spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

sabato 2 novembre 2013

IL "GIOIELLO ENI E' IN VENDITA

Il Tesoro studia la vendita del 4% di Eni

L’operazione potrebbe portare
nelle casse dello Stato una somma
tra i 2,6 e i 2,8 miliardi di euro
ROMA

Il governo sfoglia la margherita delle privatizzazioni, dopo Terna e Fincantieri, nella lista delle possibili dismissioni finisce l’asset più importante e strategico di tutti quelli detenuti dal Tesoro, l’Eni. Secondo indiscrezioni rilanciate ieri dalle agenzie internazionali, Reuters e Bloomberg, l’idea sarebbe quella di collocare sul mercato una quota del 4,3% del Cane a sei zampe. Ovvero la fetta di società detenuta direttamente da via XX Settembre, mentre il restante 25,76% del capitale in mano pubblica fa capo (anche questa) alla Cassa Depositi e prestiti.
Se l’operazione fosse confermata si tratterebbe di un notevole salto di qualità, di una verrà scossa in tema di dismissioni dopo tanti anni di stagnazione. Perché il pacchetto in questione ha un valore decisamente considerevole: qualcosa nell’ordine dei 2,6-2,8 miliardi di euro a fronte di una capitalizzazione complessiva che supera i 64 miliardi. 

Nè il Tesoro nè Palazzo Chigi ieri hanno voluto confermare o smentire la notizia: il piano completo delle privatizzazioni, che ha come obiettivo quello di iniziare a intaccare concretamente la montagna di debito pubblico italiano, che ha raggiunto il 133% del Pil, è in fase di elaborazione e solamente a fine anno se ne saprà ufficialmente di più. Di qui ad allora voci ed indiscrezioni sono destinate a susseguirsi e, almeno per ora, non è intenzione del Tesoro commentare ogni giorno questi boatos. Secondo l’agenzia Reuters che ieri ha diffuso la notizia citando «fonti vicine all’operazione» ci si aspetta che la prossima settimana parta formalmente l’iter delle dismissioni di asset pubblici con la trasformazione del Comitato per le privatizzazioni in un organo permanente. «Vogliamo iniziare presto. Vogliamo vendere alcuni degli asset prima della fine dell’anno» ha dichiarato all’agenzia britannica una delle fonti che segue il dossier secondo cui «la cessione della quota diretta del Tesoro in Eni, potrebbe essere fatta overnight». Mercato permettendo.  

Al momento le uniche due società ufficialmente in vendita sono Fincantieri (la cui valutazione oscilla tra 1,5 e 2,2 miliardi) e, per una piccola quota, Terna. Escluse invece sia Enel che Finmeccanica.  
Proprio su Terna ieri, dal presidente della Cassa depositi sono arrivate delle novità. «Non abbiamo ancora deciso, ma stiamo valutando di conferire il nostro 29,9% di Terna in Cdp Reti, che già controlla il 30% più un’azione di Snam, e quindi cedere a investitori italiani o internazionali una quota di Cdp Reti, mantenendone il controllo ma riducendo la nostra partecipazione rispetto all’attuale 100%» ha spiegato Franco Bassanini. Che però, con una certa vis polemica, poi ha voluto mettere i puntini sulle i. «Nel piano di privatizzazione del Governo ci saranno privatizzazioni di beni dello Stato, Terna non è dello Stato perché a suo tempo il 29,9% che restava allo Stato è stato venduto a Cdp. Poi è chiaro che il Governo dica “guardate che sono informato dal vostro piano industriale” che Cdp sta provvedendo a verificare la possibilità di operazioni di riassetto delle proprie partecipazioni con l’intenzione di rafforzare le risorse della Cassa».  

Tornando a Eni ieri il titolo non ha risentito delle voci chiudendo in leggero rialzo (+0,4%). Dai sindacati però arrivano i primi segnali di allarme. «Siamo preoccupati dalle indiscrezioni su una possibile cessione di una quota del 4% di Eni», dichiara il segretario nazionale Ugl Chimici, Luigi Ulgiati. Che aggiunge: «Se confermata, l’intenzione del governo di rinunciare ad una quota praticamente pari a quella detenuta dal Tesoro significherebbe mettere sul mercato un “gioiello” del comparto energetico italiano, con tutti i rischi legati all’eventuale perdita di potere decisionale sugli importanti asset strategici posseduti dal gruppo. Occorre dunque grande cautela e un ragionamento attento - conclude - a partire dalle conseguenze sul futuro degli oltre 30.000 lavoratori italiani del gruppo».