spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

giovedì 22 agosto 2013

gli Stati Uniti di Barack Obama come la Stasi

Yes, we scan: così gli artisti puniscono lo spione Obama


Scritto il 22/8/13



La notte dell’8 luglio un fascio di luce ha attraversato Berlino, proiettando a caratteri cubitali su una facciata dell’ambasciata americana la scritta “United Stasi of America” e il volto dell’attivista web, nonché icona hacker, già magnate del sito di file sharing Megaupload e ora proprietario di Mega, Kim Dotcom, al secolo Kim Schmitz, un tedesco di Kiel che oggi vive in Nuova Zelanda. A Berlino, la notte dell’8 luglio, c’era il light artist tedesco Oliver Bienkowski, nato nel 1982 a Kassel, famoso per i suoi giochi di luce, in particolare con raggi laser, come quelli contro la Porta di Brandeburgo per la Dresdner Bank, il palazzo della società immobiliare Hypo Real Estate, le statue di Lipsia, i parchi, i ponti e gli antichi palazzi di Kassel, l’arcobaleno di luci sul ponte di Düsseldorf, le Torri Bismarck.
A Berlino c’era Oliver Bienkowski, una passione per la luce sin da piccolo, e c’erano con i loro mantelli neri, le maschere bianche, armati di proiettori a United Stasi of Americalungo raggio, gli attivisti di Anonymous League of Heroes. Una performance interrotta dalla polizia, scandalizzata da quella scritta così irriverente: gli Stati Uniti di Barack Obama come la Stasi, la principale organizzazione per la sicurezza e lo spionaggio della Germania Est, occhio e orecchio contro la libertà dei cittadini. Occhio e orecchio, come il cannocchiale con la scritta “See you” dell’artista Frank Bubenheim, maestro di Oliver Bienkowski, ricordo della vignetta con lo zio Sam che, puntando l’indice, minaccioso ti guarda e ti dice ti vedo. È l’occhio, deformato dalla lente d’ingrandimento, di Obama travestito da Sherlock Holmes di Roman Genn, nato a Mosca nel 1972, studi al Moscow Art College, dal 1991 a Los Angeles, uno che di sé dice: «All’età di cinque anni ho iniziato a collaborare con il regime comunista disegnando per l’asilo poster propagandistici con la scritta “Grazie, compagno Breznev, per la nostra infanzia felice”». Scherza, perché Roman Genn è da sempre un feroce critico dei regimi repressivi.
«Se da un lato apprezzo l’arte brillante di Roman», così D. C. McAllister, una cittadina statunitense attivista per la libertà, «dall’altro non posso tacere il fatto che Obama non ha né la dignità, né l’intelligenza di Sherlock Holmes, né il suo garbo. Persino Moriarty è al di sopra di lui». Una caricatura così dissacrante da conquistare una delle copertine della “National Review”. Occhio e orecchio, come l’orecchio di Colui che origlia dell’artista estone Kaljo Põllu. Era il 1968 e le truppe sovietiche erano da poco entrate a Varsavia, un duro colpo anche per l’Estonia. L’opera, oggi allo Art Museum of Estonia di Tallinn, è infatti la rappresentazione della “situazione paranoica”, conseguenza dell’occupazione sovietica, dove nessuno poteva più fidarsi di nessuno, se non «parlando una lingua dove colui che origlia non può capire».
È l’orecchio su metallo, carta e gesso con copertura in cera di “Approssimazione” dell’artista austriaco Franz West, oggi al Museum moderner Kunst Stiftung Ludwig di Vienna, con l’orecchio che da simbolo positivo diventa simbolo delle informazioni “usate in modo distorto”, con una “sorveglianza al servizio della sicurezza” sempre “più serrata” e i “dati personali immagazzinati” sfregio al “diritto dell’autodeterminazione dell’individuo”. Che è poi quello che faceva la Stasi nella Germania Est e quello che da tempo fa anche la Casa Bianca, cui le soffiate di Edward Joseph Snowden, ex collaboratore della National Security Agency, l’agenzia federale Usa al centro della scandalo Datagate, hanno strappato la maschera, Le vite degli altri, parodia con Obamasvelando un piano di sorveglianza di massa, chat, video, messaggi di posta elettronica, telefonate, senza precedenti.
Non solo presunti terroristi, questa l’accusa; l’orecchio della Casa Bianca ha colpito chiunque, semplici cittadini, persino ministri, politici e diplomatici di governi alleati. Gli Stati Uniti come la Stasi, dunque, con la National Security Agency bollata dal “New Yorker” come «la più grande, costosa e tecnologicamente sofisticata organizzazione di spionaggio che il mondo abbia mai conosciuto». Poco prima che a Berlino Oliver Bienkowski proiettasse con un’azione di guerilla style political campaign la grande scritta contro l’ambasciata, “Der Spiegel” aveva parlato non a caso di «totalitarismo morbido di Obama» e Markus Feber, un politico tedesco allineato con il governo conservatore di Angela Merkel, di «metodo Stasi in stile americano».
Ma le dichiarazioni della cancelliera tedesca a difesa del lavoro dei servizi di intelligence, che «negli stati democratici è stato sempre indispensabile per la sicurezza dei cittadini», non hanno fatto altro che scatenare su Berlino una seconda performance con i grandi proiettori a lungo raggio pronti a colpire con la grande scritta e i volti degli attivisti di Anonymous la facciata dell’ambasciata americana. Né è un caso che negli Stati Uniti l’artista Matthew Kenyon, originario di Baton Rouge nella Louisiana e che un prestigio ce l’ha fra insegnamento universitario, esposizioni, premi, riconoscimenti, studi sulla convergenza fra arte, tecnologie emergenti e cultura pop, abbia raffigurato Obama con lo sguardo spiritato mentre di notte sbuca fra i grattacieli di una città americana, da dove spiare tutto e tutti. Per non parlare dell’Obama agente segreto con Panama, scarpe nere lucide e bombate, impermeabile giallo del caricaturista austriaco PascalPascal Kirchmair: "Yes, we scan"Kirchmair e che ridicolo ti dice “Yes, we scan. E non c’è niente che tu possa fare”.
In Germania odiano la Stasi, anche ora che non c’è più, dopo essere stata spazzata via con il suo carico di terrore e repressione con il crollo del Muro di Berlino, tanto che dopo lo scandalo Datagate la gente ha sfilato per le strade sollevando cartelli con il faccione di Obama e la scritta “Stasi 2.0.”.
InGermania odiano la Stasi, e non solo in Germania.
 “The Ministerium für Staatssicherheit or Stasi or paranoia in extension”, così qualcuno ha scritto, tempo fa, pensando al grigio palazzo di Berlino Est, quartier generale dall’arredamento kitsch trionfo di formica della Sant’Inquisizione comunista in salsa tedesca tutto stanze, finestre, corridoi, telefoni e monitor. Michael Macfeat, un artista di Philadelphia, studi al Philadelphia College of Art, ha commentato una delle sue immagini visionarie, quella molto out of focus con filo spinato, “World view of the Stasi if the Stasi Had the luxury of a Worldview”. E ancora, sovrapponendo a caratteri cubitali su un’immagine, anche questa sfuocata e con edifici ricordo di una prigione, la scritta “Stasi”, come dire, l’inferno.
L’inferno filmato nel 1997 da Jane e Louise Wilson, le due gemelle artiste inglesi, famose per le loro perfomance foto e video, per la loro video installazione “Stasi City”, viaggio fra le stanze e le mura di quel luogo di terrore e asfissia. Dopo la performance berlinese di Oliver Bienkowski, un portavoce dell’ambasciata americana ha rilasciato a un’agenzia di stampa una dichiarazione dai toni isterici: «Davvero molto divertente. Chi fa di questi paragoni non sa nulla né della Stasi né degli Stati Uniti», questo mentre dalla Nuova Zelanda Kim Dotcom affidava a Twitter l’impresa: «La notte scorsa a Berlino ho sfidato l’ambasciata americana con una proiezione che sa di verità». Giorni prima che Oliver Bienkowski e i suoi prendessero di mira l’ambasciata americana, Rosa Cerruto, da Amsterdam, diffondeva la vignetta “Liberty of Spy” raffigurante la Statua della Libertà con tanto di parabola, laptop e grandi cuffie con microfono. Un po’ come negli Stati Uniti con il logo della National Security Agency con tanto di aquilotto con cuffie Nsa secondo Anonymousperso fra grovigli di cavi.
Le vignette e le illustrazioni di Rosa Cerruto sono straordinarie, come “Eurodiscobolus”, quella con il discobolo con una grande moneta da un euro, simbolo del disco, e un sacchetto blu con le stelle dell’Unione Europea, simbolo del saccheggio della Grecia a opera di Bruxelles. Architetto e illustratrice italiana, studentessa Erasmus all’università di Girona, in Spagna, laurea allo Iuav di Venezia, allieva della Scuola Internazionale d’Illustrazione di Sàrmede, fondata da Stěpán Zavřel, Rosa Cerruto oggi vive e lavora in Olanda. Ha lavorato in diversi studi di architettura sia Italia che in Olanda collaborando con riviste specializzate prima di dedicarsi a tempo pieno all’attività di illustratrice freelance, realizzando illustrazioni per clienti privati, editoria, aziende, eventi culturali, partecipando a numerosi concorsi internazionali con i lavori selezionati quindi inseriti in catalogo e con le sue illustrazioni esposte in Italia, Olanda, Belgio,Turchia.
Anche Rosa Cerruto, così come gli altri artisti e illustratori, sorride della Casa Bianca e dei suoi goffi tentativi di nascondere lo scandalo. E se Obama pensava di fuggire, a lui hanno pensato i primi, fino a scimmiottare il più famoso fra i poster di Shepard Fairey, meglio conosciuto come Obey, lo street artist, influenzato dalla pop art di Andy Wahrol e dal costruttivismo russo degli anni Venti, che nel 2008 realizzò i poster per la campagna elettorale del senatore di Chicago. E mentre è sotto gli occhi di tutti il declino morale del Nobel per la Pace che fa spiare tranquilli cittadini, ministri, politici, diplomatici, paesi stranieri e giornalisti, ci sono loro, artisti e illustratori, a ricordarci ancora una volta delle storture del potere.
(Stefania Elena Carnemolla, “Yes, we spy – quando l’arte colpisce il potere”, reportage pubblicato l’8 agosto 2013 da “Tiscali Notizie” e ripreso da “Megachip”).