spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

lunedì 12 agosto 2013

un approccio diverso alla teoria di "potere assoluto" del capitalismo

John Holloway (Dublino, 1947) è un giurista, sociologo, filosofo marxista irlandese, i cui lavori sono strettamente associati al movimento Zapatista in Messico, dove vive dal 1991. È stato anche preso ad ispirazione da alcuni intellettuali legati ai piqueteros in Argentina, dal movimento Abahlali baseMjondolo in Sudafrica e dal Movimento new-global in Europa e Nord America. Nato a Dublino, in Irlanda, ed ha ottenuto un dottorato in Scienze Politiche presso l'Università di Edimburgo. Attualmente è professore presso l'Istituto per le Scienze Umane e Sociali dell'Università Autonoma di Puebla. Il suo libro del 2002, Cambiare il mondo senza prendere il potere, è stato oggetto di molti dibattiti nei circoli marxisti: vi si sostiene che la possibilità di rivoluzione risieda non nella presa di possesso degli apparati di stato, ma in atti quotidiani di rifiuto sdegnato della società capitalista – il cosiddetto contropotere, o 'l'urlo' come più volte lo definisce Holloway. È considerato un deciso Autonomista tanto dai suoi sostenitori quanto dai suoi critici, ed i suoi lavori sono spesso comparati e contrapposti a quelli di figure del calibro di Antonio Negri. È fratello dello scrittore ed accademico David Holloway, e cugino di primo grado della attivista politica canadese Kate Holloway e dell'intrattenitrice. «Come cambiare il mondo senza prendere il potere?» si chiedeva il sociologo e militante americano John Holloway nel suo libro più conosciuto. Crack Capitalism ne rappresenta l’approfondita risposta. Una risposta all’apparenza semplice: creando zone di frattura nelle forme di dominio del capitalismo e lasciando che queste fratture si espandano. Secondo Holloway le forme di vita, di relazione, di conflitto, di lavoro che si sottraggono alla logica del capitale non cessano di proliferare. Innumerevoli sono le istanze di produzione di spazi liberi, di spazi della «dignità». Ma per Holloway si tratta anche di dare a questi spazi una forma che non sia più in alcun modo riconducibile a quella del capitale, dunque una forma quanto più possibile lontana da quello dello Stato. La nuova grammatica della rivoluzione deve dunque partire dalla forma stessa dell’organizzazione, che è in quanto tale un momento di sottrazione alla dinamica del potere: dalla Comune di Parigi alle asambleas argentine, numerose sono le esperienze storiche e contemporanee a cui guardare. Sono questi momenti quotidiani di ribellione, nei quali sperimentare diverse modi di fare, che rappresentano delle vere e proprie crepe del sistema di sfruttamento.