spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

martedì 26 novembre 2013

LA LEGGE DI STABILITA' IN UN PAESE NON STABILE.

L'Italia e la ripresa della produttività
26/11/2013








La stagnazione della produttività è all'origine della crisi italiana. Ma l'intervento della legge di stabilità sul cuneo fiscale non servirà a rilanciarla.
Son passate quasi due settimane da quando la Commissione Europea ha sostanzialmente, anche se non formalmente, bocciato la Legge di Stabilità (LS) proposta dal governo Letta. Semaforo arancione dalla Commissione.
Per rispondere alle obiezioni della Commissione, il governo italiano ha argomentato che altri interventi sono in programma per ridurre il debito, e che si impegna a tradurre i programmi in azioni concrete entro le scadenze previste, senza comunque modificare i saldi della LS inviata al Parlamento italiano ed alla Commissione Europea.
Il governo Letta cerca di inviare un segnale nelle intenzioni forte alla Commissione europea per garantire che l’Italia rispetterà i vincoli posti dai Trattati e loro modifiche recenti 2011-2012, quegli stessi vincoli che hanno bloccato l’Europa dopo la flebile ripresa del 2010 e che l’hanno gettata nella depressione di una durata, sinora, di 6 anni, dal 2008 al 2013. Non vi sono azioni particolari che il governo avanza per modificare nella direzione di crescita ed occupazione la LS proposta, la quale nei saldi rimane immutata, mentre nella composizione è oggetto di negoziazioni parlamentari il cui esito sarà tutto da verificare alla scadenza della approvazione finale dei due rami del Parlamento.
È evidente che questi interventi hanno un unico scopo, quello di cercare di soddisfare i tecnocrati europei che richiedono il rispetto dei vincoli che sono stati imposti con i Trattati e le loro recenti revisioni, Six Pack e Two Pack. Diversamente da quanto sostenuto all’epoca della chiusura dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo nell’estate 2013, questa chiusura non ha sancito l'entrata dell’Italia nell’élite dei paesi virtuosi dell'Unione Europea, e neppure ha segnato la fine dell'austerità ed aperto margini per politiche fiscali espansive.
(vedi Agenor inbilanciamoci.info:http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/capitali/Austerity-Italian-Style-18714). La verità è che dall’inizio della crisi l’Italia ha perso 9 punti percentuali di reddito, ha un tasso di disoccupazione ufficiale del 12%, una base produttiva ridimensionata dopo una perdita del 25% di produzione industriali. Nel frattempo, dopo anni di austerità espansiva e di consolidamento fiscale il rapporto debito/Pil italiano supererà la soglia del 130% a fine 2013 e si prevede una ulteriore crescita per il 2014 verso la soglia del 135%, quando nel 2010 era il 119% ed il 103,6% nell’ultimo anno prima della crisi, il 2007, quindi oggi 30 punti percentuali in più dal pre-crisi.
Europa, cuneo fiscale e la trappola della produttività.
La Legge di Stabilità costituiva una tappa fondamentale per la sopravvivenza del Governo Letta, nella prospettiva della sua durata per tutto il tempo richiesto dalla presidenza italiana del Consiglio Europeo sino alla fine del 2014, ed anche oltre. Dopo una estate nella quale i partiti che sostengono il governo delle larghe intese hanno trascorso il tempo a discutere per l’ennesima volta dell’Imu, l’unica patrimoniale esistente in Italia, e poi a far legiferare il Parlamento per la sua abolizione, le parti sociali chiedevano un segnale forte per la crescita e l’occupazione, ad iniziare da una riduzione consistente del cuneo fiscale che deprime i salari ed anche la competitività delle imprese. La proposta governativa non riesce ad andare neppure in questa direzione, se non molto tiepidamente e con un certo tasso di incoerenza interna. I vincoli europei, da un lato, e la politica italiana, dall’altro, costringono a definire una Legge di Stabilità del tutto inadeguata, in continuità con le politiche del rigore e dell’austerità.
I vincoli europei che impongono il consolidamento fiscale dettati dai parametri della soglia del 60% debito/Pil, del 3% deficit/Pil, del pareggio di bilancio strutturale corretto per il ciclo come obiettivo di medio termine, a meno dello 0,5%, non lasciano margini di manovra per le politiche fiscali anti-cicliche, proprio perché sono ottusamente costruiti per politiche pro-cicliche: in presenza di crisi i vincoli impongono l’austerità trasformando la crisi in depressione, in presenza di ripresa economica gli stessi vincoli sono tali da frenarla e riportare il sistema nella crisi, solo in presenza di forte crescita i vincoli diventano meno stringenti ed alleggeriscono la morsa su debito e deficit in rapporto alla crescita del reddito. In aggiunta, il percorso di consolidamento fiscale progettato per riportare il rapporto debito/Pil sotto il 60% impone una cura ai paesi che hanno rapporti giudicati eccessivamente elevati, oltre il 100%, così severi ed ottusi che il malato peggiora invece di guarire, ed il suo rapporto debito/Pil aumenta, anziché ridursi. Non solo quei parametri appaiono oggi artificiali anche perché costruiti in tempi nei quali la crescita era nell’ordine del 3% annuo, ed il rapporto debito/Pil si aggirava proprio attorno al 60% (media dei paesi candidati all’Euro negli anni novanta), ma perché il consolidamento fiscale impone oggi un rientro dal debito in venti anni che non lascia spazio per alcuna politica di crescita di reddito ed occupazione, e genera solo depressione nei paesi che la devono praticare, i paesi periferici, diffondendola nei paesi che non sono tenuti ad applicarla, i paesi virtuosi. Solo abbandonando tali vincoli e tale percorso di consolidamento, la politica fiscale può riacquistare alcuni gradi di manovra, da impiegarsi per la crescita e l’occupazione e da cui far discendere condizioni e tempi di rientro dal debito.
Tuttavia la situazione italiana presenta una sua specificità negativa, che colloca il nostro paese in una posizione ad alta criticità rispetto a quelle di altri paesi dell’area Euro, dell’Unione Europea, e di tutti o quasi tutti i paesi industriali. La crescita della produttività del lavoro è prossima allo zero dall’inizio degli anni ’90, e ciò costituisce un fattore di pressione verso il basso sia sulle retribuzioni che sulla competitività delle imprese. Il parametro che comunemente, ma non senza giustificate obiezioni, viene richiamato è il costo nominale del lavoro per unità di prodotto, in quanto determinante del prezzo del prodotto. Esso è costituito da due componenti, il costo (nominale) del lavoro, al numeratore, e la produttività (reale) del lavoro, al denominatore. Pensare di ridurre il primo per accrescere la competitività di ciò che si produce può essere cosa giusta da fare, soprattutto quando questo è alto non a causa delle retribuzioni che vanno in tasca al lavoratore, quanto delle imposte sul lavoro che sono pagate dal lavoratore e dall’impresa. Ridurre il cuneo fiscale, spostare la tassazione dal lavoro e dalla produzione di reddito a consistenze patrimoniali ed alla ricchezza finanziaria e non, ovvero dai flussi agli stock, libera risorse che possono accrescere le retribuzioni dei lavoratori, e quindi la domanda interna, e la competitività delle imprese via effetti sui prezzi di ciò che viene prodotto. Questa politica può avvantaggiare il lavoro e l’impresa, senza scaricarne il costo sui servizi offerti dall’amministrazione pubblica, in primis sanità, scuola e formazione, welfare, ecc. Ecco perché le parti sociali chiedono da tempo che si pratichi questa politica, e auspicavano che la Legge di Stabilità 2014-2016 costituisse l’occasione per una riduzione non simbolica del cuneo fiscale. Siccome così non è, ora chiedono che i risparmi che deriveranno dalla revisione della spesa (spending review), annunciati in 32 miliardi di € nel triennio 2014-2016, e dalla lotta all’evasione fiscale, siano automaticamente destinati per una quota del 90% alla riduzione del cuneo fiscale, e solo per la restante quota all’abbattimento del debito pubblico (http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2013-11-24/presidente-letta-ascolti-paese-140553.shtml?uuid=ABYeQNf). La situazione è così grave per la competitività delle imprese, per i redditi da lavoro, e quindi per la domanda interna che o si da priorità assoluta a questo rispetto al consolidamento fiscale, oppure una parte consistente del tessuto produttivo italiano rischia davvero di scomparire, e con esso le imprese che lo compongono ed il lavoro che ne crea il valore.
L’intervento prioritario ed assoluto sul cuneo fiscale, che conduce ad abbassare il costo nominale del lavoro, ovvero il numeratore di quel rapporto che è il costo del lavoro per unità di prodotto, rischia però di avere “fiato corto”, e di venire presto neutralizzato dalla dinamica della produttività che tutti gli altri paesi hanno e che quasi solo a noi manca del tutto. La stagnazione della nostra produttività dopo poco tempo inizierà di nuovo a premere sulla competitività di ciò che produciamo, sul lavoro e sull’impresa, soprattutto sui salari in presenza, non dimentichiamolo, di una moneta comune nell’eurozona che spinge verso politiche di svalutazione interna a tutto svantaggio del lavoro e della sua retribuzione. Inoltre, in questa Eurozona dove detta legge il consolidamento fiscale e dove le “riforme strutturali” sono lo strumento imposto dall’Europa agli stati membri per riguadagnare competitività, ogni paese viene forzato a replicare ciò che fa il vicino, per cui una manovra che abbassa il costo del lavoro in un paese viene imitata da un altro paese, agendo sulle tasse o sui salari. È la legge della svalutazione interna, nella quale l’Italia con la sua trappola della stagnazione della produttività, è la prima ad uscirne sconfitta. Ecco perché focalizzarsi sul cuneo fiscale, impegnare tutte le risorse per la sua riduzione rischia di essere una politica di corto respiro in presenza di produttività stagnante e moneta unica, una politica che rischia dopo poco tempo di penalizzare il lavoro e l’impresa, e come un boomerang di riportare il paese al punto iniziale. Occorre non dimenticare che il declino dell’economia italiana ha origini lontane, risale a ben prima della nascita dell’Euro, che la stagnazione della produttività ne è alla base, ed è alla base della dinamica piatta delle retribuzioni nonché della competitività delle imprese, e molto contribuisce alla stagnazione della crescita della domanda interna e del reddito nazionale. La stagnazione della produttività origina molto dalle scarse risorse economiche che il mondo delle imprese, pubbliche e private, e la pubblica amministrazione, il soggetto pubblico in generale, destinano da decenni all’innovazione, tecnologica ed organizzativa, all’istruzione ed alla formazione. L’insieme del capitale immateriale fa la differenza, che è fattore cruciale di componenti sistemiche, connettive e aziendali che spiegano la performance negativa della produttività italiana. Se non si cura questa stagnazione, gli effetti positivi di ogni altro medicamento, riduzione del cuneo fiscale compreso, benché necessario, verranno presto neutralizzati, lasciando il malato cronico in uno stato persino peggiore.
Cosa ci serve per uscire dalla trappola della stagnazione della produttività? Abbiamo cercato di rispondere a questa domanda in una serie di interventi su Sbilanciamoci.info, (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Ripensare-gli-obiettivi-e-i-metodi-della-contrattazione-16529). Qui facciamo un passo ulteriore, perché la gravità della depressione italiana lo richiede. Proprio perché la stagnazione della produttività in Italia ha radici lontane, che con l’Euro si sono acuite ma di cui l’Euro non tiene responsabilità diretta, bensì sono radicate in fattori strutturali, dal lato della domanda, della distribuzione e dell’innovazione, è su questi fattori strutturali che occorre intervenire. Oggi la riduzione del cuneo fiscale che le parti sociali chiedono con vigore può avere un senso solo se è parte di una politica nazionale, in un contesto europeo, che (a) rilanci la funzione distributiva e di sostegno della domanda che svolge la dinamica salariale, (b) vincoli le imprese ad impegnare risorse in ricerca, innovazione tecnologica, innovazione organizzativa, (c) impegni il soggetto pubblico ad investire in istruzione, formazione, ricerca ed innovazione. Essa deve costituire un reale cambio di rotta per la politica economica e sindacale. Le risorse economiche che le parti chiedono vengano destinate alla riduzione del cuneo fiscale siano vincolate e quindi distribuite in funzione degli impegni concreti che le stesse assumono sul terreno della ricerca e dell’innovazione, ed il soggetto pubblico assuma come obiettivo prioritario quello di sostenere tali impegni, con risorse economiche ingenti per progetti di ricerca di base ed applicata, politiche di innovazione e trasferimento tecnologico, investimenti in istruzione e formazione. Le articolazioni, modalità e procedure per tali interventi possono essere trovate; occorre che tutto ciò sia fatto con un basso tasso di complessità normativa: Essenziale è che si concordi anzitutto su questo obiettivo comune.
Vi sono le condizioni politiche per perseguire questo obiettivo? Le parti sociali hanno investito molto sul governo Letta dal dopo elezioni 2013. Non era all’epoca l’unica scelta che poteva essere fatta. Alternative avrebbero dovuto essere esplorate, ma così non è stato fatto. Sbagliando, a mio parere, ma questa è una valutazione che certo poco conta. A distanza di sei mesi, appare chiaro però che non abbiano realizzato alcuno degli obiettivi che si erano proposti, il rendimento dell’investimento fatto appare particolarmente sconfortante, pressoché nullo. Dopo il documento sottoscritto a Genova il 2 settembre 2013 (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-09-03/legge-stabilita-crescita-fiducia-064018.shtml?uuid=AbndClSI&fromSearch), il pronunciamento del 24 novembre 2013 su Il Sole24Ore appare un ultimo avviso inviato al governo Letta, un out out finale, che probabilmente avviene anche a tempo scaduto essendo la Legge di Stabilità sostanzialmente in via di approvazione, con voto di fiducia in Parlamento, nella versione attuale. Tempi supplementari non dovrebbero essere contemplati, in un “paese normale”, ma come purtroppo sappiamo l’Italia è tutto fuorché un “paese normale”.