spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

mercoledì 11 settembre 2013

L'OCCUPAZIONE RITARDERA' ANCORA

Alla ricerca dell’occupazione perduta: il divario dell’Italia dai maggiori partner europei


di Sergio Ferrari





Sembra opportuno riprendere le osservazioni espresse da P.Leon sul’Unità del 27 agosto relative al fatto che, “supponendo che anche l’Italia sia vicina alla ripresa, vi sono ragioni per ritenere che la riduzione della disoccupazione sarà ritardata. E, nell’attesa aumenterà ancora”.
Questo del tutto ragionevole rilievo di Leon ci rimanda, alla questione che, da un lato, non è sufficiente una qualunque crescita positiva per ottenere di smuovere i livelli dell’occupazione e, dall’altro, che i ritardi che si potranno verificare potranno essere tanto maggiori quanto minore sarà la spinta della crescita.
Da svariati lustri – e ancora oggi, come segnalano gli ultimi dati Ocse – il nostro sviluppo segna una differenza in negativo rispetto a quella dei nostri partner europei, senza che da parte nostra si sia capito il perché e trovato un adeguato correttivo. C’è stata la “scoperta” ideologizzante, da parte del Governo Monti e della destra, ma non solo, delle “colpe” del lavoro e del sindacato. Ma dopo aver fatto pagare al lavoro tutti i prezzi possibili in termini di precarietà, costo e livelli occupazionali, si è scoperto che dello specifico declino italiano nulla era cambiato. E non si è avuto nemmeno il pudore di una riflessione autocritica anche perché la prevalente cultura neoliberista era – ed è – la meno adatta per capire quel che era successo. Anche l’ipotesi che responsabile del declino fosse un deficit degli investimenti privati non ha trovato riscontri, mentre si è trascurata una verifica sulla qualità degli stessi investimenti con riferimento ai processi della competizione internazionale.
Si è allora scoperta una serie di altri possibili “responsabili” – la cattiva amministrazione pubblica, la corruzione, l’evasione fiscale, ecc.. Tutte questioni reali e che non possono certamente essere annoverate come punti di forza del nostro sistema economico-sociale. Naturalmente correggere queste “deviazioni” sarebbe del tutto positivo, ma che poi sia così possibile assicurare la correzione delle cause del nostro declino relativo, resta tutto da dimostrare dal momento che i tempi storici dei diversi fenomeni non corrispondono.
In compenso si scoprono ogni tanto delle caratteristiche della nostra economia che appaiono tutte come delle facce tautologiche della nostra difficoltà a stare tra i paesi sviluppati: una crescita della produttività economica inferiore, un valore aggiunto più basso, una debolezza competitiva crescente, una bilancia commerciale che tende a peggiorare, soprattutto in fasi di crescita, una regione nostra leader che scivola in basso nelle classifiche europee, ecc.
Per immaginare una crescita dell’economia italiana, occorre dunque sperare in una sufficiente ripresa internazionale degli effetti di trascinamento della quale trarre profitto. Rispetto alle previsioni di questa ripresa – da prendere, visto i precedenti, con molta cautela – il Governo italiano prevede per il nostro Paese per i prossimi anni valori intorno all’1 % all’anno; un dato che sembrerebbe scontare quelle stesse condizioni di minor crescita che hanno caratterizzato la nostra economia. Ed è difficile in tali condizioni immaginare tempi brevi per una ripresa dell’occupazione.
Alla base di tutto resta pertanto la necessità di colmare il divario di sviluppo con le economie più avanzate che l’Italia si trascina da tempo, e che è praticamente diventato strutturale. Sino ad oggi – e, come accennato, ormai da svariati lustri – le condizioni per una sua correzione non si sono verificate. Ma se non si interviene sulle cause strutturali del nostro declino, il divario con le altre economie è destinato a persistere e persino a peggiorare. A questo punto la storia si avvita, perché se non si sa quale è la malattia è difficile mettere in opera le relative terapie. Certamente all’interno delle logiche liberiste non si potrà mai trovare la risposta, mentre un governo per le emergenze non può essere lo strumento per riforme vere e strutturali quali quelle necessarie per invertire un  declino.
Ma se pure a sinistra non si cerca di comprendere la questione, di dare delle risposte convincenti ed affrontare così quello che Leon chiama il “nocciolo della questione” e cioè il “problema della piena occupazione”, sarà difficile non solo risolvere il problema del declino italiano, ma anche ottenere il consenso per attuare i necessari interventi. Mentre in alternativa non rimane che prefigurare l’acuirsi delle tensioni sociali ed una più che verosimile loro degenerazione.