spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

sabato 7 settembre 2013

BASILICATA, VAL D'AGRI TRIVELLAZIONI E DEVASTAZIONI AMBIENTALI


VAL D'AGRI: IL DIO PETROLIO E UNA MADONNA NERA



Trivellazioni e  devastazioni ambientali  mostrano i limiti dello sviluppo legato all'oro nero. La Basilicata resta una delle regioni più povere d'Italia nonostante abbia il più grande giacimento di petrolio su terraferma d'Europa.
In piena Val d’Agri, nella verde Basilicata del nord, tra antichi paesi che si guardano arroccati sulle montagne, brucia la fiammella del Centro Oli di Viggiano, proprio ai pendii dello stesso monte sacro dove  la leggenda vuole il ritrovamento del simulacro della Madonna Nera di Viggiano in seguito all’apparizione di quanto mai premonitori fuochi.
Premonitori di una regione oggi petrolizzata, in mano alle multinazionali, un Consiglio Regionale che “tratta” ed alcune associazioni ambientaliste, attive ma isolate in un contesto locale di scarsa opposizione da parte della popolazione, in parte spiegabile dagli altissimi tassi di disoccupazione ed emigrazione. E dai miraggi di uno sviluppo legato all’oro nero.
Il petrolio in Basilicata è storia vecchia, il primo pozzo risale addirittura al 1921 e i suoi giacimenti ampiamente sfruttati durante la guerra per sopperire al blocco imposto dagli alleati. Tutto fu poi abbandonato, fino all’inizio degli anni ’80 quando un programma di ricerca della Petrex consegue successi incoraggianti fino al ritrovamento di petrolio con il pozzo “Monte Alpi 1”(1988) cui seguirono vari permessi di ricerca e scoperte di giacimenti. Per la prima lavorazione del greggio viene costruito a Viggiano a partire dal 1996 un Centro Olio, dove il petrolio “pesante” lucano viene idro-desulfurizzato, con conseguente immissione in atmosfera di idrogeno solforato ed altri 60 composti inquinanti tra cui benzene, toluene ed idrocarburi policiclici aromatici.
Viste le potenzialità del giacimento, l’Eni avvia in quegli anni un piano di sviluppo con la messa in produzione di altri pozzi, l’ampliamento del Centro Olio di Viggiano e la costruzione di un oleodotto lungo 136 km dalla capacità di 150.000 b/g, per collegarlo con la raffineria Eni di Taranto.
Governo, Regione e la stessa Eni si sedettero al tavolo delle trattative decretando per il futuro petrolifero della Valle, quantificando le “compensazioni ambientali” sotto forma di royalties al  7% del prezzo medio del barile, una novità per l’Italia, in ogni modo le più basse di tutto il mondo nonostante un aumento al 10% dal 2011. Comunque, una manna per Enti Locali ridotti a non poter pagare gli stipendi. Nel 2005, dalla progressiva unificazione di quelle iniziali, nasce la grande concessione mineraria Val d’Agri, che si estende su 660,15 kmq di cui sono titolari Eni s.p.a. (60,77%) e Shell Italia E&P (39,23%), con ENI S.p.A. in qualità di rappresentante unico. Il più grande giacimento su terraferma dell’Europa continentale, che oggi porta all’Italia circa l’80 per cento della produzione petrolifera nazionale, con 95.000 b/g. Fruttando circa 2 mld di euro l’anno alle compagnie. Quando entrerà in produzione il giacimento Total di Tempa Rossa, nell’attigua valle del Sauro, si arriverà ad un incremento della produzione del 40% , avvicinandosi alla quota dei 150.000 b/g , circa il 10% del fabbisogno nazionale.
In Basilicata oggi, a metà 2012, ci sono 21 concessioni di coltivazione vigenti, tra petrolio e gas con 9 centrali di raccolta e trattamento, 44 pozzi produttivi di cui 24 nella sola Val d’Agri e 83 pozzi destinati ad altro utilizzo, estesi su di una superficie di circa 2100 kmq, cui vanno aggiunti altri 12 permessi di ricerca vigenti, in un territorio regionale di appena 9.992 kmq. Una lunghissima serie di autorizzazioni rilasciate anche in presenza di evidenti problematiche ambientali. Oltre a queste, pendono 15 nuovi permessi di ricerca richiesti dalle compagnie, per ulteriori 2324 kmq di superficie, che farebbero della Basilicata una regione gruviera, con quasi il 70% del territorio interessato da attività estrattive e buona pace a modelli di sviluppo alternativi. Si trivella in prossimità di sorgenti, corsi d’acqua, dentro fitte aree boscate e centri abitati, in un territorio complesso dal punto di vista idrogeologico e ricco di biodiversità, specie rare come la lontra e il lupo, colture di pregio e soprattutto ad alto rischio sismico. Si trivella all’interno e ai bordi del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano, istituito nel 1998 ma nato ufficialmente solo nel 2007 venti giorni dopo l'accordo di programma tra Eni e Regione Basilicata, rimanendo però a lungo privo della perimetrazione necessaria. Una inadempienza quest'ultima che ne ha reso inefficace l’attuazione a tutto vantaggio delle compagnie petrolifere.
Una Basilicata Saudita, come la chiama ironicamente il segretario dei radicali lucani Maurizio Bolognetti, vera Libia d’Italia che dal 2005 produce circa 4 milioni di tonnellate di greggio l’anno, attestandosi su livelli in netta crescita. Con relativo impatto ambientale di attività andate avanti nella più assoluta “carenza” di monitoraggio. In una regione che prima di essere produttrice di petrolio o di prodotti agricoli lo è di acqua.
“La verità è che hanno scelto la Basilicata perché in Basilicata c’è una bassissima densità abitativa-dice Bolognetti- Le attività di coltivazione e quella della ricerca idrocarburi sono incompatibili se fatte in un territorio delicatissimo dal punto di vista idrogeologico, in prossimità di sorgenti, invasi e centri abitati. Ovunque si estrae petrolio si produce inquinamento; sarebbe davvero strano se questo non fosse avvenuto anche in Basilicata. Nel 2000, la Commissione Bicamerale cosiddetta ecomafie aveva censito in Basilicata la presenza di circa 450 siti contaminati dalle attività estrattive  e dal trasporto di greggio. Il decreto Ronchi nel 1997 aveva previsto l’istituzione di una “anagrafe dei siti da bonificare”. Precisamente l’art. 17 recitava: “Le Regioni predispongono sulla base delle notifiche dei soggetti interessati ovvero degli accertamenti degli organi di controllo un'anagrafe dei siti da bonificare”. A quindici anni di distanza di quell’anagrafe in Basilicata non c’è ancora traccia”.
Una storia fatta di ritardi, omissis, silenzi, e un Osservatorio Ambientale previsto negli accordi Eni-Regione del ’98 che ha visto la luce solo nel 2012. Nel frattempo, gli unici dati sulla qualità dell’aria sono stati forniti dalla stessa Eni, che pubblica solo i dati semestrali di Biossido di Zolfo, Biossido d’Azoto e Ossido di Carbonio, e da una centralina fissa dell’Arpab installata solo nel 2006. Fatto non trascurabile, trattandosi di sostanze altamente tossiche causa di danni irreversibili per la salute umana come l’idrogeno solforato, bruciato nella fiammella del Centro Olio. Il limite imposto al rilascio di H2S dalla ormai ventennale normativa italiana è incredibilmente alto, come accade spesso quando si tratta di inquinanti tossici:  30 parti per milione per l’industria petrolifera, quando quello fissato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è a 0,005 parti per milione. La gente della zona spesso ha lamentato improvvisi odori insopportabili e in più occasioni si sono verificati incidenti anche gravi, come quando il 5 aprile 2011, 22 operai dell’Elbe Sud (azienda che opera nell’area industriale di Viggiano) sono rimasti intossicati per una fuoriuscita di H2S, sempre negata da Eni  nonostante fosse stata misurata e confermata da Arpab. La regione Basilicata, che aveva annunciato l’avvio di un’inchiesta, l’ha successivamente archiviata di fronte alle rassicurazioni fatte da Eni.
Quando nel 2010 Vito Mazzilli e Luigi Agresti del Wwf Basilicata chiedevano alla Regione se esistesse un nesso tra le attività petrolifere e l’aumento delle malattie circolatorie, respiratorie e tumorali riscontrate in Val d’Agri la domanda era forse retorica.
Scorrendo i dati del Registro Tumori Basilicata relativi ai comuni dell’Alto Agri, balzano agli occhi preoccupanti aumenti dei tassi di incidenza delle patologie nei periodi 1997/2001 e 2002/2006.
La leucemia mieloide non ereditaria fa registrare aumenti medi del 10.3. Tra le sue cause, le esposizioni al benzene. Il tasso di incidenza del tumore al pancreas registra un +16. Anche per questo tipo di cancro, più raro al di sotto dei 40 anni, tra i possibili responsabili ci sono sostanze legate al petrolio come alluminio, nichel, cromo, idrocarburi policiclici aromatici, polveri di silicio. Il tumore al polmone fa registrare negli uomini un aumento pari a +22 mentre nelle donne quello alla mammella un drammatico +32. Peraltro già il rapporto “Epidemiologia occupazionale ed ambientale” contenuto nella Relazione Sanitaria 2000 della Regione Basilicata, osservava come i tassi di ospedalizzazione per eventi sentinella nel triennio 1996/1998 fossero più alti dal 50% a 2,5 volte rispetto ai livelli medi regionali per asma, altre condizioni respiratorie acute, ischemie cardiache e scompenso.
Ad incidere sulla salute c’è anche la situazione delle acque, forse ancora più grave, visti gli acclarati episodi di inquinamento.
Il 1 agosto 2012 Albina Colella, Professore Ordinario di Geologia e Sedimentologia dell’Università della Basilicata e Presidente dell’Ehpa, ha illustrato i risultati di nuove analisi dei sedimenti dell’invaso del Pertusillo, diga da 155 Mmc di acqua utilizzata a uso irriguo e potabile in Basilicata e Puglia. Come riportato dalla Organizzazione Lucana Ambientalista “Le analisi hanno documentato le più alte concentrazioni di idrocarburi totali finora misurate corrispondenti a ben 559 milligrammi/chilo alla foce degli affluenti Spetrizzone e Scannamogliera, e di 122 mg/kg alla foce del Torrente Rifreddo”. Torrenti questi che drenano un’area occupata da un pozzo di re-immissione e vari pozzi petroliferi “nel cui alveo sono stati probabilmente sversati idrocarburi e altre sostanze tossiche”.  Le analisi hanno anche mostrato elevate concentrazioni di diversi metalli usati nei fanghi di perforazione tra cui Bario, Piombo, Arsenico, smentendo definitivamente le rassicurazioni degli organi di controllo ufficiali.
Una vicenda emblematica che rivela quanto ciò che viene raccontato dalle compagnie petrolifere in materia di inquinamento si discosti dalla realtà, spesso con la connivenza degli organi preposti al controllo, mostrando il vero volto del potere in Italia, dove chi si batte per affermare il diritto alla salute e il dovere della tutela ambientale viene spesso messo a tacere o denunciato per procurato allarme. Nel maggio del 2010 il Tenente della Polizia Provinciale Giuseppe Di Bello e Maurizio Bolognetti vengono rinviati a giudizio dalla Procura della Repubblica di Potenza, per  aver diffuso i dati sull’inquinamento degli invasi lucani. Mentre le acque della diga del Pertusillo si coloravano di marrone, appariva la cosiddetta “alga cornuta” (che l’Arpab attribuì a “cause metereologiche”) e si  verificarono inquietanti morie di pesci. Episodio ripetutosi anche l’anno seguente.
Di Bello, richiedendo il rito abbreviato, è stato condannato a due mesi con sospensione della pena, mentre Bolognetti è in attesa di processo. “Le tracce di idrocarburi policiclici aromatici nei sedimenti, rilevate già anni fa dalla Metapontum Agrobios, la presenza di Bario emersa dalle analisi commissionate dal sottoscritto e dai radicali nel 2010 e le successive analisi di associazioni ambientaliste, univocamente conducono al petrolio. Il Ministro Balduzzi ha testualmente risposto (ad una interrogazione parlamentare n.d.r.): “Campioni prelevati dall’Arpa nel luglio 2011 in punti diversi del lago hanno mostrato la presenza di alte quantità di idrocarburi totali.” Da dove arriva la presenza di idrocarburi e la presenza di metalli pesanti e di Bario? Il primo ottobre io mi ritroverò sotto processo per aver denunciato l’inquinamento. E’ di certo un paradosso. Ma dove ci sono interessi collegati al petrolio, i “paradossi” non mancano. Di certo di inquinatori sul banco degli imputati non ne abbiamo”. Perché indagando, ci sarebbero probabilmente tutti i presupposti per dichiarare il disastro ambientale, bloccare le attività estrattive e chiedere il conto ai responsabili.
“Ma c’è un magistrato in Basilicata disposto ad indagare non su chi denuncia, ma su quanto sta avvenendo in quell’area?” incalza Bolognetti. “Ci vorrebbe una magistratura disponibile ad avviare un’inchiesta seria, ci vorrebbero serie indagini epidemiologiche, oltre ai monitoraggi che in questi anni sono stati per usare un eufemismo carenti”. La Giunta Regionale sembra essersi infine risvegliata, siglando ad agosto una moratoria a nuove estrazioni ed istanze di ricerca. Scatenando le ire del Governo. E di parte degli ambientalisti, che vorrebbero invece il blocco delle attività estrattive. Ma il dio petrolio è una marea nera che inghiotte nel silenzio, legata a giri di potere e affari che solo lo scorso anno dell’ordine di centinaia di miliardi di euro all’anno. Ai cittadini della Val d’Agri e di Viggiano non resta altro che appellarsi alla loro Madonna, una Madonna nero petrolio.
 di Salvatore Lucente