spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

martedì 14 gennaio 2014

Jobs act per una nuova politica industriale?

 

Jobs act, cosa copiare dalla Germania

Un passo successivo potrebbe dunque essere quello di identificare le tecnologie chiave per lo sviluppo della manifattura, e su di esse costruire una Nuova politica industriale


C’è un’unica graduatoria nel campo dell’economia internazionale ove l’Italia eccelle: quella dei principali paesi manifatturieri del mondo. Il nostro paese si colloca al quinto posto in base ai dati elaborati da IHS Global Insight-McKinsey (2012), e al settimo secondo l’ultima edizione di Scenari industriali del Centro studi Confindustria (2013). In entrambi i casi, l’Italia è seconda in Europa dopo la Germania. Ma si dà il caso che, ancora oggi, nel paese manchi totalmente un lungimirante disegno di Nuova politica industriale capace di allinearci agli altri grandi paesi occidentali coi quali siamo soliti confrontarci.
Dai primi anni del Duemila, e con intensità crescente dopo il grande crac del 2008, la politica industriale è (ri)tornata in cima all’agenda di policy di tutti i paesi del G7. Certo, non in tutti i paesi essa viene chiamata per ragioni ideologiche con questo nome, ma non cambia la sostanza del discorso. Vediamole, allora, queste iniziative.
In verità, la prima mossa la dobbiamo alla Commissione europea presieduta da Romano Prodi, che già nel dicembre 2002 pubblicò una Comunicazione dal titolo: «La politica industriale in un’Europa allargata». Nel 2010 la Germania, leader industriale (e non solo) dell’Ue e quarta nella graduatoria mondiale, dava vita a due iniziative. La prima volta a riflettere sul tema della «Germania come una nazione industriale competitiva»; la seconda denominata «Idee, innovazione, prosperità: strategia high-tech 2020 per la Germania».
È in quest’ultimo che troviamo le cinque tecnologie chiave verso le quali indirizzare lo sforzo innovativo del paese; clima ed energia, salute e nutrizione; mobilità, sicurezza, comunicazioni. Più di recente – sempre restando in ambito Ue/G7 – è stata la volta di Uk e Francia. Nel primo, la «moderna strategia industriale» di cui parla il primo ministro Cameron ha preso le mosse dopo la lettera che nel febbraio 2012 gli indirizzava Vincent Cable, membro del suo gabinetto.
Nella seconda, è stato il presidente Hollande a lanciare, nel settembre 2013, un piano da 3,5 miliardi di euro per la «terza rivoluzione industriale», con l’enfasi sulla produzione, ad esempio, di motori elettrici (per aerei e per veicoli) e di treni ad alta velocità (di nuova generazione).
Qualunque ricostruzione sarebbe largamente incompleta se non considerasse ciò che sta avvenendo negli Stati Uniti, dove non si esita a parlare di un «rinascimento della manifattura». Dal giugno 2011 l’amministrazione Obama ha dato vita a un programma federale denominato «partnership per la manifattura avanzata». Anche qui, come in Germania, l’idea di fondo è di investire, per mezzo di uno sforzo congiunto pubblico-privato, in alcune tecnologie chiave, quali ad esempio i materiali avanzati, la robotica di nuova generazione, i processi manifatturieri energy-efficient.
Ma è tempo di tornare sui nostri passi, all’incoerenza tutta italiana fra una forza intrinseca della manifattura e la pressoché totale assenza di una Nuova politica industriale. Difatti, una sommatoria di politiche industriali regionali non è sufficiente per disegnare un quadro nazionale a tuttotondo, della portata di quelli messi a punto dai nostri partner (che sono, a ben vedere, anche concorrenti sui mercati internazionali). Da questo punto di vista è una priorità la riforma del Titolo V della Costituzione, laddove pone fra le materie di legislazione concorrente fra stato e regioni (articolo 117), questioni come «commercio con l’estero; ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi». Abbiamo visto che in paesi autenticamente federali come Germania e Usa, i disegni per il futuro tecnologico e industriale nascono al centro, a Berlino e Washington.
Il tempo per ovviare a questa grave mancanza s’è fatto breve. Forse, però, è un tempo propizio per due motivi: gli accordi che si stanno negoziando per il rilancio dell’attività del governo Letta in questo 2014; l’impulso alla modernizzazione del paese che viene dalla nuova segreteria del Pd guidato da Renzi.
Le prime anticipazioni del Jobs act contengono nella parte dedicata ai «nuovi posti di lavoro» alcuni spunti interessanti con l’identificazione di «sette settori» sui quali investire, vale a dire (cultura, turismo, agricoltura e cibo; made in Italy; ICT; green economy; Nuovo Welfare; edilizia; manifattura). In alcuni casi si tratta di vere e proprie tecnologie di uso generale adatte a diffondersi in tutta la vita economica e sociale di un paese, mentre in altri di classici settori; c’è poi la «manifattura» opportunamente identificata in quanto tale.
Un passo successivo potrebbe dunque essere quello di seguire l’esempio, per così dire, tedesco-americano identificando le tecnologie chiave per lo sviluppo della manifattura, e su di esse costruire una Nuova politica industriale. Con un’avvertenza: la sua architrave deve essere costituita – oltre al sostegno all’internazionalizzazione – dagli investimenti in conoscenza, ossia, R&S, innovazione e formazione del capitale umano. In questa luce, ci sono due celebri istituzioni del capitalismo germanico come le Scuole tecniche superiori (le Fachhochschule, che in inglese gli stessi tedeschi chiamano University of Applied Science) e i Fraunhofer (gli Istituti per la ricerca applicata e lo sviluppo pre-competitivo) che in Italia dovremmo avere la capacità di replicare.