spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

venerdì 31 gennaio 2014

M5s intende presentare ricorso alla Corte Costituzionale. Obiettivo: ottenere l'annullamento delle ultime votazioni su dl Bankitalia, legge elettorale e dl carceri.

Maxi-regalo alle banche, grazie al golpe della Boldrini


Scritto il 31/1/14

Il provvedimento appena passato su Bankitalia? Si tratta di un rivoltante regalo alle banche che, quest’anno, daranno 1 miliardo e mezzo di tasse su questa operazione (ufficialmente destinato a coprire l’abolizione della seconda rata Imu), ma per incassarne circa 400 all’anno, da ora in poi, come dividendi sugli utili di Bankitalia. Dunque, in quattro anni si saranno abbondantemente rifatte. Il M5S aveva avviato un serrato ostruzionismo per far decadere il decreto. I mezzi di informazione, sempre sensibili alle sollecitazioni di Quirinale, Palazzo Chigi, Palazzo Koch, Palazzo Grazioli e di tutti i palazzi importanti di questo paese, avevano subito iniziato una campagna terroristica: «Attenti, che se i grillini vincono, poi pagate la seconda rata Imu, che sarebbe una tragedia». Per due mesi il Pd e la stampa caudataria ci aveva spiegato che l’Imu non era quella cosa così importante che si diceva, che era solo per la demagogia del Cavaliere che se ne parlava; ora, guarda un po’, è diventata la goccia che avrebbe fatto traboccare il bicchiere dei fallimenti aziendali e del tracollo delle famiglie.
Intendiamoci: l’Imu è stata una estorsione imposta dal governo Monti e andava abolita, l’ho scritto ripetutamente, ma bisognava trovare la Laura Boldrini con Napolitanosostituzione del gettito in direzione delle rendite finanziarie, cosa che fa semplicemente inorridire il Pd che è lo scendiletto delle bancheBanche che, a loro volta, hanno un problema serio, per l’avvicinarsi degli stress test della Bce, per cui occorre rivalutare i rispettivi asset. Allora qualcuno ha un’idea: rivalutiamo di colpo Bankitalia, il che significa rivalutare le quote possedute in essa dalle banche. Semplice e con un tratto di penna. Solo che bisogna pur giustificare nei confronti della gente questo provvedimento che qualcosa costa allo Stato, ed ecco che qualcuno inventa il nesso Imu-Bankitalia per far digerire la cosa alla gente (insomma: fra qualche mese si vota ed un po’ di maquillage fiscale non guasta).
La cartina di tornasole? Semplice: si sarebbe potuto tranquillamente procedere con un decreto ad hoc per la seconda rata Imu o magari scorporare il provvedimento per Bankitalia, cercando altra copertura, ma così sarebbe venuto fuori che il vero obiettivo non era far risparmiare ai poveri cittadini la seconda rata dell’iniqua gabella (sino a ieri pervicacemente difesa). Cosa succederà gli anni prossimi quando non ci sarà questo gettito una tantum di 1 miliardo e mezzo e, anzi, le banche incasseranno netti altri 400 miliardi? E chi se ne frega! Ci sarà la Tares opportunamente rivalutata o chissà quale altra stravagante sigla e si andrà avanti. Nel frattempo il regalo è fatto e le elezioni europee passate, per le politiche (posto che ci siano nel 2015, ma già l’ineffabile Renzi parla di possibile scadenza naturale nel 2018) si Giannulivedrà che altro inventarci e poi c’è sempre il ricorso all’ortopedia di una qualche legge truffa elettorale.
E sin qui la sostanza del problema. Veniamo al “contorno”. L’operazione è passata grazie alla decisione della Boldrini, che ha posto il testo in votazione troncando la discussione. Per la verità nel regolamento una simile possibilità non c’è, si tratta di una misura ipotizzata da Luciano Violante (quale nome!) con una sua ardita interpretazione del medesimo, ma in concreto applicata in questa occasione per la prima volta. Qualche riflessione la merita anche il comportamento del gruppo parlamentare del M5S al quale va dato atto, in primo luogo, di aver condotto una battaglia generosa e con molto coraggio, ma che ha delle cadute di stile preoccupanti. Anzi, diciamola tutta, dal punto di vista delle capacità comunicative, i parlamentari grillini sono una vera frana. Prendiamo l’esempio di Giorgio Sorial, che ha definito “boia” Napolitano. A proposito: ho letto che sarebbe stato aperto un fascicolo dalla Procura di Roma sul deputato M5S, per vilipendio del Capo dello Stato. Mi sembrava di ricordare che “i membri del Parlamento non possono essere perseguiti per le opinioni espresse e i voti dati nell’esercizio delle loro funzioni” (articolo 68, comma I della Costituzione): devono aver riformato la Costituzione senza dircelo.
La cosa non mi scandalizza neanche un po’ e anche se trovo l’appellativo spropositato, offensivo e impolitico (tenendo anche conto che, per un minimo di rispetto dell’Istituzione, se non della persona, è bene ponderare le parole quando si tratta del Presidente della Repubblica) mi pare che si tratti di una venialità, soprattutto tenendo conto che la censurabilità dell’uscita di Sorial è una bazzecola rispetto a quella che meriterebbero i comportamenti del presidente. Quindi, va bene, Sorial va difeso, però è evidente a chiunque che i Sorialgiornali stanno con il fucile spianato, a cercare ogni minimo pretesto per sparare addosso al M5S e non mi pare il caso di andargli a fornire ragioni.
Bisogna capire una cosa: partiti e giornali sono convinti che il M5S sia una specie di incidente di percorso, destinato ad essere tolto di mezzo rapidamente, per cui pensano che un sistematico mobbing sia il modo migliore per ottenere il risultato. Personalmente sono convinto che la cosa non funzionerà e che, semmai, il M5S abbia da temere di più dai suoi errori politici ed organizzativi. Ma, lasciando perdere questo discorso che andrebbe troppo per le lunghe, una cosa si può fare già da subito: un corso di comunicazione per i parlamentari 5S che serva almeno ad evitare gli errori più marchiani. Non sono affatto un estimatore del “politicamente corretto”, e mi pare di dimostrarlo su queste pagine; però, se una dose equilibrata di forza nella denuncia è necessaria, un eccesso di violenza verbale è sempre controproducente.
(Aldo Giannuli, estratto da “Golpe della Boldrini e Bankitalia”, pubblicato sul blog di Giannuli il 30 gennaio 2014).

Elkann: “Auto adesso un futuro più solido Io rimango qui, al Lingotto”

Elkann: “Per l’auto futuro più solido
Io resto qui, al Lingotto”

Il presidente: “Con Fca prospettive che non potevamo nemmeno immaginare”.
“Nell’ultimo ventennio abbiamo rischiato di fallire più volte per scelte sbagliate”



MARIO CALABRESI
 
Il mio ufficio è questo, quello in cui mio nonno ha passato gli ultimi 5 anni della sua vita, e non si sposterà, resta qui, al Lingotto. Non ci sono scatoloni in giro perché nessuno ha mai pensato di traslocare. Vivo a Torino, i miei figli sono nati qui, qui vanno a scuola e qui hanno gli amici». John Elkann allarga le braccia di fronte alle profezie che lo volevano in fuga, insieme alla Fiat, dall’Italia: «È successo il contrario e questa è davvero una bella giornata perché il futuro dell’auto nel nostro Paese ora è molto più solido e ha prospettive che non avremmo mai potuto immaginare solo qualche anno fa».  
 
E’ tornato alla sua scrivania, dopo il consiglio che ha varato la nuova Fiat Chrysler Automobiles (Fca) e dopo un pranzo con i rappresentanti di tutte le componenti della famiglia Agnelli.  
 
Nel suo atteggiamento non ci sono tracce delle difficoltà, degli scontri e delle polemiche degli ultimi anni. E’ sereno, sollevato e convinto che la scommessa era quella giusta: «Basti pensare a quello che abbiamo fatto con Maserati, che ha addirittura raddoppiato le vendite. Il progetto Premium, la scelta di puntare sui segmenti alti del mercato mondiale, sta funzionando molto bene e ha rimesso in gioco l’Italia. E all’interno di questa strategia è arrivata l’ora del rilancio di Alfa Romeo: c’è un enorme impegno su questo, il progetto è in stato avanzato e il nostro Paese ne sarà protagonista».  
 
John Elkann è presidente di Fiat da quattro anni ma siede nel Consiglio da ben diciassette: ha fatto in tempo a soffrire tutto il declino di quella che era la più grande azienda italiana e ora, che sente che la rotta è invertita, che «una squadra che ormai lottava solo per la salvezza è risalita nella parte alta della classifica», ha voglia di fare un bilancio. Di rifare il percorso degli ultimi vent’anni, di individuare gli errori che hanno portato la Fiat a un passo dalla scomparsa, di raccontare il giorno, anzi la sera, in cui le cose cominciarono a cambiare e di mettere a fuoco la ricetta della salvezza: «Non chiudersi mai nei propri confini, stare agganciati al mondo e concentrarsi solo su quello che si è capaci di fare davvero bene». 
 
Solitamente Elkann non è persona che ama mostrarsi troppo, non sarà un caso che gli industriali italiani che stima di più per quello che hanno costruito nella vita, Leonardo Del Vecchio e Michele Ferrero, siano famosi per non rilasciare mai interviste. Ma le domande che oggi circondano il gruppo e la sua famiglia hanno bisogno di risposte chiare. Appoggio sulla scrivania un foglio che ne elenca 26, alla fine avrà risposto a tutte tranne che a una, l’unica fuori tema, quella in cui gli chiedevo se Paul Pogba resterà alla Juventus. «E’ un grande... ma non ci casco: se no domani si parlerebbe solo di questo e non del futuro delle fabbriche». 
 
Partiamo proprio dai lavoratori: ci saranno produzioni sufficienti per tenere aperti tutti gli stabilimenti italiani?  
«L’obiettivo che abbiamo, se il mercato non ci tradisce, è di tornare ad avere tutte le persone al lavoro nelle nostre fabbriche». 
 
Facciamo chiarezza, quale sarà la sede di Fca, il suo quartier generale?  
«Non esisterà “una” sede, già oggi ce ne sono quattro: Detroit per il Nord America, Belo Horizonte per il Sud America, Shanghai per l’Asia e Torino per l’Europa». 
 
Ma quale sarà il ruolo del Lingotto?  
«Torino sarà il centro di un mercato immenso che copre Europa, Medio Oriente e Africa, ma non solo: è qui il cuore del progetto Premium su cui abbiamo scommesso una parte importante del nostro futuro». 
 
Per la sede legale di Fca però avete scelto l’Olanda.  
«È il domicilio ideale, prima di tutto perché è un luogo terzo rispetto a Italia e Stati Uniti e poi perché la forza di questo piccolo Paese è favorire dal punto di vista normativo le multinazionali». 
 
Quante tasse risparmierete da questa scelta?  
«Assolutamente niente: continueremo a pagare le tasse in tutti i Paesi in cui facciamo utili, Italia inclusa». 
 
Però dal consiglio che ha varato la nascita di Fca è venuta conferma che per la sede fiscale si punta alla Gran Bretagna. È forse questo il modo per pagare meno tasse?  
«No, lo ripeto: le tasse noi le paghiamo dove produciamo e vendiamo i nostri prodotti facendo utili. Il vantaggio di Londra è legato a un regime più favorevole per gli investitori americani che speriamo di attrarre con questa fusione». 
 
Lei ha appena incontrato a colazione gli altri membri della famiglia. Cosa pensano di questa fusione, soprattutto i più anziani?  
«La famiglia è convinta e compatta, da mia zia Maria Sole ai cugini più giovani. In tutti questi anni hanno sostenuto la Fiat con forza. L’entusiasmo e il senso di orgoglio che ho sentito sono lo stimolo migliore per andare avanti».  
 
C’è però chi sostiene che non volete mettere mano al portafoglio nonostante Fca nasca molto indebitata e mentre continuate a ricevere i dividendi.  
«Non è assolutamente vero: Fca presenterà il suo piano a maggio e noi di Exor, davanti ad un progetto in cui crediamo e alle buone prospettive che già si vedono, vogliamo esserci. Quanto ai dividendi, proprio per lavorare sull’abbattimento del debito e favorire gli investimenti, anche quest’anno non verranno distribuiti agli azionisti». 
 
Ma facciamo un passo indietro, a Detroit poche settimane fa ha detto che negli ultimi venti anni non c’è stato giorno in cui non sia stato preoccupato per la Fiat.  
«Da quando sono entrato in Consiglio ho sempre sentito che la situazione era estremamente precaria e ogni anno avevo la sensazione che la nostra squadra giocasse solo per la salvezza». 
 
Eppure vent’anni fa era appena stata lanciata la Punto e basta fare un piccolo passo indietro per vedere una Fiat che teneva testa alla Volkswagen, che veniva dal decennio della Uno, della Croma, della Thema…  
«Ma alcune volte, nell’ultimo ventennio, abbiamo rischiato di fallire». 
 
Cos’è successo in questi vent’anni che ha deteriorato così la situazione e vi ha fatto sprofondare in classifica?  
«Abbiamo sbagliato a non aprirci a sufficienza al mondo e l’errore più grande è stato di voler fare troppi mestieri, dalle assicurazioni ai motori aerei, dalla grande distribuzione ai treni, invece di concentrarci su quello che sapevamo fare. Abbiamo imparato molto da quegli errori e negli ultimi dieci anni ci siamo concentrati solo su due cose: fare automobili e svilupparci globalmente». 
 
Non tutti la pensano così: si dice che Marchionne sia prima di tutto un bravo finanziere mentre di modelli non ne avete poi fatti molti.  
«È stata una nostra scelta precisa non lanciare nuovi modelli in un mercato negativo ormai da anni e Marchionne di auto ne capisce eccome. Guardiamo ai fatti: solo nell’ultimo anno la 500L è stata eletta novità dell’anno in Italia, la Jeep Gran Cherokee è risultata il Suv più premiato di sempre, per la seconda volta di fila il Ram 1500 è stato nominato truck dell’anno negli Usa e proprio ieri anche in Francia, come già in Spagna e Gran Bretagna l’Alfa Romeo 4C ha vinto il premio di auto più bella del 2013. Il nostro twin air 0.9 turbo bi-fuel a metano è stato premiato in Germania come miglior motore dell’anno e le nostre fabbriche oggi sono tra le più all’avanguardia nel mondo».  
 
Prima di arrivare a questo traguardo però ci sono stati i giorni dello sconforto, della paura che partissero i titoli di coda di una storia centenaria. Ci racconta il giorno peggiore di questi anni?  
I ricordi non devono essere dei migliori perché istintivamente si allenta la cravatta e poi se la toglie. «Purtroppo i giorni dello sconforto sono stati tanti, vivevamo con l’acqua alla gola, se penso al 2004 e al 2005 quando dovevamo affrontare contemporaneamente troppe partite complicate: la trattativa con General Motors, i problemi con le banche e il fatto che dipendevamo da pochi prodotti e sostanzialmente da due soli mercati, Italia e Brasile. Era tutto precario, eravamo gli ultimi in classifica e lottavamo per la sopravvivenza». 
 
Cosa le rimane di quella primavera del 2004 in cui non solo la Fiat, ma anche la famiglia Agnelli perse i suoi punti di riferimento?  
«Ricordo come mi sentivo e non è un bel ricordo, dopo la morte del nonno e dello zio Umberto sentivo il peso della responsabilità. Responsabilità di essere all’altezza della storia familiare ma soprattutto delle tante persone che lavoravano per la Fiat».  
 
Quale era il clima che la circondava?  
«Fuori c’era molta sfiducia nei nostri confronti, ma nonostante tutto sembrasse segnato bisognava cercare di andare avanti, bisognava cercare una soluzione che assicurasse un futuro che non fosse di corto respiro». 
 
Quale è stato il momento cruciale?  
«È stata una cena, nella sera terribile in cui sarebbe morto Umberto, il 27 maggio del 2004. Andai a Ginevra all’Hotel D’Angleterre per parlare con Sergio Marchionne. Dal 2002 al 2004 erano cambiati cinque amministratori delegati, poi era scomparso il nonno e ora era in fin di vita lo zio, la situazione era disperata. Chiesi a Sergio se era disponibile a prendere la guida della Fiat e per me fu un momento di svolta perché sentii che per la prima volta avevo trovato un uomo che ispirava fiducia. Dopo che lo convinsi a pensarci seriamente fumammo ancora una sigaretta, per me sarebbe stata l’ultima, la mia vita cambiava e non ne avrei più accesa una».  
 
Su cosa vi siete trovati in sintonia?  
«Nella convinzione che Fiat fosse troppo piccola, che non si poteva più continuare a lottare solo per non retrocedere e nel sapere che di lì a poco non ce l’avremmo più fatta a salvarci. E poi nel rifiutare la logica di soluzioni precarie che si basassero su aiuti governativi, fatte con il denaro pubblico. Queste soluzioni non funzionano e non sono durature come dimostra il caso di Alitalia, ma potrei citarne tanti altri». 
 
E’ a quel punto che avete guardato fuori dai confini nazionali, cercando qualcuno disponibile a un matrimonio, da Peugeot a Opel?  
«Abbiamo percorso tante ipotesi e aperto un sacco di trattative con molti dei nostri concorrenti, per vedere come affrontare il problema insieme, ma l’intervento ogni volta dei vari governi nazionali non lo ha permesso, ha impedito soluzioni di mercato sostenibili». 
 
Nel frattempo però sembrava esserci qualche spiraglio?  
«Ho pensato che la luce potesse essere il lancio della 500, nell’estate del 2007, ma non abbiamo fatto in tempo a godercela che siamo precipitati nella crisi mondiale». 
 
Che avete trasformato nella più grossa delle opportunità.  
«Visto che in Europa non c’era spazio abbiamo guardato dall’altra parte dell’Oceano dove abbiamo trovato l’amministrazione Obama che si è fortemente impegnata per creare le condizioni per far rinascere un’industria automobilistica sana, forte e con un futuro». 
 
E lì vi siete fidanzati con Chrysler.  
«In quel momento ci voleva molto coraggio a fidanzarsi con Chrysler, che aveva un aspetto terribile. Ma questa è la dote di Marchionne, di non farsi spaventare dalle difficoltà e di saper vedere oltre le apparenze». 
 
Quando ha capito invece che era tempo di cominciare a pensare anche al matrimonio?  
«In due momenti, il primo è stato la presentazione del piano di rilancio della Chrysler, era l’autunno del 2009 e in quel momento mi si è aperto davanti agli occhi un mondo nuovo e ho sentito che poteva essere la fine di una condizione di precarietà. Il secondo quando abbiamo finito di pagare il debito con il governo americano: quel giorno il fidanzamento è diventato una cosa seria e, per stare nella metafora, è il momento in cui con Chrysler ci siamo scambiati gli anelli». 
 
Adesso siete il settimo gruppo nel mondo, diciamo che avete raggiunto la metà classifica, ma quanto è importante essere nei primi cinque, provare ad entrare nel gruppo di testa?  
«Non c’è dubbio che nella posizione in cui siamo saliti si sta molto meglio e più al sicuro e poi oggi Fca ha una gamma completa, presente su tutti i mercati e questo significa che siamo una realtà competitiva che può giocarsi la partita». 
 
Ma sono pensabili nuove operazioni di alleanza per aumentare i volumi?  
«I volumi come tali non sono da soli sufficienti, tanto che General Motors, pur essendo il più grande produttore di auto al mondo, è poi fallita nel 2009. Ma è anche vero che, se la cosa è ben gestita, avere più volumi è un indubbio vantaggio». 
 
Martedì siete stati a Palazzo Chigi per anticipare a Enrico Letta le decisioni del Consiglio che ha sancito la nascita di Fca, che reazione avete avuto?  
«E’ andata molto bene, il presidente del Consiglio ha apprezzato il fatto che ora le prospettive dell’auto in Italia sono destinate a crescere e saranno durature. Non poteva non fargli piacere ricevere buone notizie nel momento in cui ce ne sono troppe negative ogni giorno». Mentre si sta parlando del governo entra Sergio Marchionne: «Se venite da me vorrei farvi vedere una cosa, i nostri spot per la notte del Superbowl» la finale del football americano che si giocherà domenica prossima. Dopo Eminem e Clint Eastwood, protagonisti di due spot lunghissimi di Chrysler che hanno cambiato il modo di fare pubblicità in America, un altro nome che farà molto rumore. «Oggi la nostra comunicazione e la nostra creatività sono le più innovative al mondo» commenta Elkann, mentre usciamo dall’ufficio di Marchionne.  
 
Anche lui non ha previsto traslochi?  
«Continuerà ad avere il suo ufficio qui, di fronte al mio, insieme ai tanti altri che ha. La verità è che non ha un ufficio, la sua casa è l’aereo». 
 
http://www.lastampa.it/2014/01/30/economia/elkann-per-lauto-futuro-pi-solido-io-resto-qui-al-lingotto-71JW468miwjDOuhTepvm3N/pagina.html




I NUOVI ATTORI DELLA SCENA POLITICA ITALIANA SONO PRONTI A RENDERE COMPLICATA LA COESIONE DELLA CLASSE POLITICA

La guerra di movimento degli sfasciademocrazia




Avviso ai naviganti. È in arrivo la tempesta perfetta, scatenata per far naufragare la fragile flottiglia di chi si oppone all’ennesima porcata: la ristrutturazione della scena politica a proprio uso e consumo, ad opera del duo di impuniti scassademocrazia Renzi e Berlusconi. Dopo tanti rumori di fondo, oggi tuona su Repubblica il suo giovane vice direttore Massimo Giannini, fornendo il taglio editoriale che è prevalso nella corazzata del giornalismo italiano. Infatti scrive: «Il fatto politico che più conta, adesso, è che nella nostra democrazia bloccata un convoglio riformatore si è finalmente messo in marcia». Notarel’abile uso manipolatorio delle parole: l’asserzione senza il benché minimo dubbio che i maneggi del segretario del Pd con il pregiudicato di FI sarebbero una disinteressata e lungimirante soluzione riformista dei sempre più gravi problemi italiani; non un marchingegno per fregare un po’ di concorrenti nell’arena politica. Il disegno abbastanza ignobile di spianare il dissenso passando alla spartizione reciproca del territorio elettorale; un po’ come i sovrani di Spagna e Portogallo si ripartivano tra loro il continente americano, sotto lo sguardo benevolo del santo Padre (oggi si tratterebbe di Giorgio Napolitano).
Il Giannini è una penna di spessore, non un impallinato, come ormai si sta confermando Eugenio Scalari, e neppure un sopravvalutato di nome Francesco Merlo, cresciuto alla corte del cardinale di Curia della carta stampata Paolo Mieli. Quel Merlo che oggi parla dell’opposizione pentastellata nei termini di “squadracce grilline” (anche se sono altri a tirare schiaffoni e la Loredana Lupo a prenderseli).
Se – dunque – Giannini, già all’orecchio di Massimo d’Alema, si espone in questo modo, andando in rotta di collisione con tutte le più prestigiose firme della sua testata (da Stefano Rodotà a Barbara Spinelli), vuol dire che l’operazione manipolatoria ha preso ancora una volta il largo, dispiegando tutta la sua potenza; per ricostruire i termini della realtà ad uso e consumo dei manovratori. E si stia ben attenti, visto che in questi anni, sotto la dicitura mendace di comunicazione, già si sono realizzati disegni reazionario/repressivi che hanno ribaltato radicalmente la realtà.
Ci si ricorda come vent’anni fa i giudici dei pool milanese e palermitano erano in testa a tutte le top ten dell’apprezzamento sociale e del come tale apprezzamento sia virato in demonizzazione grazie all’opera delle grancasse mediatiche?
Adesso il mood è quello che gli scassademocrazia, gli sfasciacostituzione, sono il nuovo che avanza, il progressismo del XXI secolo; e chi non finge di crederci è un bieco conservatore. Possiamo indignarci fin che vogliamo, ma dovrebbe metterci in guardia (e in apprensione) ricordare come l’opera di modificazione artificiale negli umori nazionali ha sempre dato grandi soddisfazioni a chi voleva incassare i dividendi della strumentalizzazione.
Questo il motivo per cui il sottoscritto – come altri amici, da Flores d’Arcais a Mauro Barberis – continua a rivolgere le proprie critiche al M5S. All’evidente stato confusionale del suo traghettatore Beppe Grillo.
Non da nemico, ma da compagno di strada che scrive e dice quello che pensa (a differenza degli “estimatori a prescindere”, anche quando avanzano qualche blando distinguo e – così – fanno infuriare pure loro i talebani e i dorotei del movimento; gli uni perché non concepiscono l’idea stessa di critica, gli altri perché interessati solo a serbare la benevolenza di chi li ha fatti eleggere).
Difatti l’arrivo della tempesta rende particolarmente vulnerabile la scelta di attestarsi negli immobili fortilizi delle proprie prese di posizione (con qualche sortita puramente dimostrativa, tipo la richiesta di impeachment per il Presidente Napolitano). Una strategia suicida, mentre si preannunciano gravi perturbazioni e i capoccia della corporazione trasversale del potere adottano la ben più efficace guerra di movimento.

IL VERTICE UE-RUSSIA HA RIGUARDATO LA SITUAZIONE DELL'UCRAINA NEI FATTI DIVISA IN DUE

Mosca-Bruxelles: divergenze come stimolo per il dialogo

© Collage: «La Voce della Russia»



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Il vertice UE-Russia, che il 28 Gennaio si è svolto a Bruxelles, non ha portato decisioni rivoluzionarie anche se le Parti sono riuscite a raggiungere delle intese. Sullo sfondo degli avvenimenti in Ucraina, che Mosca e Bruxelles considerano in modo diverso, e di una determinata riduzione dell’intensità del dialogo politico, le Parti hanno dichiarato in anticipo che intendono concentrarsi sui problemi economici.

I negoziati che il Presidente russo Vladimir Putin ha condotto con il Presidente del Consiglio Europeo Herman van Rompuy e il Capo della Commissione Europea José Manuel Barroso si sono svolti a porte chiuse, ma alla conferenza-stampa conclusiva hanno fatto luce sugli argomenti discussi. In particolare, hanno parlato dettagliatamente anche dell’Ucraina.
I risultati del recente vertice “Partenariato orientale” a Vilnus al quale l’Ucraina non ha firmato l’accordo sull’associazione con l’UE, hanno avuto un impatto sul formato degli attuali negoziati. A Bruxelles non piace che l’Ucraina ha fatto la sua scelta a favore dell’ulteriore sviluppo dei rapporti con la Russia. Il che, in un certo senso, ha impostare il vettore del successivo sviluppo degli avvenimenti in questo Paese. Gli europei hanno sostenuto le proteste a Maidan che sono sfociati in aperti pogrom.
Poco prima delle consultazioni di Bruxelles, rinviate di un mese su proposta della parte europea, era stato deciso di ridurre il programma del vertice limitandosi a problemi strategici: commercio reciproco, energia, processi integrativi in Europa e nello spazio eurasiatico, possibilità di loro coordinamento. Vladimir Putin ha ricordato che l’UE è un partner economico-commerciale chiave della Russia. Le Parti stanno sviluppando la cooperazione nel campo delle alte tecnologie. commentando l’agenda integrativa Putin ha detto, fra l’altro:
È necessario porre problemi più ambiziosi. In particolare, quello di coordinare i processi integrativi in Europa e in Eurasia. Sono convinto che tra di noi non c’è alcuna contraddizione. Entrambi i modelli si basano sui principi simili e poggiano sulle norme dell’OMC. Essi potrebbero completare a vicenda in modo efficace. Ci siamo scambiati le opinioni sul Partenariato orientale. Noi siamo interessati alla stabilità e alla fioritura dei nostri vicini comuni. Questi paesi aspirano ad una cooperazione più intensa con l’Ue, ma vogliono mantenere anche i loro rapporti tradizionali. Occorre aiutarli in questo senso ma è assolutamente inammissibile creare nuove linee divisorie. Abbiamo proposto di creare una zona di libero scambio commerciale tra l’UE e l’Unione Doganale.
Vladimir Putin ha aggiunto che ha avuto luogo un dialogo interessato sui problemi della sicurezza comune, e ha ringraziato i suoi colleghi per il lavoro sinergico per la garanzia della sicurezza a Sochi nel periodo dei Giochi Olimpici. Si è parlato anche della situazione in Siria, in Iran, in Afganistan da dove sono stati ritirati i militari americani. Il leader russo ha dichiarato altresì che spera di raggiungere con l’Ue un accordo sul cosiddetto Terzo Pacchetto Energetico che può ostacolare la realizzazione del gasdotto South Stream.
Il Capo del Consiglio Europeo Herman van Rompuy, a sua volta, ha constatato il carattere costruttivo dei contatti con il Presidente russo. Ha tentato di fugare la preoccupazione di Mosca per l’intensa attività dell’Occidente nell’Europa Orientale e, in generale, ha caratterizzato la situazione sul track UE-Russia. In particolare, ha dichiarato che le Parti hanno convenuto di portare avanti, a livello di esperti, le consultazioni intorno al programma Partenariato orientale.
Gli alti funzionari europei hanno dichiarato ancora una volta che le autorità ufficiali di Kiev portano la responsabilità degli avvenimenti in Ucraina, ma non hanno detto nulla di coloro che si stanno avvalendo delle attuali proteste a Maidan. Innanzitutto degli estremisti e delle forze nazionalistiche. Tuttavia i capi del Consiglio Europeo e della Commissione Europea hanno dichiarato di essere animati dalla ferma volontà di influire nel modo più attivo sulla situazione in Ucraina. Hanno espresso anche la certezza che Kiev proseguirà il suo avvicinamento all’Unione Europea.
La Russia, invece, cerca in ogni modo di evitare una simile aperta pressione sullo Stato indipendente. Vladimir Putin ha dichiarato che il futuro destino del paese può essere deciso esclusivamente dal popolo ucraino stesso. Egli ha sottolineato che anche in caso di cambiamento del potere in Ucraina la Russia non intende rivedere le condizioni del suo credito di 15 miliardi di dollari che ha concesso all’Ucraina alla fine dell’anno scorso.
Al termine del vertice è stato adottato l’unico documento congiunto: dichiarazione della lotta antiterroristica. Le Parti hanno promesso di tornare a discutere un nuovo accordo di base tra la Russia e ll’UE nella prossima estate, al prossimo vertice a Sochi.

SERVIZIO PUBBLICO: LE INTERCETTAZIONI DI MANCINO E D'AMBROSIO ACCOMPAGNATI DAI RISPETTIVI VIDEO DA NON PERDERE

Servizio Pubblico, riguarda i video di ‘Stato criminale’

Tutto il meglio del format condotto da Michele Santoro in onda su La7 e online su ilfattoquotidiano.it. Dalla copertina, ai servizi video, fino all'editoriale di Marco Travaglio e alle vignette di Vauro

Servizio Pubblico
Per la prima volta verranno ascoltati gli audio delle intercettazioni tra l’ex presidente del Senato Nicola Mancino e Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico del Colle. In studio Giorgio Mulè, direttore di Panorama, i deputati M5S Luigi Di Maio e Giulia Sarti per parlare anche della bagarre alla Camera di questi giorni.
La bagarre in Aula e il M5S
Giulia Sarti (M5S) chiede “il ripristino delle regole parlamentari: il Governo sta esautorando il Parlamento con decreti incostituzionali”. I grillini accusano poi il capo dello Stato di non mandare mai indietro nessun decreto: perché? (GUARDA IL VIDEO)
M5S: “Siamo noi gli aggrediti”Il Movimento 5 Stelle condanna ogni tipo di violenza: “L’unica aggressione – spiega Di Maio – l’abbiamo subita noi” (GUARDA IL VIDEO).
La ghigliottinaLuigi Di Maio (M5S) spiega i motivi che hanno portato il Movimento 5 Stelle ad azioni eclatanti come quelle dei giorni scorsi. “Quando si sopprimono i diritti delle opposizioni, queste reagiscono ed il conflitto sfocia anche fuori dal Parlamento” (GUARDA IL VIDEO).
Decreto Imu-BankitaliaIl tanto discusso decreto Imu-Bankitalia ha portato i 5 Stelle a diverse azioni di ostruzionismo, bloccate alla fine dalla “tagliola” applicata da Laura Boldrini. Ma cosa comporta davvero? Si tratta veramente di un regalo alle banche? Lo spiega Gianni Dragoni (GUARDA IL VIDEO).
M5S e impeachementIl Movimento 5 Stelle sta preparando un testo alternativo all’attuale legge elettorale ed una serie di documenti che dimostrano come il Presidente Napolitano sia da sfiduciare (GUARDA IL VIDEO).
Di Maio: “La nostra azione politica”Nella legge elettorale le modifiche chieste dal Movimento 5 Stelle non sono state ascoltate: questo dimostra, secondo i grillini, come Pd e Pdl si alleino fuori dal Parlamento e badino solo alle proprie esigenze (GUARDA IL VIDEO).
Mafia e AntimafiaMafia, pentiti, giudici: Michele Santoro ripercorre i principali fatti della scena politica italiana e come essa si intreccia con la criminalità organizzata (GUARDA IL VIDEO).
Sarti (M5S): “Napolitano non è più un garante”
Per il Movimento 5 Stelle, il ruolo di Napolitano interferisce non solo con l’attività democratica del Parlamento, ma anche con l’attività della magistratura (GUARDA IL VIDEO).
Bankitalia aiuta se stessa
“Hanno preso i soldi dalle riserve di Bankitalia per ricapitalizzare Bankitalia stessa”. Per gli esponenti grillini questo è stato un vero e proprio regalo (GUARDA IL VIDEO).
L’incredibile storia di Vincenzo Scarantino/1
Scarantino è un picciotto di borgata quando nel 1992 viene arrestato per la strage di via D’Amelio. Dopo un anno di carcere duro a Pianosa, decide di collaborare spiegando per filo e per segno come e perché sia stato organizzato l’omicidio Borsellino. La sua testimonianza ha sancito ergastoli e scritto una delle pagine più buie della storia del nostro Paese, quando, a sorpresa, decide di ritrattare tutto puntando il dito contro poliziotti e magistrati che, a suo dire, lo avrebbero costretto a testimoniare ciò che non aveva mai fatto, visto o sentito. Scarantino – nell’intervista esclusiva di Dina Lauricella – racconta in video per la prima volta di come un gruppo di poliziotti lo facesse studiare, lo preparasse agli interrogatori. “Le sere prima mi leggevano tutto e io dovevo memorizzare tutto quello che sentivo” (GUARDA IL VIDEO).
Le dichiarazioni di ScarantinoVincenzo Scarantino oggi vive per strada, emarginato da tutti: ma da chi e quando è stato costretto ad affermare quello che ha detto? (GUARDA IL VIDEO).
La ricostruzione: Totò Cancemi
Sevizio Pubblico ricostruisce il confronto avvenuto tra il collaboratore di giustizia Totò Cancemi e l’ex pentito Vincenzo Scarantino. Cancemi sembrerebbe smentire le dichiarazioni del “picciotto di Guadagna”: “Cosa Nostra è una cosa seria, con regole chiare. Chi sbaglia paga” (GUARDA IL VIDEO).
Scarantino secondo Ilda BoccassiniIlda Boccassini fin da subito non si fidò delle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, l’ex pentito che si era autoaccusato della strage di Via D’Amelio per ritrattare anni dopo. Il procuratore aggiunto di Milano ha deposto davanti alla Corte d’Assise di Caltanissetta, dove si tiene il quarto processo per la strage, e sul depistaggio che per vent’anni ha nascosto la verità (GUARDA IL VIDEO).
Mafia, chi ha creduto a Scarantino?Le dichiarazioni di Scarantino hanno portato all’ergastolo decine di persone. Giorgio Mulè ricorda come ci siano tre gradi di giudizio e che quindi sono stati molti i giudici che hanno creduto alle parole di chi si dichiarava pentito (GUARDA IL VIDEO).

Riina contro il 41bisTotò Riina, il Capo dei Capi, e Alberto Lorusso, suo compagno d’ora d’aria, inveiscono contro la legislazione speciale che prevede il carcere duro, 41bis, per i detenuti facenti parti dell’organizzazione criminale mafiosa (GUARDA IL VIDEO).
Il Capo dei CapiDalle immagini in carcere di Totò Riina, il Capo dei Capi, che discute con il suo compagno d’ora d’aria,Alberto Lo Russo, del pm Nino Di Matteo, all’intervista esclusiva ai magistrati della procura antimafia di Palermo, passando per le telefonate, in audio originale, tra l’ex ministro Nicola Mancino e l’allora consigliere giuridico del presidente Napolitano: la copertina della diciassettesima puntata di Servizio Pubblico (GUARDA IL VIDEO).
Le telefonate tra Mancino e D’AmbrosioServizio Pubblico è venuto in possesso degli audio originali delle telefonate intercettate tra Loris D’Ambrosio, l’allora consigliere giuridico del presidente Napolitano, e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, telefonate che hanno scatenato il conflitto istituzionale tra il Quirinale e la Procura di Palermo. Nell’inchiesta finirono anche 4 intercettazioni di telefonate tra Mancino e il Presidente Napolitano, poi distrutte per decisione della Corte Costituzionale (GUARDA IL VIDEO). 

giovedì 30 gennaio 2014

Tagliare sì, ma non le armi. vantaggi fiscali per i produttori bellici. Il piano del ministro Mauro per difesa.

Armamenti, per il governo Letta sono investimenti
Aumento delle spese fino a 1 mld. E vantaggi fiscali per i produttori bellici. Il piano del ministro Mauro per difesa.

di Marco Mostallino




Il governo Letta ha chiesto al parlamento il via libera per l'aumento delle spese militari all'interno del bilancio dello Stato fino a 1 miliardo di euro l'anno e, allo stesso tempo, ha proposto un regime fiscale vantaggioso, con imposte più basse rispetto alle aziende degli altri settori, per le industrie italiane che producono armi in cooperazione con imprese belliche degli altri Paesi dell'Ue e della Nato.
L'INTERVENTO DI MAURO. Giovedì 23 gennaio, il ministro Mario Mauro si è presentato in audizione davanti alle commissioni Difesa di Camera e Senato, riunite in seduta congiunta per l'importanza della richiesta. Il grimaldello per questa operazione è il progetto della Commissione europea, reso noto il 16 gennaio ma studiato nel Consiglio europeo di dicembre 2013, che trasforma le spese militari, fino a oggi inserite alla voce «consumi» o costi, in «investimenti per lo sviluppo» (leggi la nota della Commissione).
I costi possono aumentare fino a 1 miliardo di euro l'anno. Ciò permetterebbe all'Italia, secondo i primi calcoli ufficiosi di fonti riservate del ministero della Difesa, di incrementare gli acquisti di aerei da combattimento (come gli F35, la cui poca efficienza è stata evidenziata dall'ennesimo report del Pentagono), di navi da guerra, carri armati, missili e altri ordigni per un importo oscillante tra i 500 milioni e il miliardo di euro all'anno rispetto ai 5,3 miliardi di euro di spese militari (fonte commissione Difesa della Camera) inseriti nella manovra finanziaria 2014 e ai 5,1 previsti per ora per il 2015.
Già oggi, circa il 30% degli acquisti di armi sono a carico del ministero per lo Sviluppo economico guidato da Flavio Zanonato (Pd), mentre soltanto il 70% è inserito nel bilancio del dicastero diretto da Mauro (Scelta civica).
ARMI PER LO «SVILUPPO ECONOMICO». Il ministro della Difesa, la scorsa settimana, ha illustrato la posizione del governo per circa 20 minuti. E ha concluso dicendo che «prima di passare la palla al parlamento» per il via libera di fatto all'aumennto delle spese militari, si augura «di poter entrare presto in questa fase tanto attesa» nella quale gli acquisti militari escano dalle voci di «spesa» e «consumi» del bilancio statale per essere inseriti all'interno degli «investimenti per lo sviluppo», come le autostrade, le reti energetiche e ferroviarie, e tutte le infrastrutture di sostegno all'economia. Auspicando che le commissioni delle due Camere possano presto «articolare un percorso comune».
DA CONSUMO A MOTORE DI RIPRESA. Se la riforma dovesse passare, l'acquisto di F35, di Eurofighter, delle fregate del programma Frem, degli elicotteri Agusta (tanto per fare qualche esempio) sparirebbe all'interno del calderone degli investimenti. E sarebbe dunque più facile far passare una fornitura di carri armati, droni o lanciamissili per la Marina come sostegno alla ripresa della nostra economia.
Spese che oggi sono considerate «consumi», perché un missile, come un proiettile, una volta che è stato utilizzato non esiste più e dunque è un bene deperibile, non una infrastruttura che rimane sul territorio e che può essere utilizzata da imprese private, enti pubblici e in certi casi - come i trasporti e le reti idriche - anche dai cittadini.
IL RAPPORTO SPESA MILITARE-PIL. Difficile dire esattamente quale sia oggi il rapporto in Italia tra Pil e spesa militare. Secondo l'ultimo rapporto della Cia, l'agenzia dei servizi segreti Usa, nel 2012 l'Italia spendeva in armi l'1,8% del proprio prodotto interno lordo. Gli economisti di Lavoce.info, invece, stimano l'impegno del nostro governo per gli acquisti di aerei, navi e sistemi d'arma intorno allo 0,9%.
Le cifre variano secondo i parametri, non sempre troppo chiari, dei bilanci statali.
La «tagliola» per i parlamentari: nessuna obiezione al piano di difesa. Dopo le dichiarazioni di Mauro, ai parlamentari sono stati lasciati appena 12 minuti per le domande, gli interventi e le richieste di chiarimento. Ma nessun deputato o senatore, nemmeno quelli del Movimento 5 stelle o delle altre forze di opposizione, ha espresso critiche, riserve e obiezioni a quello che il ministro ha definito come il «nuovo modello di difesa» per il nostro Paese: un totale rinnovamento dei sistemi d'arma di cielo, terra e mare, considerati obsoleti perché risalenti ai «tempi della Guerra fredda» e quindi non più idonei a rispondere alle «nuove minacce per la sicurezza» che, secondo il governo Letta, possono arrivare anche da direzioni al momento sconosciute.
L'audizione di Mauro del 23 gennaio è avvenuta nell'aula della commissione Difesa del Senato alla presenza anche dei membri dell'omologo organismo della Camera. Ma a tutt'oggi, a differenza della prassi seguita normalmente, il resoconto stenografico della seduta non è ancora stato pubblicato sul sito di Palazzo Madama e nemmeno su quello di Montecitorio.
Dal canto suo, la commissione Difesa della Camera, presieduta da Elio Vito, nella seduta dell'8 gennaio aveva messo all'ordine del giorno «l'esame del documento conclusivo dell'indagine conoscitiva sui sistemi d'arma destinati alla difesa in vista del Consiglio europeo di dicembre 2013». Un documento prezioso, perché illustra lo stato della difesa in Italia, l'efficienza del sistema e, soprattutto i costi degli armamenti.
Lo studio avrebbe dovuto essere pronto già l'anno scorso, ma il lavoro si è prolungato. E l'8 gennaio, quando si sarebbe dovuti arrivare alla conclusione e al voto sul dossier, il Pd, con i deputati Giampiero Scanu e Rosa Maria Villeco Calipari, ha chiesto e ottenuto che l'esame sia rinviato a data da destinarsi, senza un termine preciso.
Scanu, col sostegno di Michele Piras di Sel, aveva in realtà chiesto solo due settimane di lavoro aggiuntivo, ma Calipari, a nome del partito, ha detto: «Come termine indicherei non una data, ma il raggiungimento dell'obiettivo che la commissione si pone», cioè una data indefinibile, fluida e ulteriormente rinviabile in qualsiasi momento.
Nessun partito, nemmeno le opposizioni come Forza Italia, Lega, Sel e 5 Stelle, si è opposto alla richiesta del Pd di posporre l'esame del bilancio militare sino alle calende greche.
Giovedì, 30 Gennaio 2014

http://www.lettera43.it/economia/macro/armamenti-per-il-governo-letta-sono-investimenti_43675121143.htm

La Corte europea respinge il ricorso contro la legge sull'incandidabilità

Legge Severino, Strasburgo dice no a procedura prioritaria ricorso Berlusconi

La Corte europea dei diritti dell'uomo ha respinto l'istanza dell'ex premier di trattare "con procedura prioritaria" il suo ricorso contro la norma che ha provocato la sua decadenza. Il ricorso era stato presentato nei giorni precedenti alla discussione in Commissione per le Immunità e le Elezioni



Nessuna priorità di trattamento. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha respinto l’istanza di Silvio Berlusconi di trattare “con procedura prioritaria” il suo ricorso contro la legge Severino, presentato nei giorni precedenti alla dichiarazione di decadenza dalla carica di senatore. 
Nel ricorso – depositato il 7 settembre scorso presso la Giunta per le immunità e le elezioni - si sosteneva che la legge Severino, che prevede appunto la perdita delle scranno parlamentare per i condannati in via definitiva per reati non colposi, introduce sanzioni di tipo penale che non possono essere applicate in modo retroattivo, violando in particolare l’articolo 7 della Convenzione dei diritti dell’Uomo.
La difesa dell’ex premier, poi dichiarato decaduto il 27 novembre, sosteneva che fossero stati anche gli articoli  3 e 13 della Convenzione, rispettivamente il diritto a libere elezioni e la norma che prevede che “ogni persona i cui diritti e le cui libertà riconosciuti nella presente Convenzione siano stati violati, ha diritto a un ricorso effettivo davanti a un’istanza nazionale, anche quando la violazione sia stata commessa da persone che agiscono nell’esercizio delle loro funzioni ufficiali”.
La stessa Corte europea per i diritti dell’uomo ha comunicato di aver ricevuto il ricorso presentato dagli avvocati dell’ex premier contro la sentenza Mediaset. Lo scorso 1° agosto i giudici della Cassazione hanno condannato l’ex premier a 4 anni per frode fiscale: tre anni sono stati condonati grazie all’indulto. Il leader di Forza Italia – che ha presentato l’istanza per scontare un anno agli arresti domiciliari – dovrà attendere la decisione del magistrato di Sorveglianza di Milano. Strasburgo ha precisato che il ricorso per ora è stato solamente registrato, ovvero nessuna decisione è stata ancora presa in merito alla sua ammissibilità.