spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

mercoledì 23 ottobre 2013

TARQUINIO IL SUPERBO E L'AVVENIRE, L'INCOMPATIBILITA' DI DIO CON LA DEMOCRAZIA

L’ “Avvenire” lancia in resta contro il libro di Flores d’Arcais

Dio è compatibile con la democrazia?


Per il quotidiano dei vescovi il laicismo del direttore di MicroMega è scontato, assurdo, stereotipato, datato, perfino libertino, mentre i laici "buoni" con cui dialogare sono Agamben e Scalfari. Flores d'Arcais replica e invita il direttore dell'"Avvenire" Marco Tarquinio a un confronto pubblico.
PASSO FALSO SUL DIALOGO

di Roberto Timossi, da Agorà, supplemento culturale di Avvenire, 18 ottobre 2013







A partire dalla fine del XX secolo si è diffusa con rapidità crescente un tipo di saggistica detta di solito 'laica' oppure 'laicista', ma che si può asetticamente definire 'antireligiosa'. Si tratta di un atteggiamento culturale non nuovo nella storia occidentale e difatti alcuni suoi esponenti europei come Michel Onfray invocano quali riferimenti filosofici gli illuministi e ancor prima il seicentesco movimento libertino. In effetti, come i libertini gli scrittori antireligiosi contemporanei si caratterizzano per la critica pervasiva di ogni forma di religione, per uno scetticismo di fondo, per il radicale relativismo etico e per il rifiuto di qualsiasi autorità tanto in ambito religioso quanto in campo politico. 

In breve, dal momento che come per i sofisti «l’uomo è misura di tutte le cose», l’autonomia assoluta della coscienza individuale prevale su tutto e in tutto. Su questo terreno si sono posti da tempo in Italia alcuni intellettuali ormai noti quali Paolo Flores d’Arcais, che non a caso è il direttore della rivista “Micromega” fortemente caratterizzata in senso laicista. Dopo aver in vario modo contestato la razionalità della fede anche in dialoghi diretti con l’allora cardinale Ratzinger e rispolverato per il Gesù cristiano la vecchia teoria della divinizzazione mitologica, con il suo ultimo libretto «“La democrazia ha bisogno di Dio”. Falso!» (Laterza) Flores d’Arcais punta a far passare la tesi della totale incompatibilità della religione con i regimi democratici o, più precisamente, dell’inammissibilità per il singolo individuo di portare nel dibattito politico le proprie convinzioni religiose, perché ciò «condanna la discussione democratica a morire prima di cominciare». 

Il nostro autore non mostra alcun timore di prestare il fianco alla critica di voler dimidiare la personalità del credente, di pretendere assurdamente da un uomo religioso di disgiungere radicalmente la propria religione dalle proprie convinzioni politiche, facendone una specie di dissociato interiore; al contrario, teorizza apertamente che «solo se il Dio che il credente si è creato lo lascia libero di scindersi tra credente e cittadino, di prescindere da Lui nella sfera pubblica», allora la fede religiosa è compatibile con la democrazia, altrimenti si trasforma in un pericolo per essa. Gli Stati democratici devono fondarsi sull’autonomia, che è «autos nomos: chi non riceve la legge da altri, fosse pure dall’Altro e dall’Alto, ma la crea»; pertanto, chi non si separa da questo 'Altro e Alto' non può far parte di un consesso democratico senza introdurre in esso elementi di disgregazione. Insomma, «aut la sovranità di Dio aut la sovranità dei cittadini, perciò una delle due deve essere proscritta dalla sfera pubblica»; ed è inutile aggiungere che, delle due, quella che va proscritta è la sovranità di Dio. 

In un periodo in cui Giorgio Agamben ha riportato a un buon livello il tema della teologia politica, al termine della lettura del libretto di Flores d’Arcais viene spontaneo concludere: niente di nuovo. Leggere il saggio di d’Arcais è infatti come leggere un libro giallo ricolmo di tali e tanti stereotipi che dopo poche pagine si capisce subito chi è l’assassino. Le sue opinioni sono piuttosto scontate: Dio è un’invenzione del credente; la fede deve essere relegata a fatto privato; l’etica deve essere pluralista e convenzionale; la Chiesa cattolica non dovrebbe proprio 'mettere bocca' su argomenti come il matrimonio omosessuale; e via dicendo. 

In un testo che pretende di fare della filosofia uno strumento per «evidenziare e denunciare le contraddizioni del mondo», non mancano purtroppo le banalità filosofiche (una per tutte: chi riconosce un ruolo pubblico a chiese e religioni obbedisce al nazista Heidegger, esoterico filosofo dell’invio dell’Essere). Viene allora spontaneo considerare quanto gli argomenti di Flores d’Arcais siano datati e distanti dal recente dialogo tra papa Francesco ed Eugenio Scalfari.

LA RISPOSTA DI PAOLO FLORES D'ARCAIS

Caro direttore, la ringrazio per il lusinghiero interesse verso il mio libriccino “La democrazia ha bisogno di Dio. Falso!” ed.Laterza. Naturalmente mi sarebbe piaciuto che accanto alle espressioni di fastidio (laicismo “scontato” e “stereotipato”) il suo editorialista avesse imbastito uno straccio di argomentazione, almeno contro una delle mie tesi. Ad esempio, contro quella centrale per cui “la fede deve essere relegata a fatto privato”. 

Tesi assurda? Io ho provato a dimostrarla così: la democrazia liberale non si riduce al voto, essenziale è il costante dia-logos tra tutti i cittadini, attraverso cui argomentare razionalmente e convincersi a vicenda. Su molte leggi ci si dividerà, ma “a ragion veduta”. Altrimenti la democrazia diventa “muscolare” e dalla mera conta dei voti si passa facilmente ad altri rapporti di forza. Ma in un dia-logos razionale io non posso sostenere una mia proposta di legge (ad esempio favorevole al suicidio assistito) “perché sì”. Non sarebbe argomentazione ma ukase. E lei, che immagino sia contrario al diritto all’eutanasia, non potrebbe cavarsela con un “perché così vuole Dio”, visto che la sua fede può essere un argomento solo per chi la condivide ma rispetto ad ogni cittadino miscredente o diversamente credente sarebbe mero “flatus vocis”.

Se per essere tutti con-cittadini fra tutti noi ci deve essere dia-logos, l’argomento Dio e l’argomento “perché sì” non possono avere cittadinanza, sono entrambi dogmatici, sono l’opposto dell’argomentazione. Lei dovrà trovare argomentazioni puramente “terrene” per sostenere che l’assistenza al suicidio venga punita fino a 12 anni di carcere (questa la legge attuale). Cioè argomentazioni atee, da a-theos, Dio preceduto dall’alfa privativo. Nella vita pubblica il cittadino credente, poiché tenuto ad argomentare, deve lasciare Dio a casa. Aggiungevo: esattamente come accade allo scienziato credente (sono un’esigua minoranza ma ci sono) che lascia il suo Dio nel vestibolo del laboratorio, dove valgono ipotesi e controlli empirici tra i quali Dio onnipotente, anima immortale e altri articoli di fede non sono ammessi.

Capisco che un dia-logos per argomenti razionali metta i credenti in difficoltà sulle questioni bioetiche “non negoziabili”. Come pretendere, ad esempio, che la mia vita non appartenga a me, e quindi non riconoscere il mio diritto a decidere liberamente sul mio fine vita, anche facendomi aiutare ad abbreviarlo, se ritengo che ormai sia per me solo tortura? Con argomenti puramente “terreni” è impossibile riuscirci, e tutti i cardinali che negli anni hanno discusso con me pubblicamene (Ratzinger, Scola, Herranz, Tettamanzi, Caffarra, Piovanelli …) hanno dovuto “arrampicarsi sugli specchi”. Solo se facciamo intervenire Dio, e la mia vita come Suo dono, la mia decisione può essere messa in discussione (ma un dono che non si può rifiutare è davvero un dono? Sembra più una condanna).

Un confronto per argomenti, anziché per moti di stizza e manifestazioni umorali, mi piacerebbero anche su tutti gli altri temi toccati dal mio libriccino. O su uno precedente (“Gesù, l’invenzione del Dio cristiano”) dove avrei “rispolverato la vecchia teoria della divinizzazione mitologica”. Non c’è bisogno di rispolverare un bel niente, visto che tutti gli storici, ma proprio tutti, sostengono che la divinizzazione di Gesù avviene per tappe e progressivamente nel corso del secolo successivo alla sua morte, e che in vita Gesù è visto anche dai suoi discepoli solo come un autorevolissimo profeta ebraico itinerante (oltre ai maggiori studiosi anglosassoni ho utilizzato largamente anche i lavori di un grandissimo storico e biblista cattolico, Giuseppe Barbaglio).

A me sembra in realtà che oggi la Chiesa abbia paura del confronto, o accetti il dialogo solo con atei di sua elezione. Lo conferma del resto il suo editoriale, che contrappone alla mia laicità “datata” e insopportabile quella evidentemente più gradita degli Agamben e degli Scalfari.