LA CRISI
DELL’EUROZONA E LA FINE DELL’EURO IN QUATTRO PASSI
Mentre in Italia il peggiore presidente della storia
della nostra Repubblica, Giorgio Napolitano, sta facendo i salti mortali per mantenere lo status quo e preservare la fallimentare classe dirigente
eurista, fuori dai
palazzi il processo di frantumazione dell’area europrocede a grandi passi. Il recente
caso di Cipro ha fatto finalmente emergere a
livello mondiale tutti i difetti di costruzione dell’unione monetaria più
disastrata del pianeta ed ormai sarà impossibile per la tecnocrazia agire
soltanto con la mistificazione e la propaganda mediatica per coprire e nascondere le magagne.
In particolare il collasso di Cipro ha evidenziato due aspetti su cui si fondava
il tentativo disperato dei menestrelli di regime di cambiare la realtà dei
fatti: la crisi dell’eurozona non è una crisi di debito
pubblico ma privato(bancario
nella fattispecie, visto che in Europa i rapporti di debito-credito,
risparmio-investimento sono intermediati principalmente dalle banche) e la liberalizzazione selvaggia e
deregolamentata della circolazione dei capitali alla lunga crea insostenibili
squilibri fra i paesi coinvolti. Adesso, soltanto i cialtroni patentati o gli
analisti finanziari da bar dello sport potranno sostenere sfacciatamente in
pubblico il contrario, senza essere zittiti con una sola parola: Cipro.
Ad ogni
modo, chiunque voglia informarsi e capire cosa sta accadendo oggi in Europa e
in Italia non può di certo affidarsi alla stampa e televisione nostrana, che si tiene ancora ben alla larga
dalla tentazione di spiegare onestamente e criticamente agli italiani gli
eventi che si succedono dentro e fuori i nostri confini, prefigurando dei
possibili scenari futuri. A parte i blog e i siti di controinformazione, in
Italia il regime di Repubblica, Corriere, Stampa, Santoro, Floris, Gabanelli (e
derivati) fa ancora la voce grossa e la sordina messa da anni alla verità
dei fatti funziona abbastanza bene, senza troppi affanni. Per fare ordine e capire
qualcosa, bisogna armarsi di santa pazienza e rovistare fra la stampa estera,
che ha sicuramente una visione molto più obiettiva e lucida degli eventi. A
titolo di esempio, vi propongo questo articolo dell’analista Matthew O’Brien pubblicato sul giornale on line
statunitense The Atlantic, che in modo semplice ed immediato
chiarisce i quattro motivi principali per cui l’unione monetaria europea
finirà per frantumarsi. Sperando magari che un giorno anche sui nostri
giornali, piegati supinamente alle direttive e agli interessi delle grandi corporation e banche che detengono la loro
proprietà, si possano rintracciare simili descrizioni.
All'inizio,
come sappiamo, la crisi dell’eurozona era stata frettolosamente etichettata
come una semplice "crisi del debito sovrano greco". Nel
giro di pochi mesi fu abbastanza chiaro a tutti (tranne agli europei e agli
italiani in particolare) che anche Irlanda e Portogallo, per motivi molto diversi da quelli
greci, erano crollate. Poi venne il momento della capitolazione per Spagna e Italia, che finirono nel mirino dei
mercati una per eccesso di debito privato e l’altra per l’enorme debito
pubblico pluridecennale, che prima dell’ingresso nell’area euro non aveva mai
destato particolari patemi né agli investitori né agli stessi debitori
istituzionali sovrani. Oggi è arrivato il momento diCipro, Malta e Slovenia di entrare
nel tritacarne dei piani di salvataggio e delle rigide misure di austerità da
applicare per meritarsi la solidarietà e la cooperazione poco disinteressata
dei presunti alleati europei. Domani toccherà forse all’Estonia, mentre
la Francia vacilla e la Germania stenta a far digerire all’opinione
pubblica tedesca l’opportunità di rimanere alla guida di questo pastrocchio istituzionale per ricavarne vantaggi commerciali e
finanziari. Vantaggi che come sappiamo favoriscono principalmente banche e grandi
imprese focalizzati sulle esportazioni, facendo gravare tutto il peso degli
squilibri e degli aggiustamenti su cittadini e lavoratori tedeschi.
A colpi di diktat imposti dall’alto e accordi
sovranazionali che hanno avuto percorsi di ratifica a dir poco accidentati e
controversi (vedi Fiscal Compact, six pack,
MES, two pack), la crisi dell'euro sta entrando ufficialmente nel
suo quinto anno consecutivo senza che all’orizzonte si veda qualche spiraglio
di luce e di speranza per uscirne fuori. Anzi, questa continua cessione di sovranità
nazionale e lo squilibrio crescentefra i beneficiari e le vittime dell’euro, hanno
addensato ancora più nubi e incertezze sull’evoluzione del prossimo futuro.
Tuttavia, da quando nell’estate scorsa il governatore della BCE Mario Draghi ha pronunciato le fatidiche parole:
“whatever it takes” (“faremo qualunque cosa per salvare l’euro”),
sia i mercati che i cittadini più avveduti hanno compreso che la tecnocrazia oligarchica europea non avrebbe mai mollato la presa
tanto facilmente e abbandonato a cuor leggero il suo ambizioso progetto di annientamento
della democrazia e delle costituzioni repubblicane nazionali. A costo di usare le maniere forti,
l’esercito, la repressione violenta tipica dei regimi dittatoriali se
necessario. Dopo più di trent’anni di propaganda, manovre di palazzo, pazienti
privazioni di diritti e iniezioni di stupidità collettiva, gli oligarchi sono ora disposti a
giocarsi il tutto per tutto, abbandonando le usuali maschere dei filantropi pacifisti e indossando
quelle più consone dei plutocrati guerrafondai e imperialisti. E facendo i
debiti scongiuri, non mi stupirei se da ora in avanti anche in Europa possano
cominciare pure le scomparse sospette e le esecuzioni sommarie dei contestatori del regime, come
accadeva nell’Argentina di Videla o nel Cile di Pinochet.
Ma veniamo
adesso ai fatti. Come sappiamo nell’eurozona non esiste ancora uno straccio di unione bancaria e fiscale che possa rendere minimamente
sostenibile l’attuale struttura politica-istituzionale-finanziaria e attenuare
i contraccolpi e gli squilibri macroeconomici. E cosa ancora peggiore, nessuno
dei tecnocrati o dei politici nazionali (soprattutto tedeschi, mentre i
francesi appaiano più possibilisti e gli italiani non si pronunciano e si
accodano) sembra intenzionato a percorrere la strada della definitiva unione
fiscale e politica (governo unico centrale democraticamente eletto, unione di
trasferimento, armonizzazione del mercato del lavoro e dei sistemi
pensionistici, banca centrale prestatore di ultima istanza per i governi e gli
istituti creditizi privati etc), che snaturerebbe drasticamente le finalità totalitarie e
assolutistiche del progetto originario. O tutto o niente, o in Europa si riesce a
ripristinare la restaurazione monarchica e reazionaria del Congresso di Vienna del 1815
oppure si va tutti a fondo fra le barricate e i fumi dei moti rivoluzionari
popolari. Questa, in estrema sintesi, sembra essere la scommessa fatta dai tecnocrati. E ormai, con Cipro in assetto di sommossa e la Slovenia in procinto di saltare, gli occhi
sono tutti puntati su ciò che avverrà nei prossimi mesi in Italia e Francia, dove per ovvie ragioni di
dimensioni e di scala di grandezza le conseguenze delle fallimentari politiche di austeritàpotrebbero scatenare ondate di
protesta difficilmente contenibili. Se poi i movimenti euroscettici di
Germania, Francia e Italia cominciassero a dialogare e a coordinare le istanze
di cambiamento dell’intero continente, ricevendo sempre maggiori consensi nelle
successive tornate elettorali, ecco che l’unione monetaria più stupida del
mondo avrebbe i giorni contati. E i quattro motivi macroeconomici e
finanziari che rendono l’attuale unione monetaria una vera e propria bomba ad
orologeria pronta a scoppiare in qualsiasi momento sono sempre gli stessi e
possono essere riassunti come segue.
1. Politica
monetaria restrittiva
Come
sappiamo la zona euro non è quello che gli economisti chiamano un’“area valutaria ottimale”.
In altre parole, fin dall’inizio la creazione di un’unione monetaria in Europa
era stata liquidata come una pessima idea dai maggiori esperti della materia, perché mancavano
quei presupposti fondamentali che rendono il progetto fattibile e conveniente
per tutti (ampia mobilità dei fattori produttivi, convergenza dei differenziali
di inflazione, omologazione culturale, sociale, politica etc). In pratica i
sistemi economici dei suoi diversi paesi membri sono troppo diversi per avere
una gestione centralizzata della politica monetaria, aggravata da un mancato
coordinamento della politica fiscale. La BCE imposta una politica monetaria
unica per tutti i 17 paesi, trascurando ciò che intanto avviene al loro interno e
le esigenze delle singole economie. Non solo. La decisione della BCE di
mantenere un tasso di interesse basso di tipo “inflazionistico” (almeno
secondo la bizzarra versione dei
monetaristi, ma sappiamo già che oggi come oggi qualunque operazione della banca
centrale ha pochi effetti sull’inflazione) non ha alcun riscontro pratico nella
realtà perché è saltato completamente il meccanismo di trasmissione della
politica monetaria. Gli
investitori basano principalmente il rischio paese sullo spread dei titoli di stato (alto nella periferia e basso al
centro) infischiandosene di quello che viene deciso a Francoforte. Ciò comporta
alti tassi di interesse nella periferia e bassi tassi nel centro (a vantaggio
delle aziende tedesche, olandesi, austriache, finlandesi che possono
finanziarsi con capitali a buon mercato), scaricando questo iniziale gap di competitivitàunicamente sulle politiche salariali (visto l’impossibilità di utilizzare
gli aggiustamenti spontanei del tasso di cambio).
Nonostante
le politiche
recessive degli ultimi anni, i salari nei paesi del sud Europa sono però ancora
troppo elevati rispetto a quelli del nord Europa, e la BCE non può e non vuole
fare nulla per alleggerire questo divario. Esistono infatti due modi principali
per risolvere questo gap di competitività salariale intra-euro. O i salari del
nord Europa aumentano più velocemente del normale mentre i salari meridionali
rimangono piatti, o i salari settentrionali crescono normalmente mentre cadono
i salari del sud Europa. La differenza tra questi due approcci è collegata alla volontà principalmente politica di avere o non avere un po’ di
inflazione nel nord (primo caso) o continuare nell’attuale scelta verso la
depressione nel sud (secondo caso), trainata dalla politica monetaria
restrittiva della BCE. Ora, chiunque può comprendere da solo che il fatto di
prediligere uno o l’altro approccio cambia radicalmente gli effetti sociali ed economici della
scelta fatta. La
propensione verso la svalutazione interna dei salari nel sud Europa (con conseguente
deflazione dei prezzi) rende in generale più difficile per cittadini ed imprese
ripagare i debiti contratti in passato, innescando un circolo vizioso che finisce per coinvolgere ad uno
ad uno i singoli sistemi bancari nazionali. E la BCE non sembra intenzionata a
cambiare nel prossimo futuro il suo mandato per favorire una maggiore
inflazione nei paesi del nord Europa, a causa dell’ostruzionismo dei tedeschi
che proprio sulla bassa inflazione interna hanno costruito il loro principale
vantaggio competitivo nei confronti del resto dell’eurozona.
2. Politica
fiscale recessiva
Da qualunque
parti la si voglia guardare, l’austerità è stata un completo disastro. La fissazione per i bassi deficit pubblici, ottenuti con tagli alla spesa e
aumenti di tasse, ha in realtà aumentato gli oneri del debito nell’Europa
meridionale, perché tale impostazione rigorista ha ridotto la crescita più di
quanto è riuscita a contenere i costi di indebitamento. E anche qui non
servivano mica degli scienziati o dei geni per capire che se il denominatore di
una frazione (il PIL) diminuisce più rapidamente del numeratore (il debito pubblico), alla fine l’intero rapporto è
destinato a crescere. E ora anche il nord Europa sta iniziando a soffrire dello
stesso male, perché la recessione del sud si sta ovviamente riflettendo su una
minore crescita nel nord. La Francia, nonostante continui ad agevolarsi di una deroga per
il suo alto deficit pubblico (4,8% contro il 2,9% dell’Italia) dovrà riportarsi
al di sotto della famigerata soglia del 3% entro il 2014 (stesso discorso per
la Spagna e ilPortogallo). l'Olanda ha da tempo aperto un contenzioso con la Commissione Europea sulla
necessità di attuare ancora tagli alla spesa pubblica e aumenti di tasse ed è
sull’orlo di una bolla immobiliare bancaria di
proporzioni ciclopiche. Il Belgio ha accusato la Germania di dumping sociale, a causa della sua ostinata
politica di bassi salari e la concorrenza sleale basata sulla bassa inflazione che penalizza gli altri
paesi membri dell’eurozona. La Germania stessa dovrà attuare al più presto un'ulteriore stretta fiscale per finanziare i piani di
salvataggio e rientrare nell'altra fantomatica soglia del 60% del debito
pubblico. In altre parole, l'euro è diventatoun patto di suicidio di massa
per austerità compulsiva più che uno strumento di benessere e pacificazione sociale.
3. Riduzione
del commercio e delle esportazioni
Ad
esclusione della Germania, più della metà di tutti gli scambi commerciali dei paesi dell’eurozona sono interni
all’eurozona stessa. Tuttavia questa sciagurata politica fiscale e monetaria
sta spingendo l’Europa meridionale verso la depressione e quella settentrionale
verso la recessione, rendendo sempre più difficile per le aziende e i cittadini
l’acquisto di merci e servizi provenienti da altri paesi della zona euro. Ciò
peggiora enormemente lepossibilità di ripresa e di recupero per i
paesi dell'Europa meridionale, che in queste condizioni di inerzia fiscale
e monetaria hanno urgente bisogno di esportare per tirarsi fuori dai guai. Come
si può vedere nel grafico riportato sotto elaborato da Eurostat, il commercio nella zona intra-euro
ristagna da almeno due anni dopo il rimbalzo seguito alla profonda crisi del
2009. Gli anelli deboli della catena stanno insomma trascinando tutti gli altri
giù, ma solo perché questi ultimi si rifiutano di aiutare e cooperare con i
primi.
4.
Interdipendenza finanziaria eccessiva
Nell’eurozona
i problemi finanziari di un paese possono diventare rapidamente i problemi di
un altro, perché le banche sia dell’uno che dell’altro posseggono gran parte
del debito
pubblico e privato incrociato. Soprattutto quando le banche sono più grandi
dell’economia stessa del paese in questione. Questa è la lezione che abbiamo
imparato da Cipro, le cui banche avevano investito troppo in titoli greci fino
al 2010 e nel 2011 sono state messe in ginocchio dalle operazioni di
ristrutturazione del debito greco compiute dalla trojka UE, BCE, FMI. In un interessante
grafico interattivo pubblicato sul Financial Times si può vedere come il debito complessivo(pubblico e privato) di un paese
venga ripartito fra le banche di un altro paese. Solo a titolo di esempio,
nella figura riportata sotto si può vedere come una qualsiasi operazione di ristrutturazione del
debito pubblico e privato dell’Italia metterebbe tremendamente nei guai le banche francesi (esposizione totale di €334
miliardi), che con ogni probabilità necessiterebbero poco dopo di un piano di
salvataggio.
L'euro, come
abbiamo più volte detto, riproduce pedissequamente il regime monetario gold standard, senza la necessità di detenere oro
fisico: per avere un surplus di moneta all’interno dei propri confini
nazionali, un sistema paese deve aumentare il saldo netto delle sue esportazioni o indebitarsi. Esattamente ciò che avveniva
appunto più di 70 anni fa quando vigeva ancora il regime gold standard. In un tale sistema i paesi
rinunciano alla loro capacità di combattere le recessioni interne per aderire ad un regime di cambi fissi e di apertura incontrollata dei flussi di
capitale. Ma
rinunciare alla capacità di combattere le recessioni significa anche accettare
il fatto che quando queste arrivano si trasformino lentamente ma
inesorabilmente in depressioni. Soprattutto se la ricerca di una soluzione
viene cercata esclusivamente mettendo pressione al ribasso sui salarie addossando tutto il peso degli
aggiustamenti sulle spalle dei lavoratori: ovvero il metodo socialmente più doloroso e
politicamente più distruttivo che esiste in economia.
Ma il regime gold standard aveva un difetto di progettazione
ancora più grande rispetto alla creazione stessa di depressioni. Riusciva a
perpetuare nel tempo le depressioni, senza arrivare mai ad una soluzione
definitiva. Sotto le regole del gioco infatti, i paesi che erano a corto di oro
dovevano alzare i tassi di interesse per ricevere maggiori prestiti dai paesi che avevano
abbondanza di riserve auree, cosa che tendeva a spingere in basso isalari e ad aumentare le esportazioni. Più esportazioni equivaleva ad
accumulare più oro e quindi i tassi di interesse potevano essere di nuovo
abbassati dando impulso agli investimenti e all’occupazione. Il gioco in
apparenza poteva funzionare, ma c'era un'asimmetria di fondo che lo rendeva
impraticabile ed insostenibile. I paesi avevano bisogno di oro per creare
denaro, ma i paesi che avevano l’oro potevano anche non avere bisogno di
creare denaro. Durante la Grande Depressione degli anni trenta, gli Stati Uniti e la Francia avevano incamerato la maggior parte dell'oro del mondo, ma solo una piccola frazione di
quest’oro fu trasformata in denaro a causa della paura inesistente e ingiustificata
dell'inflazione. I paesi
che avevano bisogno di oro erano quindi costretti a spingere ancora di più
verso il basso i salari per rendere più competitive le loro esportazioni, dato
che c’era una domanda insufficiente a livello globale in conseguenza delle politiche
fiscali e monetarie restrittive degli Stati Uniti e della Francia. Invece di
essere risolta la depressione veniva alimentata, contorcendosi su se stessa.
L'euro
soffre di una simile asimmetria. I paesi debitori del sud Europa continuano a
tagliare i loro salari e i deficit, ma i paesi creditori del Nord non intendono
e non sono costretti da nessun meccanismo di regolamentazione interna ad
aumentare i salari e i deficit. Ovvero invece di tendere a migliorarla stanno
peggiorando la crisi. In altre parole, il nord Europa non sta facendo
abbastanza per compensare la distruzione di domanda che sta avvenendo nell'Europa
meridionale. Anzi, il nord sta contribuendo ad affossare il sud, rischiando
prima o dopo di precipitare anch’esso in una crisi prolungata. Questa lenta
agonia sta trasformando infatti i prestiti che in altre condizioni sarebbero
stati tranquillamente rimborsabili in perdite, perdite che a loro volta forzano un rapido crollo e i successivi
piani di salvataggi, che più
che aiutare concretamente i paesi e le banche del sud servono a ripagare i
creditori del nord. Ribadiamo però che questo processo deflagrante non è solo
un problema per la periferia, ma alla lunga trascinerà nel gorgo anche il
centro. Come gli Stati Uniti e la Francia hanno scoperto negli anni trenta, non è generalmente una buona idea
forzare i vostri debitori verso il fallimento. A suo tempo questa strategia miope ed autolesionista
ha creato solo una depressione senza fine, che è stata risolta poi con l’abbandono definitivo del regime gold standard a partire dal 1931. E non è un caso
che i paesi che uscirono per primi dal gold standard (Inghilterra e Stati Uniti), furono
anche quelli a riprendersi prima e meglio dalla Grande Depressione.
La storia
quindi si sta ripetendo in maniera incredibilmente uguale oggi con l’euro. L’Europa ha deciso di
crocifiggersi su su una croce di euro, così come nel secolo scorso il mondo si era
testardamente inchiodato suuna croce d’oro (il regime monetario gold standard). Il blocco settentrionale dell'euro potrebbe consentire alla
BCE di attuare una politica monetaria espansiva e contemporaneamente cominciare a spendere di più e adaumentare i salari dei suoi
lavoratori. Oppure lasciare che il processo continui ad andare alla deriva.
In questo momento i tecnocrati euroidioti sembrano intenzionati a fare lo stretto indispensabile per evitare che tutto cada a pezzi
rovinosamente, allontanando di giorno in giorno il momento del crollo
definitivo, e poco altro. Ciò è dovuto in parte all’ossessione per
l’inflazione (alimentata mediaticamente dai grandi detentori di capitali e dairentiers,
che vogliono mantenere inalterato nel tempo il potere di acquisto dei loro
immensi patrimoni) e in parte ad una precisa strategia. Infatti, attraverso la depressione
in corso il nord vuole cercare di esercitare una forte pressione sul blocco del
sud, affinché vengano attuate riforme strutturali e impopolari del mercato del
lavoro. In questo
modo il nord non solo potrà razzolare risorse, capitali, patrimoni dal sud, ma
avere anche un serbatoio praticamente illimitato di manodopera a buon
mercato.
Tuttavia,
non concedendo alcuna speranza di ripresa al sud, è molto probabile che un po’
la politica (a proposito, consiglio di ascoltare
attentamente questo video della deputata del Movimento 5 Stelle Laura Castelli per capire il motivo per cui hanno
preso e continueranno a prendere tanti voti in Italia: sono gli unici che,
anche se a spizzichi e bocconi e in modo spesso confusionario, parlano
apertamente e pubblicamente dei problemi veri che stiamo affrontando) e un po’
le sommesse
popolari riusciranno ad impedire al nord, e in particolare allaGermania,
di portare a termine il suo criminogeno piano di macelleria sociale. Di Cina purtroppo ne abbiamo già
una nel mondo. E, con tutto il rispetto, prima di farsi espropriare
completamente dei propri diritti democratici, sono quasi certo che gli europei venderanno cara la pelle. Perché per fortuna la storia si
ripete non solo per quanto riguarda i periodi di declino reazionario e
morale, ma anche
in quelli di rinascita popolare e culturale.
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