spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

sabato 15 febbraio 2014

IL ROTTAMATORE DA ROTTAMARE


Il «giovane rottamatore che ha fretta» Così la 

stampa  straniera vede Renzi






«Matteo Renzi è un mentitore pericoloso», taglia corto Pino Cabras su “Megachip”. «Ha illuso milioni di elettori con la narrazione del Rottamatore, ma ha rottamato solo chi gli si opponeva, imbarcando ogni genere di boss e sotto-boss nella sua scalata». Una lunga sequenza di menzogne: aveva «dichiarato solennemente di non voler andare a Palazzo Chigi senza legittimazione popolare», mentre ora – abbattendo Letta – disegna il nuovo scenario «con un Parlamento eletto con una legge incostituzionale», peraltro peggiorata con l’aiuto del Cavaliere, «con il quale – altra bugia per prendere i voti – diceva che non si potevano mai fare accordi». Il nuovo capo del Pd tradisce sistematicamente chi gli ha dato fiducia? «Certo, Renzi ha un disegno. Ma questo disegno non è nelle mani di alcuno che gli abbia dato fiducia dal basso. È nelle mani dei veri potenti che detengono le cambiali politiche che Renzi ha firmato durante la fase ascendente della sua parabola». E gli “azionisti” di Renzi non sono soltanto italiani. I mercati avranno il premier che vogliono: giovane, per dare anche visivamente l’impressione che qualcosa sta cambiando (anche Letta è “giovane”, ma purtroppo non lo sembra); veloce, per “fare” le cose più sgradevoli senza che si riesca a capire in tempo di cosa si tratta; disincantato, quindi privo di riguardi istituzionali, costituzionali; ruffiano, per “distrarre” il pubblico con battutine e spiccioli di “cura sociale” (aggiustare qualche scuola, mentre ti levano tutto il resto, professori compresi); esecutore fedele, perché completamente privo di un progetto autonomo (“far ripartire l’Italia” è uno slogan usato da tutti i governi degli ultimi 70 anni; ma anche prima…). È la prima volta che una crisi di governo – tra le più ingiustificate degli ultimi venti anni – non viene accompagnata da violente oscillazioni di Borsa o da rapidi impennamenti dello spread. I mercati apprezzano, Confindustria l’aveva chiesto (“o un cambio di passo o un cambio di governo”). Quindi ai mercati va benissimo così.Cosa rimproveravano a Letta, enfant prodige del Bilderberg? L’eccesso di tatticismo, il rispetto degli equilibri in una maggioranza composita, il subire veti incrociati alla lunga logoranti, un piglio poco arrembante. La lista delle “cose da fare per cambiare il paese” è lunga, dolorisissima, piena di obiettivi alquanto complicati. A cominciare da quelle riforme costituzionali che non riescono ad andare in porto neanche istituendo una “commissione di saggi” apposita. L’immagine della “palude”, evocata da Renzi e non solo, rende fino a un certo punto la sensazione derivante dall’intrico di “resistenze al cambiamento”, della molteplicità di soggetti e forze in qualche modo titolari di un potere “legittimo”, sentito come intangibile o irriducibile. Un reticolo di interessi nati e moltiplicatisi nell’epoca delle “vacche grasse”, tra clientele e rendite di posizione; ma anche di diritti sociali, sindacali, civili in senso stretto, idealmente “garantiti” dalla Costituzione.Tutte forme cresciute intorno alla funzione di “mediazione sociale” di uno Stato obbligato a pacificare il conflitto, assicurare il consenso, “promuovere la partecipazione”. Tutta roba che oggi appare un “ostacolo” alla piena affermazione della centralità dell’impresa nell’epoca della stagnazione perenne, della crisi che non passa, della disoccupazione che cresce, del futuro inesistente. Il governo Renzi nasce per essere il “governo del fare”. Senza discussioni, senza rispetto di procedure e vincoli costituzionali. Senza mediazioni sociali.Gli arresti di Roma e Napoli sono il primo segno dello “stile Renzi”, non l’ultimo atto dell’esecutivo Letta. Il “cambiamento” preteso dal capitale multinazionale e dal suo braccio statuale – l’Unione Europea – è un “dispotismo poco illuminato”, che usa i media come un maganello e il manganello come strumento ordinario di governo.Un governo con queste ambizioni deve partire come un razzo, sparare provvedimenti già pronti ma fermi nei cassetti del Centro Studi di Confindustria o nelle pieghe attuative della “lettera della Bce”, quella dell’agosto 2011. Da qui all’estate ne vedremo di tutti i colori, ce ne faranno sentire di tutti i dolori. Inutile sperare in resistenze parlamentari (se ce ne saranno, rappresenteranno i “poteri clientelari” o mafiosi, non certo i bisogni popolari), in resipiscenze costituzionali, in sensi di colpa “democratici”. Solo la forza e la dimensione dei movimenti di lotta, la loro compattenza unitaria tutta da costruire, potrà costituire un vero intralcio per l’annunciata “marcia trionfale” dell’omino venuto dal nulla. Non sarà facile, lo sappiamo. Ma non è più il tempo della retorica “alternativa”, dei “vendolismi” in salsa arrabbiatissima. Né dei “gesti” occasionali che dovrebbero simboleggiare la radicalità del contrapporsi.Dobbiamo tutti venir fuori dai nostri piccoli rivoli, più o meno conflittuali, e costituire un fiume possente, incontenibile. Ma l’unità non si costruisce “mettendoci d’accordo”, mediando all’infinito le molteplici e giustificate differenze. L’unità si misura con l’avversario comune, con il “cervello politico” da cui discendono le tante politiche di immiserimento con cui ognuno di noi è costretto a confrontarsi. Possiamo riuscirci, se si individua con chiarezza il vero avversario: quella Unione Europea che ha scelto come provvisorio feldmaresciallo l’ex sindaco di Firenze.(Dante Barontini, “Il gerarca dei mercati”, da “Contropiano” del 14 febbraio 2014). I mercati avranno il premier che vogliono: giovane, per dare anche visivamente l’impressione che qualcosa sta cambiando (anche Letta è “giovane”, ma purtroppo non lo sembra); veloce, per “fare” le cose più sgradevoli senza che si riesca a capire in tempo di cosa si tratta; disincantato, quindi privo di riguardi istituzionali, costituzionali; ruffiano, per “distrarre” il pubblico con battutine e spiccioli di “cura sociale” (aggiustare qualche scuola, mentre ti levano tutto il resto, professori compresi); esecutore fedele, perché completamente privo di un progetto autonomo (“far ripartire l’Italia” è uno slogan usato da tutti i governi degli ultimi 70 anni; ma anche prima…). È la prima volta che una crisi di governo – tra le più ingiustificate degli ultimi venti anni – non viene accompagnata da violente oscillazioni di Borsa o da rapidi impennamenti dello spread. I mercati apprezzano, Confindustria l’aveva chiesto (“o un cambio di passo o un cambio di governo”). Quindi ai mercati va benissimo così.