spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

venerdì 6 dicembre 2013

SVENDITA AL PEGGIOR OFFERENTE DI UNO STATO DISMESSO.

Corruzione e svendita dell'Italia (il salasso)



L’idea della costruzione dell’Europa per Alcide De Gasperi nel dibattito a Strasburgo sullo statuto della comunità europea, fece inserire un emendamento sull’art. 38, in cui ci si impegnava entro sei mesi a realizzare l’assemblea costituente per gli Stati Uniti d’Europa. Una visione di una grandezza impareggiabile. Non possono sfuggire alla storia alcuni dati, l’Italia fino alla fine degli anni ’50 e i primi anni ’60, cresceva ad un ritmo cinese, del 7/8% del PIL l’anno. L’Italia aveva il PIL più forte di tutta l’Europa, nel 1960 la Lira ebbe l’oscar della moneta, per le ragioni prima esposte. Si pensa ad alcuni grandi interventi, l’autostrada del Sole (Milano-Napoli) è stata costruita in 4 anni, l’autostrada Adriatica in 5 anni, imprese che hanno stupito il mondo intero. Quindi De Gasperi pensava all’Italia, ogni suo pensiero era rivolto all’Italia. Le sue scelte politiche incidevano nella realtà del paese, avevano una dimensione nazionale molto forte, avevano un immediato riflesso, oggi le vera crisi della “democrazia” sta nel fatto che le politiche nazionali contano pochissimo, i governi nazionali non riescono ad essere efficaci, sono impotenti.
Sono impotenti perché di fronte alle dinamiche globali del mercato, le decisioni sono sempre imposte dall’esterno, sono necessitate, non riescono ad avere una loro autonomia, i tassi, i salari, con una buona aggiunta anche dell’inerzia della vera politica sociale.  
Per queste ragioni, sposta radicalmente la dimensione democratica e sociale del nostro paese. Si è perso una visione lunga della politica, specialmente nel nostro paese. Per contro si è messo in moto un disastroso processo di autodistruzione dello stato italiano e di tutte le sue risorse conquistate a fatica dai nostri padri.


Svendita al peggior offerente di uno stato dismesso.
Dopo la seconda guerra mondiale e la nascita della Repubblica Italiana, i maggiori partiti italiani dell’epoca, la DC e la sinistra facente capo al PCI, si trovarono a decidere insieme, quale struttura economica da dare al nascente Stato Italiano.
Vennero rifiutati i sistemi dominanti dell’epoca, cioè il liberismo statunitense e il collettivismo sovietico. La nuova forma economica che prese vita fu quella dello stato imprenditore. Con questo modello il potere economico statale si trovava a competere con le leggi del mercato, difatti quando i nostri costituenti vararono la Costituzione, inserirono nel terzo comma dell’articolo 41 il principio secondo cui lo Stato doveva indirizzare e coordinare sia l’economia pubblica sia quella privata. L o stato entrò in concorrenza con i privati, con lo scopo di incoraggiare, anche con l’ausilio privato, l’economia del paese. Questa soluzione portò un sistema così detto della “terza via”, che aiutò l’Italia a crescere economicamente dal dopoguerra in avanti.
Alla base dello stato imprenditore vi era l’IRI, nato nel 1933 come ente di salvataggio, che dopo il 1948 divenne il vero e proprio regolatore dei rapporti statali nel mondo industriale ed economico. Un altro ente importante per comprendere al meglio la presenza dello stato nell’economia era l’ENI, impegnato nel settore degli idrocarburi. Esso gestiva le partecipazioni statali nel compartimento dell’industria petrolifera e nei compartimenti della chimica. Negli anni ’80, l’Italia incontra, purtroppo, due personaggi chiave della svendita dei beni dello stato italiano: Romano Prodi, Carlo de Benedetti. Il primo venne nominato nel 1982, presidente dell’IRI, il secondo era proprietario del gruppo Repubblica/Espresso. Prodi, nei 7 anni che sarà alla guida dell’IRI, darà prova di grande ambiguità e scaltrezza. Infatti, in qualità di presidente concederà alle società di consulenze finanziarie “Nomisma”, della quale era dirigente, incarichi miliardari (alla faccia del conflitto d’interesse). Il primo grande colpo di Prodi alla presidenza dell’IRI, fu la vendita dell’ALFA ROMEO alla FIAT, dalla quale la sua Nomisma prese grandi somme in tangenti, per soli 1000 miliardi di £ a rate, mentre la FORD ne offriva 2000 in contanti, il fiuto degli affari per Prodi è veramente innato.
Nel 1986, Carlo de Benedetti sale in cattedra. Un anno prima il governo decise di privatizzare la SME. Il consiglio di amministrazione dell’IRI fu incaricato dell’operazione, anche se la decisione finale spettava al governo. Romano Prodi, come presidente dell’IRI, si mise subito all’opera. Con accordi privati con la Buitoni (presieduta da De Benedetti), svende il 64% della SME a soli 393 miliardi di £, quando il valore complessivo di mercato era di circa 3.100 miliardi. Naturalmente per chissà quale visione economica, Prodi non prende nemmeno in esame le offerte maggiori di mercato degli altri acquirenti. Alla fine a rompere le uova nel paniere, al duo De Benedetti/Prodi è Bettino Craxi, il quale non diede autorizzazione di vendita e ritenne di mantenere la SME in ambito pubblico. A completare l’opera dello smantellamento dello stato sociale italiano è la scissione tra la Banca d’Italia e lo stato.
1981, su iniziativa di Andreatta e Ciampi (appena asceso al soglio di Governatore della Banca d’Italia), la nostra Banca centrale venne esonerata dall’obbligo di acquistare i titoli del debito pubblico che fossero rimasti invenduti in asta. Quell’obbligo, in pratica, significava che lo Stato poteva indebitarsi al tasso desiderato, perché tutti i Buoni del tesoro che i privati non avessero acquistato finivano alla Banca centrale. Era il modo in cui lo Stato “comandava” il capitale monetario. Con il divorzio, invece, lo Stato venne costretto a indebitarsi ai tassi d’interesse correnti sul mercato, i quali giusto in quel periodo schizzavano verso l’alto a causa della svolta monetarista impressa
dall’azione della Federal Reserve, la banca centrale americana. Può essere interessante ricordare che un giovanotto di nome Mario Monti (il professorone) scrisse allora che il correlato inevitabile del “divorzio” doveva essere la dismissione progressiva delle aree d’intervento pubblico: se lo Stato non poteva più indebitarsi ai (bassi) tassi precedenti, c’era il rischio che la sua azione provocasse un aumento del debito pubblico. Ma la maggioranza pentapartito fu di diverso avviso, e così il nostro debito pubblico, che nel 1981 era pari al 58% del Pil (nonostante il profluvio di spese anticicliche sopportate nei sei anni precedenti), arrivò nel 1992 al 124% del Pil. Non perché ci fosse un eccesso di spese sociali rispetto alle entrate: il debito raddoppiò solo per effetto dell’aumento della spesa per interessi causato dal “divorzio”.
E’ il 2 giugno 1992, sul panfilo Britannia di sua maestà la regina Elisabetta, ci fu un incontro più o meno riservato tra top manager britannici ed italiani. Erano presenti i presidenti di ENI, ALENIA,   INA, AGIP, SNAM, Banco Ambrosiano, oltre all’ex ministro del tesoro Beniamino Andreatta e al direttore generale del tesoro Mario Draghi. La discussione fu incentrata sul tema delle privatizzazioni del comparto pubblico italiano, e la discussione si basò sulla critica al sistema italiano, reo di essere “lontano da un vero processo di privatizzazioni per ragioni culturali di sistema politico e di specificità delle aziende da cedere”, come ebbe a dire sullo yacth reale, il presidente dell’INA Lorenzo Pallesi.


Ad inasprire il dibattito ci pensò, il consigliere di Confindustria Mario Baldassarri, che incalzò “Per privatizzare servono quattro condizioni:

1.      una forte volontà politica
2.      un contesto sociale favorevole
3.      un quadro legislativo chiaro
4.      un ufficio centrale del governo che coordini tutto il processo di privatizzazioni. Da noi oggi  non se ne verifica ancora una. 

Queste 4 regole enunciate da Baldassarre, si tengono a mente: la numero 1; dopo la scomparsa dei partiti storici (Tangentopoli) DC/PSI, si avvicendarono al governo vari tecnici, tutti  fortemente propensi al nuovo corso economico, Carlo Azeglio Ciampi, Giuliano Amato, Lamberto Dini, Beniamino Andreatta e Mario Draghi.
la numero 2; quegli anni furono veramente di grande caos, dove l’indignazione contro la classe politica corrotta veniva spazzata via dalle inchieste giudiziarie, era altissima, dove il debito pubblico schizzava alle stelle, anche se non era un reale problema, il contesto era favorevole per lasciar spazio alle privatizzazioni. la numero 3; il quadro normativo cominciò ad essere chiaro fin dal 1993, con l’accordo Andreatta/Van Miert, che regolava la ricapitalizzazione del settore siderurgico a patto che l.o si privatizzasse e l’azzeramento delle imprese statali. Inoltre con il decreto Amato si trasformarono in S.p.A., l’IRI, l’ENI, l’ENEL ed INA, e con successivi decreti verrà regolamentata la pratica delle privatizzazioni. la numero 4; ed ecco anche l’ufficio, cioè il Comitato Permanente di Consulenza Globale e Garanzia per le Privatizzazioni presieduto da Mario Draghi.
Nel 1993 ritorna sulla scena nazionale Romano Prodi, divenendo nuovamente il presidente dell’IRI. Dopo essere stato consulente della Goldman Sachs, Prodi procedette alla svendita della Cirio-Bertolli- De Rica ((comparto SME) alla società Fisvi, la quale non aveva i requisiti necessari all’acquisto. La Fisvi acquista per due soldi il gruppo, e a sua volta cederà il controllo della Bertolli alla Unilever, multinazionale alimentare anglo/olandese. Chi era il consulente, l’Advisory Director dell’Unilever? L’impareggiabile Romano Prodi.   
Risale al 1993 la prima privatizzazione di una delle grandi banche pubbliche, Il Credito Italiano”. La Merryl Lynch, banca americana, incaricata come consulente dell’IRI, valuterà come prezzo di vendita del Credito Italiano 8/9 miliardi di £, ma alla fine verrà svenduta per 2.7 miliardi, prezzo imposto dalla Goldman Sachs, che ne acquisterà la proprietà.
Nel 1996 a vincere le elezioni è il centro/sinistra guidato da Romano Prodi, che cede un altro 16% delle quote ENI. Privatizzò anche la Dalmine e la Italimpianti, appartenenti al gruppo IRI. E’ nel 1997 che Prodi sfodera tutto il suo intelletto, ritornando a trattare con il suo vecchio amico, Carlo de Benedetti. Sugli affari fatti dai due, l’ex segretario del partito liberale ed ex ministro dell’industria, Renato Altissimo, disse “Infostrada, la rete telefonica delle ferrovie dello stato, fu ceduta a De Benedetti per 750 miliardi di £. Subito dopo De Benedetti vendette tutto per 14 mila miliardi di £, si, avete capito bene, 14 mila miliardi di £, ai tedeschi di Mannesman. Sempre in quell’anno Prodi mise sul mercato Telecom, con le azioni che furono vendute ad un prezzo irrisorio. Appena un anno dopo le azioni varranno sul mercato 5 volte tanto.
Dopo la caduta del governo Prodi nell’ottobre del 1998, a prendere il suo posto è Massimo D’Alema, uno dei tanti post-comunisti convertitosi al liberalismo, infatti nel novembre dello stesso anno privatizzerà la BNL, con la consulenza della JP Morgan (altra banca d’affari americana). Nel 1999 dopo il decreto Bersani che liberalizzava il settore dell’energia, venne privatizzata l’ENEL. Sempre in quell’anno si privatizzò anche la società autostrade alla famiglia Benetton. L’ultima fase delle liberalizzazioni riguarda quel poco che era rimasto dell’ENI. L’onnipresente Goldman Sachs acquisterà l’appetibile patrimonio per un valore di 3 mila miliardi di £. La divoratrice dei beni italiani, con la complicità dei nostri bravi signori citati, Goldman Sachs farà incetta anche di altri immobili come quella della Fondazione Cariplo, mentre la Morgan Stanley (anch’essa banca americana) si catapulterà all’acquisto di patrimoni dell’Unim, RAS e Toro. Secondo indagini seguiti dal Il Sole 24 ore  i gruppi esteri ormai posseggono più patrimoni ex pubblici di quanti ne posseggono gruppi italiani.
La fase delle privatizzazioni si può ritenere compiuta nel 2002 con la dismissione e la liquidazione dell’IRI. Il filo conduttore che hanno disteso è giunto al termine e con la regia delle banche inglesi, americane, francesi, con attori del calibro di Prodi, Draghi e il grande professorone, Monti, a completare l’opera, hanno reso l’Italia una semplice provincia.
In meno di 10 anni, un intero sistema economico viene distrutto. Un sistema economico che ha reso l’Italia uno dei più grandi paesi a livello internazionale. L’Italia, una delle cinque potenze del mondo economicamente, tecnologicamente e industrialmente più avanzate, viene ridotta a poco più di uno spezzatino. Grazie allo scempio di queste svendite, l’Italia si è giocata il 40% del suo PIL, cioè della sua ricchezza. I maggiori artefici di questo processo predatorio dello stato italiano, sono gli stessi uomini che hanno consegnato il paese in mano all’Europa e nella morsa della moneta unica. Sono gli stessi che vengono pontificati come profeti della buona politica, grandi statisti. Spero un giorno, non sia troppo lontano, che tutti questi uomini vengano processati per alto tradimento del popolo italiano.
Interessante un articolo di Luigi Cavallaro che percorre un analisi suicida del nostro paese.  

di Luigi Cavallaro

ECCO COME HANNO DISTRUTTO LO STATO SOCIALE ITALIANO: Tutti che guardano allo spread, intanto questa crisi ha cambiato completamente i connotati ai fondamenti dello Stato di diritto…

Più esattamente, questa crisi sta cambiando i connotati a quella peculiare declinazione dello Stato di diritto che è lo Stato sociale, a cominciare dalla sua pretesa di governare i processi economici. Si tratta in effetti della maturazione di un trend che ormai data da lontano. Per capirci, quando i nostri costituenti vararono la Costituzione, inserirono nel terzo comma dell’articolo 41 il principio secondo cui lo Stato doveva indirizzare e coordinare sia l’economia pubblica sia quella privata. Lo Stato, ai loro occhi, non doveva essere solo il “regolatore” dell’iniziativa economica e nemmeno il produttore di beni e servizi da offrire in alternativa alle merci capitalisticamente prodotte: doveva porre sia l’iniziativa economica pubblica sia quella privata nell’ambito di un proprio disegno globale, che individuava priorità, strategie, mezzi. Un obiettivo del genere, sebbene fermamente voluto sia dai cattolici che dai comunisti, era particolarmente inviso ai liberali, che erano ben disposti a godere dei benefici della spesa pubblica, ma certo non volevano saperne di cedere allo Stato poteri di indirizzo e controllo sulla loro attività. Si optò allora per un compromesso che – grazie alla mediazione di Luigi Einaudi, capofila dei liberali tra i costituenti – prese la forma dell’art. 81 della Costituzione: ogni legge di spesa doveva indicare la corrispondente fonte di entrata. Era un modo per dire che nemmeno lo Stato poteva sottrarsi al principio del pareggio di bilancio, perché Einaudi sapeva bene che, se si fosse consentito allo Stato di indebitarsi (come invece predicavano i keynesiani ortodossi), l’economia pubblica, che già si trovava collocata su una posizione di primazia, avrebbe preso il sopravvento sull’economia privata.

Un compromesso per la proprietà e il capitale…

Sì, ma nel 1966 la Corte costituzionale lo fece saltare, perché in una sentenza stabilì che anche il debito costituiva una forma di entrata. A quel punto – ricordiamo che in quel periodo il 90% del sistema bancario e un’elevatissima percentuale di quello industriale erano di proprietà pubblica – c’erano tutte le premesse perché anche l’economia italiana potesse avviarsi lungo i temuti (da Confindustria, beninteso) sentieri della “bolscevizzazione”: nel corso degli anni ’70 Guido Carli lo denunciò a più riprese e trovò ascolto, oltre che nelle classi proprietarie, in una nuova leva di economisti e giuristi che presto ne divennero gli intellettuali organici: penso a Eugenio Scalfari, Nino Andreatta, Romano Prodi, Giuliano Amato. In effetti, quando finalmente si scriverà la storia degli anni ’70, bisognerà pur dire che quella che andò in scena dietro il paravento delle crisi petrolifere, del balzo dell’inflazione, delle stragi e del terrorismo fu una vera e propria guerra civile, innescata dai tentativi di “rivoluzione dall’alto” che furono portati avanti dai tanto vituperati governi di solidarietà nazionale e del compromesso storico voluti da Moro e Berlinguer. Ma lasciamo stare, perché quel che ci interessa qui è la reazione capitalistica. La quale, più ancora che nella marcia dei 40.000, si manifestò nel cosiddetto “divorzio” tra il Tesoro e la Banca d’Italia. Su iniziativa di Andreatta e Ciampi (appena asceso al soglio di Governatore della Banca d’Italia), la nostra Banca centrale venne esonerata dall’obbligo di acquistare i titoli del debito pubblico che fossero rimasti invenduti in asta. Quell’obbligo, in pratica, significava che lo Stato poteva indebitarsi al tasso desiderato, perché tutti i Buoni del tesoro che i privati non avessero acquistato finivano alla Banca centrale. Era il modo in cui lo Stato “comandava” il capitale monetario. Con il divorzio, invece, lo Stato venne costretto a indebitarsi ai tassi d’interesse correnti sul mercato, i quali giusto in quel periodo schizzavano verso l’alto a causa della svolta monetarista impressa da Paul Volcker all’azione della Federal Reserve, la banca centrale americana. Può essere interessante ricordare che un giovanotto di nome Mario Monti scrisse allora che il correlato inevitabile del “divorzio” doveva essere la dismissione progressiva delle aree d’intervento pubblico: se lo Stato non poteva più indebitarsi ai (bassi) tassi precedenti, c’era il rischio che la sua azione provocasse un aumento del debito pubblico. Ma la maggioranza pentapartito fu di diverso avviso, e così il nostro debito pubblico, che nel 1981 era pari al 58% del Pil (nonostante il profluvio di spese anticicliche sopportate nei sei anni precedenti), arrivò nel 1992 al 124% del Pil. E bada bene, non perché ci fosse un eccesso di spese sociali rispetto alle entrate: il debito raddoppiò solo per effetto dell’aumento della spesa per interessi causato dal “divorzio”.

E dal 1992 ad ora che è successo?

E’ successo che quel processo di dismissione delle aree d’intervento statale, che fino ad allora non si era potuto realizzare perché la nostra Costituzione era “interventista”, è stato finalmente intrapreso grazie alla nostra adesione ai Trattati europei. I quali, dal punto di vista delle prescrizioni economiche, sono praticamente antitetici rispetto alla nostra Costituzione: per dirla con una battuta, è come se da Keynes fossimo tornati ad Adam Smith e David Ricardo. Peggio, alle “armonie economiche” di Bastiat. Si è cominciato a privatizzare, si sono tagliate le piante organiche delle amministrazioni pubbliche, si sono riformate la sanità e le pensioni in modo da umiliare i malati e impoverire i pensionati. Sono tutte politiche dettate dalla volontà di spazzar via lo Stato dal processo economico, che però hanno generato una diminuzione della domanda, perché non esiste alcuna domanda interna o estera capace di soppiantare la minor domanda pubblica di beni e servizi. L’unica fiammata di (relativo) benessere la nostra economia lo ha conosciuto tra il 1995 e il 1996, quando si fecero finalmente sentire gli effetti della pesantissima svalutazione della lira attuata (a danno dei lavoratori, grazie alla disdetta della scala mobile) nel 1992. Ma da quando siamo entrati a far parte della banda ristretta di oscillazione che poi (dal 1999) porterà alla moneta unica, le nostre esportazioni sono crollate e con esse la domanda, il reddito e l’occupazione. Guarda i tassi di crescita del nostro Pil dal 1997 a oggi e scoprirai che la “decrescita” ce l’abbiamo in casa fin da prima che Latouche inondasse con la sua bibliografia gli scaffali delle librerie.

Quindi il “fiscal compact” non è una novità come sembra…

La modifica che è stata adesso apportata all’articolo 81 della Costituzione, che ha reso davvero stringente il vincolo del bilancio in pareggio, è assolutamente coerente con l’ingresso del nostro paese nell’Unione europea. L’attività dello Stato, ci dice l’Europa, è possibile solo in quanto non interferisce con l’iniziativa privata. Non c’è più alcuna politica economica possibile: non una politica fiscale (perché si devono solo ridurre le spese), non una politica monetaria (perché ci pensa la Banca centrale europea), non una politica industriale (perché ci pensa Marchionne). Si devono solo abbassare i salari, perché non sono compatibili con un sistema produttivo arretrato come il nostro, che campa ancora di agroalimentare, abbigliamento, arredo casa e un po’ di automazione meccanica. E dunque via alla balcanizzazione dei contratti nazionali in una miriade di contratti aziendali: a questo serve la modifica dell’articolo 18, sebbene molta parte del sindacato non se ne dia per inteso.

Ma non c’erano alternative possibili?

Quello che è più triste è dover constatare che anche quanti avrebbero dovuto denunciare e contrastare per tempo questa follia di ritornare allo Stato ottocentesco, allo Stato veilleur de nuit, hanno avuto un ruolo che possiamo definire di “agevolazione colposa”. Mi riferisco all’antistatalismo viscerale che ha ispirato ed ispira molta parte della cosiddetta “sinistra d’alternativa”, che nei vent’anni trascorsi anni ha coltivato e diffuso nelle generazioni più giovani una quantità impressionante di mitologie protese a ricercare improbabili “terze vie” tra privato e pubblico, tra capitale e Stato: prima era il “terzo settore”, adesso sono i “beni comuni” e in mezzo ci sono sempre le utopie regressive dell’“ecologismo radicale”. Sono i cascami dell’anarchismo, dell’autogestionarismo e dell’assemblearismo post-sessantottino e post-settantasettino, che – va da sé – hanno assai più mercato editoriale e visibilità massmediatica rispetto alle più classiche posizioni marxiane o keynesiane: in fondo, non fanno altro che ripetere che la via “pubblica” è sbagliata e comunque non è percorribile, dunque al capitale fanno molto comodo. Quando vedo le marce contro la privatizzazione dell’acqua (e va da sé, per l’“acqua bene comune”), sorrido e mi vien da pensare a una battuta di Flaiano, che più o meno diceva che quando in Italia si organizza un convegno sull’importanza del bovino vuol dire che i buoi sono scappati dalla stalla. “No alla privatizzazione dell’acqua”: bene. Ma dove eravate, vien fatto di dire, quando si privatizzavano le banche e le industrie? Ci siamo dimenticati che il grosso delle privatizzazioni si è fatto a partire dal 1996, quando Presidente del Consiglio era Romano Prodi e Rifondazione Comunista sosteneva il governo? O ci siamo dimenticati che il dibattito timidamente avviato da un centinaio di economisti e intellettuali, che nel 2006 avevano sostenuto la possibilità di stabilizzare il debito in rapporto al Pil, fu stroncato da Fausto Bertinotti in persona, che mise il veto alla stessa possibilità che Rifondazione potesse esprimersi in merito per non ostacolare l’ennesima manovra “lacrime e sangue” voluta dal compianto Tommaso Padoa-Schioppa? Oggi siamo alla conclusione di un processo avviatosi trent’anni fa: il “fiscal compact” approvato in sede europea di fatto rimuove qualunque idea di direzione pubblica dei processi economici per i prossimi cinquant’anni. Il fatto che ci sia una tremenda crisi economica in corso può forse offrire una qualche speranza che tutto il marchingegno salti. Ma se questo meccanismo salta, salta da destra: la sinistra, come scrisse ormai quasi dieci anni fa Luigi Pintor nel suo ultimo editoriale, è morta da un pezzo.A proposito di crisi, come giudichi il protagonismo della Bce?


Il fatto che la banca centrale prometta di diventare prestatore di ultima istanza non risolve le contraddizioni del sistema capitalistico: su questo punto, Marx obiettò a Bagehot con considerazioni che mi paiono ancora decisive. Quel che si può dire con certezza è che, se l’Italia resterà nell’euro così com’è strutturato adesso, andremo incontro a un impoverimento progressivo e crescente: basti dire che per i prossimi vent’anni dovremo fare tagli di spesa per 45 miliardi all’anno…

Ma la giustificazione è che se il debito non diminuisce lo spread aumenta…

Questa è una delle più colossali mistificazioni spacciate per verità dalla borghesia dominante e dagli intellettuali suoi lacchè. Se l’andamento dello spread dipendesse dall’ammontare del debito pubblico, il divario tra i nostri titoli e quelli tedeschi dovrebbe essere superiore a quello che c’è fra quelli spagnoli e quelli tedeschi: la Spagna ha infatti un debito pubblico di molto inferiore al nostro. Invece non è così, e la ragione è che lo spread risente assai più dall’andamento della bilancia commerciale. In pratica, è come se i mercati scommettessero che i Paesi che si trovano con una bilancia commerciale in rosso saranno presto o tardi costretti o a svendere tutte le loro industrie ai tedeschi (o ad altri possibili compratori esteri) o a uscire dalla moneta unica e a ripudiare il debito in euro. Grecia, Portogallo, Spagna e Italia sono i Paesi maggiormente “indiziati” perché sono i Paesi con la struttura produttiva più debole. Sta qui – detto per inciso – la vera finalità delle manovre finanziarie cui ci sottopongono da vent’anni e da ultimo della stessa spending review: l’obiettivo è quello di deflazionare i consumi interni per abbattere il fabbisogno di importazioni e riportare in pareggio la bilancia commerciale. Funzionerà come funzionavano i salassi praticati dai cerusici ai malati di un tempo: terapie efficaci, ma solo perché uccidevano il paziente. Anche in Confindustria cominciano a sospettarlo.


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