spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

venerdì 23 agosto 2013

Information Communication Technology (ICT) italiano è solo al 52esimo posto

L’Italia digitale, in bilico tra arretratezza e disoccupazione tecnologica

21 agosto 2013






Dietro al Montenegro e all’Oman: nonostante l’avventurosa decisione di abolire per decreto l’utilizzo del fax negli uffici della pubblica amministrazione, l’Italia nel digitale rimane ancorata all’inglorioso 52esimo posto.

C’è da dire che è in buona compagnia. Lo sanno bene i giganti dell’economia del web, come il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg: si tratta di un’opportunità da non lasciarsi sfuggire, e difatti il numero uno del social network ha lanciato oggi la campagna Internet.org, un’iniziativa che coniuga obiettivi sociali con quelli economici. In che modo? Mettendo insieme leader dell’elettronica come Nokia, Ericsson, Samsung o Qualcomm, con l’obiettivo di lanciare in rete (quella del Web) grazie alla connessione mobile.

Nel mondo, ad oggi, soltanto 2,7 dei circa 7 miliardi di persone che lo popolano hanno accesso alla rete, sebbene l’espansione di internet cresca del 9% ogni anno. Dai numeri in ballo si capisce la portata economica dell’impresa. E anche la penetrazione del Ict – Information and Communication Technology – nel nostro Paese resta tardiva, ma proprio per questo carica di possibilità.

La situazione italiana – comunicano da Economia sotto l’ombrellone, la nota rassegna di Lignano Sabbiadoro, che quest’anno tocca anche l’Ict – è particolarmente arretrata rispetto alla media europea: solo il 52% delle famiglie italiane è connessa a internet, contro il 70% della media europea e il 90% dei Paesi più avanzati del Nord Europa. Ancora peggiore, se possibile, la situazione delle aziende per le quali il previsto aumento di circa 500 milioni di euro degli investimenti in Ict, riguarda al 95% le grandi aziende, mentre le pmi (che sono circa il 98% delle imprese italiane) raggiungeranno solo 5% degli investimenti complessivi. Infine, il “cloud”, che è una delle nuove frontiere dell’Ict, rappresenta solo il 3% degli investimenti delle aziende italiane in tecnologie informatiche. Semplicemente drammatica sembra poi la situazione delle pubbliche amministrazioni per le quali solo recentemente si è cominciato a prevedere un aggiornamento costante delle tecnologie Ict.

Partendo da zero, o quasi, non si può però che salire. Basti pensare che i responsabili dell’Agenda digitale italiana hanno calcolato che un adeguamento del Belpaese agli standard più avanzati comporterebbe un aumento di almeno 1,5 punti di Pil. Perché quest’orizzonte si realizzi, però, occorrono investimenti: «Se è vero che viviamo un periodo di risorse limitate – commenta Marco Crasnich di Overlog, che ha presto parte al dibattito – è anche vero che gli investimenti in Ict fatti da un Paese si ripagano a breve termine con una significativa crescita del Pil».

Senza contare le notevoli possibilità che l’informatizzazione potrebbe garantire in termini di spesa più efficiente. Si pensi agli appalti pubblici: «Una semplice gestione correttamente informatizzata dei magazzini del settore pubblico – osserva Crasnich – potrebbe comportare notevolissimi risparmi. Si consideri solo il fatto che il 37% dei medicinali acquistati dalla sanità italiana finisce per rimanere inutilizzato». Ma l’argine a questi progressi non sta soltanto nelle macchine o nelle infrastrutture tecnologiche, quanto anche nelle persone.

Al di là dei ritardi, infatti, anche in Italia il settore Ict nei prossimi anni dovrebbe garantire un considerevole aumento dell’occupazione; il problema, però – riferiscono dalla kermesse di Lignano – è la difficoltà di trovare persone adeguatamente preparate per lavorare nel settore e la distanza che rimane tra scuola e azienda. «Ci sono studi che dimostrano che il portare la banda larga nei vari territori crea un aumento di posti di lavoro doppio rispetto alla perdita di posti di lavoro generata dalla crescita dei sistemi informatici che utilizzano la stessa banda larga», precisa Manuel Pascolat di Inasset, uno dei principali datacenter italiani.

Ma questo non può certo essere un fenomeno spontaneo. L’esperienza empirica delle attuali dinamiche della disoccupazione tecnologica, anzi, suggeriscono che l’informatizzazione (insieme alla progressiva robotizzazione, altra faccia della stessa medaglia) sta travolgendo i lavori più routinari e chi li svolge – colletti blu o bianchi che siano non fa differenza – sostituendo il lavoro umano con la produttività delle macchine. Le quali (neanche loro), per inciso, non lavorano comunque “a gratis”: attualmente al mondo esistono 7,5 milioni di data center, uno stock in aumento, e che già adesso rappresenta ormai l’1% dei consumi energetici globali, con una conseguente politica di contenimento dei consumi che urge essere attuata.

L’adeguata formazione dei cittadini invocata a Lignano muove dunque da una duplice esigenza. La prima, quella di favorire l’ascesa di un settore economico tanto promettente quanto pervasivo nella nostra quotidianità; la seconda, quella di preparare i lavoratori a poter cavalcare a proprio vantaggio la continua ascesa delle macchine, e non a subirne soltanto il passaggio. Perché nella prospettiva di un’economia sostenibile un punto di Pil in più porta ben pochi vantaggi, se è stato costruito sulle spalle di migliaia di lavoratori che hanno perso il proprio posto, magari proprio per far spazio a un pc in più.