spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

venerdì 27 dicembre 2013

LA SINISTRA CRITICA ORAMAI SCOMPARSA, UN CASO DI PALEONTOLOGIA POLITICA

Rifondazione: un caso limite. Ovvero: l’autocritica questa sconosciuta


Dopo la “prima puntata” di alcuni giorni fa, in cui mi chiedevo provocatoriamente se la base della sinistra sia formata di deficienti, ecco la seconda puntata, in cui vi sottopongo il “caso studio” di Rifondazione Comunista.

C’è un partito il cui segretario ha condiviso con gli altri la scelta rovinosa di entrare nel governo con le elezioni del 2006, poi è stato il capo delegazione di quel partito nel governo, dove non ha combinato assolutamente nulla. Di conseguenza ha la piena responsabilità, insieme ai massimi dirigenti del partito della disfatta del 2008 per cui il partito ed i suoi alleati perdevano 2 elettori su 3 e restavano esclusi dal Parlamento. Poi, diventato segretario, nel luglio 2008, rifiutava ogni ipotesi di separazione consensuale con la corrente che aveva perso il congresso, impegnandosi a mantenere il partito unito in vista della riscossa alle successive elezioni politiche, ma la scissione ci fu lo stesso nel modo peggiore, tale da impedire anche un accordo elettorale alle europee, dove entrambe le liste mancavano, ciascuna per pochi voti, il quorum del 4%.

Nel frattempo il partito subiva una preoccupante paralisi politica, prendendo solo pochissime iniziative bilaterali con altre formazioni come l’Idv, o limitandosi ad uscite grottesche come la campagna della michetta. Pertanto, gli iscritti, che al momento del congresso del 2008 erano 74.000 calavano rapidamente, sino all’attuale cifra di 30.000 (che prendiamo con beneficio d’inventario)…

Alle successive elezioni regionali (2010) il partito, presentandosi come Federazione della Sinistra insieme al Pdci, perdeva circa centomila voti rispetto all’anno prima ed otteneva solo pochissimi consiglieri regionali e peggio ancora andava nelle amministrative del 2011. Il partito cessava qualsiasi attività, anche solo insieme ad altri, per “mancanza di denaro”, preferendo spendere gli ultimi ratei di finanziamento pubblico (peraltro non proprio spiccioli) per continuare a pagare un apparato funzionariale ancora pletorico (circa 85 persone rispetto alle 120 precedenti) e con stipendi che, in alcuni casi, come la federazione di Milano, potevano superare i 4.000 euro

Giunte le politiche del 2013, il baldo segretario, insieme al Pdci ed al dottor Ingroia (improvvidamente coinvolto in questa sconsiderata avventura) metteva insieme una lista semplicemente ripugnante, con ex Dc, ex fascisti, poliziotti impegnati a non far approvare il reato di tortura ecc. E, nonostante in questa ignobile accozzaglia, fossero confluiti i resti dell’Idv, che nelle elezioni europee aveva superato l’8% dei voti, la lista otterrà solo il 2% e qualcosa per cento, mancando di nuovo il quoziente.

Ora, mi sembra chiaro che, se c’è un caso nel quale un gruppo dirigente, con in testa il suo principale esponente, debba essere ruzzolato dalle scale, è esattamente questo. Che altro avrebbe dovuto fare quel piccolo carrierista di Ferrero per essere cacciato? Come sarebbe potuta andare peggio?

Delle due l’una: o in Italia non c’è più spazio per un partito comunista o lo spazio c’è ma sei tu incapace di coprirlo. Nel primo caso, si prende atto della situazione e si fa un congresso di scioglimento, nel secondo caso i responsabili evitano proprio di farsi vedere in giro, e fanno come il Trota: si ritirano in campagna e coltivano cipolle.

E, invece, il baldo segretario, con il suo ancor più baldo vice segretario, si ripresentano con una mozione che prende circa il 70%. Dopo, però, il vice segretario si accorge (finalmente!) che forse c’è qualcosa che non va e propone a tutti, segretario incluso, di fare un passo indietro, per cui la corrente si spacca. La cosa non è ancora terminata perché a gennaio l’assemblea dei delegati dovrà decidere chi eleggere segretario, ma pare ci siano pochi dubbi sul fatto che Ferrero raccoglierà poco più del 50% e sarà rieletto.

Sapete dirmi che logica c’è in tutto questo? Sorvolo sulla regolarità o irregolarità congressuali di cui magari potranno dire meglio altri. Mi limito a registrare il dato nudo e crudo: un gruppo dirigente che ha ottenuto risultati catastrofici viene nuovamente plebiscitato, anche se solo dai pochi superstiti. Sono tutti cretini quelli che hanno votato per Ferrero? Non lo credo affatto. Oddìo, una bella percentuale di cretini, che si sono identificati nel loro leader sicuramente ci sarà, ma non credo che arrivino a più di uno su cinque. E sicuramente c’è anche la percentuale di “interessati” a cominciare dai funzionari cui Ferrero non ha fatto mancare lo stipendio in questi anni, a costo di sottrarre tutte le risorse all’iniziativa politica e far morire di inedia il partito. Ma anche qui si tratta di una spiegazione accessoria e numericamente contenuta, non fosse altro perché ormai di risorse da distribuire ce ne sono davvero poche.

La netta maggioranza di chi ha votato Ferrero lo ha fatto per altre ragioni che, a mio avviso, sono spiegabili con il meccanismo dell’ “autoinganno”; un fenomeno bel conosciuto in psicologia (vi consiglio la lettura di Robert TRIVERS “La follia degli stolti. La logica dell’inganno e dell’autoinganno nella vita umana”, Einaudi. Torino 2013) e che può avere dimensioni tanto consapevoli quanto inconsapevoli. Beninteso: in una certa misura gli autoinganni sono inevitabili per qualsiasi essere umano: la rimozione a volte è necessaria per superare un trauma emotivo, lo sforzo volontaristico, contro ogni aspettativa razionale, è necessario e qualche volta, la cosa funziona.

Talvolta l’autoinganno è necessario anche a livello sociale: buona parte delle convenzioni (per cui, ad un certo punto, si decide che una cosa non è in un certo modo, ma è “come se lo fosse”) non sono altro che autoinganni più o meno consapevoli che rispondono all’esigenza di risolvere praticamente qualcosa  che non si sa come affrontare diversamente. E spesso funziona.

Ovviamente, quando gli autoinganni diventano troppi e la componente inconscia prevale, il risultato può essere catastrofico. Ed è esattamente quello che sta accadendo con questa crisi economico finanziaria.

Ma, torniamo al nostro caso. Io credo che nella dinamica di Rifondazione ci siano molti meccanismi di autoinganno che si collegano direttamente al sub cultura politica della sinistra comunista.

In primo luogo il riflesso iperdifensivo, che porta a difendere il partito ed il suo gruppo dirigente in qualsiasi occasione, senza mai concedere nulla ad un minimo di riflessione autocritica. Per cui anche gli insuccessi e le sconfitte non insegnano nulla, perché è sempre colpa degli altri: delle trame della Cia, del clientelismo democristiano, dei tradimenti dei socialisti, degli intrighi del Vaticano,  della Mafia, della repressione padronale, della congiunzione astrale e della “sfiga che ci perseguita”. Mai, comunque, da qualche errore o colpa propria. Questo è comprensibile in un partito che ha passato 20 anni nella clandestinità e poi altri 30 nella ghettizzazione politica e ciò può aver avuto anche una sua ragion d’essere (sempre più debole nel tempo, però) in quel cinquantennio; ma ad un certo punto, quando quelle esigenze straordinarie di autodifesa non  ci sono più, bisogna saper smettere i panni del clandestino che si difende dal mondo e saper guardare a sé stessi con un minimo di obiettività.

Ma, il militante comunista (ed il discorso vale anche per i signori del Pd che comunisti non sono più, ma del Pci hanno mantenuto l’eredità peggiore) ha imparato la cattiva arte del medico pietoso ed è incapace di guardare in faccia la realtà.

E fra le cose che il militante comunista non “vede” c’è quanto sia fuori tempo il modello di partito che si porta dietro. Da questo punto di vista, il modello di Rifondazione è una sorta di sedimentazione alluvionale, che ha conservato frammenti di Dna di tutta la sua storia precedente: al modello del partito di “rivoluzionari di professione” leninista si sommò, poi, il partito di massa togliattiano, che mediava con il precedente modello socialista, poi è venuto il “centralismo democratico illuminato” di Berlinguer e del suo partito interclassista, poi la decomposizione degli anni ottanta, che sfociava nella fine del centralismo e nell’adozione del partito di correnti, sul quale, nel tempo ha finito per sedimentarsi una prassi di tipo clientelare socialdemocratico-tanassiana.

Il risultato è un intruglio mal riuscito che conserva l’autoritarismo del Pci ma non il senso dei rapporti di massa, un sostrato strumentalmente populista ma non la capacità di studio ed elaborazione del gruppo dirigente, il burocratismo ma non l’efficienza organizzativa. E aggiunge il peggio di tutte le altre tradizioni.

A questo si sono aggiunti i disastri prodotti dal maggior responsabile dell’infelice parabola di Rifondazione: Fausto Bertinotti. L’altro è stato Armando Cossutta, mentre Ferrero è solo stato solo l’ultimo epigono, che ha degnamente concluso l’inglorioso tratto discendente. Ma il responsabile massimo è stato Bertinotti, durante la cui lunghissima segreteria si è affermato un inedito modello di “partito comunista a conduzione leaderistica”. Certo, nei partiti comunisti c’è sempre stato un detestabile culto della personalità, ma, a parte il fatto che si trattava di personaggi la cui statura qualche ragione a quel culto la davano, bisogna dire che  sia la “pesantezza” dell’apparato, sia il costume politico, sia la vivace militanza della base costituivano un contrappeso, per il quale, il partito non era mai ridotto a puro comitato elettorale di supporto al capo.

Invece, con Bertinotti la militanza di base fu mortificata ed estinta, l’apparato venne sostituito da una nauseante corte di yesmen, il dibattito politico sostituito dal coro di lodi al capo che, quando insorgeva un dissenso, non esitava ad indicare la porta (Grillo non è stato il primo), il rapporto con gli intellettuali di area ridotto a occasionali e grottesche liturgie, la produzione culturale azzerata e la formazione politica dei giovani rasa al suolo. Il grande segretario ha incassato cinque scissioni (di cui un paio con mezzo gruppo parlamentare) senza battere ciglio. “Fausto il rosso” aveva la frase robusta ed efficace che però non dice nulla: egli non elaborava linea politica, più semplicemente, arringava le folle… però devo ammettere che le giacche di tweed sapeva sceglierle.

Quello che è venuto dopo è stato solo il frutto di quegli anni di occasioni perdute. Ed al momento del bisogno, Rifondazione si è trovata senza nessun ricambio perché quel modello di partito impediva fisiologicamente che potesse nascere un gruppo dirigente di ricambio.

In un partito del genere “non è mai il momento per discutere”: quando le cose vanno bene, perché vanno bene e ”squadra che vince non si cambia”, quando vanno male “perché ora pensiamo a salvare il partito”. Una rettifica di linea? Si vedrà dopo (quando?). Diciamolo: i comunisti sono stati tristemente abituati a non amare le discussioni nelle quali vedono solo il seme malefico delle scissioni. E non capiscono che sono proprio le discussioni negate a mettere le premesse delle scissioni.

Poi, paradossalmente, sono gli stessi insuccessi a rafforzare le leadership sconfitte, perché, i militanti più critici sono quelli che vanno via, mentre quelli che restano hanno una reazione di cieco patriottismo di partito che peggiora tragicamente le cose.

E a chi pone dubbi la risposta ottusa è: “sei un nemico” o, magari “Perché non prendi la tessera di Fi?”. Come ha dimostrato per l’ennesima volta un interventore che mi ha accusato di “chiudere un occhio sul Pd” (sic!) e di astio verso Rifondazione.

Nessun astio: questo non è un atto di ostilità, è solo il referto sine ira ac studio di una autopsia.

Aldo Giannili