spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

giovedì 27 giugno 2013

Obama e Putin sullo scacchiere mediorientale.

“Armi chimiche in Siria, superata la linea rossa”: l’esca di Obama alla Russia

di Niccolò Locatelli

 La Casa Bianca conferma l'uso di gas letali da parte di Asad pochi giorni prima dell'incontro tra il presidente Usa e Putin, sperando di indurre Mosca a una vera trattativa sulla guerra a Damasco. Non funzionerà.




[Carta di Laura Canali tratta da Una certa idea d'Israele]
[Fonte fotostrillo: The Internationalist]
La Casa Bianca è convinta che il regime di Asad in Siria abbia fatto uso di armi chimiche, oltrepassando la linea rossa tracciata da Obama: questa la sintesi del comunicato di giovedì 12 giugno del viceconsigliere per la sicurezza nazionale Benjamin Rhodes, che riassume i risultati del lavoro compiuto negli ultimi due mesi da varie agenzie d'intelligence Usa.

Il tempismo dell'annuncio è importante quanto il contenuto del documento: entrambi deluderanno chi spera in un intervento militare degli Stati Uniti a favore dei ribelli siriani.

Cominciamo leggendo il comunicato: le indagini compiute dalla comunità dell'intelligence a stelle e strisce, basate sulla collaborazione con alleati e su testimonianze di persone dentro e fuori dalla Siria, permettono di concludere "con un alto grado  di fiducia" che il regime di Asad ha impiegato più volte su scala ridotta armi chimiche, tra cui il gas sarin. Le vittime "accertate" sono circa 100-150 (su un totale di oltre 90 mila), ma è probabile che il numero effettivo sia maggiore. Siccome si ritiene che Damasco controlli ancora tutto il suo arsenale, è stato escluso l'uso e il possesso di armi chimiche da parte dell'opposizione.

Obama, riconosce il comunicato, aveva parlato di "linea rossa" a proposito dell'impiego di queste armi nel conflitto, garantendo ad agosto 2012 che nell'eventualità avrebbe cambiato i suoi calcoli. E in effetti "il presidente ha già cambiato i suoi calcoli", si legge nel documento, autorizzando l'aumento del rifornimento di aiuti non letali - niente armi - all'opposizione civile e dell'assistenza al Consiglio militare supremo, che rappresenta (si fa per dire) una componente non legata ad al Qaida dei ribelli siriani. "Affronteremo la questione con il Congresso nelle prossime settimane". Senza fretta, quindi.

Il comunicato si chiude ricordando a Damasco che gli Stati Uniti e la comunità internazionale hanno a disposizione un'ampia serie di strumenti legali, finanziari, diplomatici e militari e sottolineando gli obiettivi di Washington nella crisi siriana. Tra questi, "arrivare a un accordo politico negoziato che stabilisca un'autorità in grado di garantire una stabilità di base e di amministrare le istituzioni statali".

Un lessico tutt'altro che bellicoso nei confronti di Asad, di cui non viene esplicitamente chiesta l'esautorazione. Un lessico, insomma, da Ginevra 2, la tanto agognata (e tanto lontana) conferenza di pace sulla Siria che dovrebbero organizzare gli Stati Uniti e la Russia.

Proprio alla Russia fa pensare il tempismo con cui è uscito il comunicato della Casa Bianca: lunedì 17 giugno Obama andrà in Irlanda del Nord per il G8. Ai margini del vertice è previsto un incontro bilaterale tra il presidente Usa e il suo omologo russo Putin ed è scontato che la guerra in Siria sarà tra gli argomenti più importanti di cui discutere.

Confermando l'uso di armi chimiche da parte del regime di Asad, promettendo un pur moderato aumento degli aiuti ai ribelli e facendo circolare l'ipotesi di iniziare ad armarli sul serio, Obama vuole mostrarsi risoluto e non sulla difensiva. La realtà è però diversa e neanche tanto inintelligibile: l'opinione pubblica statunitense vuole che Washington stia alla larga dalla Siria, una no-fly zone sarebbe più difficile da implementare di quanto lo sia stato in Libia, l'opposizione politica è spaccata e staccata dai ribelli, a loro volta divisi e reduci da alcune importanti sconfitte militari.

Con il comunicato di giovedì la Casa Bianca ha gettato un amo alla Russia. Sembra difficile che Putin abbocchi.