Siamo spettatori universali: il dissolvimento delle democrazie in oligarchie mediatiche è all'opera non solo in Italia ma in tutto il mondo. H.G. Gadamer
spirito critico
PENSATOIO DI IDEE
lunedì 30 settembre 2013
Berlusconi arriva a Palazzo Grazioli e scende dalla macchina con Dudù in braccio

Il Cavaliere tira dritto: chi non è con me è fuori
ALFANO: IO DIVERSAMENTE BERLUSCONIANO
Salvare l’Italia? Dimentichiamoci Letta, Renzi e Berlusconi
Scritto il 30/9/13
ABBIAMO DIMENTICATO ALFANO
La parola d’ordine è una sola: vincere. Così Mussolini dal fatale balcone, tanti anni fa. Oggi che il Duce non c’è più, resta comunque una parola d’ordine – un’altra: sopravvivere – ed è sempre l’indizio di un gioco truccato. Chi parla per proclami, oggi più di ieri, sta barando: sa benissimo che la verità è lontana anni luce dalle parole. Non solo non si può “vincere”, ma non si può più nemmeno sopravvivere. E’ matematico, pallottoliere alla mano: se non hai più moneta da creare e quindi da spendere, e se ormai è lo straniero a gestire addirittura la tua borsa, le speranze di continuare a galleggiare – lavoro, consumi, servizi – sono ridotte a zero. La beffa suprema è che la verità seguita e restare fuori dalla porta, oscurata con zelo dai mattatori della disinformazione, oscuri manovali e pallidi eredi del Solista del Balcone. Agli ordini delle grandi lobby che dominano le comparse della democrazia – cartelli elettorali e semi-leader, sindacati e ras industriali complici della finanza – giornali e televisioni parlano di Letta, Napolitano e Berlusconi come di autorità politiche in grado di gestire davvero la crisi italiana, senza mai neppure domandarsi da dove venga, questa maledetta crisi.
La parola tabù, mai pronunciata nei momenti che contano, è sempre la stessa: moneta. Ci è stata sottratta, la moneta, con un gioco di prestigio che
aveva in palio un grandioso traguardo civile, l’unificazione storica del continente che insieme a Galileo, Leonardo e Voltaire seppe partorire lo schiavismo e il colonialismo, le guerre di religione, il nazifascismo, la Shoah e due conflitti mondiali. Risultato: all’inizio degli anni ’90 abbiamo applaudito, mentre ci sfilavano di tasca il portafogli. Ancora non lo sapevamo, ma i padroni della Terra avevano già capito che la breve festa del dopoguerra – lo sviluppo, il progresso, il benessere, i diritti – era praticamente finita. Era terminata, la ricreazione, anche nella critica trincea italiana, il paese del “miracolo” che – grazie al debito pubblico dosato in modo strategico – aveva raggiunto risultati straordinari in brevissimo tempo, nonostante la forte corruzione della classe politica, tollerata perché indispensabile a cementare il sistema atlantico in funzione anti-Urss.
aveva in palio un grandioso traguardo civile, l’unificazione storica del continente che insieme a Galileo, Leonardo e Voltaire seppe partorire lo schiavismo e il colonialismo, le guerre di religione, il nazifascismo, la Shoah e due conflitti mondiali. Risultato: all’inizio degli anni ’90 abbiamo applaudito, mentre ci sfilavano di tasca il portafogli. Ancora non lo sapevamo, ma i padroni della Terra avevano già capito che la breve festa del dopoguerra – lo sviluppo, il progresso, il benessere, i diritti – era praticamente finita. Era terminata, la ricreazione, anche nella critica trincea italiana, il paese del “miracolo” che – grazie al debito pubblico dosato in modo strategico – aveva raggiunto risultati straordinari in brevissimo tempo, nonostante la forte corruzione della classe politica, tollerata perché indispensabile a cementare il sistema atlantico in funzione anti-Urss.
Così, sorridemmo sollevati alla caduta del Muro di Berlino, anche perché l’alba della nuova era sembrava sorvegliata dalla presenza rassicurante di un grande della storia come Mikhail Gorbaciov. Appena qualche anno dopo saltarono in aria Falcone e Borsellino, mentre i reggenti della transizione avevano appena ceduto lo scalpo dell’Italia – cioè il nostro – all’assise di Maastricht. Oggi, vent’anni dopo, del panfilo Britannia con a bordo Mario Draghi e gli squali della finanza parassitaria anglosassone parlano liberamente, in seconda serata, Gianluigi Paragone e Loretta Napoleoni, mentre – nel giorno del crac della larghe intese – Lucia Annunziata chiede invano al preoccupato Enrico Mentana che si racconti finalmente tutta la storia degli Illuminati, il grande retroscena dei veri clan onnipotenti, la filiera delle svendite e delle cessioni-fantasma che si snocciola ininterrotta fino ai nostri giorni con le vicende Telecom e Alitalia, infrastrutture nazionali finanziate con glorioso ed efficiente debito pubblico per fare
dell’Italia un paese moderno, una delle prime 7 economie mondiali.
dell’Italia un paese moderno, una delle prime 7 economie mondiali.
Tutto finito, da tempo: non solo perché Slovenia e Croazia non sono più nemiche dell’America, ma anche perché potrebbe diventare atlanticamente inaffidabile persino la docile Italia, così come la Grecia e le altre vittime sacrificali dell’Eurozona, se solo diventasse un po’ più amica della Russia, cioè del maggior forziere energetico di tutta la latitudine eurasiatica. Meglio tenerla al guinzaglio, l’Europa, magari premiando l’immancabile kapò tedesco – ovviamente a insaputa dei tedeschi stessi, a cui provvede la relativa disinformazija, quella che racconta loro, mentendo, che il Sud Europa è un continente di irresponsabili scrocconi. Vedono lungo, i signori della Terra: una sfera orbitante che ormai ospita sette miliardi di esseri umani non può più essere il paese della cuccagna per il “miliardo d’oro”, anche perché l’impero occidentale declina, i Brics reclamano la loro parte e all’orizzonte c’è un subcontinente sterminato che si chiama Cina.
Acqua e cibo, clima e terra. I limiti dello sviluppo smentiscono la fiaba della crescita infinita, su cui si basa l’ottuso credo bugiardo di tutti gli addetti alla narrazione ufficiale, quelli che hanno sempre sparso nebbia sulla scienza dell’economia, come fosse un’arte magica per iniziati, incomprensibile e fuori dalla portata dei comuni mortali. Il loro capolavoro: farci credere che il debito dello Stato sia paragonabile a quello di famiglie e aziende – che, a differenza dello Stato, il denaro non possono crearlo dal nulla, ma solo guadagnarlo. I dominus sono abilissimi nell’arte della prevenzione: hanno annientato le vecchie barricate, smantellato le opposizioni, accecato e comprato gli avversari, plastificato l’immaginario collettivo, desertificato le coscienze pubbliche. Oggi sono in grado di presentare la cosiddetta crisi come un evento ciclico, una calamità naturale inevitabile e rimediabile solo con la sottomissione, la tolleranza illimitata del disagio crescente. Fino all’estrema depravazione italiana: prima il brutale gauleiter Monti, poi le larghe intese fangose tra gli ultimi boss di una sotto-casta di affannati
camerieri, tra i quali già si fa largo il sorriso impaziente dell’ultimo erede dinastico, Matteo Renzi.
camerieri, tra i quali già si fa largo il sorriso impaziente dell’ultimo erede dinastico, Matteo Renzi.
Mentre il regime del pensiero unico presidia ancora saldamente la comunicazione, è proprio l’urto della crisi economica a spalancare nuovi crateri nel tessuto sociale, seminando innanzitutto paura. Il frangente è feroce e richiede parole adeguate, ferme e inequivocabili: le trova coraggiosamente un uomo soltanto, il Papa di Roma. Verità dolorose, pronunciate in solitudine da Jorge Mario Bergoglio, di fronte all’indecente silenzio di partiti e ministri, politici e sindacalisti. Tutti gli altri, gli attivisti estranei al circuito, i potenziali costruttori dell’alternativa – italiana e necessariamente internazionale, almeno europea – appaiono ancora dispersi, ognuno concentrato su singoli aspetti della catastrofe incombente: le malefatte delinquenziali del piccolo clan nazionale di potere, la grande tragedia della carenza di energia e materie prime, la relativa geopolitica della guerra, il disastro ambientale dietro l’angolo: secondo l’Onu, entro cent’anni il clima impazzito solleverà i mari fino a sommergere le città rivierasche.
Al centro della scena, naturalmente, resta l’aspetto più pratico e immediato della sciagura, la piaga della disoccupazione che rivela la gravità della cosiddetta crisi economico-finanziaria dell’Occidente: da una parte l’Eurozona, con gli Stati privati della loro moneta e quindi costretti a tosare i cittadini, e dall’altra Londra e Washington, che invece il denaro continuano giustamente a fabbricarlo. Peccato però che quello stesso denaro venga usato dalla finanza per taglieggiare gli sventurati che la sorgente del denaro l’hanno perduta. A noi, i paesi dell’Eurozona, si impongono tangenti su un debito pubblico non più sovrano ma comprato e venduto a tasso di usura, con la piena collaborazione della Bce (quella di Mario Draghi, l’uomo del Britannia) che in virtù del trattato-capestro di Maastricht continua a negare
alle nostre repubbliche il legittimo accesso alla moneta, ovvero l’ossigeno necessario a produrre investimenti, lavoro, consumi, benessere.
alle nostre repubbliche il legittimo accesso alla moneta, ovvero l’ossigeno necessario a produrre investimenti, lavoro, consumi, benessere.
La prima alternativa imprescindibile, per evitare che la situazione precipiti definitivamente nella disperazione, è quella della parola: servono narrazioni oneste, spiegazioni chiare e sincere. Solo oggi emerge appieno il ruolo-chiave delle élite nelle nostre recenti disavventure, in realtà frutto di una oscura e accurata premeditazione almeno trentennale. E il peggio, dice uno storico dell’economia come Giulio Sapelli, non è neppure lo strapotere occulto dei grandi clan mondiali: il peggio è che persino loro hanno ormai smarrito la bussola, e quindi ci aspettano turbolenze mai viste. Quelle, peraltro, a cui stiamo cominciando regolarmente ad assistere. In condizioni di crescente pericolo, in cui la pace sociale potrebbe rapidamente crollare anche in Italia al livello greco, servirebbe quindi uno sforzo straordinario per unire forze e costruire alleanze attorno a un’intelligenza collettiva democratica, in grado di affrontare l’emergenza nella quale stiamo sprofondando.
Punto primo: pervenire finalmente a una lettura univoca e condivisa della grande crisi, che è la somma di più crisi. Da sola, la riconquista di una sovranità politico-monetaria non può risolvere il dramma storico della grande recessione, la fine della crescita occidentale. Per contro, senza potere di spesa pubblica non è neppure lontanamente pensabile nessun programma di investimento capace di costruire futuro. Verissimo: senza gli F-35 e la linea Tav Torino-Lione si potrebbero aprire centinaia di migliaia di posti di lavoro. Ma i disoccupati sono milioni. Per il loro futuro, cioè il nostro, serve una riconversione generale dell’economia: lavoro utile e pulito, nei settori chiave dell’energia rinnovabile, dell’edilizia verde, dei servizi alla persona e delle filiere corte. Una riconversione efficace, sostenuta da uno Stato sovrano funzionante e democraticamente governato, con pieno potere di spesa. Tutto si può fare, ma servono soldi: i nostri, quelli che ci hanno sottratto a Maastricht, a tradimento. Ovviamente, in televisione non se ne parlerà neppure stavolta. Ma sarà bene che qualcuno cominci a farlo: qui si tratta di salvare l’Italia, non il destino di Letta, l’avvenire di Renzi o la malinconica vecchiaia di Berlusconi.
(Giorgio Cattaneo, “Salvare l’Italia: dimentichiamo Letta, Renzi e B.”, da “Megachip” del 29 settembre 2013).
Il Popolo della Libertà si spacca. Cicchitto polemico: "Basta con questi dirigenti estremisti, toni inaccettabili.
Caos Pdl, ministri contro B. Quagliariello e Lorenzin: “Non aderiremo a Forza Italia”
Il Popolo della Libertà si spacca. Cicchitto polemico: "Basta con questi dirigenti estremisti, toni inaccettabili". E tre componenti del governo Letta attaccano: "Forza Italia geneticamente modificata, ci dimetteremo ma no a nuovo partito". E anche Alfano si smarca. Berlusconi: "No a governicchio con partito dei traditori"
Berlusconi ordina, i ministri pidiellini eseguono? Non è proprio così. Il partito, al contrario di quanto vogliano far pensare alcuni suo esponenti di spicco, al suo interno è lacerato. Una frattura non solo evidente, ma anche rumorosa, con il malcontento espresso in forme e toni forti.
Ieri Giovanardi, oggi Cicchitto, Quagliariello, Beatrice Lorenzin, Nunzia De Girolamo e Maurizio Lupi (seppur in forma diversa). Poi anche Angelino Alfano, che si dice pronto ad essere “diversamente berlusconiano” se nel partito continueranno gli estremismi dei falchi. Tante critiche e una sola morale: il Pdl è spaccato. E a defilarsi dalla linea sono nomi che nel Pdl contano, e non poco. C’è il segretario del partito (nonché vicepremier e ministro dell’Interno), ci sono gli altri quattro ministri. Hanno subito le indicazioni del capo e del suo cerchio magico, ma non le condividono e lo dicono chiaro e tondo. Critiche che, per Quaglieriello e Lorenzin, si concludono con un annuncio: “Non aderiremo a Forza Italia”. Gli altri, invece, da un lato si dicono fedeli a B., ma dall’altro si sfilano dalla deriva di Forza Italia. E il diretto interessato? Berlusconi ha capito il messaggio. E ha reagito a modo suo, in serata, intervenendo a Studio Aperto: “No a governicchio con partito dei traditori e dei transfughi, si torni alle urne. e sulla questione Iva non ci sono né falchi né colombe” ha detto il Cavaliere, conscio che all’interno della sua creatura c’è un subbuglio vicino alla sommossa.
Ieri Giovanardi, oggi Cicchitto, Quagliariello, Beatrice Lorenzin, Nunzia De Girolamo e Maurizio Lupi (seppur in forma diversa). Poi anche Angelino Alfano, che si dice pronto ad essere “diversamente berlusconiano” se nel partito continueranno gli estremismi dei falchi. Tante critiche e una sola morale: il Pdl è spaccato. E a defilarsi dalla linea sono nomi che nel Pdl contano, e non poco. C’è il segretario del partito (nonché vicepremier e ministro dell’Interno), ci sono gli altri quattro ministri. Hanno subito le indicazioni del capo e del suo cerchio magico, ma non le condividono e lo dicono chiaro e tondo. Critiche che, per Quaglieriello e Lorenzin, si concludono con un annuncio: “Non aderiremo a Forza Italia”. Gli altri, invece, da un lato si dicono fedeli a B., ma dall’altro si sfilano dalla deriva di Forza Italia. E il diretto interessato? Berlusconi ha capito il messaggio. E ha reagito a modo suo, in serata, intervenendo a Studio Aperto: “No a governicchio con partito dei traditori e dei transfughi, si torni alle urne. e sulla questione Iva non ci sono né falchi né colombe” ha detto il Cavaliere, conscio che all’interno della sua creatura c’è un subbuglio vicino alla sommossa.
Il tutto mentre continua a circolare un’indiscrezione sempre più forte: la fuoriuscita di un numero imprecisato di parlamentari dal Pdl/Fi e la contemporanea creazione di un nuovo movimento (si chiamerebbe Italia popolare) che farebbe da stampella ad un ipotetico Letta-bis o a un governo di minoranza. Un’azione che, a quanto pare, è già avanzata a Palazzo Madama, dove lo ‘scouting’ in corso potrebbe arrivare a formare un gruppo parlamentare, quindi coinvolgerebbe fino a 10-15 senatori. In dettaglio, sarebbe soprattutto tra i senatori siciliani e campani (ma non Vincenzo D’Anna, Pietro Langella,Antonio Milo e Ciro Falanga, che hanno giurato fedeltà al Cavaliere) sino ad ora iscritti al Pdl che attingerebbe il nuovo gruppo di moderati.
Cicchitto: “Basta estremisti di estrema destra nel partito”
Il primo a esprimere critiche corrosive contro la decisione del Cavaliere è stato Cicchitto con una lunga nota. E non le ha mandate a dire. Anzi. “Berlusconi avrebbe bisogno di un partito serio, radicato sul territorio, democratico nella sua vita interna, un partito di massa, dei moderati, dei garantisti, dei riformisti – ha detto l’ex capogruppo Pdl alla Camera – e non un partito di alcuni estremisti che nelle occasioni cruciali parlano con un linguaggio di estrema destra dall’inaccettabile tonalità anche nel confronto con gli avversari politici che non dobbiamo imitare nelle loro espressioni peggiori”. Parole durissime quelle di Cicchitto, nonché un attacco diretto ai falchi del partito, che invita a non illudersi su elezioni subito.
Cicchitto, inoltre, ha ribadito più volte la sua vicinanza e solidarietà a Berlusconi, ma anche “quello che ho già detto ieri: una decisione come quella di far cadere il governo Letta-Alfano in un momento economico e sociale così delicato e dagli esiti imprevedibili per quello che riguarda la parte finanziaria – ha detto l’ex socialista – non può essere assunta da un ristretto vertice del Pdl, in assenza sia del vicepresidente del consiglio e segretario politico Alfano, sia dei due capigruppo Brunetta e Schifani, ma specialmente senza la riunione dell’ufficio di presidenza e senza l’assemblea dei gruppi parlamentari”. Per Cicchitto questa mancanza di dialogo interno è un problema assai grave, “anche perché, da oggi fino alle prossime elezioni – che nessuno si può illudere che avvengano immediatamente visto che va rifatta la legge elettorale – i parlamentari devono svolgere un ruolo decisivo in Parlamento e sul territorio e quindi il loro ruolo politicoè assai importante e non possono essere trattati come delle semplici pedine da manovrare, in modo per di più disordinato, ad opera di pochi dirigenti del partito”.
Alfano: “Se estremismi sarò diversamente berlusconiano”
La sua, tra coloro che hanno criticato la linea dei falchi, è la voce più importante: è il segretario del partito, è il vicepremier e ministro dell’Interno, da molti era considerato il futuro del centrodestra. Angelino Alfano, però, non ci sta a farsi dettare gli ordini dai falchi del partito. E anche lui ha deciso di uscire allo scoperto, con una nota che – se ce ne fosse ancora bisogno – ha messo definitivamente a nudo gli enormi problemi di tenuta interna a Forza Italia. “La mia lealtà al presidente Berlusconi è longeva e a prova di bomba – ha detto Alfano – La lealtà non è malattia dalla quale si guarisce. Oggi lealtà mi impone di dire che non possono prevalere posizioni estremistiche estranee alla nostra storia, ai nostri valori e al comune sentire del nostro popolo”. Poi l’annuncio, che però assomiglia tanto ad una minaccia: “Se prevarranno quegli intendimenti – ha continuato il segretario -, il sogno di una nuova Forza Italia non si avvererà. So bene che quelle posizioni sono interpretate da nuovi berlusconiani ma, se sono quelli i nuovi berlusconiani, io sarò diversamente berlusconiano”.
La sua, tra coloro che hanno criticato la linea dei falchi, è la voce più importante: è il segretario del partito, è il vicepremier e ministro dell’Interno, da molti era considerato il futuro del centrodestra. Angelino Alfano, però, non ci sta a farsi dettare gli ordini dai falchi del partito. E anche lui ha deciso di uscire allo scoperto, con una nota che – se ce ne fosse ancora bisogno – ha messo definitivamente a nudo gli enormi problemi di tenuta interna a Forza Italia. “La mia lealtà al presidente Berlusconi è longeva e a prova di bomba – ha detto Alfano – La lealtà non è malattia dalla quale si guarisce. Oggi lealtà mi impone di dire che non possono prevalere posizioni estremistiche estranee alla nostra storia, ai nostri valori e al comune sentire del nostro popolo”. Poi l’annuncio, che però assomiglia tanto ad una minaccia: “Se prevarranno quegli intendimenti – ha continuato il segretario -, il sogno di una nuova Forza Italia non si avvererà. So bene che quelle posizioni sono interpretate da nuovi berlusconiani ma, se sono quelli i nuovi berlusconiani, io sarò diversamente berlusconiano”.
Quagliariello: “Se Forza Italia è questa io non aderirò”
“Se Forza Italia è questa, io non aderirò”. E’ un messaggio netto quello del ministro per le Riforme costituzionali Gaetano Quagliariello, a Piacenza per il Festival del diritto. Per il ‘saggio’ Quagliariello, l’annuncio di dimissioni dei parlamentari del Pdl è stato un “fallo di reazione”. “Io – ha aggiunto – non ho aderito perché penso che una persona che fa politica deve avere l’inclinazione al compromesso. Io le dimissioni non ho avuto nessuna remora a darle – ha aggiunto il ministro – però è evidente che se si fa in una sede in cui a discutere sono alcuni esponenti di un partito, senza il segretario, quel partito è geneticamente modificato: a questa Forza Italia non aderirò”. Uno degli obiettivi delle dimissioni deiministri del Pdl dal governo potrebbe essere “avere elezioni anticipate”, ma “non è il mio obiettivo” ha detto Quagliariello, secondo cui “le elezioni anticipate e le vittorie elettorali anticipate sono vittorie di Pirro”. Toccando, invece, il tasto delle dimissioni da parlamentari, sempre per quanto riguarda il Pdl (dimissioni non date da Quagliariello, che lo farà appena possibile, pur non condividendo la scelta), il ministro ha aggiunto che “le dimissioni da parlamentari hanno creato una slavina, si è sganciata l’atomica, una cosa incredibile – ha concluso – mai fatta nel Parlamento italiano”. A chi parla di scissione all’interno del Pdl, Quagliariello risponde con un ragionamento chiaro: “Non so se c’è una scissione: so che il centrodestra non è quello che si è espresso ieri”. Riferendosi alle decisioni prese ieri ad Arcore, ossia alla richiesta di dimissioni dei ministri del centrodestra, Quagliariello ha poi aggiunto che “non è quella la storia delcentrodestra maggioritaria, non è quella la storia dei moderati in Italia”. Il ministro per le Riforme, inoltre, ha rivolto un appello ai suoi colleghi di partito: “Ho detto come la pensavo, non ho avuto dubbi a dare le dimissioni, ora vediamo che cosa accade: spero che altri parlino lo stesso linguaggio di chiarezza“.
“Se Forza Italia è questa, io non aderirò”. E’ un messaggio netto quello del ministro per le Riforme costituzionali Gaetano Quagliariello, a Piacenza per il Festival del diritto. Per il ‘saggio’ Quagliariello, l’annuncio di dimissioni dei parlamentari del Pdl è stato un “fallo di reazione”. “Io – ha aggiunto – non ho aderito perché penso che una persona che fa politica deve avere l’inclinazione al compromesso. Io le dimissioni non ho avuto nessuna remora a darle – ha aggiunto il ministro – però è evidente che se si fa in una sede in cui a discutere sono alcuni esponenti di un partito, senza il segretario, quel partito è geneticamente modificato: a questa Forza Italia non aderirò”. Uno degli obiettivi delle dimissioni deiministri del Pdl dal governo potrebbe essere “avere elezioni anticipate”, ma “non è il mio obiettivo” ha detto Quagliariello, secondo cui “le elezioni anticipate e le vittorie elettorali anticipate sono vittorie di Pirro”. Toccando, invece, il tasto delle dimissioni da parlamentari, sempre per quanto riguarda il Pdl (dimissioni non date da Quagliariello, che lo farà appena possibile, pur non condividendo la scelta), il ministro ha aggiunto che “le dimissioni da parlamentari hanno creato una slavina, si è sganciata l’atomica, una cosa incredibile – ha concluso – mai fatta nel Parlamento italiano”. A chi parla di scissione all’interno del Pdl, Quagliariello risponde con un ragionamento chiaro: “Non so se c’è una scissione: so che il centrodestra non è quello che si è espresso ieri”. Riferendosi alle decisioni prese ieri ad Arcore, ossia alla richiesta di dimissioni dei ministri del centrodestra, Quagliariello ha poi aggiunto che “non è quella la storia delcentrodestra maggioritaria, non è quella la storia dei moderati in Italia”. Il ministro per le Riforme, inoltre, ha rivolto un appello ai suoi colleghi di partito: “Ho detto come la pensavo, non ho avuto dubbi a dare le dimissioni, ora vediamo che cosa accade: spero che altri parlino lo stesso linguaggio di chiarezza“.
In serata, poi, Quagliariello ha risposto anche a quanto dichiarato da Alfano, che si è detto “diversamente berlusconiano”. “Questo non è il momento di fare scauting, ma di unire i moderati che devono essere diretti dai moderati perché non è possibile che siano diretti da estremisti” ha detto il ministro al Tg3, che ha ripreso una definizione del segretario per dire che “per essere ‘diversamente berlusconiani’ bisogna dividersi”.
Lorenzin: “Mi dimetto, ma non condivido la linea del partito”
Silvio Berlusconi “è un perseguitato”, “non giustifico né condivido la linea di chi lo consiglia in queste ore”, “tentano di distruggere tutto quello che Berlusconi ha costruito e rappresentato”. Parole e concetti chiari quelli espressi in una nota dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin che, pur dimettendosi, ha annunciato che non farà parte di questa Forza Italia poiché “spinta verso una destra radicale”. Dopo aver espresso soddisfazione per i cinque mesi trascorsi nel governo Letta e aver rivendicato la bontà del lavoro svolto, Lorenzin è passata all’attacco. “Questa nuova Forza Italia sta dimostrando d’essere molto diversa da quella del ’94. Manca di quei valori e di quel sogno che ci ha portati sin qui” ha detto la titolare della Sanità, che poi critica la direzione che sta prendendo la nuova creatura del Cavaliere perché “ci spinge verso una destra radicale in cui non mi riconosco, chiude ai moderati e li mette fuori senza alcuna riflessione culturale, segnandoli come traditori. Esprimo il mio dissenso”. Poi il solito discorso: sì alle dimissioni, no alla nuova Forza Italia, almeno così concepita. “Accetto senza indugio la richiesta di dimissioni fatta durante un pranzo a cui non partecipavano né i presidenti dei gruppi parlamentari, né ilsegretario del partito, per coerenza politica nei confronti di chi mi ha indicato come ministro di questo Governo – ha concluso l’esponente del Pdl - Continuerò ad esprimere le mie idee e i miei principi nel campo del centrodestra, ma non in questa Forza Italia”.
Silvio Berlusconi “è un perseguitato”, “non giustifico né condivido la linea di chi lo consiglia in queste ore”, “tentano di distruggere tutto quello che Berlusconi ha costruito e rappresentato”. Parole e concetti chiari quelli espressi in una nota dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin che, pur dimettendosi, ha annunciato che non farà parte di questa Forza Italia poiché “spinta verso una destra radicale”. Dopo aver espresso soddisfazione per i cinque mesi trascorsi nel governo Letta e aver rivendicato la bontà del lavoro svolto, Lorenzin è passata all’attacco. “Questa nuova Forza Italia sta dimostrando d’essere molto diversa da quella del ’94. Manca di quei valori e di quel sogno che ci ha portati sin qui” ha detto la titolare della Sanità, che poi critica la direzione che sta prendendo la nuova creatura del Cavaliere perché “ci spinge verso una destra radicale in cui non mi riconosco, chiude ai moderati e li mette fuori senza alcuna riflessione culturale, segnandoli come traditori. Esprimo il mio dissenso”. Poi il solito discorso: sì alle dimissioni, no alla nuova Forza Italia, almeno così concepita. “Accetto senza indugio la richiesta di dimissioni fatta durante un pranzo a cui non partecipavano né i presidenti dei gruppi parlamentari, né ilsegretario del partito, per coerenza politica nei confronti di chi mi ha indicato come ministro di questo Governo – ha concluso l’esponente del Pdl - Continuerò ad esprimere le mie idee e i miei principi nel campo del centrodestra, ma non in questa Forza Italia”.
Lupi: “Forza Italia non può essere estremista”
Diversa e con più sfumature la posizione del ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi: lui sta con il Cavaliere, ma non con i suoi consiglieri. “Così non va. Forza Italia non può essere un movimento estremista in mano a degli estremisti – ha detto il politico ciellino – Noi vogliamo stare con Berlusconi, con la sua storia e con le sue idee, ma non con i suoi cattivi consiglieri. Si può lavorare per il bene del Paese essendo alternativi alla sinistra e rifiutando gli estremisti. Angelino Alfano si metta in gioco per questa buona e giusta battaglia”.
Diversa e con più sfumature la posizione del ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi: lui sta con il Cavaliere, ma non con i suoi consiglieri. “Così non va. Forza Italia non può essere un movimento estremista in mano a degli estremisti – ha detto il politico ciellino – Noi vogliamo stare con Berlusconi, con la sua storia e con le sue idee, ma non con i suoi cattivi consiglieri. Si può lavorare per il bene del Paese essendo alternativi alla sinistra e rifiutando gli estremisti. Angelino Alfano si metta in gioco per questa buona e giusta battaglia”.
De Girolamo: “Sto con Berlusconi, ma basta estremismi”
Tra i ministri pidiellini, l’ultima a dire la sua è stata Nunzia De Girolamo. La titolare dell’Agricoltura, infatti, ha ribadito la sua fedeltà, ma “da moderata”, a Berlusconi e denunciato come “siano sempre più evidenti atteggiamenti, posizioni, radicalismi che poco hanno a che vedere con i valori fondativi del nostromovimento liberale fatto di rispetto delle Istituzioni, senso dello Stato e tolleranza”. Nella nota su carta intestata del suo ministero, la De Girolamo da un lato ha ricordato di aver “adempiuto alle richieste del presidente Berlusconi” per spirito di servizio, dall’altro ha sottolineato di non poter tacere la sua contrarietà all’azione dei falchi. “In attesa di un chiarimento interno, che auspico immediato e definitivo e confermando la mia assoluta lealtà al presidente Berlusconi - ha aggiunto il ministro - dichiaro sin d’ora che intendo proseguire sulla strada di quei valori, non riconoscendomi in strappi estremi ed estranei alla cultura e alla sensibilità dei nostri elettori e sostenitori”.
Tra i ministri pidiellini, l’ultima a dire la sua è stata Nunzia De Girolamo. La titolare dell’Agricoltura, infatti, ha ribadito la sua fedeltà, ma “da moderata”, a Berlusconi e denunciato come “siano sempre più evidenti atteggiamenti, posizioni, radicalismi che poco hanno a che vedere con i valori fondativi del nostromovimento liberale fatto di rispetto delle Istituzioni, senso dello Stato e tolleranza”. Nella nota su carta intestata del suo ministero, la De Girolamo da un lato ha ricordato di aver “adempiuto alle richieste del presidente Berlusconi” per spirito di servizio, dall’altro ha sottolineato di non poter tacere la sua contrarietà all’azione dei falchi. “In attesa di un chiarimento interno, che auspico immediato e definitivo e confermando la mia assoluta lealtà al presidente Berlusconi - ha aggiunto il ministro - dichiaro sin d’ora che intendo proseguire sulla strada di quei valori, non riconoscendomi in strappi estremi ed estranei alla cultura e alla sensibilità dei nostri elettori e sostenitori”.
Anche altri parlamentari Pdl si defilano. Sacconi: “No a derive estremiste”
Non solo ministri contro Berlusconi. Oltre a Cicchitto, infatti, anche Maurizio Sacconi ha sparato a zero contro l’andazzo dominante all’interno di Forza Italia. “Moltissimi elettori e militanti del Pdl non condividono la deriva estremista del partito” ha detto l’ex ministro e attuale senatore Pdl, che poi ha attaccato i “cattivi consiglieri del Presidente Berlusconi” e chiesto ad Angelino Alfano di rappresentare le esigenze di “molti” nel partito.
Non solo ministri contro Berlusconi. Oltre a Cicchitto, infatti, anche Maurizio Sacconi ha sparato a zero contro l’andazzo dominante all’interno di Forza Italia. “Moltissimi elettori e militanti del Pdl non condividono la deriva estremista del partito” ha detto l’ex ministro e attuale senatore Pdl, che poi ha attaccato i “cattivi consiglieri del Presidente Berlusconi” e chiesto ad Angelino Alfano di rappresentare le esigenze di “molti” nel partito.
Parere leggermente diverso, ma comunque significativo da parte di Osvaldo Napoli, uno dei fedelissimi di B., per il quale, però, è arrivato il tempo dei distinguo. “Il presidente Napolitano, e con lui il premier Letta, ha in mano le chiavi per riportare la situazione sul binario della ragionevolezza. Anche nel Pdl, però, è ora che qualche radicale si imponga di contare fino a 10, se necessario anche oltre, evitando di confondere ilQuirinale con la Casa Rosada” ha detto Napoli. Per l’esponente di spicco del Pdl, Letta deve aver cura “di non frantumare ulteriormente quel che già è rotto” anche perché “questa maggioranza non ha alternative. Chi pensa che ne abbia, lo dice perché vuole portare a una conclusione traumatica la legislatura”. Per quanto riguarda il suo partito, invece, Napoli ha sottolineato come “nel PdL deve aprirsi una riflessione ampia e approfondita su quello che è successo, partendo da un presupposto chiaro: la leadership di Silvio Berlusconi non è in discussione e mai può esserlo messa. Ma le procedure per assumere decisioni rilevanti vanno cambiate – ha detto Napoli – La nostra aspirazione di essere la grande forza moderata e riformista dell’Italia non può essere umiliata da chi pensa di combattere come l’ultimo giapponese sull’isola di Guam”. Un messaggio molto chiaro all’indirizzo dei falchi.
Anche Carlo Giovanardi, dopo quanto detto ieri, conferma la sua contrarietà rispetto alla linea dura scelta dal partito. “Mi trovo in perfetta sintonia con le valutazioni espresse da Gaetano Quagliariello e da Maurizio Sacconi relative alla necessita di abbandonare derive estremiste mantenendo ferma la rotta dei moderati del Pdl sul bene comune dell’Italia” ha detto il senatore.
Capezzone: “Amici di partito non cadano in trappola centrosinistra”
Voce fuori dal coro quella di Daniele Capezzone. L’ex radicale, infatti, non accusa chi dissente dalla linea scelta dal Cavaliere, ma mette in guardia dalle trappole del centrosinistra. “Mi sento di dire con rispetto e vera amicizia ad alcuni colleghi di partito di non cadere nella trappola politico-mediatica che la sinistra cerca di costruire a proprio vantaggio” ha detto il Presidente della Commissione Finanze della Camera e Coordinatore dei dipartimenti del Pdl. “Lo schema – è stato il suo pensiero – è ben noto, e ha già diversi precedenti: la sinistra politica e giornalistica esalta, accentua e soprattutto accende i riflettori sulle vere o presunte distinzioni nel centrodestra, poi usa spregiudicatamente chi, anche in totale buona fede, si dovesse prestare, e infine getta via i limoni spremuti, una volta che la “funzione” sia stata svolta”.Capezzone, poi, ha parlato anche del futuro del partito, che vede in linea con lo schema del partito repubblicano americano: “Un leader (che abbiamo la fortuna di avere), un nocciolo programmatico ristretto e condiviso (a partire dai temi economici), e per il resto un grande pluralismo di culture e sensibilità, nel rispetto di tutti, e con attenzione sia al radicamento territoriale tradizionale sia ai vecchi media sia ai nuovi media” è lo schema proposto da Capezzone. “C’è spazio per tutti, e la maggioranza degli italiani alternativi a questa sinistra non comprenderebbe – credo – distinzioni introvertite e politiciste. Buon lavoro a noi tutti, intorno al presidente Berlusconi, dunque” ha concluso.
Voce fuori dal coro quella di Daniele Capezzone. L’ex radicale, infatti, non accusa chi dissente dalla linea scelta dal Cavaliere, ma mette in guardia dalle trappole del centrosinistra. “Mi sento di dire con rispetto e vera amicizia ad alcuni colleghi di partito di non cadere nella trappola politico-mediatica che la sinistra cerca di costruire a proprio vantaggio” ha detto il Presidente della Commissione Finanze della Camera e Coordinatore dei dipartimenti del Pdl. “Lo schema – è stato il suo pensiero – è ben noto, e ha già diversi precedenti: la sinistra politica e giornalistica esalta, accentua e soprattutto accende i riflettori sulle vere o presunte distinzioni nel centrodestra, poi usa spregiudicatamente chi, anche in totale buona fede, si dovesse prestare, e infine getta via i limoni spremuti, una volta che la “funzione” sia stata svolta”.Capezzone, poi, ha parlato anche del futuro del partito, che vede in linea con lo schema del partito repubblicano americano: “Un leader (che abbiamo la fortuna di avere), un nocciolo programmatico ristretto e condiviso (a partire dai temi economici), e per il resto un grande pluralismo di culture e sensibilità, nel rispetto di tutti, e con attenzione sia al radicamento territoriale tradizionale sia ai vecchi media sia ai nuovi media” è lo schema proposto da Capezzone. “C’è spazio per tutti, e la maggioranza degli italiani alternativi a questa sinistra non comprenderebbe – credo – distinzioni introvertite e politiciste. Buon lavoro a noi tutti, intorno al presidente Berlusconi, dunque” ha concluso.
Bondi: “Partito deve essere unito attorno al capo”
Alla luce di quanto detto da Cicchitto, Quagliariello e Lorenzin, ha il sapore della dichiarazione di facciata l’uscita di Sandro Bondi, convinto che “questo è il momento in cui dobbiamo dimostrare tutto quello che diciamo da anni, e cioè che siamo un partito vero, un partito unito che si riconosce senza distinzioni su alcuni valori essenziali e una comune visione della società”. A sentire il coordinatore di Forza Italia, il partito deve dimostrare di essere “una comunità che ha la coscienza di una storia onorevole da difendere, un corpo politico che si ribella a una terribile persecuzione giudiziaria contro un leader che rende possibile la sopravvivenza stessa in Italia di un centrodestra non succube della sinistra, un leader attorno al quale dobbiamo stringerci, oggi come non mai, – ha concluso – per testimoniare la nostra fede nella libertà”.
Alla luce di quanto detto da Cicchitto, Quagliariello e Lorenzin, ha il sapore della dichiarazione di facciata l’uscita di Sandro Bondi, convinto che “questo è il momento in cui dobbiamo dimostrare tutto quello che diciamo da anni, e cioè che siamo un partito vero, un partito unito che si riconosce senza distinzioni su alcuni valori essenziali e una comune visione della società”. A sentire il coordinatore di Forza Italia, il partito deve dimostrare di essere “una comunità che ha la coscienza di una storia onorevole da difendere, un corpo politico che si ribella a una terribile persecuzione giudiziaria contro un leader che rende possibile la sopravvivenza stessa in Italia di un centrodestra non succube della sinistra, un leader attorno al quale dobbiamo stringerci, oggi come non mai, – ha concluso – per testimoniare la nostra fede nella libertà”.
Bondi, poi, si è riferito direttamente ai dissidenti per cercare di ristabilire l’ordine delle cose. “Agli amici Quagliarello e Lorenzin vorrei dire che la guida di Forza Italia e dei moderati è saldamente nelle mani del presidente Berlusconi, il quale in questi giorni ha consultato in seduta permanente sia i gruppi parlamentari, sia la nostra delegazione ministeriale, sia tutti i dirigenti del partito. Sappiamo tutti le sfide drammatiche in cui siamo impegnati e siamo tutti ben consapevoli che sugli obiettivi fondamentali del nostro impegno politico non vi è fra di noi alcuna divergenza” ha detto Bondi. Così, però, non è: il Pdl perde pezzi da novanta, non tutti sono disponibili a seguire il capo, l’unità non c’è più. E probabilmente verrà sancito domani, quando alle 17, presso la Sala della Regina della Camera, si terrà l’assemblea congiunta dei gruppi Pdl a cui prenderà parte anche Silvio Berlusconi. L’incontro servirà a fare il punto della situazione dopo la decisione del Cavaliere di staccare la spina al governo Letta.
IL GOVERNO LETTA E' ANDATO A GAMBE ALL'ARIA
Dietro alle “lacrime napolitane”, i boss del vero potere
Scritto il 30/9/13
Il governo Letta è andato a gambe all’aria. L’annuncio, con le dimissioni dei ministri Pdl, è arrivato un sabato di settembre e subito è partito il coro greco degli italiani, abituati al pianto a comando. Un governo sciabo, inconsistente, immobile. Perché piangere? Guardi Letta, imbronciato come un bimbo cui sia stato rotto il trenino e pensi, quest’uomo conosce la coerenza? Il 24 giugno 2012, intervistato da Arturo Celletti di “Avvenire”, s’era scagliato contro Berlusconi e Di Pietro parlandone come di «un male per l’Italia» e, della crisi, come «ossigeno per le forze antisistema», tanto da augurarsi un «grande progetto per il paese» sotto forma di «offerta politica capace di attrarre e convincere: noi, Casini e Vendola. Funzionerebbe. Avrebbe appeal europeo. Avrebbe forza». Sappiamo com’è andata a finire. E ancora, il 26 giugno, intervistato da Teresa Bartoli del quotidiano “Il Mattino” di Napoli, eccitato dall’idea di un patto per arginare il populismo incarnato da Berlusconi, Di Pietro e Grillo: «La questione chiave è l’esclusione del populismo. Che in Italia oggi ha tre interpreti: Grillo per l’evidente alternatività di proposte come il non ripagare i debiti; Berlusconi con la sua scelta anti euro ed anti Europa; Di Pietro con i suoi attacchi al Quirinale che archiviano una logica istituzionale. Deve essere chiaro che con queste forze non si può governare».
No, non si può governare, solo farci un governo insieme. Come Letta ha fatto con il Pdl del “populista” Berlusconi. Quando Letta, naufragato Bersani fra i
marosi del tatticismo, accettò l’incarico per la formazione di un nuovo governo, la stampa circondò il personaggio di quell’aurea mistica spennellata su Mario Monti ai tempi. Roba stucchevole. La stampa italiana, si sa, ha un debole per gli uomini del Bilderberg, della Trilaterale, dell’Aspen Institute. Letta era il loro uomo, uno e trino. Quando nella tarda primavera del 2012 fu invitato dal Bilderberg a Chantilly, in Virginia, accettò senza battere ciglio. Fu presentato come “Deputy leader, Democratic Party (Pd)”. Dal Nazareno in Virginia, timbrando il cartellino del club. Sbarcato negli Stati Uniti, vi trovò Franco Bernabè, presidente esecutivo Telecom, Fulvio Conti, amministratore delegato e direttore generale Enel, Lilli Gruber, giornalista La7, John Elkann, presidente Fiat.
marosi del tatticismo, accettò l’incarico per la formazione di un nuovo governo, la stampa circondò il personaggio di quell’aurea mistica spennellata su Mario Monti ai tempi. Roba stucchevole. La stampa italiana, si sa, ha un debole per gli uomini del Bilderberg, della Trilaterale, dell’Aspen Institute. Letta era il loro uomo, uno e trino. Quando nella tarda primavera del 2012 fu invitato dal Bilderberg a Chantilly, in Virginia, accettò senza battere ciglio. Fu presentato come “Deputy leader, Democratic Party (Pd)”. Dal Nazareno in Virginia, timbrando il cartellino del club. Sbarcato negli Stati Uniti, vi trovò Franco Bernabè, presidente esecutivo Telecom, Fulvio Conti, amministratore delegato e direttore generale Enel, Lilli Gruber, giornalista La7, John Elkann, presidente Fiat.
Lilli Gruber al Bilderberg è ormai di casa. Era fra gli invitati alla riunione del Bilderberg a Hertfordshire, nell’Inghilterra orientale, il giugno di quest’anno. E chi c’era ancora fra gli italiani? C’era Franco Bernabè e c’erano Enrico Tommaso Cucchiani, consigliere delegato e Ceo di Intesa San Paolo, Alberto Nicola Nagel, amministratore delegato di Mediobanca, Gianfelice Rocca, presidente di Techint e Assolombarda, nonché il senatore a vita Mario Monti, tornato alla casa madre dopo aver soggiornato a Palazzo Chigi. Mario Monti c’era anche nel 2011, quando la riunione fu tenuta a St. Moritz, in Svizzera, con il leghista Mario Borghezio, che avrebbe voluto tanto assistervi, preso a legnate, e che nel giugno di quest’anno, intervistato da Alessandro da Rold de “L’Inkiesta”, s’è tolto un sassolino dalla scarpa profetizzandovi la partecipazione di Matteo Renzi nel 2014: «Toccherà a lui. Faranno come per Enrico Letta, un fungo spuntato all’improvviso, con poco consenso popolare, pochi voti, che è diventato poi presidente del Consiglio.
Così succederà pure per il sindaco di Firenze: li fanno emergere, accadde per primo a Bill Clinton».
Così succederà pure per il sindaco di Firenze: li fanno emergere, accadde per primo a Bill Clinton».
C’era Mario Monti nel 2011 e c’erano Franco Bernabè, John Elkann, Paolo Scaroni, amministratore delegato Eni, e Giulio Tremonti, ministro dell’economia e finanze del governo Berlusconi e, fra gli altri ospiti, lo spagnolo Joaquín Almunia, vicepresidente della Commissione Europea e commissario alla concorrenza. Nel 2013 alla riunione del Bilderberg è invece andato direttamente il presidente della Commissione Europea, il portoghese José Manuel Durão Barroso. Oggi Mario Monti fa parte con Franco Bernabè, unici italiani, della Steering Committee del Bilderberg, presieduta da Henti Castries di Axa, con Monti ricordato come Senator for Life. In passato hanno fatto parte della Foreign Steering Committee del Bilderberg, oltre a Monti, Gianni e Umberto Agnellli, il nobile e politico Gian Gasperi Cesi Cittadini, l’economista Tommaso Padoa-Schioppa, poi ministro dell’economia e finanze con Prodi, lo stesso Romano Prodi, il diplomatico Renato Ruggiero, poi ministro degli esteri con Berlusconi, l’economista Pasquale Saraceno, Stefano Silvestri dell’Istituto di Affari Internazionali, Vittorio Valletta, presidente Fiat del dopoguerra, Paolo Zannoni, un passato in Fiat e oggi della scuderia Goldman Sachs.
Letta non poteva pertanto non gioire quando nel 2012 gli arrivò l’invito. E quando gli fu chiesto il perché di quella partecipazione, spiegò la cosa, tempi moderni, su Facebook, dove c’è ancora la sua nota delle 12.14 del 5 giugno di quell’anno: «In molti in questi giorni mi fanno domande sul meeting Bilderberg al quale son stato invitato a Washington lo scorso fine settimana. In sintesi, era presente una parte importante dell’amministrazione Obama e dei partiti democratico e repubblicano americani. C’erano poi leader socialisti, liberali, verdi e conservatori di molti Paesi europei. E, inoltre, sindacalisti e imprenditori, docenti universitari e finanzieri. Senza contare rappresentanti dell’opposizione siriana e russa. La lista dei partecipanti è stata peraltro resa pubblica dagli stessi organizzatori. Si è discusso dei principali temi in materia di economia e di sicurezza al centro dell’agenda globale. Ed è stata per me un’occasione interessante e utile per ribadire la fiducia nei confronti dell’Euro e per rilanciare con grande determinazione
l’invito a compiere i passi necessari (e indispensabili) verso gli Stati Uniti d’Europa».
l’invito a compiere i passi necessari (e indispensabili) verso gli Stati Uniti d’Europa».
«Nulla di queste discussioni, e del franco e ‘aperto’ dialogo tra i partecipanti, mi ha fatto anche solo per un momento pensare a quell’immagine di piovra soffocante che decide dei destini del mondo, incurante dei popoli e della democrazia, descritta da una parte della critica sul web e sulla stampa. È vero: la discussione era a porte chiuse. Ma la presenza dei direttori di alcuni dei principali giornali internazionali (di tutte le tendenze politico-culturali) mi pare possa ‘rassicurare’ i sostenitori di una lettura complottistica del meeting». Letta sarebbe potuto essere più preciso; temi di economia e sicurezza al centro dell’agenda globale: e qual era questa agenda? Gliela ricordiamo noi. Fra il 31 maggio e il 3 giugno 2012, a Chantilly, in Virginia, con Washington a ventiquattro miglia, s’è parlato di relazioni transatlantiche, evoluzione del panorama politico in Europa – e già in Italia Mario Monti era stato messo in sella – e negli Stati Uniti, austerità e crescita delle economie avanzate, cybersicurezza, sfide energetiche, futuro della democrazia in Russia, Cina e Medio Oriente. E c’era, seduta fra i commensali, per stessa ammissione di Letta, l’opposizione siriana, ospite di riguardo, considerate le manovre per la destabilizzazione della Siria, ora benedetta anche dall’acqua santa del Bilderberg.
A sentir Letta il Bilderberg è un ritrovo di dame di carità, lui che è anche uomo della Trilaterale, un think tank fondato nel 1973 su iniziativa di David Rockefeller, presidente della Chase Manhattan Bank, Henry Kissinger, consigliere per la sicurezza nazionale e segretario di Stato di Nixon, Zbigniew Brzezinski, un politico e politologo di origini polacche. La Trilaterale, uomini d’affari, politici, intellettuali europei, giapponesi, americani, tutti insieme appassionatamente. In un documento della Trilaterale del settembre 2013 Letta è ricordato per la branca europea con Grete Faremo, Lord Green, Toomas Hendrik Ilves, Francis Maude, Margrethe Vestager tra i “former members in public service”: «Enrico Letta. President of the Council of Ministers, Italy; former Member of the Italian Chamber of Deputies; former Under State Secretary in the Office of Prime Minister Prodi; former Minister of European Affairs, Industry, and of Industry and International Trade, Rome». È in buona compagnia. Della Trilaterale, prima di approdare alla Casa Bianca come consigliere per la sicurezza nazionale di Obama, faceva anche parte Susan H. Rice, un passato come fellow della Brookings Institution, un think tank di Washington che sforna rapporti e vademecum su come attaccare e invadere paesi sovrani e,
fra gli asiatici, Hisashi Owada, oggi presidente della International Court of Justice a Ginevra. Le pedine giuste al posto giusto.
fra gli asiatici, Hisashi Owada, oggi presidente della International Court of Justice a Ginevra. Le pedine giuste al posto giusto.
Ma cos’è la Trilaterale? Che percezione se ne ha? Nel 1990 il canadese Gilbert Larochelle, professore di filosofia politica, nel suo “L’imaginaire technocratique: la Commission Trilaterale et sa définitiion d’un nouvel être ensemble” ne parlò come espressione di una classe privilegiata di tecnocrati, paragonandola a una cittadella, a un luogo protetto dove «la téchne è legge» e dove «sentinelle dalle torri di guardia vegliano e sorvegliano». Una “cittadella” di “migliori” che nella loro «ispirata superiorità elaborano piani per poi inviarli verso il basso». Più critico era stato nel 1985 lo scrittore francese Jacques Bordiot, che su “Présent”, raccontando come solo chi era giudicato capace di «comprendere il grande disegno mondiale dell’organizzazione e di lavorare alla sua realizzazione» ne diventasse membro, precisò come vero obiettivo della Trilaterale fosse quello di «esercitare una pressione politica concertata sui governi delle nazioni industrializzate per portarle a sottomettersi alla loro strategia globale».
Oggi a capo della branca europea della Trilaterale c’è Jean-Claude Trichet, ex presidente della Banca Centrale Europea e, fra gli italiani, Paolo Andrea Colombo, presidente Enel, Enrico Tommaso Cucchiani di Intesa San Paolo, John Elkann, Federica Guidi di Ducati Energia e già al vertice dei Giovani Imprenditori di Confindustria, il banchiere Maurizio Sella, presidente del Gruppo Sella, Giuseppe Recchi, presidente Eni, il generale Luigi Ramponi, ex direttore del Sismi, Gianfelice Rocca di Techint, Marcello Sala, vice presidente vicario del consiglio di gestione di Intesa San Paolo, Franco Venturini, editorialista di politica internazionale del “Corriere della Sera”. Il 30 aprile di quest’anno Francesco Colonna, scrivendo su “l’Espresso” nell’articolo “Perché ha vinto il gruppo Bilderberg?” del libro del giornalista e studioso Domenico Moro “Club Bilderberg. Gli uomini che comandano il mondo”, si chiedeva fino a che punto si potesse definire democratica una società in cui i posti di potere sono in mano a «poche e potentissime lobby», per poi riflettere sulle coincidenze: due premier italiani, due uomini del Bilderberg, l’indebolimento del Parlamento, l’abuso dei decreti legge usati
come maglio dall’esecutivo, la presidenza della Repubblica sempre più invadente.
come maglio dall’esecutivo, la presidenza della Repubblica sempre più invadente.
«Fino a un paio di anni fa in pochi parlavano di gruppo Bilderberg e Commissione Trilaterale. E quei pochi venivano facilmente tacciati di complottismo (non sempre a torto, per la verità). Gli eventi successivi hanno però cambiato le cose, almeno in Italia. Nell’ultimo anno e mezzo il Parlamento e i partiti si sono indeboliti, i decreti-legge hanno sempre più spesso sostituito l’attività legislativa delle Camere, il ruolo della presidenza della Repubblica si è espanso come mai era avvenuto e sono stati scelti due premier (Mario Monti ed Enrico Letta) che sono membri o habituée del gruppo Bilderberg. E tutto questo è successo in un periodo nel quale i paradigmi auspicati dalla grande finanza internazionale, cioè proprio dai membri del Bilderberg e della Trilaterale (avvicinamento al sistema presidenzialista, finanziarizzazione dell’economia, liberismo e libero scambio senza barriere, politiche di austerità, lenta erosione dei salari e dello Stato sociale) sono diventati in buona parte esplicito programma di governo. Oggi insomma diventa difficile sostenere che le riunioni semi-segrete di queste due organizzazioni (e un discorso simile si potrebbe fare per le centinaia di associazioni e think thank liberal-conservatori sparsi per il mondo) non influiscano pesantemente sui destini delle democrazie». Con buona pace dello psicodramma che nelle ultime ore sembra aver assalito gli italiani, la caduta del governo Letta non potrà pertanto che essere accolta come una benedizione, sempre che il suo predecessore, quel Mario Monti senatore a vita, il Senator for Life dei documenti del Bilderberg, non torni ad accarezzare sogni di gloria. Sarebbe uno schiaffo alla decenza e alla democrazia offesa dell’Italia.
(Stefania Elena Carnemolla, “Lacrime napolitane”, da “Magachip” del 29 settembre 2013).
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