spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

lunedì 16 settembre 2013

ASPETTIAMO TUTTI LA GERMANIA!

Soluzioni squilibrate e la crisi Ue peggiora

di Alessandro Penati,
L’introduzione dell’euro ha portato ai paesi della moneta unica bassi tassi di interesse e un facile accesso all’intero pool di risparmio dell’eurozona, avendo eliminato il rischio di cambio, principale ostacolo ai movimenti di capitale.

 Italia, Grecia e Portogallo l’hanno utilizzato per importare risparmio (collocando debito pubblico all’estero), con cui hanno finanziato a basso costo spesa pubblica improduttiva, Spagna e Irlanda per finanziare bolle immobiliari. 

Tutti i PIIGS (ma anche la Francia, che non è fuori pericolo) hanno così accumulato disavanzi delle partite correnti con l’estero, misura esatta del risparmio importato, cioè dell’eccesso di spesa rispetto al reddito prodotto. La crisi dell’Eurozona nasce dalla crisi del debito dei PIIGS collocato all’estero: gli investitori stranieri, vedendone l’utilizzo inefficiente hanno perso la certezza di rimborso; e hanno così cominciato a disfarsene o esigere rendimenti più elevati.

La Germania ha adottato una politica opposta: ha tagliato il costo del lavoro per unità di prodotto rispetto agli altri paesi, contenuto la spesa pubblica e i consumi interni, per spingere le esportazioni. Così, ha esportato anche una quantità record di risparmio: il suo avanzo delle partite correnti è oggi secondo solo a Taiwan, Singapore e alcuni paesi esortatori di petrolio. Nell’Eurozona si era quindi creato un disequilibrio non sostenibile dei flussi di risparmio. L’uscita dalla crisi passa per un riequilibrio di questi flussi. La Germania e Bruxelles, però, lo stanno imponendo in modo asimmetrico, inefficiente ed estremamente costoso.

Primo, hanno imposto tempi ristretti: in due anni, tutti i PIIGS hanno di fatto raggiunto il pareggio delle partite correnti; l’Irlanda ha addirittura un avanzo del 4% del Pil. Da importatori di risparmio, si stanno trasformando in esportatori (rimborsando debito estero). Poiché non è possibile svalutare, l’avanzo corrente deve essere ottenuto, e mantenuto, interamente attraverso la compressione di consumi e investimenti per esportare il più possibile. In quest’ottica, il limite del 3% al deficit pubblico non ha più alcuna validità economica, ma è solo lo strumento per imporre ai Paesi debitori un aumento delle tasse che comprima la domanda interna, e li costringa ad accumulare rapidamente risparmio destinato all’estero. I tempi rapidi sono imposti perché non vuole che i capitali ufficiali, di cui la Germania è il principale contribuente, finanzino i disavanzi esteri, sostituendosi ai privati in ritirata. E se accade, come in Grecia, lo si fa a condizione di accelerare l’aggiustamento.

Secondo, il riequilibrio è asimmetrico perché la Germania non riduce il suo avanzo, come logica vorrebbe, né ha intenzione di farlo. Così scarica l’intero onere sui paesi debitori, aggravandolo inutilmente. Le asimmetrie non si fermano qui. Con la Grecia, non è bastata l’austerità ma è stato richiesto un default del debito pubblico di un paese dell’Eurozona, impensabile fino ad allora, che ne ha abbattuto del 75% il valore. Non ha risolto nulla, ma ha creato un precedente che giustifica un premio per il rischio che, seppure in dimensioni diverse, graverà d’ora in poi in modo asimmetrico su tutti i paesi debitori, come l’Italia.

A questo si aggiunge l’imposizione tedesca che il default greco fosse pagato solo dai privati, esentando i vari organismi Europei, sempre per evitare ogni onere per il contribuente tedesco. E con Cipro si è imposto il principio che il dissesto di una banca gravi anche sui suoi creditori; principio ribadito col nuovo accordo europeo per i dissesti bancari. Accordo che impone un’altra asimmetria: dissesti e ricapitalizzazioni graveranno maggiormente sui cittadini di quei paesi, come l’Italia, dove lo Stato indebitato non può intervenire nei salvataggi; ma lascia carta bianca al Governo tedesco nell’eventuale intervento a sostegno del proprio sistema bancario.

Tutte asimmetrie che non assicurano il lieto fine alla crisi dell’Eurozona. Il recente ottimismo degli investitori è quindi giustificato unicamente dalla prospettiva che la politica tedesca cambi radicalmente dopo le elezioni di settembre. Una scommessa, a mio avviso, ad altissimo rischio.