spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

giovedì 18 luglio 2013

IN ROMANIA, FRA QUESTIONE UNGHERESE E RIFORME COSTITUZIONALI
di Stefano Ricci  10.07.2013
In Romania, è tempo di riforme costituzionali ed i rappresentanti parlamentari della comunità ungherese, prima minoranza etnica del paese, hanno fatto richiesta di maggiore autonomia. Fra rivendicazioni e derive autonomiste, una riflessione sul processo d’integrazione europea.
In Romania, fra questione ungherese e riforme costituzionali
 
Mentre l’opinione pubblica europea sembra esser sempre più rapita dal dibattito politico interno alla Germania, vero e proprio “Giano bifronte” della vita politica comunitaria, lontano dagli occhi della stampa e delle televisioni, in Romania, si riapre una delle più annose questioni etnico-sociali dell’ultimo secolo: quella della minoranza ungherese stanziata nel nord-ovest del paese che diede i natali a Paul Celan e Mircea Eliade. Guidata dal giovane Victor Ponta, leader del Partito Socialdemocratico (Partidul Social Democrat – PSD), la Romania, infatti, inizia in queste settimane un difficoltoso cammino sulla via delle riforme costituzionali; da un lato, la “riscrittura” del ruolo del Presidente della Repubblica, la creazione di nuovi meccanismi di nomina del Primo Ministro e la riduzione delle numerose province nazionali. Dall’altro, la richiesta, da parte dell’Unione Democratica dei Magiari, portavoce della più grande minoranza etnica di Romania (1.238.000 persone, pari al 6,5% della popolazione romena complessiva, formata da 19.042.936 unità), di ottenere maggiore autonomia in quella parte di paese, la Transilvania per l’appunto, in cui proprio l’elemento ungherese è più forte, per numeri e tradizione culturale, della rispettiva controparte romena.
I punti su cui si sta giocando la partita sono essenzialmente due: il primo riguarda la cancellazione, dal primo articolo della Costituzione Romena, della dicitura “stato nazionale”; il secondo si lega, invece, alle rivendicazioni amministrative (per utilizzare una definizione tanto asettica quanto esplicativa) della minoranza magiara: riconoscimento dell’ungherese come vera e propria lingua ufficiale (insieme al romeno) e definitiva costituzione di una regione a statuto autonomo nel cuore della Transilvania, da sempre chiave di volta delle rivendicazioni territoriali di Budapest. Si tratta di un progetto di certo ambizioso, ma che già rischia di scontrarsi, nella sua interezza, contro la ferma ostinazione delle autorità del Palatul Parlamentului. Ad esser già stata abbattuta, infatti, è la proposta di eliminazione, dalla carta costituzionale, della dicitura “stato nazionale”; Kelemen Hunor, presidente dell’UDMR, aveva di recente affermato che «uno stato nazionale è una nozione del passato» e che «tutti i romeni devono accettare che il paese è multi-etnico». Nonostante le intenzioni iniziali, però, la proposta è stata bocciata in commissione d’inchiesta con ben venti voti contrari su ventuno.
La seconda questione, invece, quella relativa alla concessione dello status di “regione autonoma” alla verde e placida Transilvania, rischia d’incontrare lo stesso destino. Tale richiesta, infatti, è in contrasto con il piano riformatore previsto dal governo Ponta, il quale vorrebbe invece ridurre il numero delle attuali province romene, da 41 judeţe ad 8 macroaree i cui confini verrebbero stabiliti da appositi studi volti a verificarne l’omogeneità sociale ed economica. L’UDMR, al riguardo, ha proposto alla maggioranza di Bucarest di istituire 15 regioni autonome sul suolo romeno; fra queste, la Transilvania, per l’appunto. György Frunda, politico e giurista nonché volto fra i più noti dell’Unione Democratica dei Magiari, ha dichiarato che «la minoranza ungherese, quando divenne parte della Romania, fu un fattore di stabilizzazione per lo Stato e contribuì a formare una Romania moderna […] riconoscere il diritto di usare la propria lingua madre, secondo la Convenzione europea delle lingue regionali o minoritarie, permetterebbe di risolvere alcuni problemi che esistono tra la maggioranza dei romeni e le minoranze […] speriamo che l’USL lo comprenda» (Romania: la questione ungherese, Daniela Mogavero, Osservatorio Balcani e Caucaso, 5 giugno 2013).
Al momento, la partita sembra ancora tutta da giocare; quel che risulta chiaro, invece, è la possibilità che tali istanze vengano sottoposte, in autunno, alla prova dell’istituto referendario, come lo stesso Ponta ha più volte precisato. Qualora dovessero avverarsi i desiderata di cui l’UDMR e le altre formazioni magiare operanti sul suolo romeno si fanno portavoce, si assisterebbe alla nascita di un caso unico nel suo genere. Le minoranze etniche sul suolo di Romania, infatti, rappresentano oltre il 10% di una popolazione di circa venti milioni di persone, in cui l’elemento romeno fa registrare, anno dopo anno, cali sempre più sensibili. Un successo del proposito autonomista, dunque, potrebbe dar nuovo impulso alle rivendicazioni delle altre minoranze che affollano il paese, come rom, tedeschi ed ucraini. Senza considerare come proprio l’eventuale vittoria dell’UDMR potrebbe fungere da catalizzatore politico e da referente ideologico per tutti quegli altri movimenti magiari sparsi nelle vicine nazioni, tra cui Serbia, Slovacchia ed Ucraina; nazioni in cui l’elemento ungherese è forte e ben organizzato, con ottime rappresentanze parlamentari (si veda il caso del Most-Hid slovacco) e, in molti casi, dai connotati fortemente identitari (emblematico il caso di Gioventù Ungherese Unita, in Serbia, più volte visto al fianco di esponenti di Jobbik, partito ungherese d’estrema destra vicino al Primo Ministro ungherese Viktor Orbán).
L’Europa dell’integrazione, insomma, sembra farsi sempre più lontana; chi aveva un tempo scommesso sulla diffusione di quel tanto celebrato sentimento di comunità dei popoli europei, capace d’appianare quelle divergenze da sempre all’origine di gravi frizioni e conflitti è, oggi, costretto a ricredersi. In un’epoca di profonde crisi, non solo finanziarie o economiche, ma soprattutto culturali, come quella in cui noi oggi viviamo, di fronte all’incapacità di governanti e classi dirigenti di percepirne le ragioni e le motivazioni, sarà proprio l’elemento “comunitario” il primo ad esser sacrificato in nome di un indefinito “ritorno alla Madrepatria”, ad un’idea, cioè – non solo nazionale, ma soprattutto spirituale – capace di rassicurare tutte quelle minoranze etniche da sempre osteggiate e mal tutelate, nonostante la stipula di convenzioni e trattati più simili a manifesti d’intenti che ad autentiche protezioni giuridiche. La sopravvivenza dell’Unione Europea, pertanto, deve passare in primo luogo dalla tutela dei suoi figli più deboli e sarà proprio su questo punto che si decideranno le sorti dell’Europa stessa.