spirito critico

PENSATOIO DI IDEE

domenica 20 ottobre 2013

LA CINA ACQUISTA IL DEBITO AMERICANO

ECCO COSA FA (E NON COSA DICE DI FARE) LA CINA CON IL DEBITO AMERICANO

DI AMBROSE EVANS-PRITCHARD
blogs.telegraph.co.uk






Il tema è rilevante: la Cina è il primo creditore di titoli di stato americani dopo la banca centrale americana, Ndt

Si è tanto parlato dei toni retorici delle autorità cinesi nel dubitare del merito di credito del debito degli Stati Uniti e nel relegare, “nel cestino della storia”, il dollaro.

I dati più recenti mostrano il forte aumento delle riserve di valuta estera della Cina: l’incremento, nel terzo trimestre, di 163 miliardi di dollari, uno dei maggiori di sempre, ha portato il totale a 3,66 trilioni di dollari.

Mark Williams e Qinwei Wang, della Capital Economic, lo hanno definito ”sorprendente”. La loro tesi è che la banca centrale cinese, nel mese scorso, debba aver comprato 70 miliardi di dollari di obbligazioni estere nel frenetico tentativo di mantenere basso il valore dello yuan. [la valuta cinese, anche chiamata renmimbi, Ndt]

Noi non sapremo subito quante, ma una significativa quota di esse, saranno state obbligazioni di stato americane. Occorre ricordarselo quando leggiamo sullo Xinhua [http://en.wikipedia.org/wiki/Xinhua_News_Agency, è la principale agenzia di stampa cinese ed è controllata dalle autorità, Ndt] che la battaglia sull’innalzamento del debito “ha messo in apprensione molti stati che hanno investito nei titoli statunitensi e ha fatto tremare la comunità internazionale”.

O quando [lo Xinhua, Ndt] afferma che:
“Si dovrebbe costituire un nuovo ordine mondiale nel quale tutte le nazioni, grandi o piccole, povere o ricche, possano veder i propri interessi rispettati e protetti dalle stesse tutele. Tanti sono i passi da compiere per giungere ad un mondo de-americanizzato.”
Che siano solo parole lo dimostra l’incremento delle riserve valutarie cinesi. (E si badi che detenerne troppe non è un segno di forza ma il sintomo di un’economia squilibrata). Pechino non è in procinto di aprirsi al mercato dei capitali e a lasciar decidere al mercato il valore del cambio della propria valuta. La buona notizia per la Cina è di non essere più un mercato emergente, da nessun punto di vista. Si è rivelata un porto sicuro durante la fase di turbolenza affrontata, quest’estate, dalle piazze finanziarie di India, Indonesia, Turchia, Brasile, Sud Africa, Ucraina, Serbia ed altri. In Cina non si è verificata una fuga di capitali. Ne ha subito un arrivo indesiderato [un rapido ingresso di capitali potrebbe comportare un analogo deflusso non appena terminata la fase di instabilità dei mercati, Ndt].

Ma c’è un lato oscuro. Sebbene tanti siano gli annunci, la Cina rifiuta ancora oggi di abbandonare la politica mercantilista. Sta tenendo basso lo yuan per mantenere ad ogni costo quote di mercato a livello globale e proteggere i limitati margini di profitto delle sue aziende esportatrici, senza neanche riuscirci sempre.

Nutro seri dubbi sulla diffusa fiducia nel ritorno ad una forte crescita cinese. Alto è il rischio che sfumi. Si può notare dai dati, di Simon Ward della Henderson Global Investors, che in Cina l’offerta di moneta sia scesa:





La valutazione di Ward dell’offerta di moneta M1 [quantità delle banconote e monete detenuti dal settore pubblico e privato, delle riserve bancarie e dei depositi a vista. E’ un valore che influenza inflazione e tassi di interesse, Ndt] è un campanello di allarme per l’economia per i prossimi sei mesi. 

C’è da attendersi un rallentamento nel prossimo inverno e nella primavera. E’ bene prepararsi.

Comunque la si pensi il recente balzo del tasso di crescita [il grafico mostra una crescita della produzione industriale, linea blu, nel 2013, Ndt] è stato realizzato interamente tornando ad investire nell’industria pesante ed elargendo (nuovamente) credito in eccesso, secondo le vecchie cattive politiche dell’economia pianificata stigmatizzate dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale.

L’efficacia dei tassi di interesse bassi [per stimolare l’economia, Ndt] è crollata. Ogni yuan in più prestato contribuisce solo ad un incremento di 0,18 yuan del PIL. Il ciclo del credito è in stallo [nonostante i tassi bassi le imprese e le famiglie non ne chiedono, Ndt]. Il debito [pubblico, Ndt] è volato dai 9 trilioni ai 23 in cinque anni, cioè il triplo del PIL. Continuare così vuol dire giocare con il fuoco. I tecnici cinesi conoscono esattamente le implicazioni ma non possono agire facilmente. Sono in ballo interessi politici.

Zhiwei Zhang di Nomura ha pubblicato un articolo, “Cina: Perché la ripresa economica è insostenibile” evidenziando sette motivi per cui la recente espansione sia artificiale e destinata a sgonfiarsi come un soufflé mal riuscito.

Quello che mi ha lasciato senza parole è scoprire nella quarta sezione del report del FMI che il deficit fiscale totale cinese (inclusi quelli delle autorità locali) era il 7,4% del PIL l’anno scorso. Era il 9,7% escludendo le vendite di terreni, che dovrebbero essere escluse perché sono una specie di schema Ponzi [metaforicamente uno schema truffaldino che promette facili guadagni, Ndt].

La tabella mostra che la situazione cinese è, in realtà, peggiore di quella degli Stati Uniti: Tutto questo non significa che l’economia cinese stia deragliando. Ciò che si dimostra è quanto il modello di sviluppo cinese sia stato basato sul credito facile [cioè un eccessivo indebitamento indotto da tassi di interessi bassi, Ndt]. Questa leva è stata sfruttata al massimo. 

D’ora in poi crescere sarà molto più difficile.


ndt(nota del tradduttore)
Ambrose Evans-Pritchard
Fonte: http://blogs.telegraph.co.uk/
Link: http://blogs.telegraph.co.uk/finance/ambroseevans-pritchard/100025792/watch-what-china-does-with-us-debt-not-what-it-says/
15.10.2013