spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

sabato 21 settembre 2013

GLI EUROSCETTICI

I partiti euroscettici che parteciperanno alle prossime elezioni europee
Scritto da Alberto Galvi 








Mancano ancora otto mesi alle prossime elezioni europee, fissate per il maggio dell’anno prossimo, ma l’appuntamento è già prepotentemente sul tappeto. A Bruxelles, come a Strasburgo, nessuno nasconde il timore che il voto possa portare a un’affermazione dei partiti più euroscettici o estremisti, tale da creare nuovo scompiglio in una Unione sempre alle prese con gravi divisioni. In molti paesi europei infatti sta crescendo la forza dei partiti più estremisti: in Francia, il Front National e il Front de Gauche; in Grecia, l’Alba Dorata; in Italia, il Movimento 5 Stelle e la Lega Nord; in Germania, l’Alternative für Deutschland. Nel 2013 in molti paesi europei c’è stata l’affermazione di  partiti euroscettici tra cui il M5S in Italia. Anche gli islandesi hanno scelto di ridare il potere ai partiti di centro-destra euroscettici (Pirati). Alcuni partiti  hanno  invece l’euroscetticismo come core business, da Alternative für Deutschland, che ancora attende il battesimo delle urne e che ha come primo obiettivo lo smembramento dell’Euro in Euro del Nord ed Euro del Sud, all’Ukip britannico che, dopo essere arrivato secondo in alcune recenti elezioni suppletive per la Camera dei Comuni, minaccia alle prossime Europee di migliorare il 16,5% ottenuto nel 2009. D’altronde, l’Ukip è soltanto la declinazione oltranzista di una diffidenza isolana per l’Europa connaturata a  tutto lo spettro politico britannico: con almeno una parte dei Tories, e anche con spicchi del Labour,l’etichetta di euroscettici non sarebbe affatto sprecata.

Nel catalogo dell’euroscetticismo si va dalla destra estrema, è il caso del Bnp inglese, dei Democratici svedesi, dei greci di Alba dorata o degli ungheresi di Jobbik, alla destra populista nordica del Partito del popolo danese o del Partito per la libertà dell’olandese Geert Wilders, fino a movimenti ultraconservatori più antichi, restii a cedere quote di sovranità nazionale, come il Front National o la FPÖ post-Haider. Tra gli euroscettici compaiono anche movimenti della sinistra radicale, sia fedelissimi alla linea, come sia fedelissimi alla linea, come il KKE greco, sia più movimentisti, come il Partito della sinistra svedese. Da parte loro, anche tutti i gruppi indipendentisti vorrebbero un’altra Europa, cioè un’Europa che includa anche il loro Stato che ancora non esiste (i nazionalisti scozzesi e catalani hanno già saputo da Bruxelles che, in caso di indipendenza, dovrebbero rinegoziare da zero l’ingresso nell’Ue), ma soltanto in partiti come il Vlaams Belang fiammingo, in cui il separatismo si sposa con il radicalismo di destra, l’antieuropeismo è abbastanza schietto da essere considerato tale. Il caso degli ungheresi di Fidesz è ancora diverso: l’antieuropeismo del loro leader, Viktor Orbán, si limita perlopiù a un “Non mettete becco nelle nostre leggi”.

Per quanto riguarda i Paesi scandinavi sono un laboratorio politico che viaggia su ritmi e modelli suoi, rispetto alla crescita continentale del populismo xenofobo. Da un lato, anti-islamismo radicale e tendenze xenofobe sulle politiche migratorie. Dall’altro difesa del libero mercato, sostegno incondizionato a Israele e dialettica aperta sui diritti civili..Un ricettario che funziona poco nel sud dell’Europa, dove la rabbia anti-Schengen si accompagna a visioni tutt’altro che concilianti sul “mondialismo americano” e il governo di Gerusalemme. Ma si replica, come modello, in tutte le sigle del populismo a nord di Berlino. Ad esempio, senza il Progress Party si comprenderebbe meno la parabola del “fortuyinism”, il partito ad personam guidato dal giornalista olandese Pim Fortuyin fino al suo assassinio nel 2002. Una sigla orgogliosamente populista e “carismatica” che mescolava in un contenitore unico xenofobia e diritti individuali, rifiuto del multiculturalismo e libero mercato. O, per tornare a oggi, l’ascesa di forze cha cavalcano l’euroscetticismo senza sbilanciarsi del tutto sulla cosiddetta “estrema destra”. La lista è lunga: dal Danish People Party, terza sigla del paese fino alle elezioni del 2011, ai più accesi Sweden Democrats. Una frangia xenofoba che ha conquistato 20 seggi nel 2010, come costola “radical” di un partito liberale in crisi di consensi.. In Norvegia la conservatrice Erna Solberg e la leader del Partito del Progresso Siv Jensen sono i volti della destra norvegese che  nei giorni scorsi ha vinto le prime elezioni politiche dalle stragi del 22 luglio 2011. Il Partito del Progresso è la formazione politica anti-immigrati alla quale nel 1999 aderì l’autore del doppio attacco di due anni fa, Anders Behring Breivik.