spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

sabato 17 agosto 2013

In viaggio per capire piazza Taksim

Chi tifa per piazza Taksim, ben oltre i confini della Turchia


«Io dalla Bulgaria non passo, grande problema». Mehmet Demir, camionista turco di 36 anni che da 58 giorni non vede sua moglie e i suoi due bambini, non ne vuole sapere di portarci a Istanbul lungo la vecchia via camionabile, quella che dalla Slovenia passa da Croazia e Serbia per poi rientrare in Europa per il boccaporto più marcio, Romania e Bulgaria. Ha paura che la polizia gli chieda una mazzetta. «Sempre fanno questo», biascica in un italiano stentato. E se sul Tir ci sono anche due giornalisti, è ancora più probabile che ci fermino. Così ci guarda, con gli occhi neri cerchiati di sangue, e col dito disegna nell’aria un nuovo itinerario: dopo Belgrado si va giù in picchiata verso la Macedonia, si passa in Grecia e si imbocca la via Egnatia, che di storia ne ha vista passare certamente anche più della vecchia pista camionabile.
Sono partito, con la collega Cristina Scanu, per arrivare in Turchia, capire cosa c’è dietro la dura repressione di piazza Taksim, vedere il Bosforo, Cipro, piazza Taksimil Kurdistan, l’Armenia e tutto ciò che separa la patria di Ataturk dall’Europa. «Vi porto io», aveva risposto Mehmet sotto il cielo vivido di un giorno di luglio, mentre la voce che due giornalisti avrebbero attraversato tutta l’Europa dell’est per raggiungere Istanbul già circolava tra i camionisti russi, georgiani e moldavi. Quattro giorni in Tir da Treviso a Istanbul, poi in pullman per tutta la Turchia, in Anatolia, Iraq, fino in Armenia passando dalla Georgia perché il confine tra i due paesi è chiuso. Abbiamo tra le mani un racconto stupendo. Quello di un paese che è come una polveriera pronta a saltare.
Per raccontare piazza Taksim e la voglia di democrazia della Turchia, devi andare lontano da piazza Taksim. Nella ricca costa di Antalya, piena di soldi e resort per tedeschi e norvegesi; a Cipro nord, lo stato fantasma riconosciuto solo dalla Turchia, con i racconti dei reduci e quel confine surreale tra parte greca e parte turca; devi andare alla frontiera con la Siria, parlare con i profughi di Aleppo. O nel Kurdistan, a Diyarbakir o Gaziantep, le città assediate dall’esercito turco, dove la gente ti dice che se può parlare la propria lingua è solo per la lotta armata del Pkk. Oppure sulle montagne dell’Iraq del nord, con i guerriglieri che si stanno ritirando su ordine di Ocalan. Ascoltare i racconti delle marce forzate lunghe anche 3 mesi, la repressione a Istanbulnostalgia per laguerra, e quella frase ripetuta di continuo: «Da qui non me ne vado, e il mio kalashnikov i turchi non lo avranno mai».
Piazza Taksim per loro è l’unica alternativa non solo per abbattere Erdogan, ma per cambiare la mentalità di un paese. Poi siamo stati nel feudo elettorale del premier turco, a Erzurum, dove in pieno ramadan non puoi neanche fumare in strada o mangiare in un ristorante, ti rimproverano. Poi il viaggio fino in Armenia e i racconti pieni d’odio dei soldati del Karabakh (l’enclave armena che il turcofono Arzebaijan reclama e che gli armeni hanno difeso all’arma bianca), e quell’assurdo confine che tutti vorrebbero aprire, tutti salvo il governo turco. Così per arrivarci devi passare dalla Georgia, due giorni di viaggio se ti muovi solo con il pullman.
E poi Istanbul, la capitale contesa, rimpianta da migliaia di greci del Ponto, le cui storie ho raccontato in “Un’estate in Grecia”. L’inizio e la fine. Il collo di bottiglia dove si è incanalata la voglia di democrazia di un intero paese. Erdogan arresta sindacalisti e giornalisti. E chiunque nella Istikal caddesi (la via principale) tiri fuori uno striscione, viene lavato con getti urticanti. Poi, nel giro di pochi minuti, spuntano centinaia di manifestanti e la rivoltaricomincia. La Turchia era pronta a una nuova primavera. Erdogan lo sapeva, per questo la temeva.