spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

martedì 11 febbraio 2014

LETTA CHIEDE A RE GIORGIO DI PROLUNGARE DI UN ALTRO ANNO LA LEGISLATURA.

Governo, la sfida di Letta: chiede un altro anno, ma punta al 2018

Renzi ricorda a Napolitano i 18 mesi di durata prevista del governo. Ma il presidente del Consiglio ha altri orizzonti. Sale al Quirinale, lancia un "patto di coalizione", chiede almeno un altro anno. E pensa alla fine della legislatura





Quanto durano 18 mesi? A Palazzo Chigi e al Quirinale gli orologi e i calendari sembrano procedere più lenti. Diciotto mesi: è l’orizzonte deciso dal presidente del Consiglio Enrico Letta per il suo governo di larghe intese e ribadito dopo che l’esecutivo è diventato di intese un po’ più strette. Eppure ora il capo del governo punta a mettersi in tasca almeno un altro anno (e diventerebbero così due in tutto), se non addirittura “l’impensabile”: una corsa lunga fino alla fine della legislatura, 2018. I 18 mesi non finiscono mai. Oppure ripartono ogni volta che il governo supera l’ennesimo scoglio. Prima c’era l’urgenza della crisi, poi la condanna di Berlusconi. E ancora in serie: la decadenza del Cavaliere da senatore, l’uscita dalla maggioranza di Forza Italia, le primarie del Pd, l’elezione di un nuovo segretario democratico che sul governo ha sganciato solo mine. C’è sempre stato un buon motivo per far ripartire il cronometro. Così di 18 mesi ne sono già stati triturati 10 e la strada è diventata un continuo gioco dell’oca, dove il traguardo è coinciso con una nuova partenza. Così ora il capo dell’esecutivo chiede altro tempo, tanto che il programma che oggi Letta chiama “di coalizione” non si chiama più “Impegno 2014″, ma “Impegno Italia” (tra l’altro con sinistre analogie con i Salva Italia e il Cresci Italia dei governi Monti-Passera). “Poi agirà la provvidenza sulla mia sorte personale: l’anno prossimo, gli anni prossimi, non so” dice lo stesso presidente del Consiglio all’inaugurazione della nuova sede di Unicredit a Milano. 
Tutto questo è alla base del duello da giocatori di scacchi tra il capo del governo e Matteo Renzi. Ma anche del confronto tra lo stesso segretario del Pd e il Quirinale: il sindaco vuole fare presto e infatti ha apparecchiato la tavola con tutto il menù che il capo dello Stato ha più volte richiesto. La nuova legge elettorale, le riforme istituzionali. Finito quel percorso – è il ragionamento di Renzi – l’obiettivo dichiarato delle ex larghe intese è raggiunto, perché un governo “deve fare, non durare” come recita una vecchia litania renziana. “Il governo si è preso un impegno di 18 mesi, molto serio, ad aprile del 2013 – ha ripetuto pochi giorni fa il leader del Pd, ribadendolo anche nel suo incontro al Quirinale – Sono passati i primi 10 mesi”. Insomma: ne restano 8, non altri 18 e poi magari altri 18 ancora. Approvata l’abolizione del Senato, delle Province e del Titolo V, non ci sarà da fare altro se non tornare alle urne nel 2015. Tanto è vero che nella lista delle cose da fare Renzi aveva inserito anche lo ius soli e le unioni civili facendo finta di dimenticare che al governo ci sono Lupi, Giovanardi, l’Udc, Mario Mauro, la Binetti. D’altra parte non si può nemmeno dire che la posizione dei renziani sia nuova. Ad agosto Davide Faraone, quando ancora non era componente della segreteria di Renzi e rappresentava ancora la minoranza del partito, aveva spiegato in un’intervista all’Huffington Post: “Ci dica se ha cambiato idea sulla scadenza del governo, in quel caso allora io valuterò se votargli o no la fiducia”. Ecco, da lì non è cambiato nulla. Solo che ora Renzi guida il partito che rappresenta tre quarti del governo. O dovrebbe.
Letta però ci crede, piazza i sacchi di sabbia sui fianchi della trincea e resiste: “Il progetto di governo che presenterò è convincente e sono convinto che convincerà tutti i partiti che lo sostengono, anche il Pd”. Quindi un nuovo patto di coalizione (che doveva arrivare entro gennaio e invece siamo già a febbraio, un altro mese mangiato) e in questo “un programma per i prossimi tempi che considero essere quello di cui abbiamo bisogno nel Paese in forte continuità con quello che facciamo”. Tra i primi obiettivi un rilancio della crescita in cui aumentino anche i posti di lavoro, assicura, creando “le condizioni perché le imprese riescano a investire”. Il presidente del Consiglio è convinto di avere ancora sopra alla sua testa l’ombrello del Colle: “Ho incontrato questa mattina Napolitano e abbiamo parlato sulle prospettive di governo e le scelte da fare”.
Il presidente del Consiglio – raccontava l’Ansa qualche giorno fa – pensa ad pacchetto di misure di impulso all’occupazione e alla competitività, di riduzione delle tasse su famiglie e imprese, sburocratizzazione, semplificazione, decontribuzione, digitalizzazione e internazionalizzazione delle piccole e medie imprese, investimenti pubblici in opere infrastrutturali, credito d’imposta per investimenti in ricerca e sviluppo, lotta alla criminalità economica, rilancio del turismo. Qualcosa di simile al libro dei sogni per una coalizione che va da Pippo Civati – uomo del dialogo con i grillini – a Pierferdinando Casini – l’uomo dell’ennesimo giro di valzer. L’unica iniezione di energia potrebbe arrivare dall’inserimento di figure vicine a Renzi, ma è difficile capire se sarà sufficiente per mantenere in vita il suo esecutivo. “Se il governo trova il suo rilancio, se fa un bel semestre europeo – ragionava un parlamentare vicino a Letta sempre con l’Ansa -, se incide in Europa, come si fa a dire che si deve fermare la ripresa per andare a votare?”.