spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

venerdì 27 settembre 2013

Wolfgang Streeck e la dittatura europea

Streeck: decapitare quest’Europa, dittatura neoliberista


Scritto il 27/9/13



Wolfgang Streeck è il direttore del Max-Planck Institut per la ricerca sociale di Colonia, ha diversi incarichi di ricerca e docenza in molteplici istituti tedeschi, europei ed americani; è un sociologo, che all’inizio della sua carriera fu dalle parti di Francoforte dove frequentò il sapere della Scuola di Adorno, Marcuse ed Habermas. E’ a tutti gli effetti un sapiente della knowledge factory che ha dato alle stampe un testo che ha innescato un dibattito forte e potente in Germania ed è stato appena pubblicato in Italia per i tipi di Feltrinelli (Wolfang Streeck, “Tempo guadagnato”, Campi del sapere, Feltrinelli, luglio 2013). Streeck fornisce una rilettura genealogica degli ultimi trent’anni in Europa, abbracciando nell’analisi l’economia e le coniugate riforme di politica economica, istituzionali e politiche.
Wolfgang Streeck






Un sociologo, ovvero non un tecnico dell’economia – dio ce ne scampi! – si assume il compito di riunire ciò che nell’economia classica era un connubio indissolubile per costruzione, due parole che se lasciate separate seducono ed inducono alle peggiori catastrofi tanto nell’analisi quanto nelle scelte: economia e politica ovvero economia politica. Le tesi dell’autore sono corroborate da dati pubblici (si trovano tutti su web) forniti dalle agenzie di statistica nazionale e comunitaria ed arrivano a conclusioni forti e che hanno tagliato come una lama nel burro il dibattito tedesco; ad esse ha fatto da contraltare l’Habermas di oggi che si è preso la briga di scrivere contro Streeck e difendere euro&europa.
Il cuore del lavoro sta nella sua conclusione, ovvero la constatazione che il capitalismo democratico non ha mantenuto la sua promessa, che la colpa di questa mancanza non è della democraziabensì del capitalismo, che la (sua) ri/democratizzazione passa per creazione di istituzioni in grado di sottoporre i mercati al controllo sociale. Queste istituzioni dialettiche al potere del mercato sono costruibili, per l’autore, tramite un utilizzo tattico di ciò che rimane degli Stati nazionali e debbono rallentare la rapida avanzata della colonizzazione capitalista, contrapponendosi all’Unione Europea, alla sua governance esercitata da una diplomazia governativa e finanziaria transnazionale separata e contrapposta alla partecipazione democratica.
All’interno dei singoli paesi, viene osservato, la forma storicamente determinata più efficace è quella del governo tecnico, vero e proprio dispositivo anestetico mentre viene somministrata la “medicina riformatrice” al paziente. Nelle conclusioni del testo viene evocata una Bretton Woods europea – secondo quanto scritto da Keynes, con cambi fissi ma aggiustamenti flessibili – che ci porti ad avere l’euro non più come moneta unica e che ridia leve di sovranità intra-nazionale alle economie locali. La sovranità è slittata sovvertendo il postwar settlment europeo ed è John Maynard Keynesdiventata baricentrica sul bondholer value, ovvero i mercati proprietari dei titoli di debito pubblico nazionale.
Streeck chiama questa nuova forma del comando stato consolidato europeo, specificando che esso non è una struttura nazionale, ma “una struttura sovranazionale”, o più precisamente “un regime sovranazionale destinato a regolare il funzionamento degli Stati nazionali affiliati in assenza di un governo nazionale responsabile in senso democratico”, ma in presenza di regole precise e vincolanti per quegli stessi Sstati. Vi è il sostrato di una nuova costituzione materiale la cui cifra è la “la de-politicizzazione dell’economia e insieme la de-democratizzazione della politica; esse convergono verso un’egemonia istituzionale della giustizia del mercato rispetto alla giustizia sociale ed hayekizzano il capitalismo europeo”.
E’ la nota tesi di Hayek per la quale una federazione è possibile esclusivamente alla condizione che vi sia meno government perchè le diversità di interessi in una federazione sarebbe maggiore di quanto avviene all’interno di un singolo Stato ed il sentiment di appartenenza è più debole («è verosimile che il contadino francese sia disposto a pagare di più il fertilizzante per aiutare l’industria britannica della chimica? L’operaio svedese sarà pronto a pagare di più le arance per sostenere il coltivatore californiano? Il minatore sudafricano sarà disposto a pagare di più le sardine Von Hayek, profeta della destra economica europeaper aiutare i pescatori norvegesi?»).
Un altro capitolo di “Tempo guadagnato” attiene la ricostruzione genealogica di tipo economico-politico del come si è arrivato a questo stato consolidato europeo. L’autore evidenzia tre gradini progressivi, frutto di un’iniziativa senza soluzione di continuità degli Stati e che, diremmo noi, è la mediazione poltico-economica dopo i “trenta gloriosi” della lotta di classe del proletariato e la risposta di parte capitalistica: inflazione, debito pubblico e debito privato (una sorta di keynesismo privatizzato) sono espedienti successivi cronologicamente, tramite i quali la politica è riuscita a garantire la tenuta di sistema.
Ora, tutto ciò che il capitalismo vuole è la restituzione al mercato dei diritti sociali che i cittadini hanno conquistato; all’inizio del XXI secolo, e con enorme accelerazione con l’avvio dello shock della crisi del 2008, il capitalista collettivo ha ritenuto di potersi organizzare da sé, in quanto industria finanziaria deregolamentata. Da questo nuovo rapporto di forza deriva la conseguenza “ordinativa” che il migliore Stato debitore è uno Stato retto da una Grande Coalizione che espelle le posizioni divergenti dal perimetro della democrazia del mercato – quanti nei Parlamenti nazionali si sono opposti ai packs ed alla costituzionalizzazione del pareggio di bilancio? Quanti di questi sono rappresentati nei governi?
Il libro è interessante e dimostra che il fronte dei critici si amplia e le fratture sono molteplici; e questo è davvero un bene e, per quanto mi Il libro di Streeckriguarda, più si riuscirà a costruire piani di relazione tra essi, a questo livello di discorso, meglio sarà. Con un punto di partenza che va anticipato. Non vi sono risposte nazionali possibili, non se ne esce. I nuovi Teseo debbono tagliare la testa al Minotauro tessendo collettivamente la trama, forgiando la spada inventandone il metallo più efficace – nessun rimpianto per l’età del bronzo! – e distruggere il labirinto fin dall’inizio tutt’insieme. Questo è agire per e nei movimenti costituenti; il rischio è di rimanere imbrigliati in tanti labirinti nazionali, all’interno dei quali l’efficacia dell’agire politico è dubbia, ma la pericolosità certa.
(“L’infezione hayekiana”, recensione di “Globalproject”, ripresa da “Megachip” il 25 agosto 2013, del libro di Wolfang Streeck “Tempo guadagnato”, Campi del sapere, Feltrinelli, 272 pagine, 25 euro).