spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

lunedì 16 dicembre 2013

GIORGIO NAPOLITANO, IL RE E' NUDO


I SEGRETI DI NAPOLITANO

I rapporti con Mosca. Quelli controversi con Berlusconi e la massoneria. Le relazioni oltreoceano con la Cia e i poteri atlantici. Nel libro “I panni sporchi della sinistra” (in questi giorni in libreria per Chiarelettere) i giornalisti Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara ricostruiscono, con retroscena inediti, la storia politica di Giorgio Napolitano. Per gentile concessione dell'editore pubblichiamo ampi stralci del capitolo iniziale.

di Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara
Nessun altro poteva entrare qui perché questo ingresso era destinato soltanto a te. Ora vado a chiuderlo.
Franz Kafka

Due pesi e due misure

Discutere il comportamento e le prerogative di un capo dello Stato non è mai agevole. E alla prima carica della nostra Repubblica va certamente tributato il rispetto che il ruolo istituzionale suggerisce e impone. Questo tuttavia non deve impedire di sviluppare un sobrio ragionamento sulla storia personale, i rapporti e le scelte di Giorgio Napolitano, figura centrale nella storia della sinistra italiana non soltanto per i due mandati da capo dello Stato, ma in quanto unicumnella storia della Repubblica. Soltanto investigando le cause a monte del fenomeno Napolitano e il caleidoscopico retroterra dell’uomo politico è infatti possibile risalire alle ragioni della mutazione antropologica del centrosinistra.

Napolitano è stato uno dei maggiori esponenti della «destra» del Pci, guidata e plasmata da due compagni di origini partenopee, Giorgio Amendola e Gerardo Chiaromonte. Il filosofo Salvatore Veca coniò per questa corrente ispirata ai principi del socialismo europeo il termine «migliorista»,[1] in quanto non si riprometteva di abbattere il capitalismo ma di operare all’interno del sistema per migliorarlo. Nella Prima repubblica Napolitano si è distinto come abile tessitore di relazioni: a livello internazionale è stato il primo dirigente comunista a tenere conferenze negli Stati Uniti; in Italia ha inseguito l’unità socialista non disdegnando il compromesso storico, poi ha alimentato il dialogo con la galassia di Bettino Craxi, compreso Silvio Berlusconi. Nelle sue diverse vesti istituzionali, Napolitano ha consentito di fatto al potere berlusconiano di perpetuarsi.

Nell’autunno del 2010, per esempio, la gestione della crisi della maggioranza che sosteneva il governo Berlusconi, seguita alla spaccatura in seno al Pdl, si è svolta in maniera quanto meno singolare, sia sul piano politico sia su quello tecnico-istituzionale. In novembre il Pdl aveva attraversato una grave crisi ed era nei fatti imploso: i membri del governo che si riconoscevano in Gianfranco Fini avevano rassegnato le dimissioni dalle loro cariche e il governo era stato messo in minoranza da diversi voti di commissione, mentre veniva annunciata la nascita di un partito antagonista a quello del premier, Fli (Futuro e libertà). Condizioni più che sufficienti perché – mancando una mag gioranza – Napolitano chiedesse a Berlusconi di salire al Colle e rassegnare le dimissioni, sciogliendo le Camere e indicendo nuove elezioni, o verificando se esistessero le condizioni per un mandato esplorativo, mirato a un governo tecnico. Invece il presidente della Repubblica aveva preso tempo per cercare altre vie.

Mentre Napolitano congelava la politica e le istituzioni per un mese, Berlusconi contrattava con singoli esponenti di vari partiti il voto di sostegno al suo governo, una vicenda che ha generato indagini giudiziarie e pesanti accuse – tuttora in fase di verifica giudiziaria – di compravendita di parlamentari. In meno di un mese il Cavaliere è riuscito a imbarcare parlamentari di opposizione di vari partiti, tra cui l’ex Idv Sergio De Gregorio, che in seguito avrebbe confessato di aver intascato circa tre milioni di euro per tradire il centrosinistra. [2]

Un anno dopo, nell’autunno del 2011, la gestione della crisi del governo Berlusconi è apparsa altrettanto singolare. L’Europa invocava cambiamenti politici radicali in considerazione del crescente spread tra Btp italiani e titoli tedeschi, giunto a un divario di 500 punti base. La situazione era allo stremo, l’ipotesi di un default tutt’altro che remota. Ma nemmeno le dimissioni di Berlusconi nel novembre del 2011, accelerate dalla «diaspora» di otto deputati che si aggiungevano alla fronda finiana, portarono a nuove elezioni. Il «pericolo» che il centrosinistra vincesse e che Berlusconi venisse definitivamente liquidato era concreto. Bisognava trovare una soluzione che «garantisse» lo statista Berlusconi, impegnato a difendersi dai suoi processi.

Napolitano ha evitato il ricorso alle urne e il 16 novembre 2011 ha optato per un incarico al professor Mario Monti, nominato pochi giorni prima (9 novembre) senatore a vita. Una scelta che negava al popolo la possibilità di esprimersi in un momento in cui vi sarebbero state le condizioni tecniche e politiche per farlo. Napolitano riusciva così a servire sul piatto a Monti una maggioranza Pd-Pdl, che appariva però segnata sin da subito da tensioni, immobilismo e diritto di veto reciproco. Berlusconi, pur se di fatto caduto, sconfitto sul piano della politica economica, screditato all’estero e sfiduciato dai mercati, continuava comunque a controllare il governo, con il potere di staccargli la spina nel momento a lui più opportuno.

Nel comportamento del capo dello Stato si notano significative discrasie, talvolta un utilizzo di due pesi e di due misure. Quando alla fine del 2007 il governo Prodi iniziò a traballare, Napolitano non fu tenero come lo è stato con Berlusconi. Il presidente pungolava l’esecutivo e chiedeva garanzie, continuando a ribadire quanto fosse importante avere numeri saldi in Senato. Così il ministro degli Esteri Massimo D’Alema poté allestire nei minimi particolari quella che a molti parve una trappola perfetta: la prima crisi del governo Prodi, scaturita dal voto contrario del Senato alla relazione di D’Alema. Dopo soli tre giorni Napolitano rinviò alle Camere per la fiducia. Il 24 gennaio 2008 il capo dello Stato deliberava le dimissioni di Romano Prodi per effetto del voto di sfiducia in Senato, provocato dall’abbandono di Clemente Mastella dell’Udeur e di tre deputati centristi. Come ha osservato l’allora portavoce di Prodi, Silvio Sircana, «sono state le dimissioni più veloci della storia, siamo arrivati al Quirinale e le formalità erano già tutte pronte». Il presidente conferì un mandato esplorativo a Franco Marini, già presidente del Senato ed esponente del Ppi. Fallito il tentativo, il 6 febbraio Napolitano firmava il decreto di scioglimento delle Camere, chiudendo così, dopo appena 22 mesi dal suo insediamento, la XV Legislatura, la seconda più breve della storia della Repubblica.

Si parlò in quei giorni di un progetto di Napolitano messo a punto da un uomo considerato vicino alla massoneria, Antonio Maccanico: un governo filo-Usa e filo-Confindustria. Il presidente della Repubblica – come vedremo in seguito – è stato sempre garante dei poteri forti a livello nazionale e degli equilibri internazionali sull’asse inclinato dal peso degli Stati Uniti. Ma una cosa è certa: così di fatto Napolitano è stato il garante politico di Berlusconi.

Il garante dell’impero mediatico di Berlusconi 
Se si scorre con attenzione la storia dei rapporti tra Berlusconi e Napolitano, molti sono gli interrogativi che sorgono riguardo a scelte che di fatto hanno favorito l’impero mediatico di Silvio e rimandato la soluzione del palese conflitto di interessi. Il 28 novembre 1993, mentre l’imprenditore di Arcore scalda i motori per buttarsi in politica, Napolitano commenta così la sua «discesa in campo»: «In una fase come questa di transizione, di ricerca e anche di grande fluidità, possono anche entrare in campo dei nuovi soggetti che abbiano operato nella vita economica e non nella vita politica. A ciascuno spetta fare le proprie valutazioni di opportunità, di utilità, di credibilità nel momento in cui si assumono iniziative politiche».[3] In piena campagna elettorale, il 3 marzo 1994, Napolitano, candidato nella circoscrizione di Napoli, si dice «disponibile e pronto a un pacato confronto politico su questi temi con il capolista di Forza Italia nella circoscrizione di Napoli, Silvio Berlusconi».[4]

Dopo la vittoria di Berlusconi alle elezioni del 27-28 marzo 1994, Napolitano fa un gesto simbolico importante, congratulandosi subito con lui. E Silvio gliene rende merito pubblicamente, tanto da irritare il rifondatore comunista Armando Cossutta, il quale prevede l’avvento di «un’opposizione inadeguata a fronteggiare un governo che sta avviando un regime reazionario, restauratore; un’opposizione di stile anglosassone, l’opposizione di Sua Maestà che Berlusconi ha mostrato di gradire».[5] Il 20 maggio 1994 l’imperturbabile Napolitano ribatte alle critiche offrendo un assist a Silvio: «Non si tratta di lanciare ponti, ma di ricercare intese su base assai larga, perché questo è lo spirito della Costituzione, questo è il modo per rivederla».[6] Un affetto ricambiato, tanto che Vittorio Sgarbi pochi mesi dopo, il  20 ottobre 1994,  ironicamente  chiosa:  «Bisogna capire: Napolitano è quel che Berlusconi, come uomo politico, avrebbe voluto essere: serio, elegante, riservato».7 

Quando, a fine novembre dello stesso anno, Berlusconi riceve l’invito a comparire per l’inchiesta sulle tangenti di Milano durante il vertice di Napoli, Napolitano si affretta subito a difenderlo: «Le fondamentali forze politiche dell’opposizione non hanno chiesto le dimissioni del presidente del Consiglio in seguito all’avviso di garanzia. Non c’è stata quindi nessuna strumentalizzazione su questa vicenda giudiziaria. Che Berlusconi si dimetta attiene alla sua valutazione e sensibilità».8 Lasciata la presidenza della Camera a Irene Pivetti, nel marzo del 1995 il leader migliorista assume la presidenza della Commissione parlamentare sul riordino del sistema televisivo e sui problemi dell’informazione, dove si distingue subito per la politica di appeasement e di annullamento dei problemi. Il 25 settembre Napolitano si preoccupa di ribadire: «Non si vuole uccidere nessuna azienda e nessun gruppo. La commissione non ripropone il taglio delle reti Fininvest».9

Nei mesi successivi la commissione non produce alcun risultato, se non la proposta di creare un’authority di garanzia e di assegnare due reti alla Rai e due a Fininvest. L’ex direttore del Tg3 e di Tmc News, Sandro Curzi, la bolla come una «proposta ridicola, perché ne trarrebbe vantaggio solo la Fininvest. All’azienda di Berlusconi non servono più in questo momento le tre reti: gliene bastano due per il mercato pubblicitario».10

Un mirabile equilibrio
 
Nella primavera del 1996 Prodi vince le elezioni e nomina Napolitano ministro dell’Interno. Nel maggio 1998 il Viminale guidato da Napolitano non riesce a evitare la fuga all’estero del capo della P2 Licio Gelli dopo l’ennesima condanna per il crac dell’Ambrosiano. Nonostante le ingenti risorse informative del ministero dell’Interno, il Venerabile lascia l’Italia indisturbato. Per Napolitano «non c’è responsabilità della polizia né del governo nella fuga di Gelli. Ci si è comportati come la legge prescrive, il parlamento può decidere di cambiare le norme».

Già molti anni prima, nel 1983, i servizi segreti avevano avvisato il Viminale delle capacità di fuga di Gelli durante la sua detenzione nel carcere svizzero di Champ Dollon.11 Non è quindi pensabile che sotto la gestione di Napolitano la nostra intelligence non avesse informazioni sui movimenti del capo della P2. La situazione appare così paradossale da indurre Berlusconi a sfottere affettuosamente Napolitano: «Spero che Gelli sia andato a farsi una cura e che non sia una fuga vera e propria».

Ma Napolitano non si offende, anzi, il 15 agosto 1998 afferma, parlando dei guai giudiziari del Cavaliere, che «i problemi della giustizia vanno risolti depurandoli da ogni elemento personale. Le accuse formulate contro Silvio Berlusconi non si basano su nessuna attività svolta come capo dell’opposizione, bensì come capo di impresa. E questa duplice storia personale, agli occhi dell’opinione pubblica, costituisce un problema complesso e suscita opposte reazioni».12

Un mirabile equilibrio. Nella storia dei rapporti tra Berlusconi e Napolitano si possono rintracciare molte esternazioni di questo genere. Come presidente della Repubblica, il leader riformista ha acconsentito al passaggio di molte leggi che avrebbero meritato ben diversa sorte. È stato per esempio accusato di aver controfirmato molte leggi del governo fortemente criticate dall’opposizione e da molti osservatori neutrali. Tra queste la promulgazione del cosiddetto lodo Alfano che garantisce l’immunità alle alte cariche istituzionali, poi dichiarata incostituzionale dalla Consulta. In un’intervista a «la Repubblica» persino l’ex presidente Ciampi ha criticato espressamente la scelta di Napolitano di firmare subito il testo.13

Anche in occasione della promulgazione del cosiddetto scudo fiscale, molti tecnici della materia hanno rimproverato al capo dello Stato di aver firmato senza rinvio una legge accusata da esperti economisti di essere un mezzo per riciclare legalmente denaro sporco. E ancora: qualche settimana prima delle Regionali del 28-29 marzo 2010, a seguito dell’esclusione per palesi irregolarità delle liste del Pdl in Lazio e Lombardia, Napolitano firmava il decreto del governo per la loro riammissione.

Nell’aprile del 2010 il capo dello Stato concedeva il via libera alla legge sul legittimo impedimento del premier e dei ministri, mentre i pm di Milano si dicevano pronti a ricorrere alla Consulta. Nel gennaio del 2011 la Corte stabiliva che la legge era in gran parte incostituzionale. Altre promulgazioni di Napolitano criticate e discusse hanno riguardato il decreto Mastella per distruggere i dossier illegali raccolti dalle spie della security Telecom, la riforma dell’ordinamento giudiziario, la norma della finanziaria che raddoppia l’Iva a Sky e i due pacchetti sicurezza del ministro degli Interni Roberto Maroni accusati di contenere norme contro i rom e gli immigrati.

Il terreno d’intesa con il Cavaliere
 
In tutte queste vicende, e al di là degli scontri formali, esistono evidenti sintonie di fatto tra Napolitano e Berlusconi. Sintonie che vanno oltre i singoli provvedimenti e si riconoscono nelle visioni politiche di fondo, come la vicinanza agli Stati Uniti. Anche questo è un terreno di intesa importante con il Cavaliere, campione di un atlantismo prêt à porter che riemerge in situazioni critiche, come il sequestro di Abu Omar da parte della Cia. Persino nei confronti del Vaticano le posizioni di Giorgio e di Silvio coincidono: entrambi sono determinati a mantenere intatti tutti i privilegi della Santa Sede (dalle esenzioni fiscali all’otto per mille, che produce un gettito di un miliardo di euro l’anno per la Chiesa), tributando continue e deferenti manifestazioni di sottomissione al potere del Vaticano.

Dunque, il doppio mandato presidenziale del primo postcomunista della storia italiana è la summa di ragioni lunghe un trentennio. Un terreno di incontro è quello del rapporto con la magistratura. Napolitano ha spesso condiviso l’avversione berlusconiana per le indagini più scomode.

Non può dunque stupire l’atteggiamento del Quirinale riguardo all’occupazione del Tribunale di Milano da parte dei parlamentari del Pdl, pochi giorni dopo le elezioni politiche del febbraio 2013, contro il processo a Berlusconi sul caso Ruby.14 L’11 marzo 2013 Berlusconi lascia che i suoi invadano il tribunale per poi inviare Angelino Alfano, Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto al Quirinale. Al termine dell’incontro con la delegazione del Pdl, Napolitano rilascia questa dichiarazione: «Ho, negli anni del mio mandato, considerato e affrontato come problema essenziale quello del ristabilimento di un clima corretto e costruttivo nei rapporti tra giustizia e politica. […] È comprensibile la preoccupazione dello schie ramento che è risultato secondo, a breve distanza dal primo, nelle elezioni del 24 febbraio, di veder garantito che il suo leader possa partecipare adeguatamente alla complessa fase politico-istituzionale già in pieno svolgimento, che si proietterà fino alla seconda metà del prossimo mese di aprile. Non è da prendersi nemmeno in considerazione l’aberrante ipotesi di manovre tendenti a mettere fuori giuoco “per via giudiziaria” – come con inammissibile sospetto si tende ad affermare – uno dei protagonisti del confronto democratico e parlamentare nazionale».15

Diversi membri togati del Csm protestano; il quotidiano «la Repubblica», in un articolo firmato dal vicedirettore Massimo Giannini, parla di «un premio ai sediziosi», di una richiesta da parte del Pdl di «provvedimenti punitivi contro la magistratura» e paventa un nuovo salvacondotto per Berlusconi. Napolitano è costretto a intervenire per negare le ricostruzioni:

«Nessuna richiesta di impropri interventi nei confronti del potere giudiziario mi è stata rivolta […], né la delegazione del Pdl mi ha “annunciato” o prospettato alcun “Aventino” della destra […]. L’incontro in Quirinale con i rappresentanti della coalizione cui è andato il favore del 29 per cento degli elettori era stato confermato dopo mie vibranti reazioni espresse direttamente ai principali esponenti del Pdl per la loro presa di posizione. Quel rammarico, ovvero deplorazione, è stato da me rinnovato, insieme con un richiamo severo a principi, regole e interessi generali del paese che, solo con tendenziosità tale da fare il giuoco di quanti egli intende colpire, Giannini ha potuto presentare come “riconoscimento al Cavaliere di un legittimo impedimento automatico” o di un “lodo Alfano provvisorio”».16

Una tela di rapporti avvolgenti
 
Nei primi anni Ottanta i compagni della «destra» del Partito comunista in cui si riconosce Napolitano dismettono l’abito grigio da burocrate e non disdegnano lo stile disinvolto di Bettino Craxi e dell’imprenditore di riferimento Silvio Berlusconi. I comunisti dal volto umano, o per meglio dire «di mondo», non hanno scrupoli morali nel dialogare col nuovo blocco di potere e non trovano nulla da ridire sugli esponenti socialisti massoni e piduisti che si affermano in quel periodo.

Ogni sezione del Psi – racconterà poi l’ex Gran maestro del Grande Oriente d’ Italia Giuliano Di Bernardo – avrebbe dovuto diventare, nei progetti di Licio Gelli, una dépendance della massoneria e della P2.17 Sono gli anni ruggenti del boom economico e della «Milano da bere», dei programmi sulle reti Fininvest che tengono incollati al piccolo schermo milioni di spettatori; gli anni dell’«onda lunga», la lenta crescita elettorale socialista. Nel 1983 Craxi, grazie al suo ruolo di ago della bilancia fra i due maggiori partiti italiani, diventa il primo presidente del Consiglio di sinistra con l’appoggio della Dc.

Gli ambienti legati a Napolitano si avvicinano al sodale di Craxi, Silvio Berlusconi, un costruttore dalle fortune di provenienza discussa, insignito del titolo di Cavaliere del lavoro e già iscritto alla loggia Propaganda 2 di Licio Gelli18 con la tessera 1816 da «apprendista muratore». La sua mossa vincente, peraltro già indicata nel «piano di rinascita democratica» della P2, è il controllo dei media, a partire dalla televisione. La rete via cavo fondata nel 1974 a Segrate, Telemilano-Canale 5, è un utile veicolo di consenso per il Psi e per la corrente andreottiana della Dc. Con un’offerta basata su commedia leggera, sport e bellezze procaci, la televisione berlusconiana inietta nei telespettatori un modello di intrattenimento che anestetizza l’impegno civico.

Berlusconi pensa in grande perché ha le coperture giuste. In pochi mesi compra «il Giornale» di Indro Montanelli e acquista tv locali per trasmettere lungo la penisola, nonostante il divieto della Corte costituzionale.19 La prima legittimazione della prassi illegale reca la firma del governo di Arnaldo Forlani (Dc), che nel 1980 acquista tramite la Rai i diritti televisivi europei del Mundialito, un torneo calcistico organizzato in Uruguay, paese che ospita il Maestro venerabile Licio Gelli e nel quale ha da poco preso il potere una giunta militare. Berlusconi aggira le sentenze mandando in onda su tutte le reti del network il contenuto di una serie di copie di videocassette preregistrate. I pretori di Roma, Pescara e Torino, ottemperando alla disposizione della Corte costituzionale, ordinano di impedire la diffusione nazionale a quegli impianti. Con la tecnica che Montanelli definirà in gergo napoletano «chiagne e fotte», Berlusconi spegne le tv facendo credere di essere stato costretto dalla magistratura, per poi gridare allo scandalo. A risultare decisiva in quei frangenti è l’amicizia con Craxi, conosciuto alla fine degli anni Settanta tramite l’architetto Silvano Larini, prestanome e collettore di tangenti per il segretario socialista.20

L’asse Milano-Mosca
Quando nel 1983 Craxi varca la soglia di Palazzo Chigi, l’evento rappresenta la ciliegina sulla torta per la posizione dominante dell’impero di Segrate. I comunisti lamentano la crescita del potere berlusconiano, ma sempre a cose fatte. D’altronde sono molto più interessati a rivendicare un ruolo nella tv pubblica, la terza rete della Rai. Nell’agosto del 1984, appena «Sua Emittenza» ingloba Rete 4 da Mondadori, il Pci diffonde un comunicato di denuncia della posizione di monopolio assunta da Berlusconi nel settore privato, ma nei fatti si predispone a patti segreti.21 Il 25 ottobre il parlamento approva, grazie al mancato ostruzionismo del Pci e ai voti del Msi che rimpiazzano i contrari della sinistra Dc, la prima legge ad personam della storia repubblicana, il decreto Craxi che consente alla Fininvest di trasmettere a livello nazionale in barba alla Consulta. Il desiderio inconfessato di alcuni dirigenti comunisti va oltre la lottizzazione della Rai: mira a ingraziarsi il magnate televisivo legato al Psi.

Alternare alti lai per le leggi pro Berlusconi a precedenti inerzie è una tattica degna della doppiezza di Palmiro Togliatti. E Giorgio Napolitano condivide la linea del partito senza sbavature, con la proverbiale prudenza che di fatto contribuisce ad aiutare l’emergente Silvio Berlusconi.

In quegli anni il capogruppo alla Camera Giorgio Napolitano si conquista il ruolo che ancora manca al suo arco: quello di «ministro degli Esteri» del Pci. È l’anello di congiunzione nei rapporti con i partner della sinistra nel mondo e con la stessa Urss, che aveva rifornito di rubli i partiti comunisti europei ufficialmente fino al 1978.

L’ex  deputato  parmigiano  Gianni  Cervetti  (molto  vicino a Napolitano), laureatosi in Economia a Mosca, poi segretario amministrativo e finanziario del Pci, fautore dell’alleanza coi craxiani nel laboratorio di Milano, ha ricordato in un suo libro l’esistenza di «una sorta di patrimonio di riserva costituito da investimenti in titoli e preziosi realizzati sulla base degli accantonamenti tratti dagli afflussi diretti […]. In vari ambienti circolava la voce secondo la quale un consistente accordo commerciale dell’Eni per l’importazione di gas dall’Unione Sovietica avrebbe garantito negli anni a venire a diversi partiti – tra cui il nostro – una percentuale sulla quantità effettivamente importata, in ragione dell’opera di intermediazione e dei buoni uffici frapposti per firmare l’accordo alle migliori condizioni».22

Napolitano vola più alto, funge da ambasciatore del partito. Torna in Urss nel giugno del 1986 dopo l’avvento di Michail Gorbaciov, il presidente che tenta di procedere verso il disarmo bilaterale e il graduale approdo alla democrazia. L’agenda si infittisce: incontra il presidente socialista spagnolo Felipe Gonzales, si reca in visita ufficiale in Israele, partecipa alle riunioni dell’Aspen Institute. In particolare lega con il leader del partito socialdemocratico tedesco (Spd) Willy Brandt, presidente dell’Internazionale socialista.

Mentre Napolitano ottiene riconoscimenti in ambito europeo facendo cadere altri steccati ideologici, il Cavaliere sigla con i compagni miglioristi il primo rapporto commerciale, finanziando generosamente il mensile della loro corrente, «Il Moderno». Oltre al denaro dei costruttori Giovanni Ligresti, Marcellino Gavio e Giorgio Simontacchi della Torno Costruzioni, arrivano i contributi di Fininvest, della concessionaria di pubblicità Publitalia e dell’assicurazione Mediolanum. Sul numero del febbraio 1986 si legge che «la rivoluzione Berlusconi [è] di gran lunga la più importante, cui ancora qualcuno si ostina a non portare il rispetto che merita per essere stato il principale agente di modernizzazione, nelle aziende, nelle agenzie, nei media concorrenti. Una rivoluzione che ha trasformato Milano in capitale televisiva e che ha fatto nascere, oltre a una cultura pubblicitaria nuova, mille strutture e capacità produttive».23

Nell’aprile del 1987 la rivista esce con un’intera pagina pubblicitaria della Fininvest, la prima di una lunga serie. Il direttore Ludovico Festa spiegherà molti anni dopo: «La Fininvest ci dava pubblicità, come anche a molte feste dell’Unità. In quel momento avere degli amici del Pci attenti alle ragioni di una televisione privata faceva comodo a Berlusconi».24 Insomma, i rapporti dell’anticomunista Silvio con il «diavolo rosso» sono buoni. Non solo perché «Il Moderno» è quasi un bollettino della Fininvest, ma anche perché Berlusconi riesce in ciò che è off limitsper la stragrande maggioranza dell’imprenditoria occidentale: un business nel cuore dell’Unione Sovietica. Mentre si disgregano una a una le dittature dell’Est Europa, i poteri della finanza si muovono oltre l’ex cortina di ferro, anticipando le mosse per gestire da una posizione privilegiata il trapasso comunista. Ma sarebbe impossibile farlo senza l’avallo del Pci. Il 4 maggio 1988 Silvio Berlusconi organizza una conferenza stampa a Roma per un clamoroso annuncio: il contratto stipulato tra la tv di Stato dell’Urss e Publitalia, da quel momento concessionaria esclusiva per la pubblicità di tutte le imprese europee sulla tv di Stato dell’impero sovietico. Sua Emittenza si attribuisce ogni merito, parlando di una trattativa andata avanti per un anno e mezzo, «senza interventi né del Pci né di altre forze politiche». Parola di Cavaliere.

Un altro affare invidiabile per il tycoon di Arcore si perfeziona grazie all’intercessione di Antonio Fallico, oggi presidente di Zao Bank (Banca Intesa Russia). Originario di Bronte (Catania), compagno di collegio del fondatore di Publitalia Marcello Dell’Utri, Fallico – un ex militante del Pci che ancora oggi si definisce comunista convinto25  – fu inviato in Urss a creare il primo avamposto del credito italiano, nella fattispecie della Banca cattolica del Veneto, poi assorbita dal Banco Ambrosiano e a sua volta da Intesa. In quarant’anni ha intrec ciato relazioni diplomatiche di altissimo livello, rimbalzando da Verona (dove insegna all’università) a Mosca, grazie alla nomina a console onorario di Russia dopo la fondazione della filiale di Gazprom per l’Italia. A Roma ha ospitato il Comitato italo-russo per il disarmo dei sottomarini nucleari ed è stato mediatore principe dell’incontro tra patriarcato ortodosso e ordine dei francescani, passando da un affare all’altro, dalla politica alla religione.26

Tre lustri dopo ritroviamo gli stessi personaggi – Fallico, Berlusconi e le forze di centrosinistra – uniti negli affari del gas con il Cremlino. L’ex craxiano Paolo Scaroni, presidente dell’Eni dal 2005, firma l’accesso diretto di Gazprom alla vendita in Italia e contratti pluriennali «take or pay».27  La modalità è un fardello per il Belpaese in quanto finisce per scaricare sulle bollette del gas i costi della riduzione dei consumi dovuti alla crisi economica.

Sin dagli anni Ottanta, gli interessi di Fininvest in Unione Sovietica riflettono un valore che va oltre il computo econo mico-finanziario. La campagna di Russia di Berlusconi, primo capitalista a violare il tempio del comunismo, resta un fattore significativo.

I miglioristi nella bufera di Mani pulite 
Per un paradosso della storia, la corrente migliorista cui appartiene Napolitano perde credibilità proprio mentre gli eventi internazionali si incaricano di confermarne le ragioni. I riformisti, già accusati di intelligenza col nemico craxiano, entrano in crisi durante Tangentopoli. Una serie di inchieste giudiziarie che scoperchia il sistema di potere criminale annidato nel Pentapartito vede tra i protagonisti principali il Psi, ma lambisce anche il Pci.

Sono proprio i miglioristi a essere coinvolti nelle indagini di Mani pulite. Il pm Tiziana Parenti, scavando sugli appalti della Metropolitana milanese (Mm), scopre che, perlomeno dal 1987, la ripartizione delle bustarelle coinvolge tutti i partiti. A fianco del presidente in quota socialista Antonio Natali, il ruolo di collettori spettava al presidente di Legacoop lombarda Sergio Soave e al funzionario comunista Luigi Carnevale, numero due della Metropolitana milanese, incaricato di girare parte del denaro al segretario cittadino Roberto Cappellini. Scrivono i giudici nella sentenza, resa definitiva dalla Cassazione il 16 aprile 1998: «Mentre fino ad allora il Pci aveva ricevuto sporadicamente, per il tramite di Antonio Natali, delle contribuzioni illecite, a partire da questo momento una quota fissa fu destinata alle casse della federazione milanese del partito attraverso l’attività svolta da Sergio Soave e soprattutto da Luigi Carnevale. Per contro, proprio dal 1987 anche le cooperative legate al Pci, sino ad allora escluse, entrarono nel “sistema Natali” alle condizioni imposte alle altre imprese, cioè l’aggiudicazione di appalti attraverso il pagamento ai partiti di una quota percentuale al valore di commessa».28

La deposizione del testimone Franco Bassanini, della corrente occhettiana, fotografa il clima in un partito che nel 1990 aveva deciso con sofferenza di appoggiare il sindaco craxiano Paolo Pillitteri per evitare che passasse con la Dc: «Verso la nostra area c’era un clima di astioso disprezzo, ci consideravano i moralisti senza cultura di governo, che non hanno capito che la politica costa, che bisogna sporcarsi le mani».29

Giorgio Napolitano viene tirato in ballo quando Bettino Craxi, interrogato dal pm Antonio Di Pietro nel processo Enimont, divaga facendo allusioni pericolose: «Come credere che il presidente della Camera, onorevole Giorgio Napolitano, che è stato per molti anni ministro degli Esteri del Pci e aveva rapporti con tutta la nomenklatura comunista dell’Est a partire da quella sovietica, non si fosse mai accorto del grande traffico che avveniva sotto di lui, tra i vari rappresentanti e amministratori del Pci e i paesi dell’Est? Non se n’è mai accorto?».30

Anche i finanziamenti a «Il Moderno», proseguiti fino al 1990, danno origine a un processo che si chiude nel 1996 con un’assoluzione per i dirigenti Carnevale e Soave, poi annullata dalla Cassazione con rinvio in Appello. Le toghe di ermellino scrivono nelle motivazioni: «“Il Moderno” era diretta promanazione ed espressione della corrente migliorista del Pci-Pds […]. Il finanziamento della grande imprenditoria si traduceva in finanziamento illecito al Pci-Pds milanese, corrente migliorista». La nuova sentenza, depositata l’11 febbraio 1998, fa scattare la prescrizione del reato.

A Napoli invece l’imprenditore Vincenzo Maria Greco racconta ai pm di tangenti per la costruzione della metropolitana collinare. Il democristiano Paolo Cirino Pomicino viene accusato di aver intascato quattro miliardi di lire dal 1987 al 1990 da aziende che facevano parte del consorzio Metropolitana di Napoli Spa (Mn), concessionaria del Comune per i lavori. A verbale Greco parla del coinvolgimento del Partito comunista: «Pomicino ebbe a dirmi che aveva preso l’impegno con il capogruppo alla Camera del Pci dell’epoca, onorevole Giorgio Napolitano, di permettere un ritorno economico al Pci. Mi spiego: il segretario provinciale del Pci dell’epoca era il dottor Umberto Ranieri, attuale deputato e membro della segreteria nazionale del Pds. Costui era il riferimento a Napoli dell’onorevole Napolitano. Pomicino mi disse che già riceveva somme di denaro dalla società Metronapoli e che si era impegnato con l’onorevole Napolitano a far pervenire una parte di queste somme da lui ricevute in favore del dottor Ranieri».31

L’iscrizione nel registro degli indagati di Napolitano è un atto dovuto, seguito dall’archiviazione alla fine del 1993, così come per Ranieri. Pomicino nega di aver versato denaro a Ranieri, ma ricorda due fatti: che i comunisti votarono in parlamento a favore dell’articolo della finanziaria, pur contestata complessivamente, che prevedeva 500 miliardi di vecchie lire di finanziamento per Metronapoli; di aver saputo di tangenti ai compagni da un professionista della società, l’ingegner Italo Della Morte: «Mi disse che versava contributi anche al Pci. Tutto ciò venne da me messo in rapporto con quanto accaduto durante l’approvazione della legge finanziaria». L’ingegner Della Morte non ha potuto confermare né smentire perché scomparso alcuni anni prima. Solo Pomicino sarà condannato nel processo di primo grado a due anni per finanziamento illecito e assolto in Appello per intervenuta prescrizione.

Napolitano, all’epoca presidente della Camera, replicava duramente alla pubblicazione dei verbali: «Come ormai è chiaro, da qualche tempo sono bersaglio di ignobili invenzioni e tortuose insinuazioni prive di qualsiasi fondamento. Esse vengono evidentemente da persone interessate a colpirmi per il ruolo istituzionale che ho svolto e che in questo momento sto svolgendo. La dirittura morale testimoniata da tutti i miei comportamenti è troppo nota e riconosciuta per poter essere scalfita da qualsiasi menzogna. Valuterò con i miei legali ogni iniziativa a tutela della mia posizione».32

Il dato politico di una compartecipazione della corrente migliorista al sistema delle tangenti però resta, tanto che il filosofo Salvatore Veca, dopo anni di alte discussioni sulle frontiere del riformismo e del liberismo, ha sviluppato una severa autocritica: «Lo ammetto, potevamo, dovevamo fare di più e meglio. Abbiamo sottovalutato la vischiosità di un certo costume collusivo, dominante nel nostro paese, anche nell’ambiente intellettuale. Il fatto è che una cultura civile, etica e politica non si improvvisa a colpi di articoli, di seminari e di libri raffinati. Deve essere una motivazione diffusa, un valore condiviso».33

Il 7 novembre 1994, nel corso dell’ultima riunione a Botteghe oscure, Emanuele Macaluso sanciva la fine dell’esperienza migliorista. 
Servitore delle istituzioni e «sponsor» di Silvio 
Quando la corrente migliorista si scioglie, per Giorgio Napolitano è già iniziata una nuova fase, quella di servitore delle istituzioni. Da presidente della Camera mantiene la consueta freddezza in mezzo alla tempesta di Mani pulite, mentre deputati e ministri ricevono avvisi di garanzia e richieste di autorizzazioni a procedere da parte della magistratura. Napolitano stigmatizza le violente dichiarazioni di esponenti della Lega nord e del Msi e si dice fermamente contrario allo scioglimento del «parlamento degli inquisiti».

Due anni dopo, salito al governo Berlusconi, viene sostituito da Irene Pivetti della Lega nord. Nel dibattito sulla fiducia accade un fatto inconsueto. Al termine del ponderato intervento di Napolitano scatta un applauso da parte del gruppo di Forza Italia, sospinto dal ministro per i Rapporti col parlamento Giuliano Ferrara, collaboratore della Cia (per sua stessa ammissione), figlio del dirigente comunista Maurizio e già braccio destro di Craxi. Il neo premier Berlusconi si alza e va a stringere la mano al presidente della Camera uscente Napolitano.

Nel 1996, con la vittoria ulivista di Romano Prodi, Napolitano diventa il primo ministro degli Interni postcomunista. Le sue dichiarazioni sono messaggi rassicuranti al potere:

«Non vado al Viminale per aprire armadi […]. Non intendo rifare cinquant’anni di storia».34  Napolitano avrebbe preferito ricoprire il ruolo di ministro degli Esteri. Da sempre il suo orizzonte è internazionale: la via del socialismo europeo, l’atteggiamento da lord inglese, gli incontri coi principali leader mondiali da «ambasciatore del Pci». Si sente pronto per un grande incarico in ambito europeo.

Al Viminale tuttavia – a parte la già citata scivolata della fuga di Gelli – mette in pratica quelle doti di puntigliosa pragmaticità che avevano costellato anni di sofisticate teorie. Senza tema di essere bollato come law and order, si schiera dalla parte dei prefetti, avversati per anni dalla sinistra, avviandone la riorganizzazione; si occupa di sicurezza, predisponendo piani contro la microcriminalità e firmando assieme alla senatrice Livia Turco la legge che regolamenta l’immigrazione e istituisce i centri di permanenza temporanea (Cpt).

Alla caduta del premier Prodi si renderà di fatto indisponibile per nuovi ministeri, pur non sottraendosi al dibattito pubblico sulle istituzioni. Sospinto dai voti della Campania, ritorna a Bruxelles per andare a presiedere la Commissione affari costituzionali dell’Europarlamento. Nel 2004 è in prima fila in Campidoglio per la firma del Trattato europeo che resterà nella storia. Nel partito invece il suo impegno va diradandosi: l’approdo nella grande famiglia del socialismo europeo resta inattuato e il Partito democratico che va profilandosi non lo convince.

Nel 2005 il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nomina Napolitano senatore a vita, un premio alla carriera che però è tutt’altro che finita. Quando il centrosinistra torna al governo, pochi s’immaginano che sia il momento di Giorgio Napolitano. Il 6 maggio 2006 «Il Foglio» di Giuliano Ferrara ospita il manifesto della candidatura di Massimo D’Alema alla presidenza della Repubblica al termine del mandato di Ciampi. È il segretario dei Ds Piero Fassino a dare il singolare annuncio: «La guerra è finita, perciò la candidatura di D’Alema al Quirinale deve essere il primo atto di una pace da costruire e non l’ultimo atto di una guerra che continua. Chiedo a Berlusconi e a tutta la Cdl di valutare alla luce del sole la possibilità di eleggere D’Alema».

Fra i punti programmatici spicca l’ossessione della gauche caviar: «Evitare ogni possibile cortocircuito tra giustizia e politica». Il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri, intervistato da Fabio Fazio nel programma Che tempo che fa, si dice favorevole, seguito da Marcello Dell’Utri: «D’Alema dica qualcosa di istituzionale e avrà spianata la strada del Colle […]. Riprendere il discorso di insediamento della Bicamerale sul sistema delle garanzie e, mentre andiamo verso il referendum, spiegare che la riforma costituzionale fatta dal centro destra è una legge da limare ma da lasciare nel suo insieme».35

Dell’Utri forse danneggia la candidatura al Quirinale di D’Alema, che tramonta per l’avversione di Italia dei valori, Fini, Casini e una parte del centrosinistra. A quel punto Ds e Margherita lanciano Giorgio Napolitano, che viene eletto il 10 maggio 2006, al quarto scrutinio e con la maggioranza semplice di 543 voti.

Silvio e Giorgio: affinità e «fratellanza»? 
Il complesso rapporto creatosi nel corso degli anni tra Berlusconi e Napolitano suggerisce sintonie che spesso vanno oltre la simpatia personale e il reciproco rispetto che può esistere tra figure che dovrebbero essere radicalmente lontane, sia per storia intellettuale e professionale sia per schieramento politico.

Di Berlusconi è nota l’appartenenza massonica, che non si manifesta solo nella documentata affiliazione alla loggia P2 di Licio Gelli, ma anche nel sistema di simboli che costellano il cosiddetto mausoleo di Arcore, la tomba che il Cavaliere ha fatto realizzare per sé e per i propri cari dallo scultore Pietro Cascella.

Ma c’è dell’altro. Il discusso leader del Grande Oriente democratico Gioele Magaldi, noto per le sue dichiarazioni forti, ha affermato in un’intervista:36  «Il fratello Silvio Berlusconi, iniziato apprendista “libero muratore” nel 1978 presso la loggia P2, e diventato successivamente “maestro” in questa stessa officina, ha proseguito il suo percorso massonico alla corte del Gran maestro Armando Corona dal 1982 al 1990. Successivamente, ha ritenuto di farsi una loggia segreta e sovranazionale autonoma. Uno dei nomi utilizzati per questa offi cina era “loggia del Drago”».37

Magaldi rivela: «L’attività massonica di Berlusconi e Marcello Dell’Utri è stata essenziale per costruire il consenso sociale e politico che ha condotto alla vittoria elettorale del 1994. Dell’Utri e altri fratelli della cerchia massonica di Villa San Martino hanno girato la penisola in lungo e in largo, come proconsoli massonici di Berlusconi, intessendo accordi con la maggioranza delle logge del Belpaese in favore della neonata Forza Italia. In anni successivi, le relazioni massoniche dell’autoproclamatosi Maestro venerabile di Arcore gli hanno consentito di risollevarsi in momenti di particolare difficoltà».

Dalla conversazione con Magaldi emergono altri dettagli degni di nota: «Più in generale, Berlusconi coltiva interessi esoterico-iniziatici da molti decenni. La qual cosa da un lato ha spinto lui e la sua seconda moglie Veronica Lario a iscrivere i propri figli a scuole di orientamento pedagogico antroposofico (cioè ispirate agli insegnamenti spirituali esoterizzanti di Rudolf Steiner), dall’altro ha determinato la sua ferma volontà di percorrere un sentiero massonico, ancorché riservato e dissimulato pubblicamente. Ma riservato fino a un certo punto: nella cerchia intima del padrone di Mediaset sono in molti ad aver praticato e a praticare officine libero muratorie o a frequentare circuiti di spiritualità esoterica». Tra questi, secondo Licio Gelli, l’ex governatore del Veneto ed ex ministro Giancarlo Galan, ex dipendente di Publitalia e poi tra i fondatori di Forza Italia, che il capo della P2 ha qualificato come massone.38

Sul «fratello» Berlusconi, Magaldi ha aggiunto: «Certamente, la sociabilità massonica è servita – a lui come ad altri – anche a facilitare obiettivi di potere e lucrosi affari, ma esiste nel “fratello Silvio” una vocazione autentica e genuina verso discipline esoteriche come l’astrologia, l’ermetismo egizianeggiante e la magia sessuale». Un’indicazione, quest’ultima, che richiama alcuni «rituali» delle notti del bunga bunga.

È la massoneria che orienta Berlusconi o Berlusconi che orienta la massoneria? Secondo Magaldi, «nessuna delle due ipotesi. Berlusconi ha avuto molto, in passato, in termini di supporto e relazioni significative, dall’ambiente libero-muratorio. Per converso, sono stati proprio alcuni circuiti massonici sovranazionali a pretendere e a determinare la caduta politica del “fratello Silvio” nell’autunno del 2011, imponendo il collocamento del “fratello” Mario Monti a Palazzo Chigi». Un’affermazione forte, che Magaldi non ha avuto timore di fare assumendosene la responsabilità.

Torniamo a Berlusconi, che ha rinnegato l’esperienza della P2: una volta affiliati si rimane massoni per tutta la vita? O essere in sonno significa interrompere ogni rapporto con l’Obbedienza? Secondo Magaldi, «l’iniziazione massonica è indelebile come quella sacerdotale: essa presuppone, secondo la Weltanschauungmassonica, una trasmutazione esistenziale e spirituale non reversibile. Mettersi in sonno non significa cessare di far parte della catena iniziatica libero-muratoria, la quale va persino oltre le singole “comunioni” o “obbedienze” territoriali, afferendo a una dimensione planetaria e universale. Spesso, il cosiddetto “assonnamento” equivale soprattutto a una presa di distanza da una determinata obbedienza, ma può significare l’avvicinamento ad altri cenacoli massonici più o meno ufficiali».

Molto più complesso il discorso che riguarda Napolitano. È possibile che le sintonie con Berlusconi siano state facilitate da comuni vicinanze su questo terreno? Secondo Magaldi – che lo ha affermato in numerose interviste – non vi sono dubbi sul fatto che il presidente della Repubblica sia un «fratello».

Dichiarazioni certamente insufficienti. Abbiamo perciò voluto approfondire questa pista. E abbiamo incontrato un’autorevole fonte, che ha chiesto di rimanere anonima: un avvocato di altissimo livello, cassazionista, consulente delle più alte cariche istituzionali, massone con solidissimi agganci internazionali in Israele e negli Stati Uniti, figlio di un dirigente del Pci, massone, e lui stesso molto vicino al Pd.
La prima indicazione che ci offre è interessante: «Già il padre di Giorgio Napolitano è stato un importante massone, una delle figure più in vista della massoneria partenopea». Avvocato liberale, poeta e saggista, Giovanni avrebbe trasmesso al figlio Giorgio (notoriamente legatissimo al padre, che ammirava profondamente)39 non solo l’amore per i codici ma anche quello per la «fratellanza». A rafforzare la connota zione «muratoria» dell’ambiente in cui è nato Giorgio Napolitano c’è un altro massone, amico fraterno del padre: Giovanni Amendola,40 padre di Giorgio, storico dirigente del Pci e figura fondamentale per la crescita intellettuale e politica dell’attuale presidente della Repubblica.41

Va detto che l’appartenenza alla massoneria non è un reato, anzi, molto spesso figure a essa legate sono diventate protagoniste di rivoluzioni innovatrici e progressiste. Il fatto indiscutibile, però, è che il legame massonico rappresenta una modalità di gestione del potere di cui poco si conosce e che è spesso determinante per capire i fatti più recenti della politica italiana e internazionale. La nostra fonte ha conosciuto bene e conosce Napolitano, cui si considera molto vicino. «Tutta la storia familiare di Napolitano è riconducibile all’esperienza massonica partenopea, che ha radici antiche e si inquadra nell’alveo di quella francese. Per molti aspetti Napolitano è assimilabile a Mitterrand, che era anche lui massone. Si può stabilire un parallelismo tra i due: la visione della république è la stessa, laica ma anche simbolica. L’appartenenza massonica di Napolitano è molto diversa da quella di Ciampi, fa riferimento a mondi molto più ampi. Ciampi inoltre è un cattolico. Napolitano si muove in un contesto più vasto.»

La massoneria italiana, dal canto suo, ha sempre espresso grande simpatia verso il presidente della Repubblica. Il Gran maestro del Grande Oriente d’Italia (Goi), avvocato Gustavo Raffi, si è rivolto più volte pubblicamente a Napolitano, esprimendo simpatia e deferenza. Il 10 maggio 2006, dopo l’elezione alla presidenza della Repubblica, Raffi esultava indicando la scelta di Giorgio Napolitano come «uno dei momenti più alti nella vita democratica del paese. A nome dei liberi muratori del Grande Oriente d’Italia e mio personale desidero manifestare pubblicamente le nostre vivissime felicitazioni».42

Nel marzo del 2010 Raffi esprimeva nuovamente a Napolitano «gratitudine per la sua diuturna, appassionata e tenace difesa dei valori fondanti la nostra Nazione». E il 13 giugno

2010 si spingeva sino alla soglia di pesanti rivelazioni, rispon dendo a una domanda non casuale di Lucia Annunziata, nella sua trasmissione Rai In mezz’ora: «Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, potrebbe essere un massone sotto il profilo dei valori?» chiedeva Annunziata. Netta la risposta di Raffi: «A mio avviso sì, per umanità, distacco, intelligenza, per avere levigato la pietra, per averla sgrezzata, lo dico in linguaggio muratorio, in questo senso sì».

Anche nel 150° anniversario dell’unità d’Italia si registrano convergenze tra la spinta celebrativa del Colle e i momenti pubblici organizzati dalla massoneria italiana, artefice forte del Risorgimento. Il 7 gennaio 2011 Raffi apre le danze dichiarando: «Come ci ricorda con il suo esempio altissimo il capo dello Stato Giorgio Napolitano, abbiamo il compito di ritrovare fiducia, unità e coesione nazionale, capacità di risolvere i problemi, insieme a progetti che indichino la strada al di là di ogni polemica di parte e del cortile degli interessi».

La massoneria ha sempre contato molto quando si tratta di scegliere le alte cariche dello Stato. Tralasciando le figure di massoni che sono state centrali nella storia d’Italia,43  già attorno all’elezione di Pertini il mondo della massoneria si mosse compatto, appoggiando il primo presidente socialista, considerato vicino alla «fratellanza». Francesco Cossiga, in un’intervista a chi scrive,44 ha rivelato: «Gelli è stato sostenitore della candidatura di Pertini. Nelle ultime votazioni per l’elezione del presidente della Repubblica arrivò ai massoni, deputati e senatori, una “circolare” di Gelli perché votassero Pertini, il quale era circondato di massoni: il suo grande elettore Teardo, socialista, presidente della Regione Liguria, era della P2».

Nel discorso di fine anno del 1981 l’allora presidente parlò agli italiani della P2, rassicurandoli sulla lealtà delle istituzioni. Come? Esattamente come fece la Commissione Anselmi, scaricando tutte le colpe su una specifica parte della massoneria al fine di proclamare l’onestà degli altri membri della secolare confraternita. Nel suo discorso Pertini disse infatti: «Poi si è aggiunta a tutte queste preoccupazioni, italiane e italiani, la questione della P2. Mi si intenda bene perché non voglio che ancora una volta il mio pensiero sia travisato. Quando io parlo della P2 non intendo coinvolgere la massoneria propriamente detta, con la sua tradizione storica. Per me almeno, una cosa è la massoneria, che non è in discussione, un’altra cosa è la P2, questa P2 che ha turbato, inquinato la nostra vita». Attraverso tale affermazione, Pertini operava una distinzione sottile ma importante.

L’Italia ha avuto poi un altro presidente in odore di «fratel lanza», Francesco Cossiga, che sosteneva con orgoglio di discendere da una famiglia di massoni. Cossiga ha sempre affermato di non farne parte, ma non ha smentito una sua affiliazione alla massoneria estera, di cui sarebbe stato un 33° grado: un abilissimo escamotage che gli avrebbe consentito di non figurare come «fratello» in alcuna loggia italiana.45

Dopo la pausa di Scalfaro, il Colle tornava a ospitare un altro presidente più volte accostato alla massoneria: Carlo Azeglio Ciampi. In un’intervista resa a chi scrive,46 Licio Gelli ha dichiarato che avrebbe fatto parte fin da giovanissimo della massoneria livornese. Tuttavia, quando lo storico Aldo Mola in un’intervista a «Il Messaggero» lasciò intendere un’appartenenza di Ciampi alla libera muratoria, questi minacciò querela. Mola smentì:

«Non ho mai definito Carlo Azeglio Ciampi un massone. Lo proverà la registrazione della mia conversazione con il giornalista che mi ha interpellato. Non avrei mai fatto inoltre un’affermazione così generica, priva di riferimenti precisi, come ad esempio l’eventuale loggia di appartenenza dell’ex presidente del Consiglio». Il Gran maestro Raffi ha dichiarato in merito a Ciampi:

«Se devo ragionare sotto il profilo della Weltanschauung, lo considero un “fratello”», pur smentendo l’appartenenza al Goi. Ha suscitato interesse il fatto che una figura vicinissima a Ciampi, l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Carlo Peluffo, abbia scritto un’introduzione a un libro di Raffi. Ed è stato sempre Ciampi a nominare Napolitano senatore a vita.

Per quanto riguarda l’attuale presidente, negli ambienti massonici si sussurra da tempo di simpatie della massoneria internazionale nei confronti dell’unico dirigente comunista che a metà anni Settanta, all’epoca della Guerra fredda, sia stato invitato negli Stati Uniti a tenere un ciclo di lectures presso prestigiosi atenei. Napolitano sarebbe stato iniziato, in tempi lontani, direttamente alla «fratellanza» anglosassone (inglese o statunitense). Una garanzia forte, per gli ambienti atlantici (gran parte dei presidenti americani, Kennedy e Carter esclusi, ha fatto parte della massoneria) e per quell’intelligence che spesso si è nutrita di rapporti massonici.

Tensioni e sintonie 
L’ex Gran maestro Giuliano Di Bernardo, professore di Filosofia della scienza a Trento, è una
fonte attendibile non solo per aver guidato la principale «obbedienza» italiana, il Goi, ma anche per aver collaborato con il procuratore di Palmi, Agostino Cordova, quando avviò la famosa inchiesta su mafia e massoneria, divenendo così oggetto di pesanti attacchi per le sue denunce. La Gran loggia regolare d’Italia (da lui fondata dopo le dimissioni dal Goi) è stata l’unica obbedienza a ottenere riconoscimento formale dalla Gran loggia unita d’Inghil terra, la più antica del mondo.

Di Bernardo ipotizza una vicinanza di Napolitano alla massoneria internazionale:47 «Il governo americano ha visto in lui, da un certo momento in poi, un referente positivo nella vita italiana, quindi gli possono essere state aperte le porte nei riti massonici. Quando un italiano di peso arriva negli Stati Uniti, invitato dalle istituzioni, viene osservato con attenzione dalla massoneria italoamericana legata al Niaf.48 A New York esistono logge costituite principalmente da italiani, che sono potentissime. Vi sono stato da Gran maestro. La loggia di New York affonda le sue radici nella politica che dal dopoguerra in poi affida alla massoneria un ruolo chiave nel rapporto con l’Italia». Secondo Di Bernardo, «quando Napolitano si recò in visita ufficiale negli Stati Uniti avrà sicuramente ricevuto l’invito a entrare in qualche loggia».

Abbiamo chiesto alla nostra fonte anonima se ritiene plausibile che Napolitano appartenga alla massoneria di ceppo anglosassone. Il potente avvocato fa un cenno di assenso con la testa:

«È difficile che Napolitano abbia dei riferimenti nella massoneria italiana; si situa a un altro livello. Lo vedo collocato nel mondo massonico americano, che a sua volta deve molto a quello francese. Tutto l’entourage di Napolitano al Quirinale è massonico: basta leggere le biografie dei suoi consiglieri, controllare dove si sono formati e quali incarichi diplomatici hanno rivestito».

Secondo l’avvocato massone, il presidente della Repubblica è il garante di delicati equilibri, non solo nazionali: «In questa fase di passaggio piena di variabili non preventivate Napolitano può intervenire – direttamente o indirettamente – per ristabilire la rotta. Le opzioni sono due: o il salvataggio dell’Europa o la sua crisi definitiva. L’ostacolo è la Germania, il paese meno massonico d’Europa».

L’avvocato descrive bene il milieu massonico in cui si è formato Napolitano: «Nel Goi, a Napoli, c’era tutto un gruppo di intellettuali massoni, tra i quali Giovanni Napolitano. Era massone anche Giovanni Amendola. E il figlio Giorgio, grande dirigente del Pci, è stato il suo mentore in politica».

Se così fosse, ciò può avere influito nel rapporto con Berlusconi? È noto che i «fratelli», anche se si riconoscono in obbedienze o idee politiche diverse, hanno canali di comunicazione molto sottili ma efficaci. «Sì, può essere» risponde la nostra fonte. «Però Berlusconi ha della massoneria una visione diversa. Ciò che conta per lui sono gli affari, i rapporti con la cerchia che si occupa del gasdotto siberiano. La sua idea di massoneria era la P2.» Il rapporto tra Berlusconi e Napolitano è contrassegnato da legami profondi e persino da amicizia, come ha raccontato l’ex maggiordomo di Berlusconi Alfredo Pezzotti a «il Fatto Quotidiano»: «Si sentono spesso, c’è molto rispetto, sono amici».49
 
La nostra fonte si dice convinta che Napolitano sarebbe favorevole, se fosse chiesta in maniera idonea, all’idea di concedere la grazia a Berlusconi per salvarlo dai problemi innescati dalla condanna definitiva per frode fiscale: «Si tratterebbe di coinvolgere nella scelta della grazia qualche figura istituzionale, come i presidenti delle Camere; a questo punto Napolitano prenderebbe atto della richiesta e la concederebbe. Si sta solo cercando la soluzione tecnica, perché è chiaro che sarebbe una forzatura». Un’indicazione che sembra trovare conferma, almeno parziale, nella proposta di amnistia-indulto avanzata dal capo dello Stato agli inizi di ottobre del 2013.

Ciò non esclude – tra il Colle e l’ex premier – tensioni, scontri e ricatti sottili, come la telefonata di Berlusconi del 30 settembre 2013 durante la trasmissione Piazza pulita su La7 in cui l’ex premier ha sostenuto che Napolitano avrebbe chiamato la Cassazione per avere notizie e fare pressione in merito alla sentenza sul lodo Mondadori. Il presidente della Repubblica aveva reagito con stizza, parlando di «diffamazione», e Berlusconi aveva rincarato la dose attraverso una lettera pubblicata il 3 ottobre 2013 sul settimanale cattolico «Tempi», in cui il leader di Forza Italia attaccava Napolitano e Letta.50

Le trame internazionali tra Giorgio e Silvio 
Possono essere i legami internazionali a unire Berlusconi e Napolitano? La nostra fonte sostiene che Putin avrebbe dato al primo delle carte compromettenti sul secondo provenienti dal Kgb. L’affermato professionista fa una pausa, poi dice: «Se esistono, queste carte riguardano più i rapporti americani di Napolitano che quelli con i russi. Mosca lo teneva sotto osservazione come potenziale infiltrato degli statunitensi nel Pci. Le carte di Putin su Napolitano non possono riguardare i rapporti del Pci con Mosca, perché Napolitano come ministro degli Esteri del Pci si è occupato solo di Europa e Stati Uniti, non di Urss né di Asia». Un’altra fonte coperta, appartenente ai servizi segreti, conferma questa lettura, ma in parte la corregge: «Napolitano è rilevante per gli americani proprio perché ha avuto intensi rapporti anche con Mosca, di cui conosce in chiave storica tutti i finanziamenti al Pci».

Tra Berlusconi e Putin c’è un rapporto molto forte, come ha dichiarato l’ex maggiordomo Pezzotti: «Non potete immaginare: atterravamo con l’aereo su laghi ghiacciati, lontani da tutto, isolati nelle foreste. Putin ci aspettava ai cancelli e subito cominciava lo show: feste in maschera, combattimenti di arti marziali, partite di hockey su ghiaccio. Le guardie del corpo, russe e italiane, che si sfidavano».51

Chiediamo alla nostra fonte riservata se la scelta di Monti, da parte di Napolitano, abbia avuto a che fare con la massoneria. L’avvocato annuisce: «La famiglia di Monti aveva rapporti con Mattioli e con lo zio di Maccanico, Adolfo Tino». Nel 1925 Mattioli sposò in seconde nozze Lucia Monti, parente del futuro premier. Adolfo Tino, uno degli artefici del Partito d’azione, è stato presidente di Mediobanca nel 1958 e mentore di Enrico Cuccia: era dunque di casa in quell’ambiente spesso denominato «finanza massonica».

Anche Di Bernardo ritiene che Napolitano avrebbe utilizzato criteri massonici nella scelta di Mario Monti: «L’ex premier mi pare vicino alla massoneria inglese, che ha un fondamento religioso. Monti infatti è un cattolico e la massoneria inglese rifiuta l’ateismo, ritenendo necessaria un’appartenenza religiosa». L’ex Gran maestro considera Bruxelles un punto d’incontro per le lobby, in quanto «con la Cee e poi con l’Unione europea si sono create là delle strutture d’incontro peculiari, logge che non costi tuiscono formalmente una massoneria internazionale ma che consentono a personalità di diversi paesi di muoversi a livello politico, economico e finanziario». Nell’ipotesi che l’ex premier ne faccia parte, rileva Di Bernardo, «da quelle strutture internazionali che lui conosce bene non riceve certo ordini, semmai suggerimenti. C’è un rapporto di reciproca stima e fiducia. Monti ha passato tutta la vita in contesti di un certo tipo, dove è apprezzato e conosciuto. È chiaro che singoli esponenti di queste istituzioni, dal Fmi alla Goldman Sachs, possono essere massoni».

Il professor Monti ha sempre smentito con decisione di appartenervi. C’è chi ritiene che possa essere stato «vicino» alla massoneria il padre, direttore di banca e nipote acquisito del banchiere Raffaele Mattioli. Come ha rivelato l’ex premier in un’intervista a «Sette», il padre ha lavorato per Comit, Bnl, Banque Sudameris,52 istituti in cui la presenza di massoni è sempre stata consistente. Il referente di Banque Sudameris era per esempio Giovanni Malagodi, uomo Comit che partecipò al Bilderberg in varie occasioni (nel 1954, 1957, 1958 e 1965) in qualità di presidente del Senato.53

La nostra fonte riservata sostiene che ai piani alti della poli tica la presenza massonica era e resta forte: «Anche Gaetano Martino, più volte ministro, era massone. Il figlio Antonio, ex ministro della Difesa di Berlusconi, partecipa alle allocuzioni [discorsi pubblici, nda] della massoneria a New York. Alla loggia Freedom di quella città, per esempio, sono iscritti molti italiani. Ha sede nel Rockefeller Center, lì si discute di strategie e di temi molto importanti. La presenza di italiani nella massoneria statunitense è storica e documentata: persino Garibaldi fece parte di una loggia newyorkese e dopo di lui molti eminenti personaggi sono stati affiliati direttamente in America. Negli Stati Uniti la massoneria ha un ruolo chiave. Lo stesso presidente Obama, in occasione dell’inaugurazione dell’anno massonico a New York, ha mandato un bel messaggio di saluto».

Tornando all’Italia, il nostro interlocutore rievoca la commossa commemorazione di Napolitano dell’economista Luigi Spaventa, un importante dirigente del Pci indicato come massone. Il riferimento alla scarsa italianità di Spaventa sarebbe un messaggio in codice ai «fratelli». Napolitano frequenterebbe «la massoneria internazionale di alto livello. Bisogna guardare all’estero per capire, o fare riferimento agli Stati Uniti o a Israe le, un paese molto importante per la massoneria».54
Sono affermazioni da prendere con la doverosa cautela, ma offrono una prospettiva di interpretazione interessante. Che trovano conferma in una pista collegata che ora scaveremo.

L’orientamento «atlantico» è sempre stato una costante nella con dotta politica di Napolitano, quasi una stella polare. E tutta la sua esistenza è stata costellata da rapporti col mondo americano.

Nonostante da ragazzo abbia fatto parte dei Guf, i Gruppi universitari fascisti,55  nella fase finale della guerra il giovane Napolitano si schiera sul fronte giusto. Del resto, già durante l’occupazione tedesca una parte dei Guf si era unita alla resistenza bianca o rossa, in cui si riconosceva Napolitano. Gli Stati Uniti iniziano a creare in Italia le prime le reti di spionaggio, funzionali alle successive operazioni Gladio e Chaos, che prevedono anche l’infiltrazione della Cia nei gruppi di sinistra.56

Nella confusione del dopoguerra, i servizi americani reclutano collaboratori di diversa estrazione ideologica. Napolitano se la cava con l’inglese e ne approfitta per mettersi in luce lavorando alla Croce rossa americana di Capri, dove la famiglia ha una casa in affitto. Sulle sue abilità strategiche nasce una vera e propria letteratura. Lo scrittore Curzio Malaparte, che in pochi anni era passato dal fascismo alla Resistenza e subito dopo dal Pci all’anticomunismo, scrive che l’amico Giorgio «non perde mai la calma nemmeno dinanzi all’Apocalisse».57

Il giovane intellettuale comunista si segnala per la forte tendenza a prendere posizioni controverse. Nel 1956 si schiera a  favore  dell’invasione  sovietica  in  Ungheria,  dichiarando che l’Urss salvaguarda la pace nel mondo. Dal 1960 al 1963 si occupa di questioni riguardanti il lavoro di massa, e fino al 1966 è a capo della federazione comunista di Napoli. Nel 1972, quando Berlinguer viene indicato come successore di Luigi Longo, malato ed entrato in rotta di collisione con l’Urss, Napolitano dirige la Commissione cultura del Pci, un ruolo fondamentale anche per coltivare le relazioni internazionali. Intanto il suo mentore Giorgio Amendola si incontra più volte con Zbigniew Brzezinski, uno dei maggiori strateghi del Pentagono. Tra i due si stabilisce un rapporto forte, una vera e propria collaborazione, tanto che Brzezinski ammetterà di «controllare la fazione del Pci guidata da Amendola»58   e riconoscerà alla guida politica di Napolitano il ruolo di profondo innovatore della dottrina comunista in Occidente.

Il tema dei rapporti di Amendola con Brzezinski, di cui nessuno si occupa, è centrale: in quegli anni il politologo di origine polacca non era soltanto uno dei più autorevoli studiosi del blocco sovietico e presidente della Trilateral Commission, ma un consulente speciale della Cia. Lo ha rivelato la «Executive Intelligence Review», che ha prodotto un documento secondo cui «Amendola avrebbe pubblicamente ammesso il suo rapporto con la Cia».59  Se davvero Amendola aveva rapporti con la Cia, è difficile pensare che non abbia introdotto il suoprotegé Napolitano a questo insieme di rapporti riservati. «I servizi d’intelligence Usa già dagli anni Sessanta cercavano un interlocutore all’interno del Pci per gestire la paura di una vittoria comunista, e il Rapporto Boies conferma la scelta verso Napolitano; ovviamente dietro vi era la chiara intenzione di spaccare il Pci.»60 Il riferimento è al rapporto sulle relazioni fra la Cia e il Pci redatto nel 1975 dall’ufficiale dei servizi americani Robert Boies.

Secondo la stessa rivista, anche Sergio Segre,61 il predecessore di Napolitano come ministro degli Esteri del Pci, avrebbe avuto rapporti con gli ambienti americani attivi a Roma. Un recente studio segnala che «tale sensibilità venne in qualche modo a trovare sostegno nei contatti che Sergio Segre, responsabile della Sezione Esteri tra il 1970 e il 1979, aveva iniziato a instaurare con l’ambasciata degli Stati Uniti a Roma. Nell’agosto del 1974, Segre si recò a salutare Robert Boies, primo segretario della sede diplomatica, in partenza dall’Italia alla volta di una ricollocazione al Dipartimento di Stato».62

Durante il suo viaggio negli Stati Uniti del febbraio 2013 Napolitano si è incontrato con Brzezinski, come ha raccontato Maurizio Caprara sul «Corriere della Sera»: «Era Zbigniew Kazimierz Brzezinski l’americano di origini polacche che alla fine degli anni Settanta fu consigliere per la Sicurezza nazionale durante la presidenza di Jimmy Carter, l’invitato principale a un pranzo che Giorgio Napolitano ha offerto giovedì alla Blair House. C’erano inoltre Madeleine Albright, già segretario di Stato, e il professor Charles A. Kupchan, frequentatore di convegni dell’Aspen Institute. L’uomo di ottantaquattro anni che si occupava dei problemi più delicati per gli Usa [Brzezinski, nda] mentre il mondo era ancora diviso in due blocchi è stato ospitato da un ex dirigente di Botteghe oscure nella foresteria messagli a disposizione dalla Casa Bianca […]. Nella Blair House, Napolitano ha ricevuto Joe Biden. Il vice di Obama gli ha raccontato: “Ero giovane di bottega quando il mio capo di allora dovette decidere sul tuo visto”».63

Il mistero del viaggio negli Stati Uniti 
La storia dei rapporti di Napolitano col mondo americano è carica di domande ancora da sciogliere, ma evidenzia in maniera chiara il desiderio di Napolitano di accreditarsi quale interlocutore privilegiato degli Stati Uniti.

Il percorso di Napolitano per divenire punto di riferimento di un vasto mondo di potere internazionale è stato tuttavia accidentato: il Dipartimento di Stato e l’intelligence statunitense non si fidavano facilmente di un comunista italiano. Il primo tentativo di Napolitano si rivelò infruttuoso: nel 1975 gli fu negato il visto, come avveniva per tutti i dirigenti comunisti.

WikiLeaks ha poi rivelato (in una massa di cablogrammi diplomatici diffusi in blocco) che nel novembre del 1976 Napolitano aveva cercato per tre volte un incontro a Roma con Ted Kennedy, ma era stato sempre respinto. «Ci risulta che siano stati fatti almeno tre tentativi per inserire l’esperto economico del Pci, Napolitano, nella lista degli incontri, ma la squadra di Kennedy ha rifiutato.» Il documento, stilato dall’allora ambasciatore americano John Volpe, riferisce al segretario di Stato Kissinger in merito al soggiorno romano del senatore demo cratico, che si incontrò con Bettino Craxi, Giulio Andreotti e Gianni Agnelli. Tra i comunisti soltanto il migliorista Sergio Segre, all’epoca responsabile degli Affari esteri del Pci, riuscì a sedersi a tavola con Kennedy e una trentina di invitati.

Alla prova delle urne del 1976 i comunisti raggiungono il massimo risultato storico, 34,4 per cento dei consensi, ma restano cinque punti al di sotto della Dc. Aldo Moro apre a Enrico Berlinguer, che in un’intervista al «Corriere della Sera» consuma un primo strappo dall’Urss: «Non appartenendo l’Italia al Patto di Varsavia, da questo punto di vista c’è l’assoluta certezza che possiamo procedere lungo la via italiana al socialismo senza alcun condizionamento».64  Nasce il governo monocolore democristiano guidato da Giulio Andreotti con l’astensione di Pci e Psi, insieme a socialdemocratici (Psdi), repubblicani (Pri) e liberali (Pli). Di fatto s’inaugura la stagione del compromesso storico, mentre il rampante Bettino Craxi afferra le redini di un Psi ormai sotto il 10 per cento. Il nuovo scenario, per quanto non faccia cadere la conventio ad excludendum nei confronti di un governo «con» i comunisti, disegna praterie di manovra politica ai compagni pronti a sdoganarsi nel sistema occidentale.

Giorgio Napolitano, come portavoce del Pci sui temi dell’economia nei rapporti col governo Andreotti, viene osservato attentamente dall’estero. E riesce a far breccia nella diffidenza degli Stati Uniti, in quel momento governati dal democratico Jimmy Carter (eletto nel 1976). In realtà le diplomazie erano al lavoro da tempo, in particolare con il nuovo ambasciatore a Roma Richard Gardner, professore di Diritto internazionale alla Columbia University, di arealiberal e marito di Danielle Luzzatto, proveniente da un’importante famiglia ebraica italiana. Gardner organizza una serie di incontri informali con esponenti del Pci, ma se l’obiettivo è Enrico Berlinguer, in realtà è Giorgio Napolitano a fornire le maggiori garanzie. Il diplomatico racconterà, all’indomani dell’elezione di Napolitano al Quirinale: «Era un socialdemocratico. Condividevamo gli stessi valori, aveva una mente aperta, e non era dogmatico neanche nelle cose che non condividevamo. Con discrezione mi faceva capire di non essere d’accordo con molte decisioni del Pci e di auspicarne un’evoluzione più rapida».65 

Ad aiutare Napolitano possono essere stati poi i già citati rapporti di Amendola con Brzezinski e con la Cia. L’8 febbraio 1978, un mese prima del sequestro Moro (16 marzo), Norman Birnbaum dell’Amherst College (oggi professore alla Georgetown University), un uomo che alcune fonti indicano come espressione della Cia, invita Berlinguer per un ciclo di conferenze alla New York University e in altri luoghi degli Stati Uniti. «Dai documenti – scrive Pasquale Chessa nel suo libro su Napolitano – traspare un febbrile lavorio sommerso intorno al possibile viaggio negli Usa del segretario del più grande partito comunista dell’Occidente, arrivato democraticamente alle soglie del potere.»66

Pasquale  Chessa  pone  un  quesito  interessante:  «Che  ci faceva Birnbaum a Roma in missione presso il Pci allo scopo di invitare Berlinguer in America, appena un mese prima che le Brigate rosse mettessero in scena, con geometrica potenza, il rapimento di Aldo Moro? […]. Ma se si è trattato di una guerra culturale, combattuta dalla Cia e dal Kgb con le armi della politologia, a colpi di convegni e corsi universitari, articoli scientifici e interpretazioni giornalistiche, sul teatro dell’opinione pubblica mondiale, il viaggio di Napolitano negli Usa ha giocato un ruolo nient’affatto di secondo piano».67

Qualcosa però succede e Berlinguer non parte. Il meccanismo si inceppa. A recarsi in Usa è invece Napolitano. Perché? Deve ricevere «istruzioni» dagli americani in quel momento delicatissimo? A pianificare l’operazione sono il segretario di Stato Cyrus Vance e il consigliere per la Sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski.

L’organizzazione del viaggio di Napolitano viene affidata a Joseph La Palombara, professore a Yale e capo dell’ufficio culturale dell’ambasciata statunitense a Roma, coadiuvato da Peter Lange e da Stanley Hoffmann di Harvard, da Nick Wahl della Princeton University e dallo stesso Brzezinski, che a quell’epoca ricopriva la carica di docente della Columbia University ed era uno dei più autorevoli strateghi della distruzione del blocco sovietico attraverso la tattica dell’infiltrazione. Convinto che l’Italia avesse un ruolo da giocare nel Mediterraneo e con il mondo arabo, Brzezinski spiega: «Quando abbiamo pensato di invitare Napolitano era perché pochi come lui avrebbero potuto illuminare i miei connazionali su un Pci che non era di stile sovietico e i cui aderenti non andavano in giro con le bombe in tasca. Visto e sperimentato da vicino, a questo fine comunque lui si rivelò ex post il personaggio ideale». Il messaggio che Napolitano portava era: «Il compromesso storico può funzionare, la solidarietà nazionale non danneggia in alcun modo gli interessi degli Stati Uniti».68 Il suo arrivo negli Usa era un fatto di rilievo, se si tiene conto che lo Smith Act firmato da Roosevelt durante la Grande depressione e ancora in vigore negli anni Settanta impediva ai comunisti di mettere piede sul suolo americano.

Napolitano fece il pienone e raccolse giudizi positivi nei più pre stigiosi campus, riuscendo a sottrarsi alle domande impertinenti di chi gli ricordava il proprio appoggio ai carri armati in Ungheria. All’Università di Yale (casa madre della loggia massonica Skull and Bones) Napolitano, sollecitato dal neoconservatore La Palombara, parlò della necessità che il Pci rompesse i rapporti con Mosca e si spinse a dire di sentirsi come «una specie di commando».

Il momento più importante fu l’incontro al Council on Foreign Relations di New York (organizzazione che si occupa di strategie globali) alla presenza di un selezionato pubblico di avvocati, banchieri e dirigenti industriali di portata internazionale: qui Napolitano si scatenò delineando evoluzioni politiche che ancora all’interno del Pci venivano dibattute e non date per certe, compreso un atto di fedeltà nei confronti della Nato: «Il Pci non si oppone più alla Nato come negli anni Sessanta, mentre lo scopo comune è quello di superare la crisi, e creare maggiore stabilità in Italia».

Un accordo tra Cia e Pci nei giorni del sequestro Moro?
Napolitano dunque si trova negli Stati Uniti mentre Aldo Moro è prigioniero (il suo corpo verrà ritrovato in via Caetani il 9 maggio 1978). In quei giorni, durante i quali tutti i servizi segreti del mondo sono in allarme per l’impresa terroristica, Napolitano tiene conferenze nelle università più prestigiose e in ambienti riservati con uomini d’affari ed esperti. Da statista consumato aggira le domande insidiose concernenti le congetture sulla regia della Cia, o del Kgb, nel sequestro del presidente della Dc.

Napolitano vuole accreditarsi nel mondo americano o rinforzare i propri rapporti già saldi. Mentre si trova a New York incontra anche Gianni Agnelli, che sino a quel momento aveva dialogato, tra i comunisti, solo con il segretario della Cgil Luciano Lama, nella veste di controparte sindacale. Napolitano stesso racconterà come, da quel breakfast in Park Avenue, sia maturato con l’Avvocato un rapporto «di schietta cordialità e simpatia. Tanto che ci ritrovammo in diverse occasioni pubbliche a cui accettammo volentieri di partecipare insieme […]. Ricordo inviti a cena a casa sua, a Roma e talvolta a Torino, anche con ospiti stranieri che voleva mi conoscessero, e che voleva  farmi  incontrare  […],  in  particolare  Kissinger.  Ma non solo. Una volta che ero a Torino come presidente della Camera, ad esempio, mi chiese di raggiungerlo per una colazione con Margaret Thatcher. Lei non era più primo ministro, ma in compenso si dimostrò fortemente interessata alle vicende politiche italiane, fece un sacco di domande e diede i suoi pareri con forza, come quello appassionato e categorico a favore dell’introduzione della legge maggioritaria in Italia, che poi passò sotto il nome di Mattarellum. L’Avvocato assisteva con molta curiosità a questo scambio».69

Mentre Napolitano rilascia interviste al «Washington Post» e alle principali reti televisive, il dramma del rapimento Moro è in corso. Che tipo di consultazioni ha sul tema Napolitano con i massimi esperti americani di strategia? Sta forse definendo con loro la linea del Pci? Cosa avviene in quei giorni drammatici?
La Procura di Roma ha acquisito nel settembre del 2013 la cassetta dell’intervista di Giovanni Minoli a Steve Pieczenik, esperto di terrorismo, già consulente del Dipartimento di Stato americano nel 1978. Pieczenik, inviato in Italia subito dopo il sequestro, avrebbe indirizzato l’azione delle autorità italiane nella direzione voluta dagli americani, contrari alla trattativa, che ritenevano «necessario il sacrificio di Moro».

Napolitano torna a Roma il 19 aprile 1978. In quella fase concitata fonda con Lama, Amendola, Bufalini e Macaluso la corrente migliorista, destinata a diventare il bastone tra le ruote della «terza via» di Berlinguer. I miglioristi sono da subito i sostenitori dell’appoggio alla Nato e dell’eurocomunismo. Di lì in poi è un crescendo di rapporti ancora tutti da decifrare, sui quali gli archivi della Cia potrebbero dire molto.70

Nel luglio del 1980 lo stratega Duane Clarridge,71  capostazione della Cia a Roma (e ancor oggi influente esperto di intelligence al servizio della Cia con una sua società privata) dà inizio, per sua stessa ammissione, a una delle operazioni più azzardate della sua carriera: un accordo segreto tra la Cia e il Pci. Clarridge lavorò a Roma come agente della Cia tra il 1979 e il 1981 e si occupò intensamente del Pci. Il suo stile era audace e disinvolto, come ammette lui stesso: «A Roma mi creai all’interno dell’agenzia una reputazione come risk taker: ero considerato un bucaniere, uno shooter [uno che spara, che colpisce duro, nda], un cowboy. Questi termini connotavano la mia tendenza ad assumere rischi».72

Clarridge parla di «esponenti del Pci che avevano compiuto visite esplorative a Washington». E racconta anche di incontri con le «controparti italiane» del Pci, condotti a Roma insieme a William Casey, il capo della Cia. Nell’entourage della stazione operavano agenti come Harry Rositzke e Vincent Cannistraro, mentre figure come Ted Shackley e Michael Ledeen73 – scrive Clarridge – controllavano e «istruivano» i vertici dei servizi italiani come il generale Giuseppe Santovito, capo del Sismi poi figurato negli elenchi della P2. Lo stesso Santovito che aveva fatto parte del Comitato di crisi incaricato di analizzare e gestire il rapimento di Moro. Nelle memorie di Clarridge vengono descritti incontri tra Santovito e il generale Haig, centrati sulle Brigate rosse. In questo contesto di rapporti matura il progetto di infiltrazione organica della Cia nel Pci.

L’operazione doveva risolvere una volta per tutte il «problema comunista» in Italia. «L’idea che si stava in quel momento valutando era di proporre un accordo in tre fasi, ognuna delle quali prevedeva il superamento di una serie di test da parte della leadership del Pci. […] Naturalmente il progetto prevedeva che tutto avvenisse nella massima segretezza e che le trattative fossero condotte dalla Cia con un numero ristretto di alti dirigenti comunisti» hanno scritto Claudio Gatti e Gail Hammer ne Il quinto scenario.74

Nelle sue memorie Clarridge racconta: «Eravamo ben coscienti del fatto che l’ala più dura del Pci non avrebbe mai accettato questo mutamento radicale, ma sapevamo che una parte consistente della leadership del partito sbavava per partecipare al governo». La Cia a Roma aveva una strategia diversa rispetto all’ambasciatore americano: «Gardner puntava sui socialisti, io sui comunisti».

Il rapporto di Napolitano con gli Stati Uniti prosegue senza scosse. Nel maggio del 1989 Napolitano e Occhetto compiono un viaggio a Washington e a New York, dove incontrano il presidente del World Jewish Congress, Edgard M. Bronfman. La cordialità dei rapporti di Napolitano con l’establishment americano riemerge anche a Cernobbio nel settembre del 2001, in occasione dell’incontro dei giovani industriali, dove Napolitano, invitato, ritrova Kissinger. L’atmosfera è festosa, da riunione di vecchi amici. L’ex segretario di Stato lo saluta così: «My favourite communist», il mio comunista preferito. Ma Napolitano lo corregge ridendo: «Il mio ex comunista preferito!».

La «simpatia» verso gli Stati Uniti è così forte da spingere Napolitano, divenuto presidente della Repubblica, a gesti discussi. Nell’aprile del 2013 concede la grazia al colonnello dell’Air Force Joseph Romano, condannato per il rapimento – organizzato dieci anni prima dalla Cia in collaborazione col Sismi, il servizio segreto militare italiano – dell’imam di Milano Abu Omar, portato in Egitto e torturato.75

La motivazione giuridica, alquanto discutibile, è la modifica normativa del marzo 2013 sui termini per l’esercizio della giurisdizione italiana sui reati commessi da militari Nato. In realtà la scelta è ritenuta da molti un clamoroso colpo di spugna e uno schiaffo di Napolitano alle decisioni della magistratura, sferrato in omaggio al suo atlantismo.

L’11 settembre 2013 si è rivolto a Napolitano per ottenere la grazia anche l’ex capocentro della Cia a Milano Robert Seldon Lady, condannato a 9 anni di carcere per il caso Abu Omar. Fermato a Panama il 19 luglio 2013 alla frontiera col Costa Rica e consegnato all’Interpol, era stato trasferito negli Stati Uniti mentre l’Italia stava predisponendo la richiesta di estradizione. Nella sua istanza di grazia Lady scriveva di essere «innamorato» dell’Italia, tanto che – prima di fuggire a Panama – aveva deciso con la moglie di venire in pensione nel nostro paese. Potrebbe essere un ottimo motivo per concedergli la grazia: gli amici della Cia non si dimenticano.

NOTE

1 Salvatore Veca, La società giusta, Il Saggiatore, Milano 1982.
2 Al momento in cui scriviamo il processo a Silvio Berlusconi è in corso: l’ex premier è imputato per corruzione con Valter Lavitola e Sergio De Gregorio.
3 Agenzia Ansa, 28 novembre 1993.
4 Agenzia Ansa, 3 marzo 1994.
5 Agenzia Ansa, 20 maggio 1994.
6 Ibidem.
7 Agenzia Ansa, 20 ottobre 1994.
8 Dichiarazione di Giorgio Napolitano a Italia Radio, 24 novembre 1994.
9 Agenzia Ansa, 25 settembre 1995.
10 Agenzia Ansa, 18 febbraio 1996.
11 Il capitano dei servizi Rino Stanig aveva ricevuto delle informative che preannunciavano ai vertici dell’intelligence e del Viminale l’imminente fuga di Licio Gelli dal carcere di Champ Dollon.
12 Agenzia Ansa, 15 agosto 1998.
13 Massimo Giannini, Ciampi: «Basta leggi ad personam. Berlusconi delegittima le istituzioni»,«la Repubblica», 23 novembre 2009.
14 Silvio Berlusconi è imputato di induzione alla prostituzione minorile e concussione nel processo incardinato dal procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini in relazione a presunti rapporti sessuali nella villa di Arcore con la diciassettenne marocchina Karima El Mahroug, in arte «Ruby Rubacuori», e ad asserite pressioni su esponenti di forze di polizia.
15 Comunicato stampa del Quirinale, 12 marzo 2013.
16 Lettera del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a «la Repubblica», 14 marzo 2013.
17 Intervista di Ferruccio Pinotti per il libro Fratelli d’Italia, Bur, Milano 2007.
18 Lo scandalo della P2 scoppia con il sequestro da parte della guardia di finanza, delegata dai giudici di Milano Gherardo Colombo e Giuliano Turone, dell’elenco degli iscritti alla loggia segreta: 962 tra ministri, parlamentari, capi dei servizi segreti, alti ufficiali, manager pubblici e privati, imprenditori, banchieri e giornalisti. La lista viene trovata il 17 marzo 1981 durante una perquisizione nella villa di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi.
19 La sentenza n. 226 del 1974 della Corte costituzionale, confermata in successive pronunce, consente alle reti private di trasmettere via etere solo in ambito locale lasciando alla Rai il monopolio statale.
20 Larini è noto per i sette milioni di euro ricevuti dal Banco Ambrosiano, l’istituto di credito infiltrato dalla P2 e in rapporti con l’Istituto opere di religione (Ior) fino al crac dell’agosto del 1982. Nello stesso anno Fininvest compra Italia 1 da Edilio Rusconi, in seguito il settimanale «Sorrisi e Canzoni» dal liquidatore dell’Ambrosiano.
21 Michele De Lucia, Il Baratto. Il Pci e le televisioni: le intese e gli scambi fra il comunista Veltroni e l’affarista Berlusconi negli anni Ottanta, Kaos, Milano 2008, pp. 83-84.
22 Gianni Cervetti, L’oro di Mosca. La testimonianza di un protagonista, Baldini & Castoldi, Milano 1993, pp. 35-36. 20
23 Michele De Lucia, op. cit., p. 115.
24 Intervista a «Sette-Corriere della Sera», 13 marzo 2003.
25 Ferruccio Pinotti, Antonio Fallico, un siciliano a Mosca tra comunismo, petrolio e alta finanza, «Sette-Corriere della Sera», 1° marzo 2013. 26 Alberto Statera, Fallico, spy story e affari veri, «la Repubblica», 9 dicembre 2010.
27 Clausola inclusa nei contratti di acquisto di gas naturale, in base alla quale l’acquirente è tenuto a corrispondere comunque, interamente o parzialmente, il prezzo di una quantità minima di gas prevista dal contratto, anche nell’eventualità che non la ritiri.
28 Tribunale di Milano, VII sezione penale, motivazioni della sentenza di primo grado sulle tangenti per la Metropolitana milanese, depositate il 15 luglio 1996.
29 Tribunale di Milano, deposizione di Franco Bassanini al processo sulle tangenti per la Metropolitana milanese, 24 settembre 1995.
30 Tribunale di Milano, interrogatorio di Bettino Craxi al processo Enimont, 17 dicembre 1993.
31 Napoli, rispuntano le tangenti rosse. «Napolitano chiese di pagare il Pci», «Corriere della Sera», 27 dicembre 1993.
32 Agenzia Adnkronos, 24 dicembre 1993.
33 Intervento di Salvatore Veca al convegno Etica pubblica, mercato, istituzioni, Palazzo Clerici, Milano, 27 gennaio 1993.
34 Pasquale Chessa, L’ultimo comunista. La presa del potere di Giorgio Napolitano, Chiarelettere, Milano 2013
35 Felice Cavallaro, Dell’Utri: «Siamo pronti a votare Massimo, Silvio lo sdogani», «Corriere della Sera», 5 maggio 2006.
36 Intervista di Ferruccio Pinotti a Gioele Magaldi per il libro scritto con Giacomo Galeazzi, Vaticano massone, Piemme, Milano 2013. 37 Una curiosa assonanza con l’appellativo con il quale l’ex moglie Veronica qualificò Berlusconi annunciando il divorzio nel maggio del 2009. La Lario parlò di «figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo, la notorietà e la crescita economica».
38 Intervista di Ferruccio Pinotti a Licio Gelli per il libro Fratelli d’Italia cit. 30
39 Gennaro di Biase, Nella biblioteca del tribunale un pezzo della storia della famiglia Napolitano, «Il Mattino», edizione di Napoli, 5 giugno 2013:
«Il suo dominus [di Giorgio, nda] fu proprio il grande avvocato Giovanni Napolitano. E qui si parla, in un colpo solo, dell’amore filiale, della storia d’Italia e della grande avvocatura napoletana. E non è poco».
40 Si veda Maurizio Blondet, Complotti III. Genocidi, eresie, nomenclature, «Il Minotauro», febbraio 1997.
41 A Giorgio Amendola, comunista sui generis, lo stesso Napolitano ha attribuito la paternità del progetto migliorista, «la ricerca, sul piano ideale, culturale e politico, di una saldatura tra liberalismo e socialismo».
42 Agenzia Ansa, 10 maggio 2006. Quel Colle amato dalla «fratellanza»
43 Furono massoni Giuseppe Garibaldi e Camillo Benso di Cavour. Vittorio Emanuele II simpatizzò per la massoneria e diede il proprio consenso all’affiliazione del figlio, che diverrà poi re Umberto I. I primi passi dell’Italia unita furono guidati da un parlamento in gran parte costituito da massoni: Francesco Crispi, Agostino Depretis e Giuseppe Zanardelli erano fratelli di 33° grado del Goi.
44 Intervista di Ferruccio Pinotti a Francesco Cossiga per il libro Fratelli d’Italia cit.
45 L’informazione figura in Ferruccio Pinotti, ibidem. 46 Intervista di Ferruccio Pinotti a Licio Gelli, ibidem.
47 Intervista di Ferruccio Pinotti. 48 Si tratta della National Italian American Foundation, una potente organizzazione lobbista con sede a Washington che ha rapporti organici con la Casa Bianca.
49 Intervista di Alfredo Pezzotti a «il Fatto Quotidiano», 20 settembre 2013.
50 Berlusconi scriveva a «Tempi»: «Enrico Letta e Giorgio Napolitano avrebbero dovuto rendersi conto che, non ponendo la questione della tutela dei diritti politici del leader del centrodestra nazionale, distruggevano un elemento essenziale della loro credibilità e minavano le basi della democrazia parlamentare. Come può essere affidabile chi non riesce a garantire l’agibilità politica neanche al proprio fondamentale partner di governo e lascia che si proceda al suo assassinio politico per via giudiziaria?».
51 Ibidem.
52 Nell’intervista di Ferruccio Pinotti apparsa su «Sette» il 25 luglio 2012, Monti ha dichiarato: «Mio padre ha lavorato per diversi istituti: per la Banque Française et Italienne pour l’Amérique du Sud [Sudameris, nda], che faceva parte del gruppo Comit, Banca commerciale italiana, per la quale lavorò a Parigi; per la Banca nazionale del Lavoro, arrivando a essere direttore della sede di Milano; poi lavorò per la Cassa di risparmio delle Provincie lombarde, di cui fu direttore generale; poi infine per l’Istituto bancario italiano [una banca con sede a Milano, controllata dal gruppo Pesenti, nda] come amministratore delegato».
53 Poco prima della laurea Malagodi inizia a lavorare, grazie all’interessamento di Raffaele Mattioli, in quel momento capo della segreteria di Giuseppe Toeplitz, presso la Banca commerciale italiana come allievo funzionario. Nel 1927 viene assunto alla Comit in qualità di procuratore addetto, prima a Venezia, poi a Berlino, Londra, Grecia e New York. Nel
1930 è vicecapo della segreteria di Giuseppe Toeplitz, nel 1932 è vicedirettore e nel 1933 codirettore. Nel 1937 passa, come direttore generale prima e amministratore delegato poi, alla Sudameris, partecipata da Comit e da Paribas.
54 La fonte coperta ha affermato: «Si tratta di quei consessi, come gli Illuminati, con i quali dialoga Napolitano. Gli Illuminati esistono non come centro di potere, ma come luogo di perfezionamento e di riflessione». Il termine Illuminati è stato usato per indicare vari consessi internazionali. In Italia l’ex Gran maestro del Goi e fondatore della Gran loggia regolare d’Italia, Giuliano Di Bernardo, afferma di avere creato il consesso degli Illuminati quale emanazione di realtà operative all’estero, in particolare negli Stati Uniti e in Israele. Si veda sul tema Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia cit.
55 Nel 1942, a diciassette anni, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza all’Università Federico II di Napoli. Subito entra nei Guf e collabora con il settimanale «IX Maggio». Nel luglio del 1941, quando la Germania attaccò l’Urss con l’Operazione Barbarossa (1941), aveva scritto su «Bo», il giornale dei Guf di Padova: «L’Operazione Barbarossa civilizza i popoli slavi: dato che il nostro sicuro Alleato [è] lanciato alla conquista della Russia, vi è la necessità assoluta di un corpo di spedizione italiano per affiancare il titanico sforzo bellico tedesco», allo scopo di «far prevalere i valori della Civiltà e dei popoli d’Occidente sulla barbarie dei territori orientali».
56 Chaos è il nome in codice di un piano Cia elaborato nel 1967 dal direttore del controspionaggio James Angleton su ordine dell’amministrazione Johnson. La totalità delle informazioni ufficiali disponibili riguardanti l’operazione deriva dai rapporti delle commissioni Rockefeller (1975) e Church (1976). Secondo tali informazioni l’attività relativa a Chaos è consistita essenzialmente in attività di infiltrazione nei gruppi di attivisti della sinistra radicale; controversa è la possibilità che gli agenti infiltrati abbiano potuto manipolarli per spingerli su posizioni estreme e violente, in modo da stimolare nell’opinione pubblica una reazione avversa in senso conservatore.
57 Pasquale Chessa, op. cit., p. 31.
58 «Executive Intelligence Review», 22 dicembre 1974.
59 Ibidem. Il documento recita: «Giorgio Amendola, Pci Central Committee member who has publicly admitted his relationship to the Cia».
60 Si veda il post di Carlo Provasi, Giorgio Napolitano, il «comunista preferito» di Kissinger, 14 luglio 2013, sul blog «Maquisard» (http://maquisard. altervista.org).
61 Sergio Camillo Segre (Torino, 15 settembre 1926), esponente del Partito comunista italiano e già parlamentare europeo, fu eletto alle Europee del 1979 e poi riconfermato nel 1984 per le liste del Pci. È stato presidente della Commissione per gli affari istituzionali, membro della Commissione per le relazioni economiche esterne, della Commissione per la protezione dell’ambiente, la sanità pubblica e la tutela dei consumatori, della Commissione politica e della Delegazione per le relazioni con gli Stati Uniti. Nel 2001, Sergio Segre ha ricevuto dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi il titolo onorifico di Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica.
62 Valentine Lomellini, Bisbigliando al «nemico»? Il Pci alla svolta del 1973, tra nuove strategie verso Washington e tradizionale antiamericanismo, in «Ricerche di storia politica», n. 1, 2013, pp. 25-44. 44
63 Maurizio Caprara, Il vicepresidente Biden racconta: «Lavorai sul suo visto ai tempi del Pci», «Corriere della Sera», 16 febbraio 2013.
64 Giampaolo Pansa, Berlinguer conta «anche» sulla Nato per mantenere l’autonomia da Mosca, «Corriere della Sera», 15 giugno 1976.
65 Si veda Paolo Franchi, Giorgio Napolitano. La traversata da Botteghe oscure al Quirinale, Rizzoli, Milano 2013, p. 248, e l’intervista di Andrea Robilant, «La Stampa», 11 maggio 2006.
66 Pasquale Chessa, op. cit., p. 134.
67 Ibidem, p. 139.
68 Nell’intervista Alla ricerca della solidarietà nazionale, apparsa sulla rivista «30Giorni» (n. 4, 2008), Joseph La Palombara dichiarava: «Certamente Napolitano tendeva a mettere enfasi su quelle dimensioni del Pci in cui lo scontro con la Dc e l’Occidente veniva addolcito, illustrava cioè la soluzione garantita da Andreotti, in cui il Pci avrebbe dato il suo appoggio parlamentare senza entrare nel governo. Ma era una soluzione che destava preoccupazione a Washington, dove qualcuno si chiedeva quali fossero le concessioni sottostanti, “nascoste”, perché il Pci accettasse tale formula. Andreotti chiedeva la fiducia degli americani, scettici proprio su questo punto, che invece lui sapeva come gestire. I miei connazionali non capivano e non si fidavano».
69 Ezio Mauro, «Il mio ricordo di Agnelli. Quelle cene a New York parlando del Pci», «la Repubblica», 13 maggio 2013.
70 Le ricerche in questo senso sono in corso. Si veda per esempio lo studio di Valentine Lomellini, op. cit., pp. 25-44.
71 Duane R. Clarridge è un ex agente della Cia che, dopo essere stato espulso dai servizi segreti americani, ha deciso di fondare un’agenzia di spionaggio privata. A settantotto anni, con base nella sua casa alla periferia di San Diego, coordina un team di agenti segreti sparsi in ogni parte del mondo. Una Cia privata, l’ha definita il «New York Times». I suoi mezzi gli hanno sempre attirato molte critiche (tra cui quelle dell’ex ambasciatore americano a Roma, Richard Gardner, che lo aveva definito «fuori controllo»), anche se qualche veterano della Cia non esita a definirlo «straordinario».
72 Duane R. Clarridge, A spy for all seasons. My life in the Cia, Charles Scribner’s Sons, New York 1997.
73 Consulente per il Dipartimento di Stato americano, Ledeen ha lavorato anche come consulente per il Sismi. È implicato in alcuni importanti scandali, come l’Iran-Contra e il Nigergate; è stato inoltre accusato di aver collaborato con la P2 di Licio Gelli, nonostante abbia negato qualsiasi implicazione.
74 Claudio Gatti e Gail Hammer, Il quinto scenario, Rizzoli, Milano 1994, p. 74. 52 I panni sporchi della sinistra racconta il capostazione della Cia. In quegli anni, Napolitano è l’uomo ideale, insieme a tutta la corrente migliorista.
75 Per il rapimento dell’iman milanese Abu Omar, il colonnello statunitense Joseph Romano era stato condannato a 5 anni di reclusione, assieme ad altri 22 militari americani, con sentenza della Corte d’appello di Milano del 15 dicembre 2010, divenuta irrevocabile il 19 settembre 2012. Per la vicenda, la Corte d’appello di Milano ha condannato anche l’ex capo della Cia in Italia Jeff Castelli e altri due agenti.

(4 dicembre 2013)