spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

giovedì 11 luglio 2013

BRASILE, UN ECONOMIA IN CRESCITA?

Brasile: economia già in crisi o potenza economica mondiale?


Pubblicato il 18 mar 2013 

di Martina Vacca


brasileDopo una dittatura militare durata venticinque anni e conclusasi nel 1984, e dopo l’affermazione tormentata della nuova repubblica, che ha trovato stabilità e svolta programmatica ed economica solo nel 2003 con l’elezione del Presidente Lula, il Brasile è tra i Paesi in espansione e sviluppo economico inclusi nell’acronimo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). Si tratta però di capire se oggi l’essere un’economia “emergente” potrà tradursi per questo Paese nel ruolo stabile e definitivo di potenza economica mondiale. Un ruolo determinante è attribuibile alla solidità derivante dall’ambito delle materie prime e da una sana domanda interna, accompagnate da politiche economiche lucide e lungimiranti inclusive delle fasce deboli della popolazione. Tuttavia l’economia brasiliana sta registrando di recente flessioni a cui gli osservatori internazionali guardano, se non con preoccupazione, con un certo turbamento e che sono dipendenti, tra l’altro, dalla crisi che investe l’Europa e da cui non sono esenti neppure gli Stati Uniti.
L’economia brasiliana nel 2012 é cresciuta solo dello 0,9% [1]. Si tratta di un forte calo per il Gigante dell’America Latina che negli anni novanta fronteggiava e sconfiggeva l’iperinflazione, che registrava una crescita del 4,5% dal 2004 al 2010 e nel 2011 vedeva un’espansione del PIL del 2,7%. Nel 2011 l’economia del Brasile, pur crescendo ad un ritmo inferiore rispetto a quello del 2010, è ad ogni modo diventata la sesta economia per il suo PIL, superando la Gran Bretagna. La bilancia commerciale ha messo in evidenza la vocazione del Brasile di grande esportatore di “commodities”, dai minerali di ferro, ai prodotti quali caffé e soia, ai derivati del petrolio [2].
Pil e inflazione - Fonte: Financial Times
Fonte: Financial Times
Il suo successo è riconducibile ad una forte stabilizzazione macroeconomica, all’esperienza innovativa del bilancio partecipativo, all’apertura internazionale verso gli investimenti, alle strategie di internazionalizzazione a favore delle imprese, agli esperimenti di politica sociale come “la Borsa famiglia”, che ha rafforzato oltretutto il soft-power brasiliano nel contesto del G20.
Oggi la crisi economica europea, e in generale la congiuntura internazionale, stanno gravando in primo luogo sulla domanda per gli investimenti. Certo é che il Brasile resta un’economia relativamente chiusa rispetto ad altri Paesi emergenti dell’economia mondiale; ma il successo commerciale che aveva trainato la crescita si è assottigliato. Si sta assistendo ad uno scenario economico sempre più convergente verso equilibri macroeconomici caratterizzati da bassi tassi di interesse e cambio deprezzato. Le prospettive delle banche inoltre peggiorano, rallentando così l’offerta di credito. Nel settore privato la decrescita economica brasiliana viene attribuita all’eccessivo intervento dello Stato in economia, alla modifica delle regole per lo sfruttamento del petrolio nell’area del Pré-sal a favore della compagnia petrolifera Petrobas, agli elevati apporti del Tesoro alla Banca pubblica di sviluppo.
Le politiche eccessivamente protezionistiche della Presidente Dilma Rousseff sembrano abbiano portato all’attuale contrazione economica. Il Brasile occupa, infatti, la 46 posizione nell‘indice di competitività globale, perdendo 7 punti dal 2011 al 2012, nella classifica di attrattività per gli investitori stranieri [3], davanti solo alla Russia tra i Paesi BRICS. Le cose non vanno meglio dal punto di vista delle capacità di innovazione: rispetto al 2010, Brasilia ha perso ben 9 posizioni nell’indice di innovazione globale, attestandosi come il 58esimo Paese al mondo e lasciando il primato in America Latina al Cile. Il governo Rousseff sta mostrando comunque, da circa un anno, una maggiore collaborazione col settore privato per quanto riguarda la realizzazione e la gestione di piani infrastrutturali, lasciando intendere inoltre una certa consapevolezza che senza l’aumento di offerta di investimenti difficilmente il Brasile tornerà a crescere. Infatti, le concessioni per gli aeroporti hanno costituito, tra gli altri, un canale di partnership tra pubblico e privato. Tuttavia gli afflussi di investimenti esteri continuano ad essere cospicui. Si stimano, infatti, oltre 65 miliardi di dollari nel 2012. Per citare in merito un caso italiano, la vendita di auto della FIAT continua ad ampliarsi: a febbraio sono stati venduti quasi 49mila veicoli.
Porre in essere corretti meccanismi d’asta, per individuare tassi di rendimento, sarà cruciale nel permettere al Brasile di accogliere grandi eventi come le Giornate Mondiali della Gioventù e i Mondiali 2014. Pertanto non si può parlare oggi di recessione, ma la chiusura del 2012 con una crescita dello 0,9%, classifica il Brasile come il Paese con il più basso tasso di crescita tra i BRICS. Secondo le previsioni dell’OSCE, Pechino e New Delhi continueranno a tenere alta la bandiera del gruppo BRICS quanto a potenziale economico, mentre Brasilia sarà raggiunta da Mosca e Pretoria, che vedranno un miglioramento annuale del 4%.
Fonte: Fondo Monetario Internazionale
Fonte: Fondo Monetario Internazionale
Nonostante la flessione economica, le note positive restano invariate per il Brasile, soprattutto se si considera che il Paese continua a crescere – seppur lentamente rispetto agli anni di massima espansione – e che i programmi sociali hanno garantito salari alle classi più deboli, producendo un aumento del reddito del 33,3% dal 2003 al 2011 e facendo sì che oggi il 53% dei Brasiliani appartenga alla classe media.
Dunque il gigante dell’America Latina continua ad avere i piedi ben piantati in terra e le sue gambe non possono certo dirsi d’argilla.
* Martina Vacca è Dottoressa in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna

[3] Rapporto OSCE 2012