spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

mercoledì 11 settembre 2013

LA GERMANIZZAZIONE DELL'EUROPA

La Germania e il destino dell’Europa



Un articolo di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini su la Repubblica dell’11 settembre 2013.
Il 22 settembre 2013  si terranno le elezioni federali tedesche  per il rinnovo del diciottesimo Bundestag, il parlamento federale della Germania.  Angela Merkel è ancora la grande favorita sebbene la CDU sia lontana dalla maggioranza assoluta, anche contando il Partito Liberal Democratico, e per questo la cancelliera negli ultimi giorni ha messo le mani avanti dicendosi disposta a guidare un governo di larghe intese, come quello nato all’indomani delle elezioni del 2005.
Angela Merkel sostiene che la politica europea messa in atto sotto l’impulso determinante della Germania sia stata la scelta giusta: la linea dura sulla Grecia e sugli altri paesi in crisi è una scelta che il cancelliere tedesco continua a difendere. ”L’eurocrisi non è ancora finita, ma dalla crisi l’Ue uscirà più forte”, a condizione che il suo destino non sia affidato solo “all’illusione dei bassi tassi di interesse”, ha spiegato la Merkel in un’intervista alla Frankfurter Allgemein. Per la cancelliera aver portato la disoccupazione greca e spagnola su valori intorno al 30% e aver causato l’impoverimento e la disperazione di gran parte della popolazione dell’Europa meridionale è stata dunque una scelta vincente.
In effetti, il grande consenso interno è dovuto proprio a come la Merkel ha saputo gestire l’eurozona, a come non si è fatta intenerire dai paesi in crisi, a come ha salvaguardato i soldi dei suoi concittadini che considerano la situazione congiunturale tedesca decisamente buona.
La Merkel, a modo suo, è una convinta europeista e pensa che l’euro sia molto più di una valuta in quanto “rappresenta il simbolo dell’unificazione europea e è un progetto per il futuro nell’era della globalizzazione. Proprio una nazione esportatrice come la Germania ha bisogno dell’euro”. Ed è significativo che il leader dell’SPD, Peer Steinbrueck – sebbene nell’ultimo confronto televisivo abbia invocato un Piano Marshall per l’Europa del Sud – si sia sempre allineato alle decisioni della cancelliera per assicurare la sopravvivenza dell’euro senza nessun passo in avanti verso una vera unificazione politica ed economica del Vecchio Continente.
In tal modo la Germania può continuare a beneficiare di una valuta non così forte come lo sarebbe stato il marco e a sfruttare i movimenti di capitali che fuggono dai paesi in crisi per rifugiarsi in quelli più affidabili e competitivi. Da qui trae origine l’elevato differenziale dei tassi di interesse (spread) che affossa le economie dei paesi in difficoltà e avvantaggia i paesi più forti esasperando le divergenze all’interno dell’Europa. Tutto ciò alimenta il dualismo tra il blocco dominante euro-tedesco e il blocco subalterno dei paesi periferici, compromettendo irrimediabilmente il percorso verso l’unità europea.
Ma questa situazione non potrà durare a lungo perché o saranno i mercati finanziari  a provocare la disintegrazione dell’euro oppure le popolazioni dei paesi in crisi si rivolteranno contro gli stati nazionali determinando il crollo della costruzione europea. Inoltre, non va sottovalutata la forza di Alternative fur Deutschland, un movimento anti-euro di destra che potrebbe entrare nel Bundestag paralizzando la politica  europea del governo di Berlino.
Le elezioni tedesche ci prospettano dunque due opzioni nefaste: quella della sopravvivenza dell’euro con la prosecuzione della politica dell’austerità e quella della paralisi dei meccanismi decisionali europei.
 Per scongiurare tutto ciò sarebbe quanto mai opportuno aggregare un fronte di paesi, che comprenda in primo luogo l’Italia, la Francia e la Spagna, al fine di arginare lo strapotere tedesco. E di costruire una Banca Centrale sul modello della Federal Riserve, creare un debito pubblico sopranazionale, emettere gli eurobond per finanziare un grande piano di sviluppo a livello continentale. L’obiettivo è quello di costituire finalmente uno Stato federale con un bilancio, una politica estera, una politica della difesa, una politica industriale ed energetica comuni, come avvenne negli Stati Uniti alla fine del 1700 sotto la guida di Alexander Hamilton.