spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

lunedì 5 agosto 2013

Il diritto nasce nell’istante in cui la morale deve difendersi colla forza

LA MORALE ED IL DIRITTO








Il diritto nasce nell’istante in cui la morale deve difendersi colla forza. Io voglio, io debbo conservarmi, perfezionarmi, voglio soccorrere il mio simile, liberarlo, propagare il vero; taluno s’oppone al mio operare? Posso difendermi; ed è questa facoltà di difesa che costituisce il carattere del diritto. Il diritto suppone sempre la morale; senza la morale esso cessa, non ha più scopo, né senso. Il diritto è dunque una difesa, esso è dunque negativo. Io non ho diritto a veruna azione positiva, non posso chiedervi di essere morale, sincero, riconoscente; ho solo la facoltà di difendermi e di vegliare sul mio destino. Ma, si dirà, non ho io forse un diritto positivo quando reclamo un deposito? Sì, perché ha un patto, una obbligazione contratta verso di me; se si viola, sono leso; ho diritto al deposito, perché ho diritto di difendermi. Un’altra obbiezione. Il padre non ha forse doveri giuridici, positivi verso il figlio? Sì, per ciò solo che lo ha generato; con un suo atto gli diede i patimenti della vita, deve alleviarli; vegliare sul destino del figlio finché non possa governarsi da se. Ancora un’obbiezione: se il diritto è negativo, se nessuno ci può costringere ad esser virtuosi, ne risulta che abbiamo diritto ad ogni vizio individuale, che possiamo proteggere i nostri vizi colla forza, e che il diritto può essere l’egida dei vizio. Si, hanno diritti immorali, benché il diritto difenda solamente la moralità. La morale è assolutamente libera, sorge dalla mia volontà, dal mio giudizio, dalle mie idee: se non è libera, non è morale; se la mia azione è forzata, non è santa. Ora, il diritto difende la morale fin nel suo principio, nell’essenza stessa della sua libertà; per proteggere la virtù, protegge il vizio. Essa difende la perversità meramente individuale, solitaria, inoffensiva, per difendere la moralità del genere umano. Ma il diritto immorale non è mai positivo, è sempre negativo; l’uomo ha il diritto di essere malvagio per sè, non ha il diritto di esigere l’omicidio anticipatamente pagato al sicario. Di là tutte le differenze tra la morale e il diritto. La morale comincia in noi, e finisce in noi: protegge l’intero nostro destino: il diritto comincia e finisce fuori di noi, perché l’uomo assolutamente isolato non avrebbe diritti, né doveri giuridici. La morale domina tutti i nostri interessi, dirige tutte le nostre azioni; dinanzi ad essa appena possiamo concepire un atto moralmente indifferente. Il diritto ci impone solo di rispettare le azioni de nostri simili; il suo precetto è negativo; quando non è violato dinanzi ad esso tutte le azioni sono indifferenti. La morale tende alla perfezione, aspira di continuo a un ordine di cose in cui tutte le azioni concorrano al più alto scopo che si possa concepire. Quanto più si conosce, tanto più numerosi sono i nostri doveri morali; il più grande degli uomini è sempre predestinato al martirio: quando Dio discende sulla terra, la leggenda lo fa morire sulla croce; al contrario, il diritto è passivo, inerte; si lascia sempre trascinare dalla morale; per sè non ha scopo. La morale, impadronendosi del nostro essere, penetra nel fondo della coscienza, scandaglia l’intenzione, vuol regnare sul mondo invisibile delle nostre passioni, si interessa più del pensiero, che dell’atto, più dell’intenzione, che dell’opera. Non deve forse dominare l’effetto colle cause? Il diritto si ferma nell’atto, non interroga se non l’effetto, non valuta se non il danno recato, nè si cura del pensiero o dell’intenzione. La differenza tra la morale ed il diritto sotto la pressione della logica può divenir contraddizione, e condurci a concludere che il diritto è morale e immorale, destinato a proteggere il vizio e la virtù. Pure questa contraddizione non è leale, ma fittizia ed emerge dall’atto, che fa della morale e del diritto due cose, e direi quasi due persone distinte; si contempla da una parte la morale, dall’altra il diritto, e si vede quest’ultimo or congiunto, ora in opposizione colla morale; or favorevole, ora ostile alla virtù. D’onde la contraddizione? Dall’essersi trasformato il diritto in un ente astratto. È una difesa, un’ egida; è quindi come la spada che assale e difende, protegge e uccide: direte che la spada è buona e cattiva, fausta e funesta? Sarà detto con ragione, se vogliamo considerare i rapporti accidentali della spada quali caratteri essenziali;. Ma quando abbiamo applicata la logica all’evidenza, l’abbiamo applicata ai rapporti essenziali delle cose. Un albero è grande relativamente a me, piccolo relativamente a quella torre; dirò io che è grande e piccolo? Sì, alla condizione di fare del grande e del piccolo due qualità dell’albero e d’immedesimarle con tutte le astrattezze. Si applichi questo procedere ad ogni cosa, ad ogni rapporto; il numero delle contraddizioni sorpasserà di mille doppi quello delle cose e delle loro relazioni. Persistete voi a considerare contraddittorio il diritto perchè protegge il vizio e la virtù? Io non potrò resistervi; potrete asseverare che la contraddizione passa nell’astratto, perchè prestabilita nel reale: se la spada non fosse ora in mano mia, ora in mano dell’avversario, non sarebbe protettrice e micidiale; se l’albero non fosse distinto da me e dalla torre, non sarebbe grande e piccolo; se la contraddizione non fosse nelle cose, il diritto non sarebbe morale e immorale. Che dedurne? Nulla, tranne la necessità di attenersi all’apparenza, di seguire il diritto nella sua manifestazione, e soprattutto di non ascoltare una metafisica che promette la conciliazione della morale col diritto.