Costituzionale. Matteo Renzi vuole giocare alla Mariano Rajoy (niente “diritto di voto” per i catalani), e non alla David Cameron. Il referendum scozzese ha però rappresentato uno spartiacque nella storia europea: ha detto che l’unità nazionale di uno Stato dipende dalla volontà, e solo dalla volontà, delle comunità che ne fanno parte.
In qualche modo, anche “retoricamente”, Miglio riteneva che l’Italia potesse ancora essere salvata soltanto disfacendola. Oggi le linee di tendenza ci dicono che l’alternativa è tra un’Italia che salva se stessa e condanna gli italiani, oppure un’Italia che si dissolve per dare alle diverse comunità italiane una qualche chance di farcela. E a questo punto c’è da domandarsi in che modo, nei mesi a venire, il potere romano saprà resistere dinanzi a chi chiede di mettere una scheda entro un’urna. La crisi spagnola Barcellona, indipendentisti catalaniin corso, che vede Madrid interpretare logiche neo-franchiste, attesta quanto sia difficile per gli Stati democratici opporsi ai movimenti indipendentisti che chiedono di andare alle urne e far decidere tutto con il voto. Le nostre istituzioni pubbliche sono macchine poderose che sottraggono diritti e risorse (ormai il 50% di quanto viene prodotto) legittimandosi con le procedure elettorali.
Renzi può disporre di tanta parte dell’economia e della società italiane perché si sente legittimato dal voto. Ma se il voto è così nobile e potente, come può lo stesso Renzi negarne l’esercizio a quei veneti che vogliono interpellare la popolazione in merito alla scelta tra status quo e una Serenissima 2.0? Esattamente come quando Miglio scrisse quelle pagine, non è affatto da escludere l’ipotesi che nulla cambi e che il nostro resti il paese del gattopardismo. Ma l’Europa sta mutando: in Scozia già hanno votato e il 9 novembre catalano (la data fissata per un referendum che la Spagna considera illegale) è ormai alle porte. L’ipotesi che il Veneto sia l’anello che non tiene è assai seria. Ben poco c’è da aspettarsi dalla Corte Costituzionale e dal nostro ceto politico, ma vi sono processi che prendono luogo indipendentemente da queste cose. E talvolta prima di sprofondare nel nulla una società cerca di ripensarsi su basi nuove.

http://www.libreidee.org/2014/10/paese-a-pezzi-mai-unito-e-se-rinunciassimo-allitalia/

venerdì 24 ottobre 2014

MASSACRO DI STUDENTI IN MESSICO. 26 settembre 2014


La triste attesa dei genitori di quarantre giovanissimi studenti, tutti tirocinanti di un liceo di AYOTZINAPA. 
Le giovani reclute universitarie sarebbero scomparse, secondo la pubblica accusa, per via di un sanguinario patto tra José Luis Abarca, la massima autorità della città di Iguala (110mila abitanti, nello stato di Guerrero, 130 chilometri a sud-ovest della capitale Città del Messico), sua moglie e dai "Guerreros Unidos", braccio armato legato al cartello narcotrafficante "Beltran Leyva".
Il 26 settembre scorso era previsto infatti a Iguala un evento politico legato al sindaco, durante il quale avrebbe parlato anche sua moglie María de los Ángeles Pineda. Contemporaneamente, però, decine di aspiranti insegnanti di un liceo storicamente di sinistra di Ayotzinapa avevano annunciato, per quel giorno, l'ennesima manifestazione contro le "pratiche discriminatorie della loro università nell'assunzione di nuovi docenti". E così si erano recati nel vicino capoluogo Iguala per protestare contro le autorità locali.
Secondo le testimonianze di alcuni agenti, quel giorno i poliziotti che dovevano garantire la sicurezza della manifestazione sono stati "istruiti dal sindaco" a fare di tutto per evitare che le proteste potessero danneggiare il comizio della moglie María. Il resto è agghiacciante: quel 26 settembre la polizia ha aperto addirittura il fuoco su alcuni autobus sui quali viaggiavano i ragazzi, uccidendone tre, insieme ad altri tre viaggiatori che sfortunatamente si trovavano nelle vicinanze. Tutti gli altri tirocinanti sono stati presi in consegna dagli agenti, forse venduti al cartello, sicuramente scomparsi.



Fonte Reportage http://www.tagesschau.de/ausland/mass...

L'ORO NERO CHE IN ITALIA RENDE POVERI

Viaggio in Basilicata. la regione ricca di petrolio dove chi denuncia l'inquinamento finisce in galera.



















La Basilicata è la regione più povera d'Italia: dati Istat 2010. La Basilicata ha una percentuale di morti per tumore più alta della media nazionale: dati dell'Associazione Italiana Registro Tumori.
In Basilicata le aziende agricole si sono dimezzate nell'arco di 10 anni: dati Confederazione Italiana Agricoltori. La Basilicata ha un tasso di disoccupazione costantemente in crescita: dati Cgil
«Nella sola Val d'Agri (dove è più intensa l'attività dei petrolieri) ci sono 8 mila persone tra disoccupati e inoccupati». La Basilicata ha oltre 400 siti contaminati dalle attività estrattive: dati della Commissione Bicamerale sul Ciclo dei rifiuti. La Basilicata è ricca di petrolio: dati Eni.

CHI DENUNCIA VA IN GALERA- In Basilicata si sta tentando di salvare l'ambiente da un presunto inquinamento provocato dai pozzi petroliferi. Per questo si va in galera. Ne sa qualcosa Giuseppe Di Bello, tenente della Polizia Provinciale di Potenza che per aver segnalato una massiccia presenza di idrocarburi nelle acque del lago del Pertusillo, a due passi dal Centro Oli Eni a Viggiano, è stato sospeso dal servizio, dalla paga e dai pubblici uffici per due mesi, sottoposto a un processo e spostato a guardare le statue in un museo.
Non è andata meglio al giornalista e coordinatore dei Radicali lucani Maurizio Bolognetti che ha pubblicato la notizia dell'inquinamento. I carabinieri gli hanno perquisito casa da cima a fondo. Pochi mesi dopo, in quel lago sono morti centinaia di pesci.

IL TIRA E MOLLA - Di pozzi nella sola Val d'Agri ce ne sono 39, alcuni a pochi metri da una scuola materna o addirittura uno che sovrasta un municipio. Ma quello a cui si assiste è un imbarazzante tira e molla tra chi dice che è tutto a posto e chi invece sventola dati da far rabbrividire. «Abbiamo trovato 6458 microgrammi/litro di idrocarburi nei tre punti in cui abbiamo campionato il lago che porta acqua potabile nei rubinetti di Puglia e Basilicata - denuncia Albina Colella, geologa e sedimentologa dell'Università degli Studi della Basilicata -. Su undici campioni di sedimenti, ben sette avevano presenza di idrocarburi superiori al limite di riferimento». Anche la dirigente del laboratorio strumentale Arpab, Katarzyna Pilat ha confermato di aver trovato maggiore concentrazione di idrocarburi pesanti (C12 - C 40) nei sedimenti presenti nel punto di innesto del fiume Agri. Tuttavia va precisato che in Italia mancano riferimenti normativi vincolanti sia per quanto riguarda l'analisi dei sedimenti che per l'esame di concentrazione di idrogeno solforato nell'aria. L'Arpab, ad esempio, utilizza come riferimento le linee guida dell'Oms che in quanto tali restano solo indicazioni, quindi non vincolanti.
Il responsabile del distretto Meridionale dell'Eni, Ruggero Gheller, smentisce qualsiasi collegamento con le attività estrattive: «I nostri impianti sono chiusi, non c'è alcun rilascio di sostanze all'esterno ma soprattutto ogni pozzo è stato costruito dopo autorizzazioni della Regione e sottoposto a rigidissimi controlli da parte dell'Arpab». Tutto vero. Le strumentazioni non hanno mai rilevato niente di importante. Ma come si è svolto il sistema di controlli in questi anni, ce lo spiega bene il nuovo presidente dell'Arpab, Raffaele Vita, in un fuorionda. A lui hanno affidato la patata bollente dell'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente dopo un'escalation di arresti. «Qui era come al catasto. Sono entrate persone che facevano tutto un altro mestiere e all'improvviso si sono trovati ad affrontare il tema del petrolio. Li ho trovati a scaricare i film dai computer, ho dovuto mettere le protezioni. Eravamo una massa di improvvisati. E la politica faceva tutt'altro che mettere la barra dritta».

25 ANNI DI ESTRAZIONI - Non è un caso che un certa rete di monitoraggio sia stata attivata solo dal 2011 (per stessa ammissione dell'Eni) mentre il petrolio in Basilicata si estrae da circa 25 anni (risalgono al 1981 le prime ricerche di petrolio in Val d'Agri con il pozzo Costa Molina 1). Anni in cui sono passati sotto silenzio tutta una serie di incidenti e anomalie. Che per l'Eni, però, non si chiamano incidenti ma eventi, cose che possono capitare. «Come la fuoriuscita di migliaia di litri di greggio in un bacino naturale per la raccolta di acque piovane il 17 marzo 2002; la nebulizzazzione di 500 litri di greggio il 06 giugno del 2002; l'immissione in aria di ingenti quantitativi di gas inquinanti il 4 ottobre del 2002» ricorda Bolognetti. Oppure la «misteriosa» intossicazione da idrogeno solforato di 20 operai di un'azienda che si trova proprio di fronte il Centro Oli, per i quali fu necessario contattare il centro anti veleni di Pavia.

«Dovete chiedere a chi in questi anni ha gestito il petrolio in Basilicata come hanno fatto a dare certe autorizzazioni» inveisce il sindaco di Marsicovetere Sergio Claudio Cantiani. E' un medico. Il suo municipio anziché essere sovrastato dal classico campanile, si trova all'ombra di un pozzo di petrolio. «Noi siamo contenti, tutto va bene e andrà ancora meglio quando l'Eni ci pagherà le royalties che ci consentiranno di far fronte ai mancati trasferimenti da parte dello Stato. Per il resto siamo solo vittime delle gestioni precedenti». Andando a vedere chi ha gestito la Basilicata in questi anni, si trovano persone come Filippo Bubbico, presidente della Basilicata dal 2000 al 2005. Nominato tra i dieci saggi del presidente della Repubblica e di recente premiato viceministro del governo Letta, è stato indagato per abuso di ufficio, associazione a delinquere e truffa aggravata e ne è sempre uscito incensurato. Oppure Vincenzo Santochirico, l'assessore all'Ambiente che parlò di «maldestro tentativo di allarmare la popolazione della Basilicata sostenendo che l’acqua destinata ad uso potabile fosse inquinata», promosso prima presidente del Consiglio regionale e poi a grande elettore del Capo dello Stato.

LA STORIA DEL PETROLIO - Ma per capire come è andata la storia del petrolio in Basilicata, basta spulciare la cronaca giudiziaria recente. In quasi dieci anni sono finiti in manette il direttore generale dell'Arpab, il coordinatore provinciale dell'Ente regionale Ambiente, il vicepresidente, tre assessori e un consigliere regionale. Altri otto consiglieri sono stati destinatari di divieto di dimora, mentre sotto inchiesta sono finiti due deputati lucani. E non c'è solo la politica. Nel 2002 sono stati arrestati un maggiore della Guardia di Finanza, un generale dei servizi segreti (Sisde), imprenditori, banchieri, finanzieri. Tutti al centro di inchieste con un unico comune denominatore: il petrolio.

LA DIGA E L'INQUINAMENTO - Al di là di quello che è il balletto dei numeri, siamo andati sulla linea di sbarramento della diga del Pertusillo. A dieci metri di distanza c'è l'impianto che porta queste acque a Bari, Brindisi, Lecce e in parte della Basilicata. Le stesse acque vengono utilizzate in agricoltura. In superficie galleggia un fitto manto marrone, schiumoso e maleodorante. «Non è terreno - ribadisce il tenente Di Bello - Sotto ci saranno almeno altri 60 mt di acqua». Lancia un sasso. Fa fatica ad affondare. Si muove come in una melma, come se fosse petrolio. C'è di tutto, dalle bottiglie di detersivo agli pneumatici. «L'amalgama di tutto sono gli idrocarburi leggeri e i densattivi provenienti dai depuratori che non funzionano». Idrocarburi sono stati trovati anche nel miele delle api. Nessuno osa dire da dove provengano. «Qui nessuno dice che c'è inquinamento. Se vai alla regione ti dicono che è tutto a posto» commenta sconfortata Giovanna Perruolo della Confederazione italiana agricoltori.
Sta di fatto che sui mercati agricoli nazionali i prodotti che vengono da questa parte della Basilicata non li vogliono. «I fagioli di Sarconi erano il nostro vanto, venivano richiesti anche all'estero. Oggi gli agricoltori sono costretti a dire che vengono dalla Cina. Nessuno li vuole perché sospettano la contaminazione». L'elenco delle conseguenze dell'inquinamento è lungo. Parla di animali che non fanno più il latte nelle vicinanze degli impianti petroliferi, vigneti secchi, uva che cresce con una patina d'olio sui chicchi, terreni diventati infruttiferi, pesci che muoiono in massa, pere dal marchio Dop che non coltiva più nessuno. «Ormai ci arrivano solo richieste di pensioni per masse tumorali, l'incidenza delle malattie è altissima». L'Eni paga il 10% di royalties. Il 7% va a Regione ed Enti locali. Il 3% serve a finanziare un bonus benzina di 180 euro l'anno destinata a ogni automobilista della Basilicata. «Peccato che qui il petrolio paradossalmente costa di più che in altre parti d'Italia» rivela Costantino Solimando. Di professione fa la guardia zoofila e appena può va fuori regione a fare benzina. «Il gasolio lo pago 1,60, qui in Val D'Agri è a 1,80. Mi dica lei se non è una presa in giro anche questa».

LORETTA NAPOLEONI:ASSISTEREMO ALL'IMPLOSIONE CERTA DEL SISTEMA RENZIANO.

Renzi: basta democrazia, frena la crescita. E noi, zitti?

Scritto il 24/10/14

«Ci sono cose che vanno cambiate in modo quasi violento, nel senso del procedimento, non della via men che pacifica. Ci vuole un cambiamento radicale, strutturale, profondo su tutto». Per una volta ci verrebbe di dire che siamo d’accordo con Matteo Renzi. E siamo stupiti dal fatto che, sui giornali, nessuno abbia commentato, neanche di sfuggita, il “salto di qualità” nella retorica del cosiddetto premier. Evocare la violenza, infatti, di solito attira strali feroci, alte lamentazioni, lunghe tirate moralistiche. Se poi a farlo è un presidente del Consiglio “paracadutato” in quel ruolo dallo spirito divino (o più probabilmente da quello finanziario-massonico), che vuole stravolgere la Costituzione con il consenso di Hindenburg-Napolitano, che si attira ogni giorno una nuova accusa di tentazioni autoritarie (ci è arrivato persino Bersani, ormai), l’evento meriterebbe almeno una piccola riflessione. Proviamo a farla noi. Come scrive anche Loretta Napoleoni parlando del capitalismo nel suo complesso, non della sola Italia, «stiamo vivendo in un sistema che non funziona più e come tutti i sistemi che non funzionano devono autodistruggersi. Non c’è una soluzione o un nuovo modello».
Loretta Napoleoni









Cosa vogliamo dire? Che questo sistema – aggravato qui in Italia da storiche “anomalie” – è assolutamente indifendibile e chiunque si ostini a “conservarne” pezzi passa facilissimamente dalla parte del torto. La situazione sta diventando invivibile, al di là di ogni possibile sopportazione, persino per quella parte di popolazione – il cosiddetto “ceto medio” che vive di stipendio e in una casa di proprietà – che di solito veniva portato ad esempio di benessere e virtù civiche, da imitare e porsi come obiettivo di autorealizzazione. È lo stesso che ora viene invece indicato come “egoista”, anacronistico, conservatore (per l’appunto), in quanto cerca – molto debolmente – di non perdere tutto e tutto insieme. Bisogna dire che i reazionari sanno fare benissimo il loro mestiere. Non altrettanto si può dire dei comunisti, e non solo in questo paese. La “difesa dei diritti” – sacrosanta – è il minimo sindacale, ma parla ormai a un blocco sociale in via di estinzione se non si costruisce una prospettiva di cambiamento generale, capace di accogliere i bisogni e gli interessi di strati sociali già da venti anni messi fuori dal ciclo “virtuoso” lavoro-contrattazione-salario-diritti.
La prospettiva “moderata” fin qui egemone anche nella sinistra cosiddetta radicale (altrimenti detta “contrattazione a perdere”, o “menopeggismo”) è arrivata a fine corsa. Può solo esibirsi in contorsioni ripetitive, neppure più gratificate da un risultato elettorale positivo. Quando Renzi dice di voler fare il Jobs Act per «occuparsi di chi non si è mai occupato nessuno», dei precari e dei co.co.co., punta esplicitamente a fare delle vittime principali dei governi degli ultimi venti anni la massa di manovra per un golpe, schiera muta cui viene chiesto soltanto consenso al “cambiamento”. Che lui stesso definisce “violento”. Ma con una “procedura pacifica”. Che vuol dire “cambiamento violento con procedimento pacifico”? È un ossimoro, una contraddizione in termini. E quando c’è una contraddizione in termini siamo sicuramente di fronte a una menzogna gigantesca. Ricordate la “guerra umanitaria”, le “truppe di pace”, ecc? Diciamola così: la violenza nell’azione di governo è certa. Punta a distruggere ceti sociali, istituzioni, meccanismi di selezione della rappresentanza, culture, valori fondamentali. È insiemeeconomica, politica e anche ideologica. Resterà pacifica nelle forme solo se non incontrerà resistenza.
RenziSarà una violenza dall’alto, feroce nei fatti e “promettente” nella retorica. Come la cinematografia dei “telefoni bianchi” sotto il fascismo mentre si preparava il macello della Seconda Guerra Mondiale, si riempivano le galere di antifascisti o li si faceva assassinare persino all’estero. Ci stanno dicendo chiaro e forte “basta con la democrazia, ostacola la crescita”. E non saranno molti quelli che si batteranno per la prima, come stiamo vedendo. Qui tocca a noi. Sia chiaro: “noi” come classe, sindacalismo conflittuale, soggettività politiche. Vanno cancellati i ragionamenti soltanto tattici, di breve momento, finalizzati all’autoconservazione dei piccoli gruppi, alla disperata ricerca di qualche via di ritorno a una “normalità” che non solo è fattualmente impossibile, ma ti iscrive di fatto nelle fila dei “conservatori”, inutili a sé e agli altri. Bisogna resistere qui e ora, certamente, ma pensare sui tempi storici, individuare e nominare la prospettiva. Il sistema non tiene più, i reazionari alla Renzi stanno indicando una direzione di “cambiamento” presentandola come l’unica possibile. Siamo capaci di indicarne una opposta?
(Dante Barontini, “La violenza di regime”, da “Contropiano” del 24 settembre 2014).

http://www.libreidee.org/2014/10/renzi-basta-democrazia-frena-la-crescita-e-noi-zitti/

il nuovo progetto di Erdogan per salvare il SIIL

Barzani incoronato per salvare Kobané e il nuovo progetto di Erdogan per salvare il SIIL
OTTOBRE 24, 2014
Nasser Kandil Mondialisation, 23 ottobre 2014
Trascrizione e traduzione di Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation
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“Verso il complicato Oriente, volavo con idee semplici”
(Charles de Gaulle, Memorie di guerra)
Chi oggi può vantare semplici idee su questo Oriente, che sembra sempre più complicato? Chi è disposto a credere a coloro che vivono le tragedie che lo sconvolgono e a diffidare di coloro che diffondono menzogne? Le analisi di Nasser Kandil, sviluppate sulla rete TV siriana al-Fadaiya, dovrebbero rientrare nella categoria delle “opinoni” o dei fatti? Ai lettori giudicare. (NdT)
1. Signor Kandil, vede alcuna efficacia negli attacchi aerei quotidiani della “coalizione internazionale” in Iraq e Siria, e pensa che esista un ordine del giorno degli Stati Uniti che non ha nulla a che fare con la lotta al terrorismo?
È certo che a livello locale ed internazionale ci avviciniamo a un periodo post-SIIL (Stato Islamico in Iraq e Levante). In ogni caso, ciò che viene fuori dal discorso di Obama, mi sembra vero non per l’importanza del SIIL, ma perché ciò ha comportato la nascita dell’organizzazione terroristica e pertanto l’emergere della “Coalizione internazionale contro il SIIL” sotto la bandiera della lotta al terrorismo, è il risultato di un’equazione emersa dopo tre anni di guerra concentrata sulla Siria. Infatti, a meno di un imprevisto, la tendenza è verso la vittoria dell’Esercito arabo siriano e della Resistenza libanese in diverse regioni. E’ un dato di fatto per la maggior parte degli analisti, perché se andiamo indietro di sei mesi ricordando la sconfitta dei gruppi armati nel Qalamun (Siria occidentale), gruppi divenuti il SIIL contando elementi diJabhat al-Nusra, ELS e molte altre brigate, alcune delle quali ormai dimenticate o sterminate, come il gruppo Ahrar al-Sham, ecc. Così come le loro sconfitte a Qara, Nabaq, Yabrud… possiamo parlare di un effetto valanga accompagnato dal loro crollo morale e militare. Non lo dico io ma la stampa estera come l’Independent, ecc, che credono che la Siria si sbarazzerà in 1/3 mesi dei gruppi armati. Ciò significa che esce da questa guerra da vincitrice, cosa che John Kerry ha cercato di evitare quando disse a una riunione annuale tenutasi nel luglio 2013 nella Sala dei Congressi del Mar Morto, in Giordania, “Vogliamo evitare una situazione con vincitori e vinti nella regione, in quanto ciò darebbe, in un modo o nell’altro, all’asse vittorioso un segno religioso e a quello sconfitto un altro segno, per cui sarà difficile trovare un compromesso internazionale“. In altre parole, nonostante il braccio di ferro continuo tra Stati Uniti e Russia, c’è la necessità di una situazione win-win, impossibile nella nostra regione: l’Iran dalla parte dei vincitori, mentre l’Arabia Saudita non potrà che uscire perdente ed Israele impotente. E ciò è ancora più vero un anno dopo (la dichiarazione di John Kerry) per l’Arabia Saudita dopo gli eventi in Yemen e la guerra d’Israele a Gaza, e le successive vittorie dell’esercito della Siria sui gruppi terroristici; cosa che gli Stati Uniti non possono tollerare. Qui mi limiterò a ricordare ciò che disse Richard Perle, il principale organizzatore dei neoconservatori statunitensi che portarono George W. Bush alla presidenza degli Stati Uniti con il “Progetto per un Nuovo Secolo Americano” del 1998 [1] e divenuto ufficiale per il Pentagono nel 2000. Da membro della Commissione responsabile della politica della Difesa degli Stati Uniti, Perle disse in sostanza: “Gli interessi degli Stati Uniti e la loro supremazia nel mondo dipendono dal controllo delle fonti di gas e petrolio e dalle modalità strategiche per trasportali“. E’ quindi chiaro che l’invasione di Afghanistan e Iraq soddisfacesse tali interessi, ma gli Stati Uniti sono bloccati, tra le altre cose, dal “complesso del Vietnam”. Da qui l’idea che il processo “sarà probabilmente lungo, in assenza di un qualche evento catastrofico e catalizzatore, come una nuova Pearl Harbor“. [2] E poi improvvisamente e per puro caso, avvenne l’attacco dell’11 settembre giustificando l’invasione di entrambi i Paesi. E ora che gli USA hanno bisogno di un equivalente per riequilibrare una situazione vincitori-perdenti, improvvisamente e per puro caso, appare il SIIL!
Il SIIL è un’entità creata per colpire tutti, impantanandoli in un vicolo cieco ove cercare una soluzione per uscirsene. Ricordate i titoli dei media: “Se la Siria esce vittoriosa in breve tempo, cosa accadrà se i mujahidin occidentali, come si dice, tornassero all’ovile?“. Tutti temono il loro ritorno e prendono misure per proteggersi iniziando dall’Arabia Saudita, ma anche Gran Bretagna, Olanda, Australia, Canada, ecc. Cosa fare quando si teme il loro ritorno? Risposta: creare un “sogno seducente” che mantenga quelli già nella nostra regione e attrarre coloro che sono ancora in occidente. Un’altra regola dice: “Se non potete creare ulteriori motivi per una vostra vittoria, potete organizzarvi per creare ulteriori motivi per trascinare il vostro avversario nelle crisi.” La “crisi di bilanciamento” diventa la soluzione che compensa l’incapacità di spezzare le difese del nemico. Così Israele può spezzare la deterrenza della Resistenza in Libano e Palestina, continuando a creare problemi simili al suo. Da qui, come fare il possibile affinché Arabia Saudita e Turchia siano, in ultima analisi, gli unici due Paesi fuori dalla crisi? Affinché Iran, Siria e Resistenza subiscano la stessa crisi? Come? Risposta: inventando il SIIL! Ma il SIIL incontra anche il secondo requisito imposto dal fatto che vi sono due blocchi nella nostra regione, da un lato Iran, Siria e Resistenza; dall’altro il blocco guidato dagli Stati Uniti. Anche se gli Stati Uniti svolgono un gioco win-win con la Russia a livello internazionale, rimangono ancora meno “perdenti” su scala regionale, anche se i loro alleati lo sono. Chi altro agirebbe da terzo assegnando a vittoria agli alleati degli Stati Uniti, se non il SIIL? Così, alla fine di questo lungo film statunitense, Arabia Saudita e Turchia ne usciranno “vincitrici” perché hanno partecipato alla vittoria contro il SIIL. Ciò non impedisce a Stati Uniti e alleati di cercare pur sempre di sconfiggere la Siria e il nostro campo utilizzando il SIIL, anche se non sono arrivati ad unire le forze con Qatar, Israele, Francia, NATO, al-Qaida e Fratelli musulmani (…). In sintesi, il SIIL è stato prodotto per soddisfare il desiderio d’invadere la Siria, coprendo altre esigenze: crisi di bilanciamento, soccorrere gli alleati perdenti, “sogno seducente” che aliena i terroristi che minacciano la sicurezza nazionale di tutti. Quest’ultimo requisito è di gran lunga il più importante (…). Poi dicono che la Coalizione internazionale è qui per sterminare il SIIL? No! Quale sarebbe l’interesse degli Stati Uniti? Sterminare il SIIL equivale a riconoscere la vittoria della Siria e rischiare il ritorno dei “mujahidin” nel Paese di origine (…). Sono stati inviati per essere uccisi. Sono disposti a morire per una storia inventata, credendo a tutte le stronzate che gli si dicono, le urie che li attendono in cielo, il pranzo alla destra del Profeta… Coloro che comandano sono dell’intelligence e in contatto con il centro che li ha creati, ma non può controllarli. Sono gli aerei da guerra statunitensi a occuparsene. Così hanno dovuto cacciarli da Irbil, a meno che gli USA non li abbiano indirizzati su questa città per raddrizzare Masud al-Barzani e portarlo dalla loro parte. Sono al confine giordano e sono uno spaventapasseri per i sauditi, a cui viene suggerito che attaccheranno subito dopo la festa di al-Adha, e quindi questi si precipitano a mendicare la protezione e pagare 30 miliardi di dollari in apparecchiature elettroniche made in USA.
In conclusione: il SIIL è stato creato per uno scopo. Vietato eliminarlo e le sue azioni sono controllate dal centro degli USA. Da cui lo scopo della coalizione.
2. Oggi al centro della scena c’è Ayn al-Arab (Kobané). Perché proprio questa città e quali sono le equazioni che governano tale battaglia?
Comincio col dire un punto importante che potrebbe sorprendere molti analisti. La propaganda vuole che il SIIL sia collegato a una setta religiosa precisa, e la presenta come protettore degli uni e pericolo degli altri. Alcuni ancora ingollano tale favola. In realtà siamo passati da una fase in cui gli Stati Uniti fomentavano il conflitto settario in Iraq, Siria e Libano, a una nuova fase in cui non è più questione di partizione su basi religiose. Il gioco è diventato troppo pericoloso per l’Arabia Saudita, che cadrebbe. In questo caso, i 10 milioni di barili estratti nella regione di Qatif sotto l’autorità morale di shayq al-Namir [3] andrebbero persi per gli USA e i sauditi. Allo stesso modo, quando Masud al-Barzani annunciò di voler indire un referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno, dopo l’improvvisa offensiva del SIIL del 9 giugno 2014, trovò solo Netanyahu a congratularsi con lui. Gli Stati Uniti dissero ‘stop’ e vietarono la partizione dell’Iraq e la creazione dello Stato curdo, perché la stessa cosa sarebbe accaduta in Turchia. In breve, ci sarebbe stato un “suicidio” contro cui avvertì l’ex-segretario generale della NATO Rasmussen alla riunione di Francoforte del 2012, discutendo la proposta di partizione del Medio oriente dello storico Bernard Lewis; il progetto era basato sull’esplosione delle componenti sociali ed etniche del mondo arabo e musulmano, spingendo i popoli a uccidersi a vicenda su basi settarie e dottrinali. [4] Così si vuol far saltare i confini disegnati da Sykes e Picot e creare il “caos” costruttore o distruttore, chiamatelo come vi pare.
3. Ma quali sono le conseguenze?
Molti mini-Stati sciiti sulle coste del Golfo Persico dipendenti dall’Iran e mini-Stati alawiti sulle coste Mediterraneo. Angoli confessionali che gli Stati Uniti non hanno particolarmente apprezzato, soprattutto perché questi due valori geostrategici si trovano nell’alleanza guidata dall’Iran. L’obiezione di Rasmussen, presa in considerazione da Henry Kissinger alla riunione del “Comitato dei saggi” presieduto da Madeleine Albright, delegata dalla NATO, lo portò a proporre una nuova teoria per sfruttare le tensioni demografiche e settarie spezzando le società locali e indebolendo gli Stati, senza arrivare alla partizione. Pertanto SIIL e Jabhat al-Nusra hanno tale compito dividendosi su basi settarie più appropriate. Infatti, se la preoccupazione di SIIL e Jabhat al-Nusra fosse confessionale, cosa li avrebbe portati a scegliere Qunaytra, Mosul e Ayn al-Arab? Qunaytra non ha un colore religioso, ma geograficamente è collegata alla sicurezza d’Israele. Analogamente Mosul, scelta come sede del califfato di uno Stato islamico presunto, è lontano da Baghdad, che sarebbe più appropriata in ciò. E perché no Tiqrit? Perché più vicina al confine turco? Pertanto è ora di tracciare nuovi confini. Per provarlo, basta individuare le posizioni di SIIL e Jabhat al-Nusra; per inciso quest’ultima organizzazione è in procinto di essere considerata “il fronte anti-Assad moderato”, mentre è il ramo ufficiale di al-Qaida,che non riconosce il SIIL.
Posizioni di Jabhat al-Nusra:
• Confine tra Libano e Siria
• Confine tra Libano e Palestina
• Confine tra Siria e Palestina
Posizioni del SIIL:
• Confine tra Siria e Iraq
• Confine tra Siria e Turchia
• Confine tra Iraq e Turchia
• Confine tra Iraq e Giordania
• Confine tra Iraq e Arabia Saudita
Riguardo l’invasione di Ayn al-Arab, è volta a chiudere i confini tra Siria e Turchia.
Osserviamone il gioco. Il SIIL si avvicinava ad Irbil (capitale della regione autonoma del Kurdistan in Iraq) con un’espansione che non ha quindi nulla a che vedere con gli sciiti. Se così fosse, sarebbe stato più logico se il SIIL si dirigesse su Samara, ma Samara è una linea rossa. E se il SIIL voleva occupare una zona contestata, sarebbe stato più logico che i suoi combattenti avanzassero su Kirkuk, uno dei più grandi centri petroliferi dell’Iraq. Ma preferì Irbil, un’altra linea rossa, perché, come affermato dal New York Times, una volta che Obama ne fu informato inviò immediatamente i bombardieri B-1 per creare un “muro di fuoco” contro tale avanzata. Risultato: il SIIL è stato utile per denunciare i Peshmerga che presenziarono senza muoversi alla disfatta delle truppe dell’esercito iracheno [5] e Masud al-Barzani (presidente del Governo Regionale del Kurdistan in Iraq e leader del Partito Democratico del Kurdistan PDK) ottemperasse alla volontà degli Stati Uniti. Abbandonò l’idea di uno Stato curdo indipendente in Iraq? Mise i Peshmerga sotto la tutela esclusiva degli Stati Uniti, venendo elogiato dagli israeliani e dai turchi? E’ sempre “protetto” ed è la sua bandiera a sventolare su Ayn al-Arab, non quella della Turchia o del PYD siriano (Partito dell’Unione Democratica Curdo presieduto da Salah Muslim). Questo perché le Unità di protezione del popolo (YPG da Yekineyen Parastina Gel, che formano l’ala armata del PYD) sono una miscela di movimenti indipendenti, spiegando perché agiscono correttamente o sbagliano. Le dichiarazioni del tipo “Siamo all’opposizione, ma non vogliamo colpire la Siria o l’esercito siriano, non vogliamo essere strumenti degli stranieri, perché la Siria è il nostro Paese e non possiamo dimenticare i suoi benefici”, non fanno parte del dizionario degli Stati Uniti, in particolare quando gli Stati Uniti non supportano tale molteplicità di attori e vorrebbero limitarne il numero. Sul gioco curdo, il SIIL ha dovuto abbandonare grandi città come Aleppo e Idlib per entrare ad Ayn al-Arab che, ancora una volta, non è di grande interesse per il loro progetto apparentemente confessionale. Ma qui, a differenza di Irbil, abbiamo avuto spiegazioni dallo Stato Maggiore degli Stati Uniti che ci dice che le condizioni sul terreno gli impedivano di bombardarlo per salvare Ayn al-Arab (…).
4. Non hanno detto che non era la loro missione?
Infatti, John Kerry ha detto che “Kobané non è un obiettivo strategico“. [6] Nel frattempo le forze curde che difendono la città sono state dissanguate e ripiegano, ed Abdullah Ocalan ha invocato l’unità dei curdi [7] per salvare Kobané. Tutti vanno da Barzani, illustrata dalla foto ricordo dei 12 leader politici curdi che gli dichiarano fedeltà. Masud al-Barzani è stato incoronato “capo dei curdi”. La missione per Ayn al-Arab è adempiuta. Indubbiamente non deve cadere in mano al SIIL. I bombardamenti statunitensi sono divenuti più efficaci. [8] Le equazioni vengono modificate e la Turchia deve sedersi al tavolo dei negoziati.
5. Perché la Turchia si astiene dal partecipare alla coalizione internazionale? Come spiegare le condizioni che portano al suo coinvolgimento e in particolare all’accanimento contro il presidente siriano? Come spiegare le dichiarazioni di Erdogan che rifiuta di armare il PYD trattandolo da partito terrorista?
Per me Turchia e Stati Uniti agiscono d’accordo (…). Gli Stati Uniti hanno il loro piano e la Turchia il suo, ma rimane comunque al centro del piano degli Stati Uniti. Il SIIL nasce su richiesta degli Stati Uniti e la Turchia lo gestisce su delega. E’ ormai risaputo che il governo turco e il Qatar sono etichettati Fratelli musulmani, e il piano di metterli al potere in Egitto, Tunisia, Libia, Siria e Iraq è stato assegnato a Hilary Clinton ministra degli Esteri degli Stati Uniti, per por terminare alla Resistenza nella nostra regione (…). Non importa il sacrificio di alleati come Hosni Mubaraq e Zin al-Abidin. Non importava l’uccisione di Muammar Gheddafi. Dovevano piegare Bashar al-Assad e scegliere il più adatto alla bisogna (…). Erdogan sa che non è più il soggetto del momento. Quindi non attribuiscono troppa importanza alle sue parole d’ordine, il suo nuovo piano è diverso ed ha sorpreso i delegati statunitensi che l’hanno visitato la scorsa settimana ad Ankara. Sebbene il SIIL sia una creazione di Stati Uniti e Turchia, è lui che lo controlla e può sempre usarlo come spaventapasseri, alimentando o svezzandolo a seconda delle circostanze, decidendo che sarebbe un peccato fare a meno dei suoi servizi. Quindi parlò ai visitatori della nuova missione del SIIL, carte alla mano. Tale nuova missione è concentrare le forze del SIIL nella zona tra Siria e Iraq, tra Tigri ed Eufrate, evitando Baghdad, occupando il corridoio che va dal deserto alla Giordania. Così pensa di poter far passare il gasdotto del Qatar per l’Europa senza dover combattere con i governi siriano e iracheno. E così pensa di accontentare Stati Uniti ed Europa liberandoli dalla dipendenza dal gas russo (…). I delegati statunitensi risposero che il SIIL deve avere una scadenza, perché è impossibile giustificare l’occupazione di questi territori da parte di terroristi, né presso i militari, né verso l’opinione pubblica, anche se l’hanno creato, e che non è il caso di scherzare in quel modo con l’organizzazione dei Paesi esportatori di gas e petrolio. Ecco il disaccordo tra Turchia e l’amministrazione degli USA, apparire dopo il palese fallimento degli altri alleati sul campo di battaglia (…). Ed è per questo che può, in qualsiasi momento, essere liberato da ogni responsabilità lasciandoli affrontare la crisi da perdenti. Non basta che Erdogan alzi la posta affinché Joe Biden ricordi agli alleati regionali gli ordini ricevuti  nel famoso discorso ad Harvard?
1014046Nasser Kandil, 19/10/2014
Nasser Kandil è un ex-deputato libanese, direttore di TopNews-Nasser Kandil e direttore del quotidiano libanese al-Bina
Fonte:
Video al-Fadaiya TV (Siria): Nasser Kandil intervistato dalla signora Rasha al-Qasar
fonte: Aurora.