spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

mercoledì 11 settembre 2013

le “verità indiscusse”: noi siamo il Bene, loro il Male, ed è bene i media ne prendano nota senza discutere.

Da Bin Laden a Vickers, il macellaio della guerra di Obama


Scritto il 11/9/13


Prima regola, le “verità indiscusse”: noi siamo il Bene, loro il Male, ed è bene i media ne prendano nota senza discutere. Seconda regola: pace e ordine mondiale richiedono la presenza militare globale degli Usa. Terza regola: solo un interventismo globale, anche sotto forma di guerra preventiva, può sconfiggere le minacce esistenti. E’ il credo imperiale che Andrew J. Bacevich, già alto ufficiale degli Stati Uniti e ora storico dell’università di Boston, chiama “la Sacra Trinità” sui cui si regge il potere Usa, che da almeno tre decenni, in Medio Oriente, viaggia a fari spenti: «Obama improvvisa, non ha una strategia. Persino nel coinvolgere il Congresso, punta solo a condividere l’impiccio. E non vedo la Siria come una svolta. Penso che ormai sia chiaro, e non da oggi, come la politica americana nel mondo islamico abbia fallito. Intervenire in Siria perpetuerà semplicemente questo fallimento».
Washington, dove ha sede la regia della crisi siriana, è il simbolo dell’attuale potere politico, completamente intrecciato col potere militare: «Denaro, Michael G. Vickers, stratega della macelleria-fantasma di Obamaprestigio e quindi i contractors del Pentagono, le società, le grandi banche, i think tanks, i gruppi d’interesse, le università, i network televisivi, il “New York Times”». Un sistema d’interessi, accusa Bacevich, che ruota intorno al concetto di belligeranza globale che piace sia ai repubblicani che ai democratici. Chiunque si ponga al di fuori di questa “visione monolitica” è subito liquidato come “pazzo”, scrive Stefania Elena Carnemolla su “Megachip” presentando un’intervista allo stesso Bacevich. «Gli Stati Uniti sono ormai diventati una nazione militarista e aggressiva», scriveva già nel lontano 1969 l’ex comandante dei marines, David Shoup. Allarmi inascoltati, che Bacevioch rilancia in saggi come “Washington rules”, che denuncia “la via americana alla guerra permanente”.
Obama, premio Nobel per la Pace, è il gran sacedore del tempio della guerra: «È da Washington che sono partite le “crociate” per “liberare il mondo” secondo quel credo, “strombazzato” dagli americani sin dalla presidenza Truman: sono soltanto loro a poter «guidare, salvare, liberare e infine trasformare il mondo». Così, Washington non è più solo la sede del governo federale, ma anche della più potente congrega mondiale di affaristi, interessati a creare «perpetuo stato d’emergenza» in cambio di denaro e potere. Congedatosi col grado di colonnello dopo essere passato per il Vietnam e il Golfo Persico, oggi Bacevich è uno specialista di storia militare e diplomatica americana, politica estera statunitense e studi sulla sicurezza; ha insegnato a Princeton e attualmente è docente di storia e relazioni internazionali alla Boston University, dopo aver fatto l’insegnante anche alla Andrew J. Bacevichprestigiosa accademia militare di West Point.
Conservatore, critico di Bush figlio e della sua dottrina di guerra preventiva, bollata come «immorale, illecita e imprudente», il professor Bacevich è passato all’opposizione, pur rimanendo conservatore, dopo la decisione di Bush di lanciare l’operazione “Iraqi Freedom”. Giunse a sperare in Obama, ma dovette ricredersi dopo la sua decisione di incrementare le “truppe di occupazione in Afghanistan”. Meglio Bush, «ostinato nell’errore ma sincero», almeno, mentre Obama si è rivelato «un sostenitore della guerra in Afghanistan, cui non credeva», solo per «cinismo e tornaconto politico». Bacevich non fa sconti a nessuno: da Donald Rumsfeld, teorico della guerra-lampo “shock and awe”, fino a David Petraeus e la sua strategia della “counterinsurgency”. Liquidato dal vertice della Cia, Petraeus è ora tornato agli onori della cronaca bellica per il suo appoggio alla decisione di Obama di attaccare la Siria, giusto per «dare un segnale all’Iran e alla Corea del Nord». Nessuna meraviglia: per Bacevich, Petraeus l’uomo dell’ortodossia militarista imperiale.
Se la prima fase della “guerra infinita” era stata gestita da Rumsfeld e la seconda da Petraeus, l’uomo simbolo della terza fase è Michael G. Vickers, già uomo di Bush, con un passato nelle forze speciali e nella Cia: c’era lui negli Ottanta in Afghanistan quando si trattò d’armare i mujaheddin contro i sovietici, arruolando anche un certo Osama Bin Laden. Oggi, spiega Bacevich, a Washington le regole si modificano, s’infrangono, si reinventano a tutto vantaggio degli Stati Uniti. La Casa Bianca non manda più «grandi eserciti per invadere e occupare paesi», preferendo piuttosto «missili sparati da droni» e attacchi “mordi e fuggi” per «eliminare» chiunque il presidente americano «decida di eliminare». Ormai, gli Stati Uniti si riservano il diritto di vita e di morte su «chiunque considerino una minaccia diretta alla propria sicurezza nazionale», con Obama che esercita questo presunto diritto «senza autorizzazione del Congresso e senza consultare Robert Scalesnessuno, tranne Vickers e pochi altri membri dell’apparato di sicurezza nazionale».
Mentre la Casa Bianca si prepara alla sua nuova guerra d’aggressione, ora contro la Siria, con un attacco rimandato di giorno in giorno, sul “Washington Post” Robert Scales, generale a riposo ed ex responsabile dello Us Army War College, ha accusato il potere di Washington di dilettantismo: «Non c’è strategia, non c’è un obiettivo finale, abbiamo rinunciato all’effetto sorpresa, tutto è stato condotto in maniera amatoriale in barba a ogni principio bellico». Il capo della Casa Bianca, conferma Bacevich, «ha fatto un errore enorme con la sua enfasi sulla linea rossa: quando Assad ha intuito che il suo era un bluff, Obama ha capito che nessuna delle sue opzioni mlitari era attraente». Quindi ora «non sta cercando di salvare la faccia», sta solo tentando di trascinare il Congresso nel suo fallimento, sperando di minimizzarne l’impatto politico. Un politico sleale, e in più «nervosissimo», osserva Stefania Elena Carnemolla, «da quando Morsi, il suo grande alleato egiziano, è stato deposto dal potere militare». Gli eventi in Egitto, conferma Bacevich, «testimoniano la più grande irrilevanza del potere degli Sati Uniti: non abbiamo nessuna abilità né di anticipare il cambiamento né di incidere su di esso quando questo avviene». E il futuro del mondo – pace o guerra – a quanto pare è nelle mani di personaggi di questo livello.