spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

sabato 14 giugno 2014

Washington pensa che in una guerra nucleare ci possa essere chi vince.

Stanno progettando di colpire la Russia con armi nucleari


Scritto il 13/6/14

Sorpresa: Washington pensa che in una guerra nucleare ci possa essere chi vince. E sta progettando un primo attacco alla Russia, o forse alla Cina, per evitare qualsiasi sfida alla sua egemonia sul mondo. Il piano è molto avanzato, avverte Paul Craig Roberts, citando “La letalità delle armi nucleari” di Steven Starr: «Basterebbe l’1% degli arsenali nucleari degli Usa o della Russia per provocare una “piccola guerra nucleare” che porterebbe a un disfacimento catastrofico del clima globale e alla distruzione massiccia dello strato di ozono, con conseguenti danni, tanto gravi per l’agricultura del mondo, che due miliardi di persone potrebbero morire di fame». La brutta notizia è che la dottrina strategica degli Stati Uniti è cambiata: con Obama, «il ruolo dei missili nucleari è stato portato da strumento di reazione ad arma offensiva, da usare al primo colpo». Per questo sono stati piazzati i missili anti-balistici Abm nelle basi americane in Polonia, e altri missili verranno dislocati nell’Est Europa. «Una volta completato il lavoro, la Russia sarà circondata da basi missilistiche americane».
I missili anti-balistici, noti come “star wars”, sono armi progettate per intercettare e distruggere missili balistici intercontinentali, spiega Craig ObamaRoberts, già viceministro del Tesoro con Reagan e “associated editor” del “Wall Street Journal”. Secondo la nuova strategia di guerra di Washington, continua Roberts in un post ripreso da “Come Don Chisciotte”, gli Stati Uniti dovrebbero colpire la Russia per primi. Qualunque sia la capacità di risposta russa, l’artiglieria missilistica di Mosca non riuscirebbe più a raggiungere il territorio statunitense, perché i missili russi verrebbero intercettati dallo scudo degli Abm dislocati in Europaorientale. Il pretesto agitato da Washington è quello della minaccia terroristica: come se i terroristi fossero una nazione che disponga di un esercito minaccioso. Ufficialmente, i missili Abm sono in Polonia come “scudo” contro i missili intercontinentali iraniani: ma Washington, «come ogni altro governo europeo, sa bene che l’Iran non ha nessun Icnm e che l’Iran non ha mai detto di aver intenzione di attaccare l’Europa».
Nessun governo crede nelle ragioni di Washington, continua Craig Roberts. Qualsiasi governo, invece, capisce che le motivazioni dell’America sono «deboli tentativi di nascondere il fatto che sta posizionando le sue basi per poter vincere una guerra nucleare». Il governo russo, naturalmente, è consapevole che questo cambio di strategia di guerra degli Stati Uniti e le basi Abm americane poste ai suoi confini siano orientate contro la Russia. «Sono segnali evidenti che Washington intende essere pronta per un primo attacco con armi nucleari contro la Russia». Anche la Cina, aggiunge l’analista statunitense, ha perfettamente capito che Washington ha le stesse intenzioni contro Pechino. Proprio in risposta alla minaccia di Washington, «la Cina ha attirato l’attenzione del mondo sulla sua capacità di distruggere gli Stati Uniti, nel caso che Washington dovesse intraprendere un conflitto di questo genere». Il peggio è che Obama «crede di poter vincere una guerra nucleare con pochi o senza danni per gli Stati Uniti: ed è questa convinzione che rende probabile una guerra nucleare».
Secondo Steven Starr, questa convinzione è basata sull’ignoranza: una guerra nucleare non avrà nessun vincitore. «Anche se le città degli Stati Uniti fossero salvate dallo scudo contro gli Abm, le radiazioni e gli effetti prodotti dall’inverno nucleare delle armi che avranno colpito la Russia o la Cina distruggerebbero gli Stati Uniti allo stesso modo». Prosegue Craig Roberts: «I media, opportunamente concentrati in poche mani durante il corrotto regime di Clinton, sono complici perché stanno ignorando il problema. Anche i governi degli stati vassalli di Washington in Europaoccidentale e orientale, del Canada, dell’Australia e del Giappone sono complici, perché accettano il piano di Washington e mettono a disposizione le basi militari per la sua attuazione. Un governo polacco demente, probabilmente, ha già firmato la condanna a morte per l’umanità». E’ corresponsabile anche il Congresso degli Stati Uniti, «perché non è stata presentata nessuna audizione contro il progetto esecutivo per l’avvio di una guerranucleare». Per Roberts, Washington ha creato una situazione pericolosa: «Dato che Russia e Cina sono state chiaramente minacciate di un primo lancio nucleare, anche loro potrebbero decidere di colpire per prime: perché Russia e Cina dovrebbero Paul Craig Robertsrestare sedute ad attendere l’inevitabile, mentre l’avversario sta creando i presupposti per proteggersi, sviluppando il suo scudo Abm?».
Una volta che Washington abbia terminato lo scudo, Russia e Cina possono essere certe che «saranno attaccate, a meno che non si arrendano prima». Il network “Russia Today” spiega che il piano segreto di Washington per colpire la Russia per prima non è affatto un segreto: il reportage chiarisce anche che Washington è pronta a eliminare qualsiasi leader europeo che non si allineerà con gli Usa. Che fare, dunque? Innanzitutto, «non ascoltare il Ministero della Propaganda spegnendo Fox News, Cnn, Bbc , Abc, Nbc e Cbs, smettendo di leggere il “New York Times”, il “Washington Post”, il “Los Angeles Times”», scrive Craig Roberts. «Basta uscire dal circuito dell’informazione dei media ufficiali. Non credere una parola di quello che dice il governo. Non votare. Rendersi conto che il male è concentrato a Washington. Nel 21° secolo Washington ha distrutto in tutto o in parte sette paesi. Ha ucciso milioni di persone, li ha mutilati, li ha fatti fuggire dalle loro case e Washington non ha mai dato segni di rimorso. E nemmeno le chiese “cristiane”. Tutta la devastazione che Washington ha provocato nel mondo è raccontata come se fosse stato un grande successo: ha vinto Washington». Gli Usa sono determinati a vincere, conclude Craig Roberts. «Ma è lo stesso male, che Washington rappresenta, che sta portando il mondo verso la sua distruzione».

martedì 10 giugno 2014

LA COLONIZZAZIONE PETROLIFERA DELLA BASILICATA

Siamo in guerra e se perdiamo è colpa nostra


Quello delle concessioni petrolifere in mare è un vero e proprio attacco al nostro territorio, un tentativo di colonizzazione da parte delle multinazionali che arriva da quello stesso mare dal quale salparono i padri greci per fondare la nostra civiltà.
E’ un’occupazione vera e propria che, unita alla Val D'Agri alla Val Basento agli interessi Sogin sulla Trisaia, sortirà l'effetto di ridurci ad una riserva sempre meno popolata, stile indiani d’America.
Sono due Europe che si scontrano, quella dei popoli contro quella delle multinazionali e della finanza, due realtà che parlano e devono parlare due linguaggi completamente diversi.
E’ la guerra del secolo, non è nient’altro che la storia che avanza minacciosa dal mare e viene a bussare alle nostre porte in attesa che rispondano uomini o servi. E’ quella stessa storia che ha già bussato in Val di Susa, nella Grecia attuale, in Africa, in America Latina, in Val d'Agri e ovunque: è la storia degli interessi delle strapotenti multinazionali e dell’astrazione della Finanza contro gli interessi di intere popolazioni che vorrebbero pacificamente godere delle proprie risorse, utilizzandole come meglio credono.
Il Governo italiano ha definitivamente intrapreso la strada delle energie fossili: ha deciso di far succhiare dall’intero sottosuolo della penisola (in terra e in mare) petrolio e gas fino all’ultima goccia e fino all’ultimo alito, per far commercializzare alle multinazionali del petrolio una miseria di greggio che coprirebbe il fabbisogno nazionale di carburante solo per il 7% e per un periodo limitato. In tutto questo gli italiani hanno solo da perdere, mentre le multinazionali (che nei vari governi italiani e regionali fino ad ora hanno avuto molta più rappresentanza di noi cittadini) hanno solo da guadagnare.
Il governo italiano ha deciso di sacrificare parti consistenti e preziose della sua terra e del suo mare per ricavare dalle royalties delle entrate anche consistenti, ma miserevoli se si considera il patrimonio che perde. Per queste entrate facili sacrifica interi territori, l’economia reale e la salute di intere popolazioni. E' l’astrazione finanziaria unita agli interessi delle multinazionali contro la concretezza dell’ambiente e delle vite umane. Trivellare da noi non è assolutamente conveniente dal punto di vista della quantità e della qualità del greggio (per questo sono arrivati solo ora), ma lo è dal punto di vista della complicità politica e dei molto permissivi limiti ambientali: le nostre royalties sono fra le più basse al mondo e le leggi sull’inquinamento fra le più blande non solo dei paesi occidentali, ma anche di quelli che una volta venivano definiti i Paesi del terzo mondo. In più, ultimamente, il Governo Monti (con i voti trasversali di PD, PDL, Udc, ecc.), per snellire ancora di più le procedure a favore delle trivellazioni, ha privato gli enti locali (Regioni e Comuni) del potere di poter rilasciare valutazioni ambientali e paesaggistiche o autorizzazioni ad estrarre idrocarburi. Lo ha fatto ben conoscendo il danno per i territori e ben sapendo che nessuno avrebbe permesso di farsi pregiudicare così facilmente le risorse, l’economia e la salute degli abitanti.


In questa situazione, dopo aver conosciuto e subito la storia petrolifera della Basilicata e i danni irreversibili provocati in Val D’Agri, non abbiamo molte scelte per salvarci, se non una lotta di popolo. Per  la seconda volta in un decennio un’altra minaccia di dimensioni spropositate, come gli affari che ci girano intorno, si abbatte su di noi.
Non è assolutamente  scontato che il risultato sia uguale a quello del 2003 a Scanzano, anzi fino a questo momento tutto giova a favore delle compagnie petrolifere. E questa volta non esiste un luogo fisico da poter piantonare, né date o una scadenza precisa, non ci sono camion da poter bloccare. Non abbiamo molte scelte se non quella di ingaggiare una lotta nuova e ancora tutta da inventare. Ma per fare questo ci vuole intelligenza, sacrifico, sentimento e compatezza, perché gli unici strumenti che la legge ha lasciato alle istituzioni locali sono inconsistenti: si tratta di semplici osservazioni, dei pareri, come a dire delle opinioni sulla bontà delle trivellazioni in questo territorio. Legalmente si può ricorrere all’incostituzionalità del decreto, approntare ricorsi al TAR, ma anche questo non ci garantisce la salvaguardia del nostro territorio.
L’unica opposizione che deve tenersi pronta e può sortire veramente l’effetto desiderato è quella dei cittadini che urlano il loro NO, sostenuti dalle istituzioni locali e in sostegno alle istituzioni locali. O la città prima e il comprensorio dell’intero arco jonico poi compiono un sacrificio di unità e affrontano la battaglia in maniera variegata, ma compatta, oppure possiamo rinunciare fin da subito al nostro mare, con le aspirazioni economiche, turistiche, ambientali, alimentari che ne conseguono.


O il Movimento NO Triv Jonio si riempie della linfa vitale della partecipazione di uomini e donne liberi e indipendenti e della freschezza di gente onesta e disinteressata, che diventa popolo e comunità che vuole formarsi e costruire insieme o non abbiamo grandi speranze.
O all’interno della città e del movimento si abbandonano diffidenze reciproche, egoismi, possibili infantili strumentalizzazioni di parte, oppure non possiamo nemmeno immaginare che tante piccole voci insicure e frammentate possano scuotere gli obiettivi delle multinazionali.
O i liberi cittadini diventano il motore di questa battaglia, abbandonando diffidenze e divisioni e lavorano per l' unità o è tutto inutile. O il movimento ha la forza di rimanere autonomo, forte, organizzato, variegato ma unito al suo interno o difficilmente avrà la possibilità di incidere e di essere anche di utile sostegno alle istituzioni locali (che a loro volta devono capire l’utilità e la necessità di non interferire e di mantenerlo totalmente autonomo).
O gli imprenditori turistici, le associazioni di categoria, i sindacati, i politici e chi più ne ha più ne metta  si mettono a disposizione dalla loro parte concretamente, fornendo il loro tempo, i loro contatti e il loro appoggio con il massimo impegno o  questa volta l’indifferenza dei più potrebbe veramente diventare fatale.
O capiamo che dobbiamo diventare comunità e popolo per affrontare una battaglia del genere oppure rassegnamoci e basta!
E’ vero che il dibattito politico policorese, in sintonia con quello italiano, ha assunto toni aspri ormai da tempo, è vero che Policoro soffre di un’antica disgregazione sociale, ma è anche vero che la classe politica cittadina ha il dovere di distinguere le contrapposizioni amministrative (che devono necessariamente esserci per il progresso democratico della città) dalle battaglie che pretendono l’unione, come è vero che non esiste migliore incentivo alla creazione di una comunità che il pericolo, la minaccia esterna.
La minaccia che viene dal mare ci offre due grandi occasioni: quella di poter fondare una comunità partendo da un movimento e quella di far diventare, insieme al Comune, Policoro la base di una lotta di civiltà che coinvolga l’intero arco jonico. E, forse esagerando, forse no, io dico anche  il sud e magari tutta Italia, se riusciamo a darle la giusta impostazione, se non la riduciamo ad una guerra localistica, ma la riempiamo di contenuti più ampi.
Nell'importante direzione di unire i Comuni jonici lucani, calabresi e pugliesi andrà la manifestazione di lunedì prossimo, che segnerà l’ inizio vero e proprio della lotta.
Se superiamo questa prova l’intera città di Policoro, oltre a svolgere un ruolo di traino per tutti gli altri, può diventare un modello di lotta come riuscimmo ad esserlo con Scanzano e, ancora di più, un nome che rievochi un esempio e una battaglia di civiltà.




Se invece domani dovessimo trovare una o più trivelle petrolifere a fare da sfondo al paesaggio del nostro mare, acqua melmosa con schiuma sporca, cumuli di alghe a riva, sabbia nera e pietre rivestite di petrolio che si confondono a pezzi di catrame come si vede a Crotone, allora dovremmo assumerci la responsabilità di essere stata una pseudo-comunità che in fondo meritava questa fine. E quando dai villaggi turistici al centro della città, passando per la lunga via lido, vedremo il deserto e l’abbandono spargersi a macchia d’olio e per la via solo gente attempata e poveri stranieri che vivono lì dove vivere costa poco perché vale poco; e quando vedremo dove ora sono negozi e supermarket solo saracinesche chiuse e dove sono locali pieni d’estate, solo radi avventori del posto e dove ora ci sono 100 finestre solo la metà aperte e abitate, allora dovremo avere almeno il coraggio di spiegare onestamente ai nostri figli o ai nostri nipoti –chissà- che, quando era il momento di difendere la nostra Terra avevamo troppo sonno o eravamo troppo egoisti, troppo arrivisti, troppo infantili per comportarci da uomini e da donne. Troppo spaccati per comporre la figura di una popolazione che deve e vuole vivere in pace e insieme. Ed io ero solo un pezzo tagliente fra i tanti.

http://notrivjonio.blogspot.it/2012/12/siamo-in-guerra-e-se-perdiamo-e-colpa.html

lunedì 2 giugno 2014

PRESIDENTE: UN DISCORSO BUONISTA E DI CONSERVAZIONE.

Napolitano: “Servono forti cambiamenti. Lotta dura a evasione e corruzione”

In un messaggio alla nazione in vista della festa del 2 giugno il presidente della Repubblica auspica "un confronto civile in Parlamento" e aggiunge che servono "continuità e tenacia e non "instabilità e incertezza"






In un messaggio alla nazione in vista della della Festa della Repubblica del 2 giugno, il presidente Giorgio Napolitano lancia un appello per combattere “la corruzione, l’evasione e la criminalità”. E questo percorso “non può essere inquinato e deviato da violenze, intimidazioni, illegalismi di nessun genere”. Resta ancora lo spettro della disoccupazione: “In questi pesanti anni di crisi l’economica la realtà sociale del nostro paese ha conosciuto gravi passi indietro, come dice il livello insopportabile cui è giunta la disoccupazione, soprattutto quella giovanile”.
Secondo Napolitano in Italia c’è  ”la necessità di forti cambiamenti“, per questo è determinante proseguire con “le riforme strutturali per le istituzioni, il lavoro e la pubblica amministrazione”. Il Presidente della Repubblica sembra dunque incoraggiare il percorso di cambiamenti promossi dal governo Renzi, anche se per procedere su questa strada è necessario “un confronto civile in Parlamento”. “La strada del cambiamento passa per molte altre innovazioni. Ma proprio perché essa è lunga e complessa, si richiede continuità, non instabilità; tenacia, non ricorrente incertezza”, ha aggiunto. ”Se questa deriva si è fermata, se registriamo segni sia pur deboli di ripresa, il problema è ora quello di passare rapidamente alle decisioni e alle azioni che possono migliorare le condizioni di quanti hanno sofferto di più per la crisi e aprire la prospettiva di un nuovo sviluppo per l’Italia”, prosegue Napolitano. 
Poi un commento positivo sul risultato raggiunto dall’Italia alle elezioni europee: “Ora si può parlare a voce alta e contribuire a cambiarne le istituzioni e le politiche”, ha dichiarato. Poi, una nota di ottimismo sulla ricorrenza di domani: “Quest’anno celebriamo la Festa della Repubblica con animo più fiducioso perché si è fatta strada la necessità di forti cambiamenti in campi fondamentali”. 
http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/06/01/napolitano-lotta-alla-corruzione-allevasione-e-alla-criminalita/1009131/

DARIO FO: LA DISPERAZIONE DI VEDERE UN PAESE DIVISO, LACERATO E CORROTTO

Dario Fo: moriremo democristiani, ci piace la menzogna


Se a un certo punto arriva un outsider della politica e fa quel che ha fatto Matteo Renzi e poi ottiene questo successo incredibile, direi che è l’ora di mettersi serenamente l’animo in pace. Che delusione, davvero. Moriremo democristiani, ecco la sostanza. Questione antropologica, chissà. La storia di questo paese continuerà sempre uguale a se stessa. Sono deluso non per me stesso, ma perché penso all’Italia. Perché vorrei vedere un cambiamento vero e non di facciata, con gli spot. Da segretario del Pd e da presidente del Consiglio, Renzi ha messo in fila una serie innumerevole di promesse. Quante ne ha mantenute? Diceva: «Mai a palazzo Chigi senza passare dalle urne», e il giorno dopo ha fatto il contrario. Il Pd ha regalato miliardi di euro alle banche. Il mondo del lavoro penalizzato ancora una volta. Insomma: ci piacciono i venditori. E proviamo questo grandissimo piacere nell’essere truffati.
Renzi come Berlusconi? Intanto le riforme vuole farle proprio con il Cavaliere, o sbaglio? Grillo avrà sbagliato qualcosa in campagna Dario Foelettorale, forse a volte ha estremizzato toni e concetti, a volte ho provato a dirlo. Ma quanto volete che abbia spostato qualche errore? Nulla. Siamo di fronte alla scelta di una nazione che non ha il coraggio di fare scelte di rottura e a cui piace la menzogna. Il M5S non è la rivoluzione, ma la trasformazione. Mentre Renzi rappresenta l’usato sicuro, la vecchia sicurezza della pancia moderata dell’Italia. Certo, almeno la Lista Tsipras ha superato il quorum. Sono contento, e molto. Ma sono convinto siano amareggiati anche loro nel vedere l’evoluzione del Pd. Spero ci sia un avvicinamento della lista Tsipras con i Cinque Stelle. Non so se un fronte del genere sia sufficiente per fare un’opposizione forte in Italia e in Europa, ma le convergenze sul programma per me ci sono tutte. Però adesso è cambiato tutto l’assetto, capite? La nuova Dc è troppo forte.
(Dario Fo, dichiarazioni rilasciate a Matteo Pucciarelli per l’intervista  “Che delusione, a noi italiani piacciono le menzogne”, pubblicata da “Repubblica il 27 maggio 2014 e ripresa da “Micromega”).

Scritto il 02/6/14
http://www.libreidee.org/2014/06/dario-fo-moriremo-democristiani-ci-piace-la-menzogna/

GIORGIO NAPOLITANO: TUTTO OK POSSIAMO FESTEGGIARE LO SCAMPATO PERICOLO DELLA CRISI ECONOMICA.

Festa della Repubblica, dopo l’austerità tornano Frecce Tricolori e corazzieri

Il presidente della Repubblica Napolitano e il premier Renzi sono arrivati al Vittoriano per le celebrazioni del 2 giugno. A differenza dello scorso anno, ha sfrecciato su piazza Venezia la pattuglia acrobatica


Giorgio Napolitano

Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, è arrivato all’Altare della Patria per l’omaggio al monumento del Milite Ignoto nel giorno della festa della Repubblica. Ad accompagnare il presidente della Repubblica, il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, e il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Luigi Binelli Mantelli.
Sulle scale del Vittoriano sono presenti anche il premier Matteo Renzi, i presidenti di Senato e Camera, Pietro Grasso e Laura Boldrini, il sindaco di Roma, Ignazio Marino. Nella piazza è schierato un picchetto interforze e la banda dell’Esercito che ha intonato l’Inno di Mameli. C’è stato quindi il passaggio in cielo delle Frecce Tricolori, che hanno lasciato una scia bianco rossa e verde sopra Piazza Venezia.
Alle 10.00 ai Fori Imperiali ci sarà la sfilata militare che rappresenta il clou delle celebrazioni per la festa della Repubblica.

LA GESTIONE PRIVATA DELLA RETE E LA FINE DELLA NET NETRAULITY

Internet per ricchi: i loro contenuti, veloci e costosi





«Immaginate un’autostrada con la corsia di sorpasso riservata ai soli proprietari di Mercedes e Bmw. Perché nel prezzo d’acquisto delle loro auto è incluso quel privilegio. Oppure, forse peggio ancora, la corsia veloce riservata a un paio di società multinazionali che gestiscono flotte di Tir, e hanno comprato quel diritto a farli circolare molto più in fretta di voi». Questo, avverte Federico Rampini, può accadere ben presto per la più importante di tutte le autostrade: Internet. La Rete da cui transita l’informazione, la comunicazione, ormai quasi ogni servizio essenziale, avrà qualità e servizi diversi. «Due velocità, per ricchi e poveri. È questa la conseguenza di una nuova normativa che sta per prendere forma negli Stati Uniti, la nazione che ha dato al mondo l’infrastruttura portante dell’èra digitale». Associazioni dei consumatori in rivolta, col mondo deimediadalla loro parte «nel denunciare la fine imminente di un principio che sembrava sacro: la Net Neutrality, la neutralità della Rete».
Da un quarto di secolo, dalla nascita di Internet, il digitale ha avuto una sua ideologia egualitaria, l’idea cioè che Internet fosse potenzialmente “il grande livellatore”, che l’accesso alla conoscenza potesse abbattere barriere e diseguaglianze? Ora, scrive Rampini in un reportage su “Repubblica” ripreso da “Micromega”, il principio stesso che siamo tutti uguali quando ci colleghiamo online, sta vacillando. «La novità non sarà visibile a occhio nudo, anzi sarà ben nascosta per l’utente medio». Infatti non si parla di tariffe differenziate per chi vuole accesso alla banda larga, a una connessione Internet più veloce e potente, differenziazioni peraltro già diffuse grazie al ruolo sempre più dominante degli smartphone come strumento di accesso a Internet. La battaglia che si è aperta riguarda l’altra estremità della Rete: i colossi che l’alimentano di contenuti, e gli altri colossi che gestiscono l’infrastruttura stessa.
In America – e quindi, a cascata, nel mondo intero – è uno scontro fra titani: da una parte le telecom (Comcast, Verizon, At&t, TimeWarner) che quasi sempre sono anche i gestori della cable-tv e degli accessi Internet, e dall’altra Google con la sua filiale YouTube, il numero uno dei servizi di videostreaming Netflix, la Walt Disney, Microsoft con Skype, Apple con iTunes. «Sono questi ultimi – scrive Rampini – i colossi che distribuiscono contenuti: informazione, comunicazione, spettacolo, musica». La “santa alleanza” delle telecom preme da anni sulle authorityUsa, per spuntare il diritto a far pagare di più questi maxiutenti. «L’argomento ha una sua logica: se Google con YouTube “occupa” una parte consistente della banda larga, chi gestisce l’infrastruttura vuole fargli pagare questo volume di traffico da smaltire ad alta velocità». La posizione delle telecom ha fatto breccia, e ora la svolta viene data per certa. “Presto avremo le corsie veloci per il traffico online”, intitola il “New York Times”.
Fin qui, aggiunge Rampini, sembra una contesa tra i big del capitalismo americano: la posta in gioco, in apparenza, è solo una redistribuzione di guadagni fra di loro. Ma non la pensa affatto così un paladino degli utenti online, Todd O’Boyle, che dirige la Common Cause’sMediaand Democracy Reform Initiative. Secondo O’Boyle, «agli americani fu promesso fin dalle origini un Internet senza caselli né pedaggi atostradali, senza corsie preferenziali, senza censure statali o private; se passano queste nuove regole la promessa sarà tradita». È dello stesso parere un altro difensore dei consumatori, Michael Weinberg dell’associazione Public Knowledge: «Si va verso una discriminazione commerciale, l’opposto della neutralità di Internet che si fonda sulla non-discriminazione».
In che modo sarebbero colpiti i consumatori, gli utenti finali? «Anzitutto – spiega Rampini – se vince la lobby delle telecom e quindi conquista il diritto di prelevare tariffe diverse da Google e Amazon, non c’è da illudersi su chi pagherà il conto: sempre noi, perché ovviamente grandi gruppi come Google e Amazon scaricheranno il sovrapprezzo sull’utente finale». Altre conseguenze dannose sono addirittura più subdole, aggiunge il corrispondente di “Repubblica”: «È ovvio che in cambio della tariffa superiore, i big dell’economia digitale avranno diritto a un servizio migliore. È una distorsione piena di pericoli. Anzitutto perché noi stessi non ci accorgeremo, quando navighiamo in Rete, che alcuni giganti del commercio online o “aggregatori d’informazione” arrivano a noi molto più velocemente coi loro contenuti. Crederemo di andare su Internet in cerca di qualcosa, in realtà sarà “qualcosa” a trovare noi molto a scapito di altri contenuti forse migliori e più utili».
Infine, una «minaccia enorme» incombe sui piccoli operatori: aziende locali, startup,giovanicon idee innovative, creatori di contenuto originale (filmati, musiche, informazione, e-book). Per i loro siti, «l’accesso al pubblico finale sarà tutto in salita, perché verranno confinati nelle corsie lente, superati dalle colonne di Tir che trasportano i servizi di YouTube, Amazon, Netflix, Skype, Ebay, Disney». Le nuove regole, ribadisce Weinberg, imporranno un prezzo d’ingresso e quindi una barriera d’entrata, contro l’innovazione. Se fosse esistito un Internet a due velocità fin dalle origini, forse Microsoft avrebbe impedito l’emergere di rivali come Apple? Una delle forze della Silicon Valley è stata la “distruzione creatrice” che sconvolge periodicamente le gerarchie dipotere, con dei ventenni che inventano una nuova azienda e sfidano i giganti già esistenti. Finita la Net neutrality, in una Rete a due velocità vinceranno sempre gli stessi?
Uno scontro simile, conclude Rampini, si sta riproducendo in Europa. L’inglese Vodafone e la tedesca Deutsche Telekom imitano le loro sorelle americane: vogliono far pagare a Google e Netflix una tariffa superiore per l’uso intenso delle infrastrutture, inondate di video-streaming. Argomento insidioso: sostengono che, in mancanza di adegaumenti tariffari, non avrebbero incentivi a investire per modernizzare la Rete, facendo perdere terreno all’Europa rispetto agliUsae all’Asia. Poi la trasparenza: le “corsie preferenziali” di fatto esisterebbero già, perché gli operatori di telefonia e Internet favoriscono più o meno occultamente l’accesso alle proprie consociate e filiali, per esempio boicottando Skype in Europa o rallentando vistosamente i film di Netflix per chi cerca di scaricarli dalla rete TimeWarner che ha la sua offerta di videonoleggio concorrente. Sancire l’esistenza della “corsia veloce” alla luce del sole renderebbe le cose più trasparenti? Finora l’Ue ha scelto di difendere la neutralità di Internet. Per il giurista americano Tim Wu, se si abbandona la neutralità «anche Internet diventerà omologato ad ogni altro aspetto della società americana: sarà diseguale, e per ciò stesso una minaccia alla nostra prosperità nel lungo termine».
«Immaginate un’autostrada con la corsia di sorpasso riservata ai soli proprietari di Mercedes e Bmw. Perché nel prezzo d’acquisto delle loro auto è incluso quel privilegio. Oppure, forse peggio ancora, la corsia veloce riservata a un paio di società multinazionali che gestiscono flotte di Tir, e hanno comprato quel diritto a farli circolare molto più in fretta di voi». Questo, avverte Federico Rampini, può accadere ben presto per la più importante di tutte le autostrade: Internet. La Rete da cui transita l’informazione, la comunicazione, ormai quasi ogni servizio essenziale, avrà qualità e servizi diversi. «Due velocità, per ricchi e poveri. È questa la conseguenza di una nuova normativa che sta per prendere forma negli Stati Uniti, la nazione che ha dato al mondo l’infrastruttura portante dell’èra digitale». Associazioni dei consumatori in rivolta, col mondo dei media dalla loro parte «nel denunciare la fine imminente di un principio che sembrava sacro: la Net Neutrality, la neutralità della Rete».
Da un quarto di secolo, dalla nascita di Internet, il digitale ha avuto una sua ideologia egualitaria, l’idea cioè che Internet fosse potenzialmente “il grande Federico Rampinilivellatore”, che l’accesso alla conoscenza potesse abbattere barriere e diseguaglianze? Ora, scrive Rampini in un reportage su “Repubblica” ripreso da “Micromega”, il principio stesso che siamo tutti uguali quando ci colleghiamo online, sta vacillando. «La novità non sarà visibile a occhio nudo, anzi sarà ben nascosta per l’utente medio». Infatti non si parla di tariffe differenziate per chi vuole accesso alla banda larga, a una connessione Internet più veloce e potente, differenziazioni peraltro già diffuse grazie al ruolo sempre più dominante degli smartphone come strumento di accesso a Internet. La battaglia che si è aperta riguarda l’altra estremità della Rete: i colossi che l’alimentano di contenuti, e gli altri colossi che gestiscono l’infrastruttura stessa.
In America – e quindi, a cascata, nel mondo intero – è uno scontro fra titani: da una parte le telecom (Comcast, Verizon, At&t, TimeWarner) che quasi sempre sono anche i gestori della cable-tv e degli accessi Internet, e dall’altra Google con la sua filiale YouTube, il numero uno dei servizi di videostreaming Netflix, la Walt Disney, Microsoft con Skype, Apple con iTunes. «Sono questi ultimi – scrive Rampini – i colossi che distribuiscono contenuti: informazione, comunicazione, spettacolo, musica». La “santa alleanza” delle telecom preme da anni sulle authority Usa, per spuntare il diritto a far pagare di più questi maxiutenti. «L’argomento ha una sua logica: se Google con YouTube “occupa” una parte consistente della banda larga, chi gestisce l’infrastruttura vuole fargli pagare questo volume di traffico da smaltire ad alta velocità». La posizione delle telecom ha fatto breccia, e ora la Todd O'Boylesvolta viene data per certa. “Presto avremo le corsie veloci per il traffico online”, intitola il “New York Times”.
Fin qui, aggiunge Rampini, sembra una contesa tra i big del capitalismo americano: la posta in gioco, in apparenza, è solo una redistribuzione di guadagni fra di loro. Ma non la pensa affatto così un paladino degli utenti online, Todd O’Boyle, che dirige la Common Cause’s Media and Democracy Reform Initiative. Secondo O’Boyle, «agli americani fu promesso fin dalle origini un Internet senza caselli né pedaggi atostradali, senza corsie preferenziali, senza censure statali o private; se passano queste nuove regole la promessa sarà tradita». È dello stesso parere un altro difensore dei consumatori, Michael Weinberg dell’associazione Public Knowledge: «Si va verso una discriminazione commerciale, l’opposto della neutralità di Internet che si fonda sulla non-discriminazione».
In che modo sarebbero colpiti i consumatori, gli utenti finali? «Anzitutto – spiega Rampini – se vince la lobby delle telecom e quindi conquista il diritto di prelevare tariffe diverse da Google e Amazon, non c’è da illudersi su chi pagherà il conto: sempre noi, perché ovviamente grandi gruppi come Google e Amazon scaricheranno il sovrapprezzo sull’utente finale». Altre conseguenze dannose sono addirittura più subdole, aggiunge il corrispondente di “Repubblica”: «È ovvio che in cambio della tariffa superiore, i big dell’economia digitale avranno diritto a un servizio migliore. È una distorsione piena di pericoli. Anzitutto perché noi stessi non ci accorgeremo, quando navighiamo in Rete, che alcuni giganti del commercio online o “aggregatori d’informazione” arrivano a noi molto più velocemente coi loro contenuti. Crederemo di andare su Internet in cerca di qualcosa, in Michael Weinbergrealtà sarà “qualcosa” a trovare noi molto a scapito di altri contenuti forse migliori e più utili».
Infine, una «minaccia enorme» incombe sui piccoli operatori: aziende locali, startup, giovani con idee innovative, creatori di contenuto originale (filmati, musiche, informazione, e-book). Per i loro siti, «l’accesso al pubblico finale sarà tutto in salita, perché verranno confinati nelle corsie lente, superati dalle colonne di Tir che trasportano i servizi di YouTube, Amazon, Netflix, Skype, Ebay, Disney». Le nuove regole, ribadisce Weinberg, imporranno un prezzo d’ingresso e quindi una barriera d’entrata, contro l’innovazione. Se fosse esistito un Internet a due velocità fin dalle origini, forse Microsoft avrebbe impedito l’emergere di rivali come Apple? Una delle forze della Silicon Valley è stata la “distruzione creatrice” che sconvolge periodicamente le gerarchie di potere, con dei ventenni che inventano una Tim Wunuova azienda e sfidano i giganti già esistenti. Finita la Net neutrality, in una Rete a due velocità vinceranno sempre gli stessi?
Uno scontro simile, conclude Rampini, si sta riproducendo in Europa. L’inglese Vodafone e la tedesca Deutsche Telekom imitano le loro sorelle americane: vogliono far pagare a Google e Netflix una tariffa superiore per l’uso intenso delle infrastrutture, inondate di video-streaming. Argomento insidioso: sostengono che, in mancanza di adegaumenti tariffari, non avrebbero incentivi a investire per modernizzare la Rete, facendo perdere terreno all’Europa rispetto agliUsa e all’Asia. Poi la trasparenza: le “corsie preferenziali” di fatto esisterebbero già, perché gli operatori di telefonia e Internet favoriscono più o meno occultamente l’accesso alle proprie consociate e filiali, per esempio boicottando Skype in Europa o rallentando vistosamente i film di Netflix per chi cerca di scaricarli dalla rete TimeWarner che ha la sua offerta di videonoleggio concorrente. Sancire l’esistenza della “corsia veloce” alla luce del sole renderebbe le cose più trasparenti? Finora l’Ue ha scelto di difendere la neutralità di Internet. Per il giurista americano Tim Wu, se si abbandona la neutralità «anche Internet diventerà omologato ad ogni altro aspetto della società americana: sarà diseguale, e per ciò stesso una minaccia alla nostra prosperità nel lungo termine».

Scritto il 02/6/14
http://www.libreidee.org/2014/06/internet-per-ricchi-i-loro-contenuti-veloci-e-costosi/

RENZI: SIAMO PROSSIMI AL REGOLAMENTO DEI CONTI IN CASA URBE

Pd, Roma diventa un caso: Marino tenta il rimpasto e Renzi ha pronto il commissario

Il gelo con il partito sta complicando la vita del primo cittadino: ai ferri corti con il Nazareno da prima che il premier lo riconducesse alla calma quando fu bloccato il "salva Roma". Ma il capo del governo non si fida e soprattutto vuole evitare una "sconfitta" sul territorio che sarebbe la prima e per giunta in una situazione di trionfo elettorale. La giunta del Campidoglio sarà rivoluzionata (con molti renziani), ma il presidente del Consiglio ha già il nome dell'eventuale traghettatore


Pd, Roma diventa un caso: Marino tenta il rimpasto e Renzi ha pronto il commissario

Le ultime uscite che sono arrivate al top sui social network parlano dell’istituzione di quartieri a luci rosse, nella Capitale, per togliere le prostitute dalla via Salaria (“una questione di decoro”), oppure di far diventare il Colosseo teatro dei matrimoni vip per alzare un po’ di soldi, cosa che ha fatto arricciare il naso al ministro Dario Franceschini (“Un’idea bizzarra e stravagante”). Più passano i giorni, insomma, più Roma Capitale appare una città lasciata a se stessa e più nel Pd romano e renziano del Nazareno nessuno scommette più sul fatto che Ignazio Marino possa durare a fare il sindaco ancora per quattro anni.
Il gelo con il Pd, volato in città al 43% con le elezioni europee, sta complicando la vita del primo cittadino. Ai ferri corti con il Nazareno da ben prima che Renzi lo prendesse da parte e lo richiamasse alla calma quando aveva dato in escandescenze per via di un’improvviso stop parlamentare sul decreto Salva Roma, ora Marino appare ancor più assediato per via di scadenze che incombono e alle quali non riesce a trovare risposta. Scadenze economiche. Entro metà giugno dovrà presentare a Palazzo Chigi un piano di risanamento delle magre casse della Capitale, ma il documento ancora latita. Per dire: in pieno marasma sulla questione della vacanza dell’assessorato al Bilancio, dopo le dimissioni di Daniela Morgante, Marino ha preferito volare a Boston per un convegno sulla mobilità sostenibile. Solo al ritorno ha annunciato che sulla delicata poltrona della Giunta siederà Silvia Scozzese, responsabile finanze locali dell’Anci. Ed è già tempo di rimpasto, nella Giunta capitolina, sotto l’occhio vigile di Renzi che non vuole che la partita romana si trasformi nella sua prima sconfitta politica sul territorio; non se lo perdonerebbe e, soprattutto, non lo perdonerebbe a Marino.
L’ex chirurgo a capo di Palazzo Senatorio, insomma, traballa sempre più. Per dire, ancora: solo pochi giorni fa giustificava il rinvio del pagamento della Tasi con le lentezze di un consiglio Comunale poco smart nell’approvare la manovra di bilancio per il 2014. Anzi, se fosse stato per lui il bilancio sarebbe stato approvato entro maggio, magari due giorni prima delle Europee. Figurarsi. Il bilancio, presentato dalla giunta per l’approvazione, già prevede tagli per 84 milioni. Non solo: la stagione dei tagli non è affatto circoscritta a questa cifra. Secondo quanto riportato qualche giorno fa dal Messaggero, all’allegato 2014-2016 della manovra approvata dalla giunta il 30 aprile c’è un chiaro riferimento ad un vistoso calo delle entrate previste per il 2015, contrazione dovuta all’impossibilità di rimettere a bilancio i 280 milioni che il decreto Salva Roma attribuiva alla Capitale sotto forma di restituzione di prestiti dalla gestione commissariale del debito. A questi mancati introiti potrebbero aggiungersi quelli per la mancata vendita degli immobili del Comune. Se le cose stanno così si dovrebbe ri-adottare la indigesta medicina proposta dall’assessore (defenestrata) Morgante, fatta di sostanziosi risparmi strutturali e interventi drastici sulle municipalizzate. Uno scenario plumbeo, che vede, in buona sostanza, il futuro di Roma ancorato al piano di rientro triennale dal debito (che dovrà essere presentato a Renzi) cui sta lavorando la mitica cabina di regia che ai primi di luglio emetterà un verdetto che non comporterà forse lacrime e sangue, ma sicuramente un’altra vigorosa stretta di cinghia.
Intanto, dopo il risultato delle Europee, Marino sta per dare il via alla “fase due” del suo governo. Con unrimpasto. Incassate le dimissioni dell’assessore alla Cultura, Flavia Barca, si punta ora ad un passaggio dal significato marcatamente politico. Al posto della Barca si parla di Giovanna Marinelli, ex Eti ed ex Teatro di Roma, già collaboratrice storica del compianto Gianni Borgna. Ma un cambio più profondo smuoverebbe diversi tasselli del mosaico di Palazzo Senatorio, a partire dal ruolo di vice sindaco. Qui il buon risultato ottenuto a Roma da Sel, con la lista Tsipras, rafforza la posizione di Luigi Nieri. Ma l’area vincente del Pd reclama spazio, e quel posto potrebbe andare alla renziana doc Lorenza Bonaccorsi(molto vicina al sottosegretario Luca Lotti, uno dei collaboratori più stretti di Renzi) o al presidente del consiglio comunale Mirko Coratti, che con l’area popolare si è avvicinato molto al premier. Altro renziano che potrebbe veder riconosciuto il suo ruolo è Fabrizio Panecaldo, attuale coordinatore della maggioranza capitolina, che potrebbe entrare nell’esecutivo comunale o succedere a Coratti sullo scranno più alto dell’aula Giulio Cesare. In giunta potrebbe entrare anche Patrizia Prestipino, seguace della prima ora dell’ex sindaco di Firenze: per lei ci potrebbe essere l’assessorato allo sport, qualora Luca Pancallidecidesse di lasciare l’incarico per dedicarsi ad altro. Destinata a uscire dalla squadra di Marino è ancheRita Cutini: di politiche sociali potrebbe occuparsi così Daniele Ozzimo, in un valzer di deleghe che comprenderebbe anche Paolo Masini e Alessandra Cattoi. Insomma, un’iniezione di renziani doc per blindare, almeno per qualche tempo, la permanenza di Marino in Campidoglio. E’ solo che, nonostante gli sforzi, Matteo Renzi proprio non ce la fa a fidarsi del sindaco di Roma. Questa del rimpasto (a giorni) è dunque l’ultima chiamata per il sindaco poi, se non riuscirà a tenere insieme neppure questa nuova compagine, senza risultati sostanziali dal punto di vista del risanamento, arriverà il commissario. Che nella mente di Renzi ha già un nome e un volto, quello del sottosegretario al Tesoro Giovanni Legnini, unbersaniano di ferro, certo, ma come sa far di conto lui, ce ne son pochi…

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/06/02/pd-roma-diventa-un-caso-marino-tenta-il-rimpasto-e-renzi-ha-pronto-il-commissario/1008864/