spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

venerdì 30 agosto 2013

UN'ANALISI DELLA CULTURA PSEUDOPROGRESSISTA E SOCIALMENTE PERICOLOSA

LA CONGIURA DEI RADICALCHIC

Scritto da: Gianni Petrosillo (26/08/2013)























“Voi intellettuali vi atteggiate tanto, parlate così sofistici, state sempre ad analizzà, a criticà, a giudicà, ma la verità è che non ce state a capì più un cazzo, ma da mò…” Questo è il giudizio inappellabile messo in bocca al coatto romano arricchito, interpretato da Ennio Fantastichini, nel film Ferie D’Agosto del regista Paolo Virzì, che risponde senza alcun metus al professore di sinistra, rappresentato da Silvio Orlando, dalla cui voce aveva appena sentito la solita rampogna sulle regole e sulla moralità pubblica, calpestate dai bestioni un po’ di destra e un po’ berlusconiani, colpevoli di aver portato il Paese sull’orlo del baratro


L’immagine perfetta dell’Italia intortata in contraddizioni superficiali di quest’ultimo ventennio di rintontimento politico e ideologico.
Tuttavia, è ormai molto lontana la soggezione piscologica degli ignoranti da una certa intellighenzia progressista e pseudomarxista, emergente, per esempio, in un’altra pellicola italiana girata negli anni ’70, la Classe operaia va in paradiso, di Elio Petri, che narra le vicende del manovale comunista, Lulù Massa (Gian Maria Volontè), il quale resta impressionato dal linguaggio forbito degli studenti “che non si capisce un cazzo di quel che dicono, ma proprio per questo parlano bene e sembrano saperne più di tutti”.
Oggi, finalmente, anche il popolo rozzo e  beota ha smesso di credere ai ciarlatani della cattedra, troppo raffinati per essere veri e troppi umani per essere migliori (anzi, sono i peggiori di tutti perché frappongono tra loro ed il resto della società una insopportabile spocchia mascherata da superiorità etica), preferendo cascare in nuovi tranelli che almeno non lo costringano a vivere col vocabolario in mano.
Ma gli stessi intellò di ieri, sbugiardati dalla storia e dagli eventi, che proprio non ne vogliono sapere di scendere dal pero per non rinunciare ai vantaggi acquisiti, dopo aver definitivamente perso il soggetto della loro personalissima rivoluzione, stranamente troppo aderente all’oggetto dei loro desideri di ascesa sociale, si ritrovano a discettare di grandi tematiche, discernibili unicamente dalla torre d’avorio su si sono innalzati, in ristretti circoli di facoltosi profeti dell’apocalisse laica. Vorrebbero emancipare la collettività vendendole ancora fumo, certo non più quello nero delle fabbriche e della retorica operaistica bensì quello depurato e inodore di una nuova stagione umanitaria.
Sono all’ultima spiaggia, anche se si tratta dello sciccoso litorale di Capalbio dove puntualmente s’incontrano senza mai scontrarsi. Più mettono al centro dell’universo questioni di lana caprina e più si ritrovano a maneggiare  la merda che si accalca nella squallida periferia della sragionevolezza. Ecologia, decrescita, moralità, civismo, dirittumanesimo, sono problematiche totalmente neutralizzate da un’epoca storica in cui tutto è possibile perché niente ha veramente valore. Eccetto i soldi con cui gli editori pagano i loro soliloqui. Il nocciolo del politicamente corretto sta tutto qui, abbiamo tutta la libertà di spingerci fino ai confini della libertà proprio perché questa è già stata confinata in un recinto.
Poiché il mondo è globalizzato, perlomeno nella sciatteria filosofica e teoretica, le stesse problematiche fasulle vengono rilanciate da un punto all’altro dell’Atlantico. A dir la verità qualcuno cerca ancora di darsi un contegno ed una dignità, ma è ormai difficile capire se lo fa per onestà intellettuale o per invidia verso quei colleghi che saturano la scena mediatica prendendosi le prime pagine dei giornali e l’attenzione della televisione. Ultimamente, è stato Noam Chomsky, apprezzato linguista e studioso competente, il quale pure in passato ha preso qualche brutta cantonata (vedi appello contro l’Iran di alcuni anni fa) ad attaccare un altro chiacchierone a bischero sciolto, guru del movimento occupy Wall Street e disoccupy your brain, Slavoj Žižek.
Noam Chomsky, docente al Massachusetts Institute of Technology, linguista e icona della sinistra yankees, ha denunciato il jargon-ridden (gergo eccessivo), negli studi culturali di ispirazione francese che è preminente nelle  discipline umanistiche, anche negli Usa. Poi è andato dritto al punto: “Io non sono interessato alle pose, usando termini di fantasia come i polisillabi e fingendo di avere una teoria quando non si ha nessuna teoria di sorta…Non c’è nessuna teoria in nessuna di queste cose, almeno non nel senso che intende chiunque abbia familiarità con le scienze o qualsiasi altro campo serio d’analisi. Il suo obiettivo è Žižek “… un esempio estremo di ciò. Io non vedo niente di quello che dice”. Slavoj Žižek è una celebrità nei circoli accademici e non si comprende proprio il motivo di questo successo, o meglio lo si capisce se si esce dalla sfera scientifica e si entra in quella dello spettacolo. Come dare torto Chomsky in questo frangente? Come si può arrivare a mescolare  Marx con Freud e chissà chi altro? Conosciamo bene questa moda anche in Italia dove impazzano giovani filosofi che si definiscono neomarxisti senza aver studiato una pagina una del grande pensatore di Treviri.


Il Chronicle of Higher Education ha soprannominato Žižek “l’Elvis della teoria culturale”, forse  doveva essere un complimento ma la stonatura è fin troppo evidente.
Del resto, prendendo una delle sue citazioni a caso, noi avremmo lasciato cadere il paragone con “The Pelvis” ed avremmo avanzato quello più realistico con Pozzi-Ginori (quelli dei water): “Il gabinetto anglosassone acquista il suo significato solo attraverso la sua relazione differenziale con i gabinetti francesi e tedeschi. Abbiamo una tale moltitudine di tipi di gabinetti, perché c’è un eccesso traumatico che ognuno di loro cerca di accomodare.” Rimanendo alla tazza, mai sentito una stronzata più grossa. Ma l’America è la patria dell’esagerazione e i rifiuti culturali europei vengono accumulate insieme a tutta l’altra cianfrusaglia autoctona che serve allo show ma non alla conoscenza. Il dramma è che certi eccessi oltre atlantici diventano cessi amplificati ritornando da noi come merce d’importazione alla quale gli statunitensi hanno aggiunto il packaging. Dunque, in conclusione, ci ritroviamo a che fare con la stessa merda ma con i bagni culturali spostati in fondo a sinistra.

AUGURI A TUTTI