spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

giovedì 25 luglio 2013

AREA EURO, MERCANTILISMO E VIOLAZIONI DEL TRATTATO




AREA  EURO, MERCANTILISMO E VIOLAZIONI DEL TRATTATO





Sommario:
1- LA GERMANIA E LA CRISI DELL’EURO;
2- IL DISEGNO COMPLESSIVO  INSITO NELL’EURO; 
3- EURO E VIOLAZIONE DELLE NORME DEI TRATTATI, ISTITITUVO E SUL                                        FUNZIONAMENTO DELL’UE, DA PARTE DI GERMANIA E ISTITUZIONI UE;
4- QUESTIONE DI DIRITTO RELATIVA ALL’EURO-EXIT

1- LA GERMANIA E LA CRISI DELL’EURO
Le polemiche che, in varie forme, si protraggono da mesi, circa l’attivazione di meccanismi di finanziari di intervento sugli spread tra i titoli del debito pubblico dei diversi paesi euro, in specie sulla conformità alla Costituzione tedesca dell’European Stability Mechanism (c.d. ESM), evidenziano i limiti “genetici” del trattato UEM (oggi trasposto, in un’inestricabile commistione di tematiche e oggetti “promiscui” all’area euro in senso proprio e a quella UE allargata, nel c.d Trattato sul funzionamento dell’unione europea –ora c.d. TFUE -, che costituisce la versione consolidata, a seguito dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, del “vecchio Trattato istitutivo della Comunità europea –c.d. TCE).
Lo scontro politico-economico fra paesi UE, drammaticamente sottostante a tali polemiche, dimostra l’ambiguità normativa sul ruolo della BCE, perseguita, a scopi ideologici, con la formulazione del trattato, alla luce della più accreditata teoria economica della moneta. Una banca centrale, diversamente da quanto implicato dalla disciplina “contraddittoria” che oggi si dice di “voler forzare”,- non solo l’art.123, ma il complesso degli artt.120-128 TFUE-, deve poter funzionare come Lender of Last Restort (LOLR),: e ciò sia, a rigore della locuzione, rispetto al sistema bancario che utilizza quella divisa in via principale, cioè comunque “residente” in quell’area valutaria, sia nella funzione, attualmente più controversa, di “tesoriere del governo” o, comunque, del centro di imputazione della politica fiscale ed economica della medesima area valutaria.
Ciò perché, altrimenti, la moneta che stampa tale banca centrale va “fuori controllo”: cioè, quantomeno, i tassi del debito pubblico, se emesso indipendentemente dai vari paesi aderenti, da qualche parte e inevitabilmente -cioè è certo- saliranno in modo rilevante e ineguale, divergendo tra loro e mettendo in crisi la sostenibilità della moneta stessa, come strumento fiduciario di pagamento all’interno dell’area (c.d. moneta “fiat”,uno strumento di pagamento non coperto da riserve di altri materiali, ad esempio: riserve auree, e quindi privo di valore intrinseco anche indiretto). Questo assunto, connesso alla parallela istituzione di un’autorità “federale” capace di operare trasferimenti fiscali a favore delle aree in squilibrio commerciale (e di liquidità), fa parte della teoria base delle “aree valutarie ottimali”, la cui formulazione, nel 1961, ha fruttato all’economista statunitense Robert Mundell il Nobel per l’economia).[2] Poi, va subito precisato, non è affatto vero che un intervento della BCE avrebbe potenziali maggiori costi per i tedeschi (fermo il fatto giuridico-economico che, comunque, tale intervento, in forma di emissione di moneta per acquisti di titoli, non grava direttamente sul bilancio federale).
Il timore invocato dai tedeschi è quello dell'inflazione, che farebbe salire anche i tassi nominali del debito tedesco, svalutando il valore di bilancio (specialmente bancario, secondo il controverso criterio c.d. mark to market imposto dall’EBA a fine 2011, dei corsi dei bund emessi in precedenza.
Ma l'inflazione, in relazione alle dimensioni dell’intervento BCE oggi immaginato, non salirebbe oltre i limiti della tollerabilità: è stato infatti calcolato che il "Non Inflationary Loss Absorbing Capacity-NILAC" della BCE è attualmente di oltre 3300 miliardi di euro. E’ infatti, evidente, che il solo fatto che una banca centrale assicuri acquisti illimitati nell’ammontare  e nel tempo, determina la rinuncia alla speculazione sui titoli “protetti” e, anzi, permette alla banca centrale stessa di “fermarsi” a un volume di interventi nei fatti limitato, realizzando anche plusvalenze sugli acquisti dei titoli emessi con rendimenti precedenti più alti.
Solo oltre la soglia del NILAC si avrebbero effetti inflattivi, mentre la trasmissione dell'incremento monetario all'inflazione stessa sarebbe, nell’attuale situazione di “raffreddamento” della domanda in tutta l’area, molto basso e lento ad agire. Praticamente effetti inflattivi di una certa “rilevanza”, seguendo le opportune misure tecniche, si avrebbero per il doppio dell’evidenziato ammontare del NILAC (cioè oltre quota 6000 miliardi di euro di emissione di nuova moneta per la funzione specifica qui commentata).
In sostanza, col LOLR si produrrebbe un certo impatto sui tassi dei bund, e quindi sulle “tasche” dei tedeschi, minore di quello causato dal rapido “bruciarsi” dei fondi impiegati negli interventi via EFSF e ESM, che si prospettano, nella pratica, quasi inutili.
“Inutili” in quanto qualsiasi garanzia "limitata" nell'ammontare non è attendibile agli occhi dei mercati, sortendo l'atteso effetto contrario di affrettare le vendite del titolo il cui valore (riflesso nei rendimenti) si vorrebbe proteggere: ciò nel timore degli operatori, detentori dei titoli, di arrivare tardi rispetto all'esaurimento del fondo limitato...che, appunto, esaurirebbe il suo plafond molto prima che in una situazione in cui lo stesso esborso monetario per acquisti fosse effettuato da una banca centrale che agisca comeLOLR, costando perciò molto di più, e senza risolvere comunque gli squilibri alla base delle divergenze dei tassi, ai contribuenti tedeschi.[4] 
In effetti, la gente "comune" in Germania soffre di effetti restrittivi della domanda interna e, prima di tutto, delle dinamiche salariali, ma essi non sono certo dovuti alla dimensione del debito e della spesa pubblica negli altri paesi dell’area UEM, sebbene alle politiche adottate dai propri governi, originate dall’obiettivo di dover sfruttare, come programmato alla luce delle note dinamiche della aree valutarie teorizzate da Mundell, la valuta unica.[5] E come tale occasione…"unica" doveva essere sfruttata?
Mediante una politica economica che viene definita "imperialismo mercantilista", in quanto tende alla universalizzazione, in una certa area -tendenzialmente l'Europa, data appunto la presenza della moneta unica-, della propria supremazia commerciale, e, quindi, ad “asservire” alla propria offerta la domanda del "vicino", che, inevitabilmente, ne risulta impoverito dopo una fase iniziale espansiva "precolonizzazione" economica [6],[7]. E che le cose stiano esattamente così, in termini di definizione della politica tedesca all’interno dell’area monetaria, è affermazione degli stessi esponenti tecnici dellagovernance di quel paese.[8]
Dunque, lo strumento principale che ha conferito un’efficacia senza precedenti a tale mercantilismo è proprio la moneta unica che consente, a differenza del cambio flessibile (che produce, in ragione delle differenze di inflazione, l'effetto opposto in termini di competitività commerciale), di sfruttare vantaggiosamente il deliberato perseguimento di un differenziale favorevole di inflazione. Tale effetto è stato indicato chiaramente da Mundell nella sua teoria delle aree valutaria ottimali (Optimun Currency Area, c.d OCA). E la relativa politica tedesca, col termine di "mercantilismo", è registrata come tale anche dal FMI [9], dall’ILO,[10] nonchè, tra i numerosi altri, da De Grauwe, forse il più prestigioso economista europeo del momento[11].
Occorre infatti considerare che, in un'area valutaria ottimale (OCA), il sistema di deflazione competitiva (svalutazione reale, cioè deprezzamento del c.d. tasso di cambio reale che permane, ancorato ai diversi rispettivi  livelli dei prezzi in ciascun paese, anche in situazione di cambi nominali fissi) tende a dare un decisivo vantaggio sul lato dell'offerta e nulla ha a che fare con lo spirito cooperativo (debolmente) espresso nei trattati UE.
Unitamente a ciò, il paese che opera tale svalutazione reale, persegue simultaneamente  la necessità iniziale di sostenere la domanda dei paesi resi meno competitivi attraverso il tasso di cambio reale -simmetricamente rivalutatosi, nel loro caso- erogando crediti funzionali all'acquisto dei propri beni, in modo da rendere operativo il vantaggio in termini di attivo della propria bilancia dei pagamenti.
Per deflazionare, in funzione competitiva, lo strumento unico a disposizione di una paese appartenente a un'OCA è agire -in via preventiva e non necessitata da fattori ciclici esterni all’area- sul costo del lavoro. E a ciò hanno provveduto le riforme Hartz[12] (dal nome del ministro, ed ex a.d. di una fabbrica di auto, proponente delle leggi che hanno riformato il mercato del lavoro e del welfare relativo): queste riforme hanno svolto i loro effetti, sia chiaro, partendo comunque da una situazione di preesistente inflazione più bassa, che corrisponde a una tradizione economico-commerciale propria della Germania, accompagnata da una costante compressione della propria domanda interna.
Questo solo in estrema sintesi, dato che vari altri corollari dimostrano la natura ideologico-politica, e anticooperativa (piuttosto pan-germanica), di questa strategia che, ovviamente, può reggere a un sereno vaglio di praticabilità all’interno di una “unione”, asseritamente politica, o quantomeno economica, prima che monetaria, solo fondandosi su luoghi comuni mediatico-propagandistici sulla propria “virtuosità” nel fare costanti sacrifici, simmetrici a quelli che vengono proposti agli italiani ed espressi nella “parola d’ordine” "debito-pubblico-brutto-abbiamo-vissuto-al-di-sopra-dei-nostri-mezzi".
Il metodo seguito dai tedeschi per abbassare l’inflazione, ben al di sotto del 2% indicato come limite di convergenza “cooperativo” nel trattato UEM - cioè un limite su cui si dovrebbe esattamente convergere non solo deflazionando se si è oltre, ma anche “riflazionando” se se ne è al di sotto-, è lecito o non lecito (come si vedrà più oltre) a seconda della lettura delle clausole dei trattati congeniale…ai più forti.
E quindi ai paesi "core", che non si trovano mai in minoranza nel "consiglio" UE, sebbene il meccanismo, -amplificato nei suoi effetti deflazionistici dal c.d.  fiscal compact, fino a innescare un trend recessivo esteso a tutta l’area-, cominci a essere “denunziato” nelle trattative sotterranee  che i francesi in primis tenderanno a intraprendere, per correggere gli squilibri commerciali senza dover inseguire una politica deflazionistica a costi sociali crescenti, assistendo cioè al dilagare di una disoccupazione non tollerabile e non necessaria in una razionale politica di crescita.
2- IL DISEGNO COMPLESSIVO INSITO NELL’EURO.
La questione, una volta subentrata la pesante crisi da squilibri commerciali attuale, viene spesso posta in termini di recupero della competitività mediante aumento della produttività. Ma tale controversa impostazione non può nascondere le evidenze scientifiche che comprovano che la competitività e la bassa inflazione dipendono essenzialmente dal Costo del Lavoro per Unità Produttiva (CLUP) e quindi ogni politica di correzione, finisce in ultima analisi per perseguire la contrazione del costo del lavoro (variazioni comparate dei salari reali) e la caduta della domanda interna.[13]
Nè si può, poi, seriamente dimostrare, in situazione recessiva e con diminuzione di consumi e, specialmente, di investimenti, che si possa ottenere un aumento della produttività "non a causa di stipendi in diminuzione", uscendo tale assunto da ogni verosimiglianza scientifica;  a ciò segue la inattendibilità della concomitante ipotesi, contraria a ogni evidenza, di considerare, o quantomeno di “dichiarare”, la recessione indotta da austerity fiscale come l'ambiente ideale per effettuare immaginifici “massicci” investimenti in Innovazione, Ricerca &Sviluppo, facendogli avere effetto in 1 o 2 anni (!), laddove, invece, si registrano insolvenza diffusa e caduta verticale di risparmi e investimenti.
Ma anche a voler adottare ora la stessa strategia della Germania, i problemi sono difficilmente superabili: la diminuzione dei salari reali, comunque, potrebbe portare al "recupero" di competitività  su altri paesi (che utilizzino la stessa moneta…se no ci pensavano molto meglio le variazioni naturali dei cambi nominali) solo se non perseguita, come ora si vuole nei PIGS, in direzione pro-ciclica, allorchè la inevitabile caduta della domanda aggregata interna, porta a disoccupazione e deindustrializzazione, nonché all’apertura ulteriore di tali economie al controllo estero delle proprie imprese, più facilmente acquisibile a vantaggio dei paesi in attivo commerciale.
Questi ultimi, pur ove, per taluni settori (soltanto, quelli esportatori), riaumentino i livelli dei salari, hanno goduto e continuano a godere di un vantaggio di competitività (da tasso di cambio reale), hanno dunque accumulato prolungati attivi della bilancia dei pagamenti e dispongono, per tale motivo, dei capitali per impadronirsi delle economie indebitate (ancor più dagli effetti recessivi dell'austerity).
Si può riscontrare come, ad es;, l'Irlanda (estero controllata sul piano dei capitali immobilizzati) non può che rischiare di riprodurre meccanismi shock legati alla dipendenza dai mercati finanziari esteri, dato che può “punire” i salari quanto vuole, ma non può raddrizzare strutturalmente il carico dell'indebitamento privato con l'estero e stabilizzare l'attivo della bilancia dei pagamenti, se non  a costo di una costante ulteriore compressione salariale e della domanda interna (accompagnato da una sostanziale “istituzionalizzazione” della proprietà estera di capitali produttivi, con esportazione dei relativi profitti e interessi sui capitali investiti, incidente, come pare dimenticare l’attuale dibattito in Italia, sulla voce dei redditi del saldo- negativo- della partita corrente della bilancia dei pagamenti).
L'assurdità di questi riallineamenti al ribasso dei CLUP, - operati pro-ciclicamente, quale regola-guida dell' "austerità espansiva" durante una crisi da debito, privato (cioè originato dagli squilibri commerciali e dall’import) e non pubblico-, viene proposta come una di quelle riforme di "lungo-periodo" che dovrebbero in qualche modo riallineare i paesi in difficoltà (le cosiddette cicale) verso i virtuosi.
Si omette perciò di considerare il fatto che le cosiddette “formiche” (cioè i virtuosi che stanno sotto il target fissato del 2% di inflazione), hanno preventivamente, e senza alcuna giustificazione se non quella della competizione commerciale, aggiustato il tasso di cambio reale via deflazione salariale (-6% in termini reali, per i salari dei lavoratori tedeschi nell'ultimo decennio), con la segnalata distorsione del mercato UEM, attraverso "svalutazione competitiva" volta all’export e alla minor convenienza dell’importazione daipartners. Contemporaneamente, il sistema manifatturiero-produttivo tedesco ha fruito di una fiscalizzazione dei propri costi: infatti, lo Stato federale, a seguito delle riforme Hartz ha amplificato il proprio deficit oltre il limite sancito da Maastricht, nei primi anni di circolazione dell’euro, a causa della spesa pubblica originata dal welfare connesso a disoccupazione e sotto-occupazione (i c.d minijob).
Si tratta di un’antica propensione di politica economica intesa all’aggressività verso i mercati degli altri paesi. Già l'economista italiano Serra nel 1613, prima di Kaldor (il grande economista vicino a Keynes) ad esempio, riconosceva che l'industria manifatturiera è uno dei motori della crescita, posto che non dipende dalle condizioni climatiche, produce beni durevoli, ed è soggetta a rendimenti di scala crescenti in quanto può essere moltiplicata con minore proporzione di spesa.
I tedeschi (e gli altri paesi “core”, ex area-marco) in uno scenario che, almeno fino alla crisi finanziaria mondiale dei sub-prime, registrava una domanda dei loro beni, hanno incentivato quest’ultima mediante credito (privato) largamente concesso dal loro sistema bancario, inoculando la “droga” dei capitali prestati ai paesi periferici (per permettere a questi ultimi l'acquisto di auto e beni durevoli ecc.), con l’effetto anche di aumentare il livello, e il differenziale, di inflazione in tali ultimi paesi, a causa del forzoso aumento della domanda e dei consumi, amplificando i differenziali di tasso di cambio reale .[14]
Sopraggiunta la crisi dei sub-prime, di cui la Germania con la Deutsche Bank è stata protagonista in negativo, il cosiddetto sudden stop creditizio ha provocato la caduta della domanda dei paesi periferici, scoperchiando il vaso di pandora dei loro crescenti debiti privati ed esteri. Il mantenimento persistente di tassi di inflazione al di sotto della media europea ha causato la paralisi/morte dei “più deboli” sistemi produttivi: quindi  un maggior CLUP, corrispondente a minor competitività, per i partner europei quali Grecia, Portogallo e Spagna, a vantaggio dei tassi di interesse reali sempre più alti, goduti dai paesi creditori.
Ora si chiede che tutti, in Europa, si riallineino abbassando i CLUP. Certo, è teoricamente possibile. Ma si deve sapere che ciò è realizzabile solo creando ampia disoccupazione e connessa recessione. La curva di Phillips ci spiega che la crescita del salario è inversamente proporzionale rispetto al tasso di disoccupazione: la direzione di tale politica e dei suoi effetti trova conferma nei tassi di disoccupazione di Spagna, Grecia, Irlanda, Italia (e, perchè no, della Germania durante i primi anni di applicazione delle riforme Hartz, quando si è avviata preventivamente la accelerazione deflattiva).
L’impostazione rende logico porsi questo interrogativo: se tutti sono parimenti competitivi a chi si vendono questi beni "equivalenti" nei prezzi (in mera teoria)? La verità, sempre ipocritamente taciuta, è che in un'OCA”imperfetta” per ammissione dei suoi stessi creatori, quale indubbiamente è l’area euro, chi "colpisce" per primo, comprimendo i salari e il CLUP (quindi i tassi di cambio reale legati all'inflazione differenziale) consolida il vantaggio.
Il riallineamento competitivo via “taglio” dei salari "successivo", infatti, unito alle misure di austerità imposte per l'ugualmente pro-ciclico consolidamento fiscale (che tende rigidamente a garantire i creditori interni alla stessa area), provoca una tale caduta della domanda nel paese "a maggior inflazione" (salariale e anche indotta dalla domanda drogata dai crediti esteri) da:
-deindustrializzarlo e vanificare con un "effetto strozzatura" la ipotetica riespansione della produzione (impianti in gran parte smantellati);
- colonizzarne a "fabbrica cacciavite" l'economia (lavorazioni a minor valore aggiunto, non esigenti investimenti, resi progressivamente impossibili dalla caduta verticale della domanda e dal credit crunch).
Questa seconda ipotesi è quella che più incombe sull'Italia, anche a causa della originaria via italiana al "tentativo" di deflazione salariale, cioè il precariato "sotto-demansionante", che dissuade, in pratica, data la maggior convenienza industriale del lavoro sotto-qualificato e temporaneo, da investimenti in IR&S. La “regressione industriale” non potrà nemmeno essere scongiurata da, peraltro denegati, interventi "illimitati" della BCE-ESM riduttivi degli spread che, come già evidenziato, agiscono sugli effetti e non sulle cause degli squilibri provocati dalle "monete uniche".
Stiamo correndo, comunque, vada, verso la dissoluzione della democrazia fondata sulla tutela del lavoro (art.3, paragrafo 3, tr. istitutivo UE e 145-148 tr. sul "funzionamento" dell'UE) e più ancor che l'Europa, stiamo distruggendo la sua cultura civile, vìolando, oltretutto, come si vedrà, le stesse regole "fondamentali" che Stati membri e istituzioni UE si erano imposte.
Bisogna dunque essere coscienti che, in esito al processo di riallineamento attualmente perseguito, si creerebbe, all’interno dell’Europa, una "specializzazione" produttiva e finanziaria tra:
1. paesi centrali UEM, destinati a mantenere un più forte avanzo commerciale, perchè lo nutrirebbero di merci ad alto valore assoluto e aggiunto;
2. paesi "cacciavite", soggetti a concorrenza e congiuntura più forti, in ragione della maggiore esposizione concorrenziale extra-UEM, cioè da parte dei paesi emergenti.
Tanto più che il "cosa" produrre e "dove", in questo assetto, lo deciderebbe la Germania, o altro paese “core”, che acquisirebbero il controllo dei sistemi bancari e produttivi degli altri (di fatto la cosa è già in atto e il vero rischio, per la Germania, è la pendenza delle sofferenze sub-prime annidate…negli USA, nelle famose controllate “discarica” del loro "estroso" sistema bancario).
Per l'Italia questa non solo sarebbe una colonizzazione neppure strisciante, ma anche la "garanzia" di decine di anni di crescita stagnante, dove il valore ridotto pro-unitario dell'export e la debolezza della domanda interna, si accoppierebbero alla più accentuata ciclicità dei mercati delle tipologie di beni prodotti in concorrenza ai “paesi emergenti”. Ovviamente, la disoccupazione dovrebbe sempre rimanere "incombente", da cui l'attenzione spasmodica sulle riforme "strutturali" che si riducono essenzialmente a politiche di deflazione salariale, o di contrazione della spesa pubblica, cosa che, in termini di praticabilità degli investimenti,  e della conseguente crescita della indispensabile occupazione “qualificata”, ha un effetto equivalente.
In questa situazione, la politica tedesca soffre della intrinseca contraddizione logica di imporre prima uno standard di competizione elusivo dello “spirito” cooperativo che dovrebbe permeare le regole dell’Unione, e poi di imputare agli altri, che hanno subito gli effetti distorsivi di tale politica, responsabilità e misure di adeguamento che finiscono per aggravare sia la posizione dei debitori, sia la propria stessa sicurezza nella posizione di creditore. Rifiutando di prestare, ora come prima, la cooperazione indispensabile per poter coesistere all’interno di un’area valutaria comune.[15]
Diciamo che è una questione di "potere", (cioè di un tipico corollario dell’imperialismo mercantilistico), esercitabile su "altri", invece che di giustificabili timori di maggiori aggravamenti dei propri conti pubblici.
Cerchiamo di spiegarci meglio: se “saltano” i sub-prime in USA e le banche tedesche sono "esposte" in sofferenze (e lo sono ancora, come s’è detto, specie le controllate USA), alla Germania non salta in mente di dire alle proprie banche: “avete sbagliato a concedere il credito ora sbrigatevela da soli”. Lo Stato federale è intervenuto a trasferire soldi pubblici (sottratti ad altri scopi del pubblico bilancio) alle banche, del cui "sistema" è, oltretutto, azionista circa al 40%.
Ma se la stessa situazione di insolvenza si verifica per i greci o per gli irlandesi, sono i rispettivi Stati che, - in situazione di crisi di liquidità determinata dall'innalzamento del debito privato oltre ogni sostenibilità (per consumi a "debito"...di beni importati e per afflusso di capitali dai paesi “core”, prestati in ragione di interessi nominali, e reali, più alti e crescenti, espressi nella stessa valuta, ed impiegati in un'eccessiva intrapresa immobiliare)- danno i soldi alle proprie banche.
E come fanno? Emettendo debito pubblico, cioè gravando i cittadini, già debitori a titolo privato degli stessi “creditori”.
Questo debito pubblico, a sua volta, provocando la crescita della domanda di credito in una moneta priva del sostegno di un prestatore di ultima istanza, sarà più difficile da collocare e ne crescerà l'onere per interessi (che gravano sul bilancio pubblico fino a diventare insostenibili). Chi sottoscrive questi titoli pubblici (le stesse banche creditrici dei privati, tra l'altro), dunque e va ribadito, lo fa per gli interessi più alti, guadagnandoci; e, beninteso, come già più alti erano gli interessi reali riscossi per i crediti “facili” erogati, allo stesso sistema privato dei paesi periferici,…proprio per cui sostenerne la domanda di beni importati.
In tale situazione, gli interventi di iniezione di liquidità “a carico”dei vari fondi UE, per salvare il bilancio pubblico del paese debitore dal "fallimento-insolvenza", sono attualmente, per patto tra Stati membri, ripartiti per quote proporzionali tra tutti gli Stati stessi: la Germania eroga, (per ordine di grandezza del PIL) la quota maggiore, anche se però "riceve" in successiva restituzione (del debito privato sottostante) anche una quota ben maggiore del volume complessivo dello stesso intervento, ma non a livello pubblico, appunto a livello privato bancario.
Cioè i soldi tedeschi in uscita per il “salvataggio” (più o meno gravanti su ogni cittadino, procapite, quanto gravano sul cittadino italiano o francese) sono corrisposti emettendo debito pubblico o garanzia equivalente: il che significa che, per rimpolpare, in definitiva, le proprie banche, la Germania emette un debito "avvertito" dai contribuenti in quanto pubblico, e perciò l'esigenza politica di incolpare il debitore privato greco o PIGS di questo "aggravio" fiscale, non addossando in modo trasparente la responsabilità al proprio sistema bancario, irresponsabile prestatore. Ma l'aggravio è sempre molto minore di quello che la Germania dovrebbe sopportare, per gli stessi comportamenti "imprudenti" bancari, al di fuori dell'UEM. In tal caso si prende in carico, sul bilancio pubblico, di tutto il credito bancario inesigibile, com'è accaduto appunto nel caso dei subprime USA.
L'alternativa sarebbe lasciare fallire le banche e nazionalizzarle per garantire i depositi (entro limiti ragionevoli), nonché separando gli istituti di credito commerciale da quelli  speculativi finanziari, che agiscono sui mercati con la logica del proprio profitto e non dell’interesse dei risparmiatori che gli affidano i capitali impiegati. Ma le banche comandano (tramite Bundesbank) e non lo consentono...per ora (finchè i cittadini UE tutti non si desteranno dal torpore “europeistico” in cui sembrano piombati).
Alternativamente, appunto, si può creare senza limiti, tramite la BCE, "nuova" liquidità per acquistare i titoli pubblici in euro, nella misura e per tutto il tempo necessari. Ma qui subentra la paura dell'inflazione, irrazionalmente alimentata nei termini visti in precedenza.
Quindi, in definitiva, il rifiuto tedesco (a ogni tipo di intervento) è del tutto irragionevole e determinato esclusivamente da una visione politica di breve termine, che dimentica la "ragione"del credito concesso, privato a privati, e che sta alla base di tutto: il sostegno delle proprie esportazioni agevolate dalla moneta comune (cioè dalla immutabilità del cambio nominale, potendosi invece agire svalutando il tasso di cambio reale, tramite la compressione retributiva). Ma questa è una crisi "tipica" e già ampiamente vista e prevedibile dagli economisti tanto più qualificati, quanto tutt’ora inascoltati. [16] 
3- EURO E VIOLAZIONE DELLE NORME DEI TRATTATI, ISTITITUVO E SUL FUNZIONAMENTO DELL’UE, DA PARTE DI GERMANIA E ISTITUZIONI UE
Detto questo, sforare, come ha fatto la Germania al tempo delle riforme Hartz, il limite debito/PIL (che quasi inizialmente rispettava) per”fiscalizzare”, (fuori da una situazione congiunturale in atto, attenzione!) i costi di disoccupazione-sottoccupazione, indotte per deflazionare le retribuzioni, vìola:
A) l'art.107, paragrafo 1, ultima parte, dell'attuale trattato sul funzionamento dell'unione (TFUE), in materia di “aiuti di Stato”, laddove si ottenga (appunto "in qualsiasi forma") una riduzione dei costi delle proprie imprese, incidente sugli scambi tra paesi membri, come nel caso, mediante la svalutazione del tasso di cambio reale, che provochi, a sua volta, un vantaggio concorrenziale  asimmetrico “intenzionale”, sia per le proprie esportazioni, sia, e ancor più, a favore di una restrizione delle importazioni (questo l'effetto forse più rilevante del gioco sui tassi di cambio reale);
B) l’art.107, paragrafo 3, TFUE, cioè il complesso delle clausole in tema di “legittimazione”, in sede UE, a ricorrere agli aiuti di Stato in funzione anticongiunturale e di tutela di interessi “sensibili”. Ed infatti, la situazione attuale, tra l'altro, autorizzerebbe, (se non ora quando?) tutti i paesi in strutturale deficit della bilancia dei pagamenti, con alti livelli di indebitamento privato/estero -e non pubblico!- oltre la media per un periodo prolungato e significativo, (rilevabile sul sistema T2)- a lanciare programmi di aiuto ai sensi dello stesso art.107, par.3, lett.a), b), d) del Trattato sul funzionamento dell’Unione...ma tali paesi non possono farlo in quanto il fiscal compact, come corpo di disposizioni speciali "euro-zona", impedisce deliberatamente l’adozione di misure essenziali in origine legittime secondo il trattato, vincolando le politiche fiscali alla autodistruzione dei rispettivi sistemi industriali e alla cristallizzazione degli squilibri di area (altrimenti doverosamente compensabili);
- C) l'art.34 dello stesso Trattato sul funzionamento dell’Unione: "sono vietate tra gli Stati membri le restrizioni quantitative all'importazione nonché qualsiasi misura di effetto equivalente (tale essendo la deflazione salariale al fine di deprezzare il tasso di cambio reale, giustificata solo da fini di competizione mercantilistica).
Ma la stessa Commissione e il consiglio UE, non vanno esenti da una “imprecisa” e omissiva applicazione dei trattati, come essenzialmente evidenzia De Grauwe. Ciò può desumersi dall’oggettivo contenuto di una serie di disposizioni dei trattati medesimi, interpretate correttamente e, soprattutto, nella piena espansione delle clausole in esse contenute:
ad es., l’art.5 del TFUE
“1. Gli Stati membri coordinano le loro politiche economiche nell'ambito dell'Unione. A tal fine il Consiglio adotta delle misure, in particolare gli indirizzi di massima per dette politicheAgli Stati membri la cui moneta è l'euro si applicano disposizioni specifiche (ancor più stringenti e ancor più ignorate n.d.r.)...
2. L’Unione prende misure per assicurare il coordinamento delle politiche occupazionali degli Stati membri, in particolare definendo gli orientamenti per dette politiche.
3. L'Unione può prendere iniziative per assicurare il coordinamento delle politiche sociali degli Stati membri.”
Dove siano finite queste misure e iniziative per coordinare politiche economiche, occupazionali e sociali, a fronte del conclamato atteggiamento, tenuto dalla Germania, di unilaterale e non cooperativa alterazione degli equilibri, già di per sé estremamente difficili da raggiungere, è un interrogativo che non ci si può esimere dal porsi[17].
Cercare altre norme nei trattati, oltre a quelle menzionate, si può (v. infra), ma solo per accorgersi che non vengono fatte rispettare nella lettera e nello spirito e tutto rientra nello stesso "disegno" tanto evidente, quanto, nella sostanza, prevalentemente taciuto dai media europei, forse troppo influenzati dalla loro proprietà finanziaria.
E’ pur vero che, proprio in questi ultimi giorni, la Commissione pare avere avuto un parziale “ravvedimento”, forse stimolata dagli unanimi pareri di tutti gli economisti più prestigiosi nel commentare la criticità della situazione di “asimmetria”, apertamente perseguita, in cui si continua a indugiare [18], iniziando a porsi il problema dell’atteggiamento tedesco. 
László Andor, commissario europeo per gli affari sociali, intervistato da FAZ.net, ha preso posizione con il rappresentare ai tedeschi questa “dura verità”: “le vostre politiche di dumping salariale hanno contribuito alla crisi Euro, non è tutta colpa dei latini[19]. Si riportano alcuni passaggi salienti:
“Gli squilibri nell'Eurozona non sono solo il risultato di politiche sbagliate nei paesi in crisi. La Germania ha avuto un ruolo importante, con la sua politica mercantilista ha rafforzato gli squilibri in Europa e causato la crisi. In futuro dovremo seguire da vicino lo sviluppo dei salari a livello europeo e fare in modo che all'interno dell'area monetaria non divergano in maniera così forte, come è accaduto negli anni precedenti.
…La commissione intende verificare la politica economica degli stati e per fare questo ha in mano i mezzi necessari per procedere contro gli Stati che non fanno nulla contro gli squilibri nella zona Euro. La Germania tuttavia deve porre a se stessa la domanda, se nell'Unione Europea intende procedere secondo il motto : "in Europa non sono tutti uguali".
Circa tale nuova “attenzione”, da parte della Commissione, ai problemi degli squilibri commerciali e dei tassi di cambio reale, viene da chiedersi: perchè lo fanno solo “ora”, mentre si accingono (dal 2013 in poi) "anche" ad applicare le nuove sanzioni previste dal fiscal compact (che non potrà che accelerare i problemi stessi, facendo languire le economie “indebitate” via deficit delle partite correnti e ritorcendo contro la stessa Germania i problemi di drastica riduzione della domanda di cui continua a non curarsi)?
In effetti, volendo anche solo focalizzare sulle politiche europee dell’occupazione, gli artt. 145-148 del Tr. sul funzionamento UE risultavano già violati, fin dai primi anni 2000, dal complesso delle politiche tedesche e, segnatamente, delle riforme Hartz. Le clausole oggettivamente ignorate, all'interno di tali previsioni, sono molteplici. C'è solo da scegliere.
La commissione stessa è dunque, fino ad oggi, venuta meno ai criteri di monitoraggio, coordinamento e promozione dell'art.147, per cui doveva "tenere conto" dell'"obiettivo di un livello di occupazione elevato", cioè nel quadro dell'art.3, paragrafo 3, del Trattato sull'UE, che pone l'obiettivo della "piena occupazione" ed è dunque strutturalmente incompatibile con politiche del lavoro nazionali il cui effetto si risolva nella "deflazione salariale" non necessitata (come si torna a sottolineare) in base a congiunture internazionali, circostanza pacificamente ammessa dai tedeschi.
Ciò, per di più, in un quadro non coordinato a livello UE di politiche del lavoro -art.146, comma 2, TFUE- e che si è risolto, come si è visto sopra, in misure di effetto equivalente alla restrizione delle importazioni rispetto agli altri Stati membri (art.34 st.Tr.).
Inutile dire che risulta “dimenticata”, rispetto alla linea tenuta dalla Germania all’interno dell’area UEM, anche l’attivazione, da parte della Commissione, dei meccanismi di accertamento e “avvertimento” previsti dall’art.120 par.4, TFUE.
4- QUESTIONE DI DIRITTO RELATIVA ALL’EURO-EXIT.
Partiamo dal quadro dimostrativo qui costruito sulla base non solo delle analisi compiute dai maggiori economisti, ma anche delle ammissioni provenienti dalla stessa Germania. Quest’ultima, unilateralmente, e nel solco della sua tradizione “deflattiva” orientata all’esportazione, riassumibile nella formula “imperialismo mercantilista”, ha violato, quantomeno nello “spirito” connesso al necessario intento cooperativo all’interno di un’unione monetaria, le norme sopra evidenziate.
E tale violazione assume, nella sua logica competitiva e non cooperativa, un particolare connotato lesivo proprio nei confronti dell’Italia, maggiormente colpita dalla logica mercantilista innescata dalla Germania. Di ciò tale paese è stato cosciente fin dallo stesso concepimento della moneta unica.[20]
Si potrebbe dire che la Germania è fuoriuscita, con il suo comportamento, dalla “giustificazione causale” dell’intero impianto pattizio UEM, respingendo unilateralmente la funzione “socio-economica” del trattato (ciò sul piano contrattuale corrisponde alla violazione del dovere di adempimento secondo “buona fede” in senso oggettivo, esprimendosi tale “correttezza” nell’onere di sostenere ogni ragionevole sacrificio per rispettare il normale significato che le controparti potevano attribuire ai vincoli comunemente assunti)..
A ciò, va aggiunto, a titolo esemplificativo ulteriore, che, in un esame sistematico delle pletoriche disposizioni dei trattati, risultano fondamentalmente disattesi anche:
- l'art.120 del TFUE, che obbliga gli Stati a “coordinare le politiche economicheper realizzare gli obiettivi dell'art.3 del trattato sull’Unione europea” (più volte citato), tra cui appunto la “piena occupazione”;
- l'art.127 stesso tr., che vincola la politica monetaria, oltre che alla stabilità dei prezzi, anche al sostegno di “politiche economiche generali nell’Unione al fine di contribuire alla  realizzazione degli obiettivi dell’Unione definiti nell'art.3 del trattato sull’Unione europea”.
Quest’ultimo aspetto è “singolare”, perchè, pur gettando una luce alquanto diversa sui presunti limiti di intervento della BCE, e più ampiamente del SEBC, cioè del “sistema europeo delle banche centrali”, il mandato di tali (uniche) istituzioni UEM pare essere stato, fin’ora, inteso in contraddizione con la esplicita lettera dell’art.127, rimanendo ignorato il richiamo agli obiettivi dell’art.3, in specie alla predetta “piena occupazione” (come se tali parole, nell'art.127 stesso, non fossero affatto scritte).
A questo punto l’uscita dall’euro e dal suo inestricabile sovrapporsi di politiche monetarie e fiscali inevitabilmente squilibrate, che acuiscono la situazione di sua originaria “disfunzionalità tecnico-economica”, con devastanti conseguenze per i paesi finiti nella inevitabile situazione di importatori-debitori esteri-fiscalmente deficitari, diventa una questione che ha varie qualificazioni giuridiche possibili.
Non ultima quella per cui, l’alterazione del modo di intendere la lettera e la portata delle norme del Trattato nella loro piena forza espansiva, “resecandone” il disposto in modo da avvantaggiare unilateralmente una parte del trattato, risulta addirittura “ultra vires” rispetto alle competenze dell’organizzazione sovranazionale, rendendo fortemente dubbia tutta la legittimità comunitaria (o “europea”) di successive pattuizioni, quali six packs e fiscal compact, che non risultano più avere un adeguato e sufficiente antecedente convenzionale (di fonte superiore “legittimante”) nelle previsioni del trattato pienamente intese.
Circa i mezzi legali di “uscita” si richiama talvolta l'art.50 TFUE: questo prevede una procedura di uscita dall'Unione che non pare però attagliarsi al caso della cessazione dello specifico vincolo pattizio riferito all’euro.
Infatti, si tratta di una norma "speciale" ma ciò, in primo luogo, non in quanto contenuta in un trattato (cioè nel diritto internazionale “speciale”), ma per la sua particolare “onerosità” procedimentale e politica. Di per sè, in quanto tale, deve interpretarsi con riferimento al suo specifico oggetto: regolare con una procedura politicamente “rafforzata”, e in modo da indurre consistenti tempi di ponderazione al paese interessato, l'uscita dall'Unione in forma di "recesso".
Si tratta, cioè, della decisione volontaria di uno Stato, politicamente discrezionale (libera nei “motivi” e nei “fini”), entro i limiti del rispetto della procedura. Peraltro nella procedura stessa sono previsti ampi limiti di deterrenza e una parziale sindacabilità della scelta. La finalità “riflessiva” e la distillazione di tempi e adempimenti, nell’ambito di tale complessa procedura, peraltro, come si è anticipato, costituisce dunque la vera "specialità" della disciplina, essendo invece l'ipotesi di recesso volontario tout court, corrispondente alla prassi prevalente (salvi opportuni tempi di preavviso), specie se si tratti di patti internazionali ad ampio “impatto”, in ragione della vastità e incidenza dell’oggetto e dell’intenso vincolo politico che implicano, prolungato in un arco di tempo praticamente “illimitato”.
Inoltre, quella prevista dall’art.50 è, sotto un altro profilo, un'ipotesi non connotata dal ricorrere di un "legittimo" e giustificato" motivo di auto-tutela della sovranità e dell’ordine pubblico interno propri di un certo Stato-membro. Il suo specifico oggetto-procedura pone, come s’è visto, il problema della sua applicabilità o meno, anche in via analogica, al caso del recesso “meramente volontario” (non “causale”) dalla sola Unione monetaria: tale limite interpretativo, sul piano della teoria generale, escluderebbe la possibilità dell’applicazione analogica al caso dell'uscita delimitata alla moneta unica.
Quest'ultimo caso va allora ricondotto alle norme generali del diritto internazionale anche sotto ulteriori profili.
Tra queste ultime norme rilevano (ormai come prassi internazionale consolidata) quelle della Convenzione di Vienna in materia di diritto dei trattati, conclusa nell’ambito della cornice ONU: si tratta di una sorta di codice (in parte ricognitivo della prevalente consuetudine e in parte fondativo di un nuovo diritto consuetudinario), relativo alla disciplina di tutte le fonti pattizie e che si applica, perciò, a tutti i trattati compreso quello UEM- sebbene la cosa sia complicata dal fatto che “Maastricht” contiene anche norme non riguardanti la UEM e che, comunque, quest’ultimo trattato risulta poi inglobato nel trattato sul funzionamento dell’Unione (a sua volta frutto del consolidamento conseguente alla conclusione-ratifica del trattato di Lisbona).
In linea di principio, denuncia o recesso – “meri”, cioè non connotati dalla legittimazione alla “rottura” fornita dai comportamenti “alteranti” altrui, o da cause sopravvenute di disfunzionalità ed eccessiva onerosità -, sono possibili allorchè previsti, anche implicitamente, dallo stesso trattato considerato. E sulla individuazione di una volontà implicita di “risolubilità” del vincolo della moneta unica non influisce, ovviamente e per definizione, la mancanza di previsione “espressa”, rendendo ciò solo più difficile il percorso emerneutico, difficoltà “ricercata” dalla commissione “Attali”, che tuttavia non preclude, appunto, di superarla. [21]
L'art.50 TFUE sopra citato, conferma semmai che, al di là della specialità derivante dalla sua peculiare procedura, i trattati UE contemplano implicitamente (come prevede in materia la Convenzione di Vienna), in forza di oggettivi fatti concludenti, e in considerazione della loro natura di convenzioni senza termine finale, la normale ipotesi di una volontà negoziale nel senso della estinguibilità per recesso-denunzia “anche” del trattato UEM, cioè dell’insieme delle relative disposizioni in quanto scorporabili dal corpo più ampio dei trattati UE.
D’altra parte, tali considerazioni nulla escludono, circa le "altre" connesse cause generali di estinzione ex parte coinvolta, previste dalla Convenzione di Vienna medesima. Tra queste ultime, "l'inadempimento della controparte" (art.60: principio “inadimplenti non est adimplendun”) e la sopravvenuta impossibilità dell'esecuzione (art.61 c.d. clausolarebus sic stantibus, art.61).
A fronte del quadro di alterazioni "rimarchevoli" dello spirito e della lettera di molte fondamentali clausole del trattato, quale sopra ampiamente evidenziato, queste ultime due cause di estinzione volontaria appaiono ampiamente utilizzabili da parte dello Stato italiano, una volta che l’interesse che giustifica l’originaria adesione al trattato stesso, fosse nuovamente e correttamente riferito al livello di tutela proprio della comunità statale che ha originariamente espresso la sua adesione.
In altri termini, la funzione e gli obiettivi fondamentali dell’Unione, anche nella loro proiezione “monetaria” (concretizzatasi nella scelta dell’adozione dell’euro), non possono che individuare, come parametro di correttezza dei comportamenti riconducibili ai vincoli pattizi, l’interesse negoziale, “reciproco” e condiviso, dedotto dal soggetto (statale) aderente. Tale interesse ha una sostanza giustificativa inevitabilmente comune a tutti gli Stati-membri, dunque valevole come “condizione” essenziale (paritaria) per l’adesione, e deve necessariamente consistere nella promozione del “benessere” dei cittadini che in quel soggetto aderente si riconoscono.
Da tale rilievo, tra l’altro, si può trarre la ragionevole e obiettiva deduzione interpretativa che la stessa manifesta violazione delle condizioni di parità “di interesse sostanziale” tra Stati (e rispettivi cittadini soggetti alle conseguenze politiche economiche del trattato) integri di per sé la “eccessiva onerosità” che giustifica l’invocazione della clausola “rebus sic stantibus”.
Su questo solco interpretativo, va allora rammentato che l’art.11 Cost., seconda parte. afferma che l’Italia “ consente in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.
Pertanto, alla luce della giustificazione costituzionale e della “causa naturale” della stessa partecipazione “europea”, ove:
- nell’applicazione di un trattato tali condizioni di parità non siano state effettivamente reciprocamente garantite, in conseguenza di un’interpretazione “inattesa”, secondo il metro della “buona fede in senso oggettivo”, ovvero addirittura “dolosa”, delle clausole del trattato da parte di altri Stati membri;
- le posizioni univocamente assunte da altri partners - che abbiano vìolato o “eluso” principi o obiettivi fondamentali della convenzione-, mostrino che le medesime “condizioni”(parità e perseguimento omogeneo del benessere dei cittadini) siano divenute non più avverabili a costi obiettivamente ragionevoli, nonché coerenti con un quadro correttamente cooperativo (che è la “causa” generale “tipica” di tale tipo di trattati);
- ne discende che la denunzia del trattato secondo, quantomeno, il principio “rebus sic stantibus” (mutamento essenziale dei presupposti giustificativi del patto internazionale), appare un dovere attuativo della previsione costituzionale.
Alla luce delle (impressionanti) evidenze espresse dalle analisi concordi della comunità scientifico-economica, l’alterazione delle “condizioni di parità”, nonchè l’irreversibile mutamento dei presupposti essenziali che hanno giustificato l’assunzione del vincolo, (secondo le dichiarazioni pubblicamente espresse dalle parti in sede di trattativa), si stanno palesando in un modo conclamato dai fatti. Tali fatti, segnalano, quantomeno, la sopravvenuta eccessiva onerosità del vincolo UEM, laddove assunti secondo attendibili e ampiamente condivise analisi degli effetti economici provocati, sicchè essi risultano contrastanti con gli obiettivi costituzionalmente legittimi di una possibile prosecuzione della vigenza del trattato in questione.
Come riflessione finale, vale la pena di osservare che la rilevanza delgeschaftsgrundlage  - cioè della c.d. “teoria della presupposizione”, cui si riconduce il brocardo “rebus sic stantibus” racchiuso nell’art.61 della Convenzione di Vienna- è ben considerata nell’ambito dei principi e dei valori promossi  dalle istituzioni europee:   “Das ist nicht eine diplomatische Floskel, mit der wir angenehme Geschäfte wie eine Höflichkeitsformel einleiten, sondern das ist die Geschäftsgrundlage” (trad: “tale affermazione non è una vuota formula diplomatica né una frase di cortesia cui ricorriamo per fare affari piacevoli; al contrario, essa esprime le condizioni stesse alle quali vengono conclusi i nostri affari”).
Questa definizione, non a caso, è ricavabile dal seguente link:http://www.europarl.europa.eu/, aprendo il quale si trova la formula “Welcome to the European Parliament”.
Sarebbe singolare che la locuzione “lo vuole l’Europa” fosse perciò riferita solo alle più incerte e controverse decisioni monetarie e fiscali, ormai sotto l’ombra del forte dubbio che abbiano violato le norme fondamentali dettate dall’Europa stessa, e non invece assunta nell’accezione di tutela della democrazia e del benessere dei cittadini che ci suggerisce l’art.11 della nostra Costituzione.
L’idea e l’istituzione europea meritano di essere associate, piuttosto, a valori come giustizia, benessere diffuso, razionale e trasparente distribuzione delle risorse  e, in definitiva, “democrazia” per tutti i popoli coinvolti nella sua tormentata costruzione.