spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

giovedì 27 giugno 2013

La guerra infinita di Siria

La guerra infinita di Siria in 5 punti


di Niccolò Locatelli




 Malgrado le manovre diplomatiche dell'ultima settimana, il conflitto a Damasco non è destinato a finire presto. Non tutti gli attori esterni combattono: gli alleati di Asad sono molto più attivi di chi, a parole, sostiene i ribelli.



[Carta di Laura Canali]
Le ultime notizie sulla guerra di Siria fanno pensare che il conflitto non sia affatto vicino a una rapida conclusione. Inoltre, solo alcuni dei suoi protagonisti sono pronti a combattere quella che ormai è diventata una guerra mondiale: alcuni Stati la subiscono, altri vigilano e se necessario intervengono, altri ancora per ora se ne tengono fuori.

Diplomazia e combattimenti si intrecciano, con il seguente risultato:

1) Mai fidarsi di Ginevra
In linea di principio” il regime di Asad ha accettato di partecipare alla conferenza di pace che stanno organizzando Usa e Russia, che dovrebbe tenersi a Ginevra a giugno. Sarebbe la seconda conferenza di Ginevra e ripartirebbe idealmente da quella del 2012 [Ginevra 1], conclusasi con un comunicato che auspicava una transizione guidata dai siriani e chiedeva la fine delle violenze. Quel documento non prevedeva esplicitamente la deposizione di Asad, che è invece una richiesta di gran parte dell’opposizione politica riunita (per modo di dire) nella Coalizione nazionale siriana (Cns).

Accettare colloqui con questi presupposti è in ogni caso una vittoria diplomatica per Damasco. La loro preparazione richiede tempo (il 5 giugno dovrebbe tenersi un verticeOnu-Usa-Russia per organizzare Ginevra 2); intanto le Forze armate lealiste possono continuare la loro offensiva contro i ribelli. Se mai Ginevra 2 si terrà, il suo risultato potrà essere ignorato - come è successo con Ginevra 1 - oppure strumentalizzato dal regime; se non si terrà o non vedrà la partecipazione della Cns, a maggior ragione Asad potrà scaricare la colpa del conflitto sui suoi avversari politici. I quali hanno gli stessi problemi da 2 anni: non riescono a mettersi d’accordo tra di loro e non sono riconosciuti come rappresentanti da chi è impegnato nei combattimenti.

2) L’offensiva lealista
Dopo mesi lontano dai riflettori, Asad ultimamente ha ripreso a farsi vedere in giro (1,2) e a parlare con i media di mezzo mondo. La sua ritrovata comunicatività è un riflesso della situazione sul terreno, che ispira più fiducia al presidente: come descritto ampiamente in questo articolo da Lorenzo Trombetta (probabilmente il primo a parlarne sui media italiani), le truppe lealiste hanno stretto d’assedio la strategica città di Qusayr con l’aiuto dei miliziani libanesi di Hezbollah. Non che tutta la guerra dipenda da quella battaglia o che il regime stia per vincere la guerra, ma militarmente la situazione è più favorevole ad Asad rispetto a qualche mese fa. Ciò spinge a guardare con ulteriore scetticismo a Ginevra 2: se Damasco non ha avviato una vera transizione quando l'inerzia era a favore dei ribelli, perchè dovrebbe farlo ora?

3) Non è la guerra di tutti
Malgrado il suo esito interessi per motivi diversi numerosi Stati nella regione e nel mondo, solo alcuni stanno effettivamente combattendo la guerra di Siria.

Il fronte lealista ha gli alleati più attivi: la Russia fornisce armi e copertura diplomatica,l’Iran considera la sopravvivenza del regime alawita un proprio interesse nazionale, Hezbollah ha inviato uomini e mezzi oltreconfine.
I ribelli, privi di coordinamento tra loro e con l’opposizione politica (che prevalentemente si tiene alla larga dalla Siria), ricevono armi e/o soldi e/o protezione da Turchia, Arabia Saudita, Qatar e Giordania. Teoricamente, Ankara e Amman armano le formazioni meno radicali mentre Doha e Riyad finanziano salafiti e altri estremisti. Il sostegno di questi paesi, come nota ancora Trombetta, non è stato sufficiente a decidere le sorti del conflitto. In Siria c’è anche lo spettro tutt’altro che immateriale dial Qaida, rappresentato da Jabat al Nusra, e il fantasma dell’Esercito siriano libero, ormai frammentatosi in tanti piccoli gruppi attivi su base locale.

I più accesi sostenitori del fronte anti-Asad a parole sono anche i più inerti nei fatti: Stati Uniti ed Unione Europea invocano da tempo l’allontanamento del presidente siriano ma si rifiutano di intervenire militarmente o armare direttamente i ribelli. Come le capita spesso, Bruxelles in settimana ha deciso di non decidere: l’embargo sulle armi in scadenza il 31 maggio non verrà rinnovato, ma non è stata presa un’iniziativa unitaria: ogni Stato è libero di agire come crede.

Secondo quanto dichiarano i vertici Usa ed europei, essi sarebbero frenati dal timore che le armi (e successivamente la Siria stessa) finiscano in mani qaidiste e non vogliono prendere ora una decisione che comprometterebbe la preparazione di Ginevra 2. Queste frasi nascondo una verità inconfessabile: fino a quando non emergerà un’alternativa ad Asad che sia forte, credibile e non sgradita agli attori regionali, sarà difficile che Washington e i suoi junior partner del Vecchio Continente si gettino nel conflitto. Non è un segreto che - fino a quando non ha iniziato a sparare sui manifestanti pacifici - la dittatura dell’attuale presidente siriano andasse bene a tutti: dalla Turchia all’Iran, dalla Russia a Israele e quindi agli Stati Uniti, che non hanno interessi diretti in ballo a Damasco.

4) Israele vigila
Lo Stato ebraico finora ha cercato di tenersi al di fuori dal conflitto siriano, preoccupandosi principalmente di evitare - con raid circostanziati - che l’arsenale del regime finisse nelle mani di Hezbollah. Gli occasionali scambi di colpi di arma da fuoco nel Golan per il momento non cambiano l’equazione strategica: né ad Asad né a Netanyahu conviene dichiarare guerra al paese vicino.

5) Gli altri subiscono
Il conflitto che sta devastando la Siria ha un peso sempre maggiore sugli Stati confinanti. L’arrivo di un numero altissimo di rifugiati ha conseguenze sociali ed economiche importanti su paesi già instabili come GiordaniaIraq e Libano. Per non parlare di chi fa il tragitto inverso e va a combattere sulla via di Damasco, facendo della regione un corridoio di armi.

Nelle ultime settimane dalla guerra di Siria sono arrivate tante novità o presunte tali:attacchi con armi chimiche, invio di armamenti russi ad Asad, raid israeliani, maggiore coinvolgimento di Hezbollah al conflitto, assedio di Qusayr, gemellaggio di Jabat al Nusra con al Qaida in Iraq, preparazione di Ginevra 2, fine dell’embargo Ue sulle armi...

Purtroppo, niente di tutto ciò rende più vicina la fine del conflitto né la pacificazione del paese, o di quel che ne resta.