spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

mercoledì 9 ottobre 2013

BASILICATA, ELEZIONI REGIONALI 2013, IL CASO DEL TENENTE GIUSEPPE DI BELLO

Giuseppe Di Bello


Tanti post di indignazione e cancellazione da m5s questa la lettera di Una ex iscritta "La Democrazia Diretta è una forma di democrazia in cui i cittadini, in quanto popolo sovrano,sono direttamente legislatori e amministratori del bene pubblico".

Mi pare che nella democrazia diretta del movimento 5 stelle i cittadini non sono riconosciuti neanche come elettori. Figuriamoci come legislatori e amministratori del bene pubblico.

Quello che è accaduto al ten. Di Bello dimostra a che livello di antidemocraticità è soggetto il movimento. Il potere, i complotti e le maldicenze hanno fatto fuori Di Bello che era l'uomo giusto, al posto giusto e direi nella regione giusta, una piccola regione dove si poteva raggiungere un risultato straordinario. Invece, ci si è attaccati al comma di un regolamento che fa di tutta l'erba un fascio, mette sullo stesso piano chi ha un'ingiusta condanna per avere avvertito la sua gente, i lucani tutti, che la propria terra è in pericolo, e chi magari è condannato per corruzione, per furti sulla sanità o peggio, e intanto ignora chi non verrà mai condannato per essersi preso la salute e il futuro dei nostri figli.

Caro Beppe Grillo esco da questo movimento perché per Di Bello non c'è stata giustizia dentro il movimento come non c'è stata fuori.
Salomone non avrebbe mai fatto a metà il bambino. Quel gesto plateale gli servì per riconoscere la vera madre. Invece il tuo gesto plateale è stato quello di attaccarti a un comma assurdo e lasciare che Di Bello non solo venisse tagliato a metà ma anche fatto a pezzi.


L'ACCADUTO


Cornuti e mazziati direbbe la nostra nonna. Ed è proprio così! Leggete un pò cosa è successo al Tenente Di Bello reo di aver diffuso i dati sull’inquinamento delle acque e del suolo in Basilicata…….Come se occorreva chissà quale arte per sapere che Fenice inquina, che il petrolio inquina, ecc.





tratto da Basilicata24.it

L'INTERVISTA

“Contro di me una sentenza politica”

Parla il tenente della polizia Provinciale Giuseppe Di Bello
di Giusi Cavallo


Condannato, il 6 giugno 2012, a due mesi e 20 giorni per rivelazione di segreto d’ufficio (per aver diffuso, nel 2010, i dati sul cattivo stato di salute del lago del Pertusillo, della Diga di Montecotugno e della Camastra). Da sempre in prima linea nella denuncia di illeciti ambientali. Che indossi o meno la divisa.

Si dice che le sentenze non si commentano. Lei invece vuole precisare alcune cose sulla sua condanna.

La sentenza è politica senza la benché minima ombra di dubbio. La tempestività ed i mezzi messi a disposizione di questa indagine (un inaudito spiegamento di forze) rappresenta in modo inequivocabile che si voleva raggiungere un risultato che andasse esattamente all’opposto di quanto viene sancito dalla Costituzione Italiana.
E’ convinto che ci sia una violazione dei diritti costituzionali in questa sentenza?
Ci sono evidenze oggettive in tal senso. Una delle motivazioni della sentenza di condanna è il numero di persone potenzialmente indeterminato che è venuto a sapere, attraverso la pubblicazione delle analisi sul Pertusillo, su un quotidiano locale. Ora mi chiedo: cosa significa per il Palazzo di Giustizia di Potenza il termine “Interesse pubblico”, tutela della salute, dell’informazione al pubblico, alla popolazione che la sentenza definisce “collettività indiscriminata ed indistinta”? Dove starebbe la Sovranità del Popolo sancita dalla Costituzione se a questo non è dato nemmeno di conoscere elementi essenziali per la propria salute e per l’ambiente in cui vivono? Dove è finito il diritto alla salute sancito dall’articolo 32 della nostra carta costituzionale?

Affermazioni gravi le sue. Come le argomenta?

Qui si stanno mettendo in discussione i fondamentali diritti di libertà garantiti espressamente dalla Costituzione, la Sovranità dovrebbe essere esercitata in modo indiretto attraverso lo Stato apparato (la pubblica amministrazione) la cui attività non può comunque essere in contrasto con la Sovranità Popolare. E quindi quando determinate attività sono sancite dallo Stato Nazione (L. 108/2001) e da un’autorità sovra nazionale quale è l’Unione Europea  (Convenzione di Aarhus) che non solo non esprime una volontà contraria alla conoscenza dei dati ambientali ma consente ai cittadini singolarmente o collettivamente di riappropriarsi e di ripristinare la legalità (difendere il proprio territorio in caso di abusi e collusioni che lo danneggerebbero). L’autorità giudiziaria invece, sin dal primo momento, dimenticandosi del principio basilare della terzietà  (l’allora assessore regionale all’Ambiente consegnava direttamente nelle mani del procuratore della Repubblica di Potenza i dati e la denuncia). Fatto, questo, per carità legittimo. Quello che invece è strano è che non è stato  mai preso in considerazione quanto ho dichiarato. A ciò si aggiunga che l’autorità giudiziaria si è mossa con metodi a dir poco discutibili e tempestivi per mettere a tacere voci fuori dal coro che in quel momento provavano ad esercitare il sacrosanto diritto ad una corretta informazione pubblica, e, si badi bene, lo facevano su un bene primario per eccellenza quale è l’acqua, e a seguire sulla salute e sull’ambiente. Nel leggere gli atti si capisce la precisione nell’individuazione delle responsabilità di diffusione di un atto giudiziario, contemporaneamente però quella stessa autorità non ha visto le analisi, le fotografie, i filmati (abbiamo consegnato i filmati da cui si vede che i depuratori scaricano il tal quale in acque destinate ad uso umano) e soprattutto i casi di gravi inquinamento (alga rossa e moria di migliaia di pesci)  cui abbiamo assistito negli ultimi tempi. Questo significa che se qualcosa la si vuole vedere la si vede se non la si vuole vedere si riesce a negare persino l’evidenza. Certo l’autorità giudiziaria non è l’unica ad aver dimostrato poco coraggio. Mancanza di coraggio e determinazione la ritroviamo anche nella classe politica lucana,  infatti,  mentre gli organi di stampa ed informazione ed  a mezzo di questi il popolo hanno già da tempo condannato quello che è successo non ho visto la stessa determinazione da parte dell’opposizione che evidentemente non c’è o se esiste è distratta.

Una condanna con pena sospesa non è poi così grave

Si, ma se alla condanna aggiungiamo la sospensione dal lavoro per due mesi e lo spostamento ad altro ufficio…Ho chiesto di ritornare ai miei compiti e alle mie funzioni, ma non sono stato ascoltato. Adesso faccio il guardiano museale.E non sono queste le mie mansioni. Voglio tornare a fare il mio lavoro. Ma evidentemente a qualcuno do fastidio. Non mi basta indossare una divisa. Voglio riempirla di contenuti.

A chi darebbe fastidio?

A chi non vuole che io continui a fare il mio dovere. A chi vuole che certi misfatti rimangano occultati nei cassetti del potere. Del resto, e lo ribadisco,  mi hanno voluto mettere “fuori gioco”. Secondo le motivazioni della sentenza io ho commesso il reato di rivelazione di segreti di ufficio dal 15.01.2010 al 28.01.2010; come ben sapete questa violazione ha poi dato origine alla condanna che stiamo commentando. Ora mi chiedo se può una condanna a 2 mesi e 20 giorni con il beneficio della non iscrizione nel casellario giudiziario ed il non luogo a procedersi in quanto incensurato, giustificare l’applicazione della misura cautelare della sospensione dal servizio di due mesi applicata dal 25 maggio 2010 al 25 luglio 2010? Le date sono importanti perché come ho detto prima il reato lo avrei commesso nella seconda quindicina del mese di gennaio 2010. Poiché non avrei potuto in alcun modo alterare le fonti di prova (elemento che giustifica l’applicazione di una misura cautelare)  mi chiedo quali siano le ragioni vere alla base di questa misura cautelare e questo anche rispetto alla sentenza definitiva che lancia più di un’ombra rispetto a quella sospensione.

La questione della presenza in servizio, anche qui la sua versione non coincide con quella del giudice

Esatto. La mia versione è fondata su prove tangibili che però il giudice non ha voluto vedere. La Regione il 5 gennaio 2010 mi spedisce quei dati sullo stato di salute del Pertusillo, della diga di Montecotugno e della Camastra. Allarmato da quei valori il giorno dopo, e cioè il 6 gennaio, mi metto in macchina e vado su quegli invasi. Già a occhio mi rendo conto che c’è qualcosa che non va. C’era una schiuma bianca che galleggiava a pelo d’acqua, oltre ad un odore insopportabile. Il 7 scrivo la notizia di reato e la trasmetto alla Procura. Intanto decido, come privato cittadino fortemente convinto che l’ambiente vada difeso, di procedere ad analisi per conto mio. Ma non avendo la forza economica mi rivolgo a Maurizio Bolognetti, il leader dei radicali lucani, che mi dà il suo appoggio e si accolla le spese. E così il 21 gennaio, Bolognetti, una chimica venuta da fuori regione ed io andiamo a fare i campionamenti. Il giudice non si è nemmeno preso la briga di vedere se io durante queste operazioni fossi in orario di lavoro o a riposo. E’ evidente anzi che, non essendo il giudice abituato a timbrare il cartellino, non sappia nemmeno leggere un orologio marcatempo. Così sarebbe bastato rivolgersi all’Ufficio Risorse umane per chiarire che quella “R” che riporta l’orologio marcatempo non era reperibilità ma riposo. Del resto il nostro contratto prevede che quando si è a riposo non si è reperibili. Tutto questo il giudice lo ha ignorato nonostante io avessi fornito copia conforme all’originale del cartellino orologio del mese di gennaio 2010. Il giudice invece ritiene che la giornata di non lavoro sarebbe dovuta essere contrassegnata con la “F” che però indica i festivi.

C’è una inesattezza anche su chi le avrebbe inviato i famosi dati, il 5 gennaio 2010, sul cattivo stato delle acque dei tre invasi

Siamo di fronte ad un’altra grave inesattezza. Il 5 gennaio 2010 le prime, e ripeto allarmanti analisi, mi vengono inviate dal Dipartimento Ambiente della Regione Basilicata. Il giudice invece più volte, nella sua sentenza, cita l’Arpab.  Non capisco perché nonostante su ogni pagina di quelle analisi vi sia impresso il numero di fax di provenienza che corrisponde alla Direzione Generale del Dipartimento Ambiente della Regione Basilicata ore 18,10 del 5.1.2010 continuino a dire che quei dati mi siano stati forniti invece dall’Arpab.

Ritorniamo a bomba. E cioè che si tratti di sentenza politica

Politica al 100%. Prima che terminassero i due mesi di sospensione dal lavoro,    (la misura cautelare applicata al tenente Di Bello a seguito della sua iscrizione nel registro degli indagati ndr) mi veniva notificata una lettera proveniente dalla Provincia di Potenza. Chi scriveva era un Ufficio che si era costituito pochi giorni prima ovvero l’Ufficio per i Provvedimenti Disciplinari. Bene questo ufficio mi comunicava che era stato aperto un fascicolo nei miei confronti precisando che a conclusione del procedimento amministrativo vi potevano essere da 11 giorni a 6 mesi di sospensione dal lavoro che si sarebbero aggiunti ai 2 mesi già “scontati”. Si aggiungeva che era condizione insindacabile il mio spostamento ad altro ufficio per salvaguardare l’immagine dell’Ente. Dalla data del 25 maggio del 2010 ad oggi il sottoscritto non ha mai più ripreso possesso del Distretto della Polizia provinciale di Potenza nonostante ripetute richieste di reintegro nei ruoli, compiti e funzioni di Tenente della Polizia Provinciale e questo accade nel mentre vi sono persone della stessa Amministrazione imputate in procedimenti per disastro ambientale a cui non è stato riservato lo stesso trattamento.

A chi si riferisce? Lo dica chiaramente

Mi riferisco alla vicenda Fenice. Anche se, in questo caso, parliamo di cancerogeni in falda e disastro ambientale, la Provincia non si è sentita lesa nell’immagine da chi per anni ha custodito in cassaforte dati allarmanti circa la salubrità delle acque di falda dell’area di San Nicola di Melfi. Al contrario se si trasmettono dati ai cittadini sulle analisi delle acque destinate ad uso umano invece si diventa persona non in grado di esercitare a pieno il proprio compito. Mi dica lei se tutto questo è la raffigurazione dei principi di imparzialità.

Perché non prova a lasciarsi questa storia alle spalle?

Perché amo follemente la mia terra. Se mollassi sarebbe come dare ragione a chi fino ad oggi ha utilizzato il proprio potere non nell’interesse collettivo, ma per accrescere il proprio dominio. La dignità di una persona non può essere vincolata da nessuna sentenza. E un’ultima cosa…Non indosso la divisa per apparire.

Lun, 24/09/2012 – 11:24