spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

mercoledì 20 novembre 2013

DATAGATE, UTILE SPIARE E CONTROLLARE

Datagate, ovvero: a che serve la Nato senza più l’Urss




Siamo rimasti al guinzaglio della Nato anche dopo la fine dell’Urss? Non stupiamoci, allora, se il “grande alleato” ci sorveglia in modo invadente: teme la nostra libertà. E i leader europei – che fingono indignazione di fronte al Datagate – lo sanno benissimo. Com’era prevedibile, sullo scandalo sta calando una coltre di silenzio. Si improvviseranno «improbabili protocolli di garanzia della privacy» e Obama prometterà misure draconiane, ma poi tutto riprenderà come prima, in attesa della prossima puntata. Già, perché prima o poi, profetizza Aldo Giannuli, spunterà un altro “pentito” della Cia o della Nsa a risollevare la questione. Ma come mai nessuno si è chiesto perché i servizi europei abbiano docilmente collaborato con l’agenzia americana nello spionaggio dei loro leader? «Nessuno ha preso in considerazione il peso che in tutto questo ha la Nato», che è decisivo. Per un ufficiale europeo, la partecipazione a programmi Nato «è il modo migliore per fare una carriera folgorante. E se poi si riesce ad essere distaccati presso la sede centrale a Bruxelles, è il top».
Come si sa, scrive Giannuli nel suo blog, l’11 Settembre ha richiesto uno sforzo straordinario di cooperazione nella “lotta al terrorismo”, nella quale l’arma delle intercettazioni è stata impiegata con grande larghezza, incluso qualche “sconfinamento”; va da sé che i servizi alleati non potevano sottrarsi alle pressanti richieste americane. Ma sino a che punto i servizi nazionali europei possono spingersi nella collaborazione con quelli statunitensi, nel rispetto dei rispettivi interessi nazionali? «Non si è mai riflettuto abbastanza sulla particolarità storica della Nato: alleanze politico-militari ne sono sempre esistite, così come l’esperienza di comandi unificati in periodo di guerra non è nuova, ma un apparato militare unificato, in tempo di pace, è una novità assoluta». Il Patto di Varsavia, osserva Giannuli, non aveva le caratteristiche di pervasività degli eserciti nazionali Nato, perché l’ingerenza sovietica passava per altre vie, controllando il partito al governo in ciascuna “repubblica popolare”. C’era la guerra fredda, certo. E comunque, dopo il 1991, con la fine dell’Urss il Patto si è sciolto. Perché non si è dissolta anche l’alleanza atlantica, costituita proprio contro il blocco sovietico?
Nato, truppe«La classe politica di governo europea ritenne che quello della partnership euro-americana fosse un dogma inviolabile ed eterno», ricorda Giannuli. «E nessuno avanzò neppure l’ipotesi di un superamento dell’alleanza, o quantomeno dello scioglimento del suo braccio operativo, la Nato». In quella scelta – che avvenne senza l’ombra di una discussione – influirono «la vittoria ideologica del neoliberismo, il basso livello della classe politica europea e la sua frequente ricattabilità sul piano delle pratiche corruttive (forse dobbiamo rileggere la stagione di Mani Pulite in una chiave meno nazionale), le pressioni degli stessi apparati militari che ormai erano strutturati in quel modo». A pesare, continua Giannuli, fu soprattutto «un calcolo molto miope, che pensava di assicurare prosperità all’Europa Dominique Strauss-Kahnscaricando sugli Usa il peso delle spese militari per fare concorrenza agli stessi Usa sul piano monetario».
In qualche modo, «la permanenza nella Nato era l’altra faccia della medaglia della nascita dell’euro: in fondo, Mitterrand portò a compimento l’operazione euro per far digerire al mondo l’unificazione tedesca, ma questo era meglio realizzabile restando tutti sotto l’ombrello Nato, che avrebbe garantito contro l’eventuale risorgere di disegni tedeschi di grande potenza». Per Giannuli, furono «calcoli più furbi che intelligenti», tant’è vero che «ora arriva il conto: gli americani hanno accettato la permanenza della Nato con connesse spese ed imprese militari, ma non certo per avvantaggiare gli europei». Quanto all’euro, è riuscito a scavalcare il dollaro dopo la Guerra del Golfo, ma avvantaggiando l’export del made in Usa, e senza indebolire la posizione politica del dollaro come moneta di scambio internazionale. «Quando qualcuno come Saddam Hussein ha accennato a sostituirlo con l’euro, o come Strauss-Kahn ha proposto di superare il “dollar standard”, la cosa non gli ha portato fortuna». Ecco perché è costante lo spionaggio americano verso gli “alleati”: è «una forma di guerra economica accettata passivamente dalle vittime». Anche perché «l’impero, per definizione, non ha alleati, ma solo subordinati».