spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

mercoledì 24 luglio 2013

Esistono ancora i bersaniani?

La solitudine dell'ex segretario Pd
Esistono ancora i bersaniani? “Sono quattro gatti”
Da Milano a Palermo i bersaniani abbandonano la «ditta». 
Mentre Pierluigi guarda a Enrico Letta
 di Giuseppe Alberto Falci






All’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, quello che avrebbe dovuto stravolgere le sorti del Paese con il «governo del cambiamento», gli è rimasto in mano solo il giaguaro. Perché il giaguaro non è stato «smacchiato», come avrebbe voluto, e le truppe che l’hanno sostenuto prima e durante le elezioni politiche dello scorso febbraio l’hanno abbandonato. Ormai al netto del cerchio magico, o se preferite del «tortello magico», non c’è più nessuno che osa definirsi «bersaniano». Quasi fosse un peccato mortale, la parola «bersaniano» si preferisce non pronunciare. Perché «i bersaniani sono quattro gatti», tiene a precisare un parlamentare democrat in Transatlantico. D’altronde, alla categoria dei «bersaniani» appartengono ancora Nico Stumpo, il dominus delle regole congressuali, Davide Zoggia, oggi responsabile dell’organizzazione, il capogruppo Roberto Speranza e Alfredo D'Attorre, segretario regionale del Pd Calabria. E poi? «Gli altri, quelli che l’hanno sostenuto in occasione delle primarie adesso guardano verso altri lidi», mormorano nei corridoi del Nazareno. 


Ad esempio, Massimo D’Alema, big sponsor dell’emiliano fin dal congresso del 2009, non ha affatto condiviso le scelte politiche post elezioni. Raccontano che i due non si parlano più da settimane, che gli emissari di entrambi avrebbero cercato di riaprire un dialogo, di ricucire, ma l’ex Presidente del Consiglio non ne vuol sapere. La ferita non è ancora rientrata. Del resto, sussurrano a Linkiesta uomini vicini al Presidente della Fondazione Italiani Europei, «Massimo non ha compreso perché Bersani non abbia inserito il suo nome come potenziale Capo dello Stato». Semplice. In vista del congresso i «dalemiani» guardano a Gianni Cuperlo - «è il nostro candidato» - anche se nelle ultime settimane starebbero tentando di ritrovare un dialogo con il primo cittadino di Firenze.



Anche i figli della scuola dalemiana, i cosiddetti giovani turchi - Stefano Fassina, Andrea Orlando, Matteo Orfini - fino a poche settimane fa convinti che il «governo del cambiamento» guidato da Pier Luigi Bersani fosse l'unica soluzione per rilanciare il Belpaese, adesso guardano a Enrico Letta. «Non vogliamo togliere la fiducia al governo Letta», ha spiegato qualche giorno fa Matteo Orfini al quotidiano La Repubblica. Del resto proprio due su tre «giovani turchi» ricoprono incarichi di governo, e mai e poi mai potrebbero pensare di abbandonare l'esecutivo. Raccontano alcuni parlamentari che fra loro non parlano mai di Bersani, non si sono nemmeno recati alla riunione di corrente che si è svolta in suo onore una settimana fa a Montecitorio. «Riunione di chi?», scherzavano a Montecitorio. «Dei bersaniani», rispondeva dall’altra parte un drappello di parlamentari. Sorrisi, sghignazzi, c'è chi avrebbe addirittura ascritto la categoria dei «bersaniani» ad una corrente dei Ds per sottolineare la distanza fra l'attualità dei democratici e l'ex segretario.



Infatti anche chi come Alessandra Moretti nasce politicamente con Pier Luigi Bersani in virtù delle primarie del 25 novembre - Moretti è stata  portavoce dell'ex segretario - adesso tace, e preferisce restare defilata e non prendere parte a riunioni di corrente, o a iniziative pubbliche di Largo del Nazareno. A volte in Transatlantico si intrattiene in lunghe conversazioni con le fedelissime di Matteo Renzi. Nulla di eclatante, «siamo colleghe», sbottano dall'inner circle del primo cittadino di Firenze. Stesso discorso vale per Miguel Gotor, ghost writer dell’ex segretario, e per Maurizio Migliavacca. Stanno in silenzio, non prendono posizioni su alcunché, si vedono di rado nei palazzi del potere, e non rilasciano più interviste da settimane. 



Nei territori la musica è sempre la stessa. Nella “rossa” toscana i “bersaniani” sarebbero tornati in massa con Massimo D'Alema, e in alcuni casi avrebbero iniziato a frequentare gli “amici” di Enrico Letta. «Si sono riscoperti tutti dalemian-lettiani: una nuova corrente...», spiegano dal quartier generale del Pd di Pisa. Nell'altra regione rossa, l'Emilia Romagna, la storia si ripete: Stefano Bonaccini, attuale segretario regionale e vicinissimo all’ex segretario, flirta con il sindaco di Firenze, ma in un futuro prossimo potrebbe sostenere per la premiership anche Enrico Letta. Insomma, trasversale ma il comandamento resta sempre lo stesso: «mai più con Pier Luigi». 



In Liguria, regione guidata dal “sinistro” Claudio Burlando, due assessori regionali Renzo Guccinelli e il genovese Claudio Montaldo avrebbero abbandonato la causa bersaniana. «Che gli elettori hanno percepito il Pd come un usato sicuro e non come la forza nata per cambiare il Paese: vuol dire che non abbiamo saputo spiegarci», dice Guccinelli. E a questi dovrebbe anche aggiungersi l'assessore regionale alla Sanità Claudio Montaldo, uomo macchina negli anni '90 nel passaggio dal Pci al Pds.



Scendendo più a sud, si annovera l'abbandono delle truppe di Goffredo Bettini, che in occasione delle primarie del 25 novembre sposarono la causa bersaniana, e oggi veleggiano in solitaria, semmai potrebbero passare con Matteo Renzi.



Ma è in Sicilia che l'ex segretario si ritrova praticamente solo. Perché i democristiani alla Salvatore Cardinale, o come Sergio D'Antoni, si sono allineati a Guglielmo Epifani. All’Ars, sede del parlamentino siciliano,  il nome di Bersani non si pronuncia dal giorno della formazione del governo. Tutto un tratto i siculi hanno seguito alla lettera il comandamento doroteo: «State sempre in maggioranza». Chiaro. Tuttavia il caso più clamoroso resta quella di Rosario Crocetta. Il governatore “rivoluzionario”, fautore del modello “Sicilia”, e del dialogo con il M5s, all'indomani delle elezioni politiche si sarebbe recato più volte nella Capitale per realizzare il «governo del cambiamento» a guida Bersani. L'ex segretario lo considerava «un uomo di fiducia». Il ruolo di Crocetta è stato quello di mediatore fra i democrat e i pentastellati in virtù della alleanza strategica con il movimento di Grillo realizzata a Palazzo dei Normanni. Ma Palazzo Chigi non è Palazzo d'Orleans, e il «governo del cambiamento» non è stato possibile realizzarlo. E allora il governatore «comunista», ama così definirsi, avrebbe voltato le spalle all'ex segretario. Per lui esiste soltanto il Megafono, movimento politico nato in occasione delle regionali dell'ottobre scorso, e che alle recenti amministrative in alcune realtà ha presentato candidati alternativi a quelli del Pd.



In questo contesto Pier Luigi resta isolato, si deve accontentare di qualche coro amico («c'è solo un segretario») durante la festa dem di Roma, che ha segnato il suo ritorno sul palcoscenico. E per salvare almeno sé stesso, come riferiva stamane un retroscena di Carlo Bertini de La Stampa,  punta tutte le carte su Enrico Letta come prossimo candidato premier del centrosinistra. Basterà?



fonte http://www.linkiesta.it/bersaniani-dispora-pd