spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

martedì 10 giugno 2014

LA COLONIZZAZIONE PETROLIFERA DELLA BASILICATA

Siamo in guerra e se perdiamo è colpa nostra


Quello delle concessioni petrolifere in mare è un vero e proprio attacco al nostro territorio, un tentativo di colonizzazione da parte delle multinazionali che arriva da quello stesso mare dal quale salparono i padri greci per fondare la nostra civiltà.
E’ un’occupazione vera e propria che, unita alla Val D'Agri alla Val Basento agli interessi Sogin sulla Trisaia, sortirà l'effetto di ridurci ad una riserva sempre meno popolata, stile indiani d’America.
Sono due Europe che si scontrano, quella dei popoli contro quella delle multinazionali e della finanza, due realtà che parlano e devono parlare due linguaggi completamente diversi.
E’ la guerra del secolo, non è nient’altro che la storia che avanza minacciosa dal mare e viene a bussare alle nostre porte in attesa che rispondano uomini o servi. E’ quella stessa storia che ha già bussato in Val di Susa, nella Grecia attuale, in Africa, in America Latina, in Val d'Agri e ovunque: è la storia degli interessi delle strapotenti multinazionali e dell’astrazione della Finanza contro gli interessi di intere popolazioni che vorrebbero pacificamente godere delle proprie risorse, utilizzandole come meglio credono.
Il Governo italiano ha definitivamente intrapreso la strada delle energie fossili: ha deciso di far succhiare dall’intero sottosuolo della penisola (in terra e in mare) petrolio e gas fino all’ultima goccia e fino all’ultimo alito, per far commercializzare alle multinazionali del petrolio una miseria di greggio che coprirebbe il fabbisogno nazionale di carburante solo per il 7% e per un periodo limitato. In tutto questo gli italiani hanno solo da perdere, mentre le multinazionali (che nei vari governi italiani e regionali fino ad ora hanno avuto molta più rappresentanza di noi cittadini) hanno solo da guadagnare.
Il governo italiano ha deciso di sacrificare parti consistenti e preziose della sua terra e del suo mare per ricavare dalle royalties delle entrate anche consistenti, ma miserevoli se si considera il patrimonio che perde. Per queste entrate facili sacrifica interi territori, l’economia reale e la salute di intere popolazioni. E' l’astrazione finanziaria unita agli interessi delle multinazionali contro la concretezza dell’ambiente e delle vite umane. Trivellare da noi non è assolutamente conveniente dal punto di vista della quantità e della qualità del greggio (per questo sono arrivati solo ora), ma lo è dal punto di vista della complicità politica e dei molto permissivi limiti ambientali: le nostre royalties sono fra le più basse al mondo e le leggi sull’inquinamento fra le più blande non solo dei paesi occidentali, ma anche di quelli che una volta venivano definiti i Paesi del terzo mondo. In più, ultimamente, il Governo Monti (con i voti trasversali di PD, PDL, Udc, ecc.), per snellire ancora di più le procedure a favore delle trivellazioni, ha privato gli enti locali (Regioni e Comuni) del potere di poter rilasciare valutazioni ambientali e paesaggistiche o autorizzazioni ad estrarre idrocarburi. Lo ha fatto ben conoscendo il danno per i territori e ben sapendo che nessuno avrebbe permesso di farsi pregiudicare così facilmente le risorse, l’economia e la salute degli abitanti.


In questa situazione, dopo aver conosciuto e subito la storia petrolifera della Basilicata e i danni irreversibili provocati in Val D’Agri, non abbiamo molte scelte per salvarci, se non una lotta di popolo. Per  la seconda volta in un decennio un’altra minaccia di dimensioni spropositate, come gli affari che ci girano intorno, si abbatte su di noi.
Non è assolutamente  scontato che il risultato sia uguale a quello del 2003 a Scanzano, anzi fino a questo momento tutto giova a favore delle compagnie petrolifere. E questa volta non esiste un luogo fisico da poter piantonare, né date o una scadenza precisa, non ci sono camion da poter bloccare. Non abbiamo molte scelte se non quella di ingaggiare una lotta nuova e ancora tutta da inventare. Ma per fare questo ci vuole intelligenza, sacrifico, sentimento e compatezza, perché gli unici strumenti che la legge ha lasciato alle istituzioni locali sono inconsistenti: si tratta di semplici osservazioni, dei pareri, come a dire delle opinioni sulla bontà delle trivellazioni in questo territorio. Legalmente si può ricorrere all’incostituzionalità del decreto, approntare ricorsi al TAR, ma anche questo non ci garantisce la salvaguardia del nostro territorio.
L’unica opposizione che deve tenersi pronta e può sortire veramente l’effetto desiderato è quella dei cittadini che urlano il loro NO, sostenuti dalle istituzioni locali e in sostegno alle istituzioni locali. O la città prima e il comprensorio dell’intero arco jonico poi compiono un sacrificio di unità e affrontano la battaglia in maniera variegata, ma compatta, oppure possiamo rinunciare fin da subito al nostro mare, con le aspirazioni economiche, turistiche, ambientali, alimentari che ne conseguono.


O il Movimento NO Triv Jonio si riempie della linfa vitale della partecipazione di uomini e donne liberi e indipendenti e della freschezza di gente onesta e disinteressata, che diventa popolo e comunità che vuole formarsi e costruire insieme o non abbiamo grandi speranze.
O all’interno della città e del movimento si abbandonano diffidenze reciproche, egoismi, possibili infantili strumentalizzazioni di parte, oppure non possiamo nemmeno immaginare che tante piccole voci insicure e frammentate possano scuotere gli obiettivi delle multinazionali.
O i liberi cittadini diventano il motore di questa battaglia, abbandonando diffidenze e divisioni e lavorano per l' unità o è tutto inutile. O il movimento ha la forza di rimanere autonomo, forte, organizzato, variegato ma unito al suo interno o difficilmente avrà la possibilità di incidere e di essere anche di utile sostegno alle istituzioni locali (che a loro volta devono capire l’utilità e la necessità di non interferire e di mantenerlo totalmente autonomo).
O gli imprenditori turistici, le associazioni di categoria, i sindacati, i politici e chi più ne ha più ne metta  si mettono a disposizione dalla loro parte concretamente, fornendo il loro tempo, i loro contatti e il loro appoggio con il massimo impegno o  questa volta l’indifferenza dei più potrebbe veramente diventare fatale.
O capiamo che dobbiamo diventare comunità e popolo per affrontare una battaglia del genere oppure rassegnamoci e basta!
E’ vero che il dibattito politico policorese, in sintonia con quello italiano, ha assunto toni aspri ormai da tempo, è vero che Policoro soffre di un’antica disgregazione sociale, ma è anche vero che la classe politica cittadina ha il dovere di distinguere le contrapposizioni amministrative (che devono necessariamente esserci per il progresso democratico della città) dalle battaglie che pretendono l’unione, come è vero che non esiste migliore incentivo alla creazione di una comunità che il pericolo, la minaccia esterna.
La minaccia che viene dal mare ci offre due grandi occasioni: quella di poter fondare una comunità partendo da un movimento e quella di far diventare, insieme al Comune, Policoro la base di una lotta di civiltà che coinvolga l’intero arco jonico. E, forse esagerando, forse no, io dico anche  il sud e magari tutta Italia, se riusciamo a darle la giusta impostazione, se non la riduciamo ad una guerra localistica, ma la riempiamo di contenuti più ampi.
Nell'importante direzione di unire i Comuni jonici lucani, calabresi e pugliesi andrà la manifestazione di lunedì prossimo, che segnerà l’ inizio vero e proprio della lotta.
Se superiamo questa prova l’intera città di Policoro, oltre a svolgere un ruolo di traino per tutti gli altri, può diventare un modello di lotta come riuscimmo ad esserlo con Scanzano e, ancora di più, un nome che rievochi un esempio e una battaglia di civiltà.




Se invece domani dovessimo trovare una o più trivelle petrolifere a fare da sfondo al paesaggio del nostro mare, acqua melmosa con schiuma sporca, cumuli di alghe a riva, sabbia nera e pietre rivestite di petrolio che si confondono a pezzi di catrame come si vede a Crotone, allora dovremmo assumerci la responsabilità di essere stata una pseudo-comunità che in fondo meritava questa fine. E quando dai villaggi turistici al centro della città, passando per la lunga via lido, vedremo il deserto e l’abbandono spargersi a macchia d’olio e per la via solo gente attempata e poveri stranieri che vivono lì dove vivere costa poco perché vale poco; e quando vedremo dove ora sono negozi e supermarket solo saracinesche chiuse e dove sono locali pieni d’estate, solo radi avventori del posto e dove ora ci sono 100 finestre solo la metà aperte e abitate, allora dovremo avere almeno il coraggio di spiegare onestamente ai nostri figli o ai nostri nipoti –chissà- che, quando era il momento di difendere la nostra Terra avevamo troppo sonno o eravamo troppo egoisti, troppo arrivisti, troppo infantili per comportarci da uomini e da donne. Troppo spaccati per comporre la figura di una popolazione che deve e vuole vivere in pace e insieme. Ed io ero solo un pezzo tagliente fra i tanti.

http://notrivjonio.blogspot.it/2012/12/siamo-in-guerra-e-se-perdiamo-e-colpa.html